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L’ITALIA A TRENT’ANNI DAL DISASTRO DI CHERNOBYL

reattore_schemaDopo trent’anni dal disastro avvenuto in Ucraina il 26 aprile del 1986,  l’Italia condivide con Chernobyl una formidabile menomazione. L’Italia fu l’unico paese al mondo a decidere, causa quella tragedia, la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico! Una decisione miope, strategicamente catastrofica rafforzata da una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco, che compromise il futuro energetico di un paese che si collocava al terzo posto per potenza generata da centrali nucleari. Fu un referendum indetto nel pieno della dinamica di un incidente, falsato inevitabilmente dall’emotività e intenzionalmente da una stampa ostile e disinformata. Le tre domande del referendum riguardavano non il favore o l’avversità alla prosecuzione della costruzione di centrali nucleari, ma riguardavano soltanto la cancellazione di alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima domanda era stata posta per evitare che il sindaco di un piccolo paese selezionato per l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia nucleare o di altra fonte. La terza riguardava la politica di alleanze dell’ENEL con altre aziende estere produttrici di energia nucleare. Fu un referendum caratterizzato dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Nessun paese si comportò come l’Italia. Nessuno paese chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione i programmi, riesaminarono il futuro e il ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Anzi. Ne è prova che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Solo l’Italia dalla tragedia di Chernobyl apprese l’urgenza dell’uscita immediata dal nucleare. Nella vittoria degli antinuclearisti si miscelarono l’ignoranza della tecnologia nucleare utilizzata, la confusionaria esposizione dei quesiti referendari, legata alla natura solo abrogativa dell’istituto referendario, e ragioni ideologiche miranti a tenere lontane le politiche energetiche italiane da quelle perseguite dal sistema comunista russo, arretrato e alla ricerca di una impossibile supremazia tecnologica.

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TOSCA – FOSCA STORIA DI PASSIONI

TOSCA ALLA SCALA

7 dicembre 2019

tosca-alla-scala-2019La complessa ripresa di Tosca alla Scala ha finalmente illuminato l’immensa luce di un’opera assai spesso vituperata con cui Puccini inaugurò nel 1900 non solo il secolo XX, ma nuove forme espressive della musica operistica: non più al solo servizio dei cantanti, ma pannello cromatico con cui evocare azioni ed emozioni, ambienti e momenti del giorno e dello spirito. Si pensi al Preludio dell’Atto III, stupenda descrizione dell’alba su Roma, quando le campane di chiese, conventi e monasteri, convocano i fedeli alla preghiera e le greggi sono accompagnate al pascolo dalla voce di un pastorello. Si pensi alle torture inflitte a Cavaradossi nei sotterranei di Palazzo Farnese. Si pensi alla riflessione sublime di Tosca in Vissi d’arte…

Con questo coraggioso tentativo di inoltrarsi nella sperimentazione di soluzioni armoniche ardite, non prive di dissonanze ma donando alla musica il suo ruolo preminente, Puccini descrive una storia d’amore e di morte appassionante, accessibile e intensamente espressiva. I tanti mali, ma anche il tanto di bello, che animano lo spirito umano, che lo esaltano e lo affliggono, sono ripresi e descritti con una calligrafia musicale somma. E allora la violenza del potere, la lussuria, la gelosia, il coraggio nel non tradire, le dolci rimembranze, i sentimenti più intimi e religiosi emergono dalle profondità degli animi e diventano musica. Musica eloquente e riappacificante.

Non è facile trasformare tanta ricchezza di temi in uno spettacolo per un pubblico non composto da soli musicisti o musicologi. Ma alla Scala vi sono riusciti. E il merito va riconosciuto a tutti: direttore d’orchestra, costumisti, cantanti.

Riccardo Chailly ha consegnato la versione originale dell’Opera con frammenti finora sconosciuti, inaspettati ma meravigliosamente sorprendenti e una direzione d’orchestra superlativa. Continua a leggere »

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ELEZIONI EUROPEE 2019

BREVE PROMEMORIA 

Pur essendo eletti per paese, i deputati al Parlamento europeo (PE) sono aggregati in Gruppi politici basati su piattaforme, identità, programmi condivisi.

Le regole del Parlamento richiedono che ciascun gruppo abbia almeno 25 membri e rappresentino almeno un quarto degli Stati membri dell’UE. I partiti politici negli Stati membri generalmente confermano all’inizio delle elezioni la loro appartenenza a un gruppo già esistente, o la loro intenzione di formarne uno nuovo o di aderirvi.

