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TEATRO FILARMONICO – DON GIOVANNI di W. A. MOZART

Un cielo ombrato reso luminoso da LAURA GIORDANO,  

stella senza macchia nel personaggio di Donn’ANNA.

don-giovanni-1Con Don Giovanni, somma opera tra le opere somme, Mozart entra nella esigua schiera di quegli Immortali, il cui nome mai sarà oscurato dal tempo perché l’Eternità non dimentica. Mozart è immortale! E il suo Don Giovanni per la densità e per l’intensità degli interventi ora tragici, ora giocosi, per la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi, per la esemplificazione della complessa stratificazione sociale del tempo e di ogni tempo, per la musica divina che tutto ammanta, tutto coglie della misteriosa vicenda umana, resterà immenso e solitario. Don Giovanni è un dissoluto, personificazione del libertino impenitente, crudelmente misogino, irriverente, ateo nella irrisione delle ombre dell’aldilà, arrogante nella sfida del giudizio divino, cavaliere senza i valori del Cavalierato, irrispettoso di ogni regola costituita, assassino, seduttore, lussurioso, bugiardo, goloso, traditore, ingannatore, è l’assioma del Male che anima la nobiltà e la élite dominante. Tuttavia scorgere in lui soltanto una critica o una caricatura dell’Ancien Regime sarebbe un errore, perché il personaggio possiede anche la vitalità e la creatività della borghesia in piena ascesa. Leporello, sordido personaggio sleale e mentitore, comica e insolente figura di servo, servo al servizio di un padrone e servo di insane passioni e tentazioni, è pavido, frequentatore di osterie e incapace di vivere se non al servizio di “miglior padrone”. Donn’Anna, figlia del Commentatore, ha l’animo lacerato dal conflitto tra il sentimento nobile, nutrito da una lunga affinità elettiva con Don Ottavio, e il coinvolgimento erotico-sessuale che Don Giovanni a sua insaputa le ha fatto conoscere nella notte dell’aggressione. Un coinvolgimento nuovo e così soggiogante da riecheggiare come impulso vitale, pronto a esplodere pur se avvertito come colpevole e inconfessabile. Così attraverso Don Giovanni in Donn’Anna si risveglia una femminilità assopita che la conduce a una nuova consapevolezza di sé stessa e della sua autentica essenza. Il suo concedersi agli uomini non è l’amore che sublima, ma la passione focosa dell’erotismo non soddisfatto dal suo amante Don Ottavio. La lotta corpo a corpo con Don Giovanni, le ha lasciato nelle fibre del suo corpo femminile un segno difficilmente cancellabile in breve tempo, sì che alla fine del dramma prima di concedersi a Don Ottavio chiede un anno di tempo, a motivo del lutto paterno. Donna Elvira amante ufficiale di Don Giovanni, da amante si comporta. Pur se appena lo scorge lo inchioda alla sua colpa, pur se prigioniera del proprio dolore per l’amore non corrisposto, pur se ragioni solo in termini di “inganno” e di “vendetta”, dopo che Don Giovanni si dichiara pentito e la supplica, Discendi, o gioia bella: vedrai che tu sei quella che adora l’alma mia; pentito io sono già, con la sensibilità di una donna innamorata, riconosce il suo uomo e si lascia sedurre. Ne nasce un dissidio interiore che lucidamente analizza: Mi tradì, quell’alma ingrata…..Ma, tradita e abbandonata/ provo ancor per lui pietà. Una analisi in cui l’ingratitudine di Don Giovanni, i suoi reiterati tradimenti e l’abbandono, emergono assieme alle sue intime ripercussioni di donna tradita. Da un lato il tormento, il naturale desiderio di vendetta dell’io offeso, dall’altro la pietà che fa palpitare il cuore di chi veramente ama. Donna Elvira avverte la propria sofferenza, ma il suo sincero amore la induce a saper riconoscere il “cimento”, la terribile prova a cui Don Giovanni stesso si sottoporrà con estrema coerenza fino all’autodistruzione. Espressioni dell’alta aristocrazia, Donn’Anna e Donna Elvira sono figure tristemente drammatiche, cupe, intrise di un religioso senso di colpa ma portatrici di valori morali che infine prevarranno. Si ascolti il sublime Ensemble a tre con Don Ottavio in cui il carattere religioso è reso esplicito nel canto Protegga il giusto ciel! Don Ottavio è l’archetipico opposto di Don Giovanni. Nella grande aria Dalla sua pace, la mia dipende si legge la dichiarazione che l’unico senso della propria vita è non nella relazione con la donna amata, ma nella pace di lei, da cui stati emotivi dipende totalmente, privo di vita autonoma. Diversamente dal vivere di Don Giovanni, tutto assorbito dal proprio piacere, avido gaudente della bellezza femminile, oltraggiosamente infedele, Don Ottavio vive della vita di Donna Anna. Disperso nella poligamia il primo, concentrato e fedele in una monogamia contemplativa il secondo, Don Giovanni e Don Ottavio, sono gli eterni aspetti della libidine. Zerlina, gioioso esempio della ingenuità contadina, entra in scena cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: Giovinette che fate all’amore, non lasciate che passi l’età..., avanza con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all’amore come un’ape pronta a inebriarsi sul fiore. Pur con una vena di malinconia che sgorga dalla constatazione di quanto breve sia la stagione dell’amore, accetta con vezzosa disponibilità l’invito al piacere e alla festa. E l’accoglienza di quello che brulica nel cuore è ciò che consegna Zerlina a Don Giovanni non appena questi irrompe con lo splendore del suo ricco apparire e le dolci parole di lusinga. Il celebre duettino Là ci darem la mano, pagina di assoluto incanto e fonte di vivide suggestioni, nobilita il timido tentativo di sottrarsi a un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Ma il disinganno patito da Donna Elvira scuote Zerlina, la quale pur nella inesperienza di giovane contadina sa riconoscere l’inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni e distinguere i moti passeggeri del desiderio di un momento, dal valore di una relazione stabile e duratura.  
L’aria Vedrai carino… è una meravigliosa lezione di come si possa lenire il dolore e attutire il risentimento con la sola magia dell’amore. In essa Zerlina rivela per intero l’istinto di contadina, ancora legata alla saggezza, alla naturale propensione della innata spontaneità di fanciulla guidata da impulsi primitivi e non da ambizioni deteriori. Saggezza spontanea e leggera, testimone del radicale cambiamento, della maturazione definitiva da ragazza spensierata e sognatrice, a donna accorta e prudente, che l’avventura con Don Giovanni ha reso possibile. 
Nello strepitoso finale dell’Opera, l’essenza autentica di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Con accenti arcani la statua del Commentatore accettando l’invito a cena del cavaliere, lo invita a sua volta. È la chiamata al pentimento. Don Giovanni per non essere tacciato di viltà, ignaro accetta. Ma nel porgere la mano in pegno della promessa, vien preso da un gelo inaudito: è l’ingiunzione esplicita al pentimento, al cangiar vita. Lo scellerato rifiuta il pentimento e viene assalito da orribili vortici di fuoco. È l’inferno che lo accoglie, tra grida, lamenti e gesti di terrore. È l’ultimo atto di Don Giovanni, simbolo della fine di un Mondo: il mondo assolutistico dell’Ancien Régime, ormai al tramonto, con l’avvento della modernità, dell’Illuminismo, dei nuovi ideali di Ragione e Libertà individuale, destinati fatalmente a cancellare ogni traccia di servitù, di barriere sociali, di impunità, di deità inesistenti. Don Giovanni è un’opera giocosa, eppure su un soggetto così futile Mozart costruisce una delle opere più alte a livello teologico e filosofico, psicologico e politico! Opera somma che invita tutti a salire sul palco della Storia consapevoli che errori e sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per annientare le forze avverse e che quando l’oppresso non trova giustizia e il peso dell’offesa diventa insostenibile, si rivolge fidente al Cielo, ove trae i suoi eterni diritti.
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2018 – QUALI LE RAGIONI DELLA SCONFITTA DEL PD?

di-maioLa sconfitta del PD, inoppugnabile e pesante (40.8% alle europee del 2014, 19.0% alle politiche 2018), è diffusamente attribuita a Renzi, ai suoi errori, al suo proporsi come leader, al suo essere Renzi. Renzi ha sbagliato. Renzi ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla sua persona. Renzi ha governato senza essere eletto. Sono i rilievi più frequenti. Forse tutto questo è vero. O forse pur essendo tutto vero, non è sufficiente a spiegare come in meno di 4 anni, la sconfitta sia stata così perentoria. Una sconfitta molto più simile al crollo di un muro che non a una caduta di qualche masso. E se di crollo è lecito parlare, allora è lecito affermare che gli errori di Renzi, per quanto gravi, per quanto vistosi, hanno creato delle fessure nel muro, hanno procurato qualche infiltrazione corrosiva, ma non il crollo. Renzi ha rappresentato il momento apicale di un processo di deterioramento del PCI iniziato 30 anni fa a Berlino. E come durante la Rivoluzione Francese Luigi XVI pagò sotto la ghigliottina non i suoi errori, ma tutti gli errori e le deficienze dei monarchi assoluti suoi avi, allo stesso modo Renzi ha pagato per errori suoi ma soprattutto per gli errori di quello che fu il Partito Comunista Italiano.

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L’ ONESTA ENCICLICA DELLA NULLITÀ DEL GRILLISMO

LA LETTERA DI DI MAIO A MACRONdi-maio
di-maiodi-maioChe Di Maio scrive a Macron ha l’amaro sapore di una beffa. Chi è Di Maio per scrivere a un Capo di Stato? È il capo di una formazione politica come in Italia ve ne sono a decine. Ma non tutti hanno l’ardente ardore di proporsi come il grillino quale nuova frontiera della Italia che viene e che sarà quella illuminata, equa, superba che fu secoli fa. In una smagliante accozzaglia di errori logici, di grammatica e lontanissimo dallo stile diplomatico imposto dai protocolli, il contenuto della missiva è la più esaltante ed eloquente enciclica sulla onesta nullità del candidato premier.
Scrive Di Maio: Egregio Signor Presidente! il Movimento 5 Stelle avrà modo di raccontarLe e spiegarLe cosa siamo davvero, cosa vogliamo e come vediamo il futuro dell’Europa e dell’Italia nello scenario internazionale. Probabilmente l’opinione che Lei si è venuto via via costruendo nei confronti della prima forza politica italiana è influenzata da una forte propaganda da parte di certo giornalismo e dalle cose che Le riferiscono i politici italiani che provengono dai partiti tradizionali, quegli stessi partiti che sono in crisi di rappresentanza in tutta Europa e che Lei ha sconfitto nettamente alle presidenziali del maggio scorso con una formazione giovanissima En Marche. Insomma se Macron si è fatta l’idea che il M5S è un movimento populista e sovranista è colpa dei cattivissimi giornalisti di regime. Aggiunge il delizioso candidato Il Movimento 5 Stelle è molto giovane, non ha gruppi di potere influenti alle spalle né rendite di posizione da proteggere. Ma solo pochi mesi fa, Grillo commentando la vittoria di Macron sul suo sacro blog, aveva regalato ai lettori questa meravigliosa profezia: L’Europa vedrà un altro governo delle banche“definendo Macron “manichino servente di una moneta impossibile”. Dopo la generosa retromarcia per convincere Macron del suo convinto europeismo, Di Maio affronta, con la prontezza e competenza che gli sono proprie, i temi delle politiche di bilancio. Scrive: Per quel che riguarda le politiche di bilancio, in particolare rispetto ai parametri di Maastricht e ai successivi regolamenti che caratterizzano la governance della moneta unica, il Movimento 5 Stelle ha una visione molto vicina a quella del Suo Paese. Con tale passaggio, la nullità del candidato premier raggiunge vertici mai esplorati. Come fa ad affermare quello che afferma se tutto il programma del M5S sull’Europa è farcito di antieuropeismo? Se Macron spinge per una maggiore integrazione, il M5S promette il referendum per smantellare l’euro, o in alternativa creare una seconda moneta. Eppure continua: Non abbiamo mai stigmatizzato, anzi abbiamo citato come buon esempio il persistente sforamento nel rapporto deficit/Pil che la Francia si è concessa negli anni per dare respiro a politiche di welfare e a investimenti produttivi. Due anni fa presentammo una legge di bilancio alternativa, la #finanziaria buona, che si basava sull’obiettivo di un rapporto tra disavanzo e ricchezza identico a quello francese del tempo. Che significa sforamento in italiano, lo sa Di Maio, in francese chi lo sa sarà sepolto nel Pantheon degli eroi della lingua francese. Sarà eterno anche per l’altra frase in cui si parla di rapporto tra disavanzo e ricchezza. Che cosa è questo rapporto? Se Di Maio pensa al limite del 3% di deficit sul PIL, ha aggiunto un’altra perla alla sua ignoranza. Infatti impegno di Macron è di scendere sotto la soglia del 3% per rispettare il patto di stabilità, dunque esattamente l’opposto di quello del M5S, entusiasta esultante per lo sforamento. Tutto questo basterebbe a catalogare il candidato premier come la forma degenerativa della intelligenza pensante. Ