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L’ITALIA A TRENT’ANNI DAL DISASTRO DI CHERNOBYL

reattore_schemaDopo trent’anni dal disastro avvenuto in Ucraina il 26 aprile del 1986,  l’Italia condivide con Chernobyl una formidabile menomazione. L’Italia fu l’unico paese al mondo a decidere, causa quella tragedia, la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico! Una decisione miope, strategicamente catastrofica rafforzata da una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco, che compromise il futuro energetico di un paese che si collocava al terzo posto per potenza generata da centrali nucleari. Fu un referendum indetto nel pieno della dinamica di un incidente, falsato inevitabilmente dall’emotività e intenzionalmente da una stampa ostile e disinformata. Le tre domande del referendum riguardavano non il favore o l’avversità alla prosecuzione della costruzione di centrali nucleari, ma riguardavano soltanto la cancellazione di alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima domanda era stata posta per evitare che il sindaco di un piccolo paese selezionato per l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia nucleare o di altra fonte. La terza riguardava la politica di alleanze dell’ENEL con altre aziende estere produttrici di energia nucleare. Fu un referendum caratterizzato dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Nessun paese si comportò come l’Italia. Nessuno paese chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione i programmi, riesaminarono il futuro e il ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Anzi. Ne è prova che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Solo l’Italia dalla tragedia di Chernobyl apprese l’urgenza dell’uscita immediata dal nucleare. Nella vittoria degli antinuclearisti si miscelarono l’ignoranza della tecnologia nucleare utilizzata, la confusionaria esposizione dei quesiti referendari, legata alla natura solo abrogativa dell’istituto referendario, e ragioni ideologiche miranti a tenere lontane le politiche energetiche italiane da quelle perseguite dal sistema comunista russo, arretrato e alla ricerca di una impossibile supremazia tecnologica.

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Ettore Bastianini, Carlo Gérard in ANDREA CHENIER

delacrois-la-liberta-raisonneeLa servitù è il concetto con cui una consolidata cultura della storia descrive il predominio di una minoranza onnipotente, benestante e arrogante, su una maggioranza di poveri e derelitti, inconsapevoli dei loro stessi diritti, racchiusi dalla oppressione e dalla ignoranza coatta in quella specie di gabbia inabilitante che è la lotta per la sopravvivenza. Di tale servitù prende sofferta coscienza Carlo Gérard nella romanza Son sessantanni, o vecchio… di fronte allo stato penoso in cui nella dorata dimora dei Conti di Coigny scorge il suo vecchio genitore ancora servo dopo sessantanni di orrenda – sofferenza. Una sofferenza resa eterna dalla servitù dei suoi figli, generati nella servitù e inesorabilmente servi essi stessi. Una sofferenza che genera odio per quel mondo incipriato e vano che la origina e che alimenta l’ansia di distruggerlo. Così al canto dolente nel quale l’eloquenza del dolore per il suo genitore è affidata ai singulti di un pianto sommesso ma intenso, Bastianini fa seguire il tremendo T’odio, casa dorata! Nella pronuncia stretta a labbra quasi chiuse delle o di odio esprime con vigore il suo raccapriccio davanti al relitto del suo genitore, mentre nella successiva tremenda invettiva contro cotanta razza leggiadra e rea, constatando il degrado morale di una società ubriaca delle sue sete e dei suoi merletti, col suo grido irruente, grido di un servo figlio di servo, annuncia il trionfo con l’avvento dell’Ora della morte! La voce poderosa e piena è tenuta a lungo sulla o di morte, tremendo presagio di una distruzione che non risparmierà nessuno. È il momento della conversione di Gérard ai Princìpi di quella Rivoluzione invocata quale divinità Redentrice. I Principi secondo cui quando su di un popolo inerme e solo si abbatte l’oppressione, quando contro di esso tutte le leggi sono violate, quando la sua identità è cancellata e il suo pudore calpestato, è giusto che insorga. Ma la incorrotta fedeltà a tali Princìpi comporta una lacerazione spirituale, impone l’abbraccio dello sterminio e l’instaurazione di un regime di Terrore. E allora la schiavitù muta la sua natura. Cessa di essere la schiavitù da padroni, e diviene schiavitù di una Idea, di una Illusione, in nome delle quali la giusta ribellione si trasforma in sordida vendetta, in bugiarda consapevolezza di compiere in nome di esse opere redentrici. È la tragica e sublime meditazione di Gérard chiamato ad esser vile e ad accusare Chénier con delle accuse infondate. Ma quali? Nemico della patria?! È una vecchia favola, cui tuttavia il popolo crede ancora. È un Traditore! complice degli avversari di Robespierre? È un poeta sovvertitore di cuori e di costumi! Tutte accuse infondate che Bastianini con risata beffarda elenca e sottoscrive puntualmente, pur consapevole che comunque formulate non potranno salvare Chénier. Ma dopo, Gérard è come assalito da rimorsi estremi, che lo conducono a essere implacabile esaminatore di sé stesso. Una pausa lunga nel canto di Bastianini è il principio di una radicale mutazione spirituale. Tutto gli appare cambiato: ciò che altre volte aveva più fortemente stimolato i suoi desideri, ora lo respinge. La gioia di passare tra gli odi e le vendette è soltanto mesto ricordo. L’idea di cui si era nutrito nel credersi gigante puro, innocente e forte, è d’un tratto sostituita da una mestizia colma di memorie intollerabili. E a guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante, nel rispondere al perché dell’impegno a formulare accuse false e infamanti, l’uomo nuovo, cresciuto in lui terribilmente, si erge a giudicare l’antico. Cerca le ragioni per cui si è potuto risolvere a condannare a morte, senza timore, per servire una idealità fasulla. Ma la ricerca è vana. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, una conseguenza di mille crimini antecedenti; così il tormentato giudice di sé stesso, per render ragione d’un sol fatto, si trova ad esaminare tutto il suo passato. Indietro, d’anno in anno, di sangue in sangue, di condanna in condanna, di lacrime in lacrime, ogni azione compare all’animo consapevole e nuovo, separata dai sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere, ma densa di una mostruosità che quei sentimenti non avevano allora lasciato scorgere. Eppure quelle azioni erano tutte sue, erano il suo grido per il mondo unito al grido della rivoluzione redentrice. Erano lui. L’orrore di tal pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, cresce fino alla dolente e beffarda constatazione di aver mutato padrone, ma di essere rimasto un servo, servo obbediente di violenta passione. Maestoso Bastianini nel dispiegarsi del canto quasi recitato e denso di una intima delusione, nel riconoscersi servo di una passione che gli ha fatto smarrire la fede nel sognato destino e fa rimpiangere la gloria di cui appariva irradiato il suo cammino. Ma la rimembranza di tali imprese gli procura rimorso per aver sottoscritto quell’accusa, spegne nell’animo quella molesta viltà, vi desta invece una specie di nostalgia dei gioiosi giorni, quando sognava di fare del mondo un Pantheon, di mutare gli uomini in dei e amorevolmente tutte le genti abbracciare in un sol bacio e abbraccio. Strepitoso Ettore Bastianini nella romanza Nemico della patria?… Il suo canto si incunea con prorompente ironia nella ricerca di accuse credibili a Chénier, colpevole solo di essere suo rivale in amore. Ma poi dopo aver immaginato una accusa plausibile ma falsa, si eleva alla meditazione della sua storia e con la purezza della perfetta fonazione, col dosaggio sapiente del volume vocale, col fraseggio appassionato ma costantemente sorvegliato, coglie sapientemente la dimensione nichilista della esistenza concludendo “Bugia tutto, sol vero la passione!”.

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TEATRO FILARMONICO – DON GIOVANNI di W. A. MOZART

Un cielo ombrato reso luminoso da LAURA GIORDANO,  

stella senza macchia nel personaggio di Donn’ANNA.

don-giovanni-1Con Don Giovanni, somma opera tra le opere somme, Mozart entra nella esigua schiera di quegli Immortali, il cui nome mai sarà oscurato dal tempo perché l’Eternità non dimentica. Mozart è immortale! E il suo Don Giovanni per la densità e per l’intensità degli interventi ora tragici, ora giocosi, per la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi, per la esemplificazione della complessa stratificazione sociale del tempo e di ogni tempo, per la musica divina che tutto ammanta, tutto coglie della misteriosa vicenda umana, resterà immenso e solitario. Don Giovanni è un dissoluto, personificazione del libertino impenitente, crudelmente misogino, irriverente, ateo nella irrisione delle ombre dell’aldilà, arrogante nella sfida del giudizio divino, cavaliere senza i valori del Cavalierato, irrispettoso di ogni regola costituita, assassino, seduttore, lussurioso, bugiardo, goloso, traditore, ingannatore, è l’assioma del Male che anima la nobiltà e la élite dominante. Tuttavia scorgere in lui soltanto una critica o una caricatura dell’Ancien Regime sarebbe un errore, perché il personaggio possiede anche la vitalità e la creatività della borghesia in piena ascesa. Leporello, sordido personaggio sleale e mentitore, comica e insolente figura di servo, servo al servizio di un padrone e servo di insane passioni e tentazioni, è pavido, frequentatore di osterie e incapace di vivere se non al servizio di “miglior padrone”. Donn’Anna, figlia del Commentatore, ha l’animo lacerato dal conflitto tra il sentimento nobile, nutrito da una lunga affinità elettiva con Don Ottavio, e il coinvolgimento erotico-sessuale che Don Giovanni a sua insaputa le ha fatto conoscere nella notte dell’aggressione. Un coinvolgimento nuovo e così soggiogante da riecheggiare come impulso vitale, pronto a esplodere pur se avvertito come colpevole e inconfessabile. Così attraverso Don Giovanni in Donn’Anna si risveglia una femminilità assopita che la conduce a una nuova consapevolezza di sé stessa e della sua autentica essenza. Il suo concedersi agli uomini non è l’amore che sublima, ma la passione focosa dell’erotismo non soddisfatto dal suo amante Don Ottavio. La lotta corpo a corpo con Don Giovanni, le ha lasciato nelle fibre del suo corpo femminile un segno difficilmente cancellabile in breve tempo, sì che alla fine del dramma prima di concedersi a Don Ottavio chiede un anno di tempo, a motivo del lutto paterno. Donna Elvira amante ufficiale di Don Giovanni, da amante si comporta. Pur se appena lo scorge lo inchioda alla sua colpa, pur se prigioniera del proprio dolore per l’amore non corrisposto, pur se ragioni solo in termini di “inganno” e di “vendetta”, dopo che Don Giovanni si dichiara pentito e la supplica, Discendi, o gioia bella: vedrai che tu sei quella che adora l’alma mia; pentito io sono già, con la sensibilità di una donna innamorata, riconosce il suo uomo e si lascia sedurre. Ne nasce un dissidio interiore che lucidamente analizza: Mi tradì, quell’alma ingrata…..Ma, tradita e abbandonata/ provo ancor per lui pietà. Una analisi in cui l’ingratitudine di Don Giovanni, i suoi reiterati tradimenti e l’abbandono, emergono assieme alle sue intime ripercussioni di donna tradita. Da un lato il tormento, il naturale desiderio di vendetta dell’io offeso, dall’altro la pietà che fa palpitare il cuore di chi veramente ama. Donna Elvira avverte la propria sofferenza, ma il suo sincero amore la induce a saper riconoscere il “cimento”, la terribile prova a cui Don Giovanni stesso si sottoporrà con estrema coerenza fino all’autodistruzione. Espressioni dell’alta aristocrazia, Donn’Anna e Donna Elvira sono figure tristemente drammatiche, cupe, intrise di un religioso senso di colpa ma portatrici di valori morali che infine prevarranno. Si ascolti il sublime Ensemble a tre con Don Ottavio in cui il carattere religioso è reso esplicito nel canto Protegga il giusto ciel! Don Ottavio è l’archetipico opposto di Don Giovanni. Nella grande aria Dalla sua pace, la mia dipende si legge la dichiarazione che l’unico senso della propria vita è non nella relazione con la donna amata, ma nella pace di lei, da cui stati emotivi dipende totalmente, privo di vita autonoma. Diversamente dal vivere di Don Giovanni, tutto assorbito dal proprio piacere, avido gaudente della bellezza femminile, oltraggiosamente infedele, Don Ottavio vive della vita di Donna Anna. Disperso nella poligamia il primo, concentrato e fedele in una monogamia contemplativa il secondo, Don Giovanni e Don Ottavio, sono gli eterni aspetti della libidine. Zerlina, gioioso esempio della ingenuità contadina, entra in scena cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: Giovinette che fate all’amore, non lasciate che passi l’età..., avanza con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all’amore come un’ape pronta a inebriarsi sul fiore. Pur con una vena di malinconia che sgorga dalla constatazione di quanto breve sia la stagione dell’amore, accetta con vezzosa disponibilità l’invito al piacere e alla festa. E l’accoglienza di quello che brulica nel cuore è ciò che consegna Zerlina a Don Giovanni non appena questi irrompe con lo splendore del suo ricco apparire e le dolci parole di lusinga. Il celebre duettino Là ci darem la mano, pagina di assoluto incanto e fonte di vivide suggestioni, nobilita il timido tentativo di sottrarsi a un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Ma il disinganno patito da Donna Elvira scuote Zerlina, la quale pur nella inesperienza di giovane contadina sa riconoscere l’inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni e distinguere i moti passeggeri del desiderio di un momento, dal valore di una relazione stabile e duratura.  
L’aria Vedrai carino… è una meravigliosa lezione di come si possa lenire il dolore e attutire il risentimento con la sola magia dell’amore. In essa Zerlina rivela per intero l’istinto di contadina, ancora legata alla saggezza, alla naturale propensione della innata spontaneità di fanciulla guidata da impulsi primitivi e non da ambizioni deteriori. Saggezza spontanea e leggera, testimone del radicale cambiamento, della maturazione definitiva da ragazza spensierata e sognatrice, a donna accorta e prudente, che l’avventura con Don Giovanni ha reso possibile. 
Nello strepitoso finale dell’Opera, l’essenza autentica di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Con accenti arcani la statua del Commentatore accettando l’invito a cena del cavaliere, lo invita a sua volta. È la chiamata al pentimento. Don Giovanni per non essere tacciato di viltà, ignaro accetta. Ma nel porgere la mano in pegno della promessa, vien preso da un gelo inaudito: è l’ingiunzione esplicita al pentimento, al cangiar vita. Lo scellerato rifiuta il pentimento e viene assalito da orribili vortici di fuoco. È l’inferno che lo accoglie, tra grida, lamenti e gesti di terrore. È l’ultimo atto di Don Giovanni, simbolo della fine di un Mondo: il mondo assolutistico dell’Ancien Régime, ormai al tramonto, con l’avvento della modernità, dell’Illuminismo, dei nuovi ideali di Ragione e Libertà individuale, destinati fatalmente a cancellare ogni traccia di servitù, di barriere sociali, di impunità, di deità inesistenti. Don Giovanni è un’opera giocosa, eppure su un soggetto così futile Mozart costruisce una delle opere più alte a livello teologico e filosofico, psicologico e politico! Opera somma che invita tutti a salire sul palco della Storia consapevoli che errori e sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per annientare le forze avverse e che quando l’oppresso non trova giustizia e il peso dell’offesa diventa insostenibile, si rivolge fidente al Cielo, ove trae i suoi eterni diritti.
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DANIELA MUSINI RINNOVA IL SORTILEGIO DI UN MONOLOGO INCANTEVOLE

DI FUOCO E DI VENTO ELEONORA DUSE L’IMAGINIFICA

duseStrepitoso, imperioso, maestoso ritorno di DANIELA MUSINI che dopo la trionfale tournée nel monologo su MARIA CALLAS la DIVINA, propone un inedito monologo su ELEONORA DUSE. Un monologo in cui tutta la immensa cultura della Musini è intesa a illuminare la più grande Attrice teatrale di tutti i tempi, nel suo non agile pellegrinare tra palcoscenici, autori, amori, dolori, sangue e lussuria. Un monologo che nella compiuta unità e perfezione, entra d’impeto nell’anima e vi resta. Un monologo che parrebbe la replica del precedente, essendo della stessa Musini il testo, la interpretazione, la direzione, la scelta delle musiche di scena. Ma il linguaggio e i criteri di scelta delle musiche si differenziano in modo essenziale. Il portento della Callas era l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la melodia, sì che le arie da lei cantate potevano essere la colonna sonora della sua stessa storia. Il portento della Duse era invece l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la parola. E per lei l’Autrice adotta un linguaggio più aristocratico, più poetico, più denso di figure retoriche, più vicino alla cultura della parola, quasi a dare alla parola recitata quel medesimo incantamento melodico che la parola cantata riceve dalla musica.

In tanta floridezza di linguaggio spiccano due inserti originali di Gabriele D’Annunzio: La pioggia nel pineto tratto dalla raccolta poetica Alcyone di cui la Duse fu la musa ispiratrice, e la sublime scena de La figlia di Iorio, in cui Mila di Codra per salvare Aligi suo innamorato, si autoaccusa di parricidio.

Diversamente dal monologo sulla Callas che immagina di raccontare la sua vita alla sua fedele inserviente, il monologo sulla Duse ha inizio alla fine della sua carriera in una suite di un hotel di Pittsburgh nell’ultimo giorno di sua vita, nell’aprile del 1924, quando ormai annientata dalla tisi, sente di dover scrivere prima dell’ultimo assalto di morte, le gioie, i dolori, gli amori, i tradimenti che l’avevano resa immortale ma non eterna. La ricostruzione della suite si avvale di uno scrittoio presso il quale Eleonora si siede e inizia a scrivere a Madeleine. Madeleine è un personaggio immaginario con cui la Musini ha voluto rappresentare l’amica confidente di Eleonora, scrigno delle sue memorie immortali e presente sulla scena grazie al manichino addobbato con un elegante abito di velluto nero. Sul palcoscenico-suite, troneggia la “testimone velata” citazione del busto raffigurante il volto di Eleonora. D’Annunzio lo conservò nell’Officina del Vittoriale dove si concentrava per scrivere e che fu il suo culto, la sua musa e l’intatta memoria de “l’incantesimo solare” vissuto con la Divina.

La Musini entra in scena con una soffusa, struggente melodia di Mahler, interamente vestita di viola. Il viola, il colore che la Duse non disdegnava nell’abbigliamento, e che invece era abolito dalla gente di spettacolo essendo il colore penitenziale della Chiesa. E mentre la melodia di Mahler continua la sua meditazione, su un immaginario diario la Musini inizia a scrivere il racconto della vita della Duse. Ma il diario è abbandonato ben presto. Solo la parola recitata può essere la protagonista di una rievocazione storica di chi seppe fare della parola il messaggero con cui trasmettere la propria anima.

La Duse nacque e per lei fu subito teatro. Figlia di attori non professionisti, crebbe e trascorse l’infanzia tra il nomadismo e il dilettantismo della compagnia girovaga del padre, sì che a soli 4 anni fu Cosetta in una versione teatrale de I miserabili di Victor Hugo. Appena ventenne portò in scena alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, che le procurarono l’adorazione del pubblico e l’entusiasmo della critica. I drammi francesi, ricchi di figure femminili moderne, mondane, come La signora delle Camelie di Alexandre Dumas figlio, vere come Santuzza della Cavalleria Rusticana di  Giovanni Verga, figure femminili attraverso cui far emergere prepotentemente l’interiorità femminile così come lei viveva la sua: un’interiorità alienata, nevrotica.

La sua giovane esistenza vissuta di teatro e nel teatro, fu una tavolozza di amori, di passioni, tradimenti, di fallimenti e maternità. Sposa di un attore della sua compagnia, certo Tebaldo Marchetti, mise al mondo una bimba Enrichetta, di cui non fu madre come avrebbe voluto, risucchiata dal turbinio della sua arte. Il matrimonio con Marchetti naufragò assai presto sottraendo alla piccola Enrichetta l’amore e il conforto di una mamma. Intensamente commovente Daniela Musini nel descrivere il rimorso della Divina al ricordo di quanto poco avesse dato alla creatura del suo grembo, per far vivere sul palcoscenico figure create dalla fantasia di autori di cui fu interprete e amante. Tale fu Arrigo Boito, il celebre librettista di Verdi e di se stesso, amante segreto e a lungo, attraverso cui la Duse conobbe autori come Giuseppe Giacosa e interpretò capolavori di autori stranieri come Henrik Ibsen.

Nel racconto di questi primi eventi della Duse, Musini adotta un linguaggio elegante, pittorico, ma ancora distante dalla ricchezza di metafore, figure retoriche, simbolismi fonici, magia evocativa dei nomi, sonorità degli aggettivi, che domineranno la futura letteratura di Gabriele D’Annunzio.

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SALVINI-DI MAIO-CONTE – LA SOVRANA TROIKA NOSTRANA

  • Risultato immagine per DI MAIO CONTE SALVINI

E ORA?
Occorre riconoscere che la Costituzione italiana garante di una democrazia fondata sui partiti, redatta in un tempo assai lontano nel quale la stratificazione della società, il grado di alfabetizzazione, il numero di abitanti, la presenza di etnie esterne, le diseguaglianze tra regione e regione, erano assi differenti da quelli attuali, ha provato la sua inidoneità a gestire il nuovo ed è degenerata nella deriva di una Costituzione fondamento di uno Stato rivelatosi gravemente infermo. Uno Stato dal sistema politico-istituzionale frammentato, lordo di governi deboli, incapaci di governare, causa e fonte della consociazione partitocratica che unita alla sua perversione di attore dell’economia, ha provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, dato i natali a una pubblica amministrazione inefficiente, a corporazioni iperprotette e a sacche di privilegio. Uno Stato entro cui è venuto affermandosi un rapporto tra politica e classi dirigenti, secondo cui la classe politica è divenuta, ed è stata percepita, come la ragione prima di ogni problema nazionale. La magistratura si è elevata al ruolo di sua Grande Inquisizione e la grande stampa della lotta contro di essa, ne ha fatto un fatto quotidiano. I cambi di maggioranza non sono stati più narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Il sistema politico-istituzionale è finito per essere rappresentato come malsano esempio di democrazia populista e illiberale.

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ORIGINI DEL POPULISMO PENTASTELLATO

IL POPULISMO PENTASTELLATO EFFETTO DELLA MANCATA RIFORMA COSTITUZIONALE

referendumNella grande tempesta che attanaglia il Paese, colpa anche della provata inattitudine del governo dei dioscuri, è lecito chiedersi dove siano finiti quei “puristi” della Costituzione che chiassosamente nel 2016 si opposero alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, accusata di “svolta autoritaria”. Oggi quegli esimi puristi, giuristi, uomini dello Stato, sindacati, magistrati, intellettuali, scrittori, attori, registi, tassisti, tacciono senza vergogna di fronte alle minacce di rottamazione del Parlamento, di aggressione al Capo dello Stato gridate con torbido totalitarismo dagli eroici pentastellati. Forse quei puristi percepirono Renzi come un nemico e percepiscono il M5s come amico. Perché una porzione così maggioritaria di intellettuali e non, che ha considerato Renzi un nemico, oggi non avverte la minaccia grillina? Forse perché per la prima volta nella storia della Repubblica, Renzi aveva adottato un approccio nuovo e imprevedibile nel rapporto con le classi dirigenti. Aveva accantonato quello schema consociativo per il quale chi raggiunge le stanze del potere blandisce i poteri esistenti e li associa alla nuova leadership. Con la “rottamazione” l’uomo mise in discussione decenni di abitudini consolidate: non convocò i caminetti, non si piegò alle oligarchie di partito e di palazzo, non si curò dell’opinione degli intellettuali di regime, non si appoggiò al variegato mondo delle corporazioni incastonate negli apparati dello stato e delle grandi organizzazioni consociate, non celebrò i riti conformisti tanto cari alla sinistra tradizionale. Questo modo di procedere fu percepito come atto di lesa maestà, come aggressione. Questa spiegazione forse troppo ‘umana’, rappresenta in verità una molla dei comportamenti, cruciale perché scalfisce il posto che nella comunità ciascuno detiene e al quale non è disposto a rinunciare. Ma c’è una seconda possibile risposta anche più profonda, la quale risiede in ciò che potrebbero definirsi il populismo e la democrazia illiberale delle classi dirigenti italiane. Da Tangentopoli in poi si è infatti affermato uno schema nel rapporto tra politica e classi dirigenti. La politica è diventata sempre più il capro espiatorio di qualsiasi problema nazionale. La magistratura ha vissuto sempre più il proprio ruolo come Grande Inquisizione contro la classe politica corrotta, mentre la grande stampa ha fatto proprio il metodo della lotta contro la casta. I cambi di maggioranza non sono stati vissuti e narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti epocali nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Non può certo negarsi che la politica abbia contribuito a creare questo clima. Ma, di fatto, sul sistema politico-istituzionale è stata costruita una rappresentazione malsana di evidente impronta populista. Il M5s ha rappresentato la freccia all’arco del movimento populista che ne è scaturito diffondendosi e radicandosi ovunque: nel sindacato, nella magistratura, nei media, negli apparati dello Stato. Esso è diventato una sorta di vindice contro i soprusi del potere, interprete di un vento moralista e giustizialista così forte nel quale anche il populismo delle classi dirigenti si è riconosciuto. Il grillismo ha dato l’illusione di un mare tempestoso ma democratico ispirato alla Costituzione aggredita dai presunti soprusi del renzismo. In quel mare sono confluiti anche rivoli delle subculture storiche italiane, comunismo liberismo cattolico inquinati dai loro detriti illiberali e moralisti e il movimento rivoluzionario democratico è apparso incarnare il revanscismo dei puristi della Costituzione, capace di sconfiggere ogni conflitto di interpretazione della stessa. Forse è questo il motivo più profondo che ha portato i puristi della Costituzione alla protesta veemente contro la riforma del Pd e che li porta a tacere oggi. Ma sono purtroppo tali puristi quelli che esprimono una interpretazione ‘sovranista’ della Carta fondamentale. Nella loro idea, la Costituzione è la garante di una democrazia proporzionalistica e consociativa fondata sui partiti e il fondamento di uno Stato omnipervasivo e dirigista titolare di tutti gli strumenti necessari per il perseguimento di obiettivi di uguaglianza socioeconomica. Negli anni però questo modello interpretativo si è rivelato inefficace, perché, da un lato, ha prodotto un sistema politico-istituzionale frammentato e governi deboli, incapaci di governare; dall’altro, la consociazione partitocratica unita alla perversione di uno Stato attore dell’economia hanno provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, la moltiplicazione del lavoro pubblico inefficiente, l’alimentazione di rendite di posizione, corporazioni iperprotette e sacche di privilegio. Tutto ciò nel quadro di una sovranità nazionale e statale ideale che nel tempo si è via via ridimensionata grazie alla progressiva importanza assunta sul piano comunitario dalle istituzioni europee. Così il proposito di continuare a mantenere un sistema politico-istituzionale debole e uno statalismo dirigista ma sostanzialmente inefficiente, senza avere più la capacità e le risorse per farlo, ha permesso la costruzione di un colosso d’argilla che sapendo di non poter più promettere posti di lavoro statali promette fasulli redditi di cittadinanza e pensioni. Per essere europeista e liberale contro i sovranisti della Costituzione, l’Italia avrebbe dovuto adeguarsi al resto d’Europa con una riforma costituzionale capace di superare i vecchi vizi, garantendo maggiore rapidità di decisione ed efficacia dei risultati, liberando energie e risorse per superare il fardello di uno Stato burocratico. Hanno prevalso, viceversa, i puristi della conservazione, i puristi della Costituzione, pur restando la gran parte di essi molto meno sensibile alla dimensione europea della sovranità costituzionale. E, insofferente nei confronti dell’obbligo europeo di pareggio di bilancio, non si strappa le vesti nei casi di aumento della spesa e del debito pubblico a danno dei risparmiatori, non esprime una particolare sensibilità verso l’allargamento della sovranità europea, ma esprime l’idea di uno stato nazionale tradizionale che mirando al raggiungimento di risultati ispirati all’egualitarismo tramite gli strumenti della mano pubblica, mostra insofferenza nei confronti dei vincoli europei. Vincoli equivalenti a imperative norme costituzionali. Su questo pericoloso crinale che separa il sovranismo vetero-costituzionale dal liberalismo neo-europeo si giocherà il dibattito italiano in vista delle elezioni europee.

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