L’attuale Parlamento comprende 8+1 gruppi.

PROMEMORIA ELEZIONI EUROPEE 2019

In Italia ci sono 5 Circoscrizioni elettorali, di dimensione sovra-regionale, per eleggere 73 dei 751 europarlamentari che costituiscono il PE. Un candidato può presentarsi in più Circoscrizioni. Gli elettori dovranno scegliere tra i candidati presenti nelle liste della propria circoscrizione di residenza:

  1. Nord Occidentale numero seggi spettanti 15

  2. Nord Orientale numero seggi spettanti 15
  3. Centrale numero seggi spettanti 15
  4. Meridionale numero seggi spettanti 15
  5. Insulare numero seggi spettanti 13

La soglia di sbarramento per l’elezione è il 4% a livello nazionale.

Tutti i paesi membri dovranno adottare il sistema elettorale proporzionale. In Italia è previsto il voto di preferenza, che consente di indicare nell’ambito della medesima lista, da 1 a 3 preferenze. Determinato il numero dei seggi spettanti alla lista in ciascuna Circoscrizione, saranno proclamati eletti i candidati con il maggior numero di preferenze.

Ogni eletto dovrà iscriversi a un gruppo presente all’interno del PE. I 751 eurodeputati durante la loro prima riunione plenaria dovranno eleggere a maggioranza assoluta (376 parlamentari) il presidente della Commissione Europea. I candidati alla presidenza della CE, sono stati già individuati da 6 degli 8 gruppi presenti.

CANDIDATI ALLA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE

1 – Partito Popolare Europeo (PPE) – Candidato Manfred Weber, 46 anni.

2 – Socialismo e Democrazia (S&D): Frans Timmermans, 58 anni

3 – Alleanza dei Conservatori e dei riformisti europei (ECR): Jan Zahradil, ceco di 56 anni.

4 – Verdi: Ska Keller e Bas Eickhout, due candidati.

Bas Eickhout, 43 anni, è membro uscente della Commissione

5 – Alleanza dei liberali e dei democratici per l’Europa (Alde), 7 candidati, tra cui

  • Emma Bonino + Europa 71 anni.

6 – Partito della Sinistra Europea (GUE): Nico Cué , 63 anni

7 – Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) – ancora nessun candidato

8 – Europa delle nazioni e delle libertà (Enf) – ancora nessun candidato

Le aggregazioni italiane annunciate sono:

Lega (EFDD-ENF)

PD (PSE),

FI, Popolo della Famiglia Popolari per l’Italia (PPE),

Fratelli d’Italia (ECR),

+Europa – Italia in Comune (ALDE),

Europa Verde (Verdi) La Sinistra (UE/NGL).

M5S e altre liste sono Non Iscritti.

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TORNARE AL VOTO O COLMARE IL VUOTO?

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Tornando al voto, la vittoria di Salvini sarebbe quasi certa. E sarebbe la vittoria del Salvini umiliato ampiamente al Senato dallo splendido ed ispirato discorso di Conte il 20 agosto 2019, e sbeffeggiato al Parlamento Europeo il 13 maggio 2017 da ben tre interventi di burrasca ampiamente documentati. Eppure esiste l’alternativa di una diversa maggioranza parlamentare in un Parlamento in cui la Lega è ancora debole.

Non votare vuol dire avere un governo nella piena potestà di evitare le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’IVA.

Non votare vuol dire aver un governo nella facoltà di redigere un DEF 2020-2022, ed evitare il ricorso all’esercizio provvisorio.

Non votare vuol dire essere presenti alle riunioni preparatorie per l’assunzione dei pieni poteri da parte della nuova Commissione a inizio novembre.

Eppure entro questa crisi vi sono stati strani sintomi di una ragione assonnata o aggredita da una follia collettiva: strani incantesimi che spingevano individui pensanti a fare scelte assurde e autolesioniste, in nome di interessi personali o di partito. Interessi occultati da indefiniti principi, e scelte per nulla attente alle esigenze della comunità e rispettose dei valori istituzionali. Il ritorno al voto era invocato da Salvini ancora convinto di essere dominus della politica italiana e unico leader. L’ha creduto quando ha deciso di formare il governo insieme al M5S. L’ha creduto cannibalizzandone l’azione politica. L’ha creduto trasformando le elezioni europee in un referendum sulla sua figura. Lo ha creduto ancora decidendo di investire tutto il consenso accumulato dalla Lega, per assicurarsi con “impudenza istituzionale” come l’ha definita Conte, tutti i poteri attraverso il voto.

Forse la voglia di Salvini di un ritorno alle urne era farsa e falsa, e che il suo fosse semplicemente un bluff ottimamente congegnato, per dominare definitivamente il governo a suo piacimento. Un bluff che poteva permettersi, perché era l’unico che dal voto avrebbe guadagnato; un bluff perché l’alleanza con i pentastellati era stata l’alchimia perfetta per governare facendo crescere il proprio consenso, grazie all’imperizia politica dei colleghi pentastellati e al gioco truffaldino del “vorrei ma me lo impediscono”. Gioco insano e vergognoso interno alla maggioranza, utile a ridurre tutta la dialettica all’interno del solo governo, e utile a minimizzare gli spazi di manovra dell’opposizione in Parlamento. Continua a leggere »

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LA RIVOLUZIONE FRANCESE: INSORGENZA E DISSOLUZIONE

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All’interno delle dinamiche politiche della Rivoluzione Francese è possibile scorgere non solo le radici del dibattito politico successivo, della dialettica tra democratici e liberali, ma anche molti meccanismi che con le loro giustificazioni teoriche rappresentano il modello più immediato per la successiva elaborazione delle procedure democratiche contemporanee. Tuttavia, proprio taluni eccessi presenti nella Rivoluzione hanno portato a ripensare quei presupposti teorici, opponendoli criticamente a modelli diversi di partecipazione politica. La Rivoluzione Francese fu dunque un tornante della Storia genitrice delle moderne democrazie con le loro virtù ma anche con le loro intrinseche infermità. 

Prima degli Stati Generali 

A motivo dell’impetuoso sviluppo economico favorito dalle scoperte scientifiche e che aveva permesso la formazione di ceti più esigenti e consapevoli, emersero la inadeguatezza dell’organizzazione dello Stato secondo i principi della monarchia assoluta e la necessità di adeguarlo alle nuove esigenze dei nuovi ceti. In aggiunta la situazione delle finanze a seguito del divario tecnologico della Francia con gli altri Paesi negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione era disastrosa. Tale situazione era caratterizzata da alto debito, bassa produttività, proprietà privata distribuita in maniera assai disomogenea tra il Clero che possedeva in misura dominante le ricchezze terriere, l’Aristocrazia improduttiva e assai costosa a ragione degli immensi privilegi di cui godeva e il cosiddetto Terzo Stato costituito da artigiani, piccoli proprietari terrieri e i nuovi ceti emergenti, su cui gravava la maggioranza del peso del debito e delle imposte. Si imponeva dunque l’esigenza di una riforma fiscale che intervenisse contro gli antichi privilegi detenuti dai primi due stati: l’Aristocrazia e il Clero.  

L’unico organo dotato di autorità legittima sufficiente alla promulgazione della riforma fiscale già tentata senza successo dai ministri delle finanze Turgot e Colbert erano gli Stati Generali. Mai più convocati dal 1614 gli Stati Generali venivano ora invocati come sede di confronto e di decisione. L’operazione era tuttavia portatrice di gravi implicazioni politiche, tali da generare il malcontento dell’aristocrazia, del re e soprattutto dei ministri delle finanze, i quali temevano il confronto politico con i propri oppositori appartenenti ai ceti privilegiati. 

Il conflitto tra ceti privilegiati e governo aveva origine in una esigenza più ampia, di natura costituzionale: i parlamenti locali si sentivano sempre più rappresentanti della nazione francese nel suo complesso e i sudditi rivendicavano per sé lo statuto di cittadini. Si percepiva insomma sempre più l’esigenza di un contratto che vincolasse il sovrano al paese e alle sue leggi, e sottraesse i Francesi all’arbitrio di un potere monarchico assoluto. Non più il popolo soggetto al sovrano ma il sovrano soggetto alle leggi emanate dal popolo. Si trattava evidentemente di rivendicazioni che si muovevano in certa misura in continuità della tradizione contrattualistica moderna, ma che avevano nella loro oggettivazione storica un carattere originale, dal momento che contemporaneamente alla loro espressione si assisteva a una crescita dell’importanza politica dei ceti non privilegiati, fino a quel momento esclusi dalla possibilità di partecipare al dibattito politico. In un contesto del genere la rivendicazione della cittadinanza si trasformava, nelle attese del Terzo Stato, in una prospettiva nella quale tutti avrebbero potuto rappresentare ed essere rappresentati nelle istituzioni politiche e condizionare le attività del governo. Va sottolineato che il coinvolgimento del Terzo Stato fosse assolutamente strumentale alla tutela degli interessi del governo o della Aristocrazia. All’interno degli Stati Generali il supporto dei rappresentanti dei ceti non privilegiati poteva essere vitale per far prevalere le istanze dell’una o dell’altra parte. Restava però il fatto indiscusso del nuovo modo con cui il Terzo Stato era chiamato in causa: per la prima volta si faceva riferimento ad esso come ad un soggetto politico autonomo e significativo, consapevole del proprio peso economico e della propria rilevanza nel computo delle entrate fiscali dello Stato. 

Gli Stati Generali: fase preparatoria 

Le aspettative del Terzo Stato erano testimoniate dalle due esplicite rivendicazioni relative alla composizione e alle modalità di lavoro dell’assemblea convocata per il maggio ’89: 

  • Raddoppio dei membri rappresentanti del Terzo Stato, nonostante l’opposizione dell’alto clero e della nobiltà, che vedevano così a rischio i propri privilegi a causa dell’inedita alleanza tra il re e i ceti non privilegiati; 
  • Carattere assembleare dei lavori e conseguente introduzione del voto per appello nominale. 

Si trattava di misure significative che introducevano nella prassi politica delle procedure squisitamente democratiche. Il primo punto sanciva infatti il principio della proporzionalità numerica tra rappresentanti e rappresentati. Il secondo rappresentava invece un precedente significativo per la successiva elaborazione teorica del suffragio universale.  

Furono quindi sostanzialmente due i successi degli Stati Generali nella loro fase preparatoria: l’esemplificazione involontaria di pratiche democratiche e la formazione politica del Terzo Stato.  

Gli Stati Generali e la costituzione della Assemblea Nazionale  Continua a leggere »

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DAI PRIMI ANNI DEL CRISTIANESIMO  ALLA GUERRA DEI TRENT’ANNI 

contro gli ebrei

Alla fine del III secolo venne realizzata un’importante riforma della funzione imperiale. Il potere non fu più in mano a un’unica persona, ma venne esercitato da un collegio composto da due Augusti e due Cesari (tetrarchia). Il territorio dell’impero fu diviso in due parti: Occidente e Oriente. Furono nominati un Augusto e un Cesare per l’Occidente e un Augusto e un Cesare per l’Oriente. Ciascun tetrarca scelse la propria residenza in una città diversa. Le due sedi imperiali in Occidente furono Treviri e Milano. Roma rimase la sede del solo Senato.  

Nel 306 il generale Massenzio pretese di ripristinare la sede imperiale romana e con il suo esercito si proclamò capo incontrastato dell’Urbe, riempiendo il vuoto lasciato dai due tetrarchi d’Occidente ormai a Treviri e a Milano. 

Nella primavera del 312 Costantino uno dei tetrarchi d’Occidente, affrontò Massenzio. Lo scontro decisivo avvenne nel 312 con la Battaglia di Ponte Milvio.  

Costantino vinse. Entrato in Roma come unico Augusto d’Occidente, celebrò il Trionfo, ma ormai convertito al Cristianesimo grazie soprattutto alla azione di sua madre Elena (sant’Elena), non salì il colle del Campidoglio, sede del tempio più sacro ai romani.  

Costantino non rimase a lungo a Roma: nel gennaio 313 si recò a Milano. A Milano firmò il famoso editto (l’editto di tolleranza) secondo cui ciascuno poteva praticare il proprio culto. I Cristiani fino ad allora perseguitati poterono esprimersi e praticare il loro credo senza temere persecuzioni. L’editto di Costantino se liberò i cristiani dalla schiavitù delle catacombe, aprì immensi problemi. Con esso si passava infatti da una sola religione politeistica, a due religioni diverse: politeistica quella pagana, monoteistica quella cristiana. Questo a sua volta imponeva per i cristiani una revisione degli stilemi di comportamento (atti, devozioni, riti, giorni sacri ecc. ), di cui la Chiesa di San Clemente a Roma è densa di testimonianze. In più richiedeva che tutta la massa di documenti, di leggende, di credi ecc. fosse resa uniforme in oriente e in occidente e fosse rigorosamente condivisa. Di qui la esigenza di un concilio ecumenico. Il concilio si tenne nel 325 a Nicea, poco distante da Istanbul e fu l’importantissimo primo Concilio ecumenico del mondo cristiano. 

Il concilio fu convocato e presieduto da Costantino imperatore, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute. L’intento tuttavia era anche politico, perché se tali dispute non fossero state risolte avrebbero dato un ulteriore impulso alla disgregazione dell’impero.   Continua a leggere »

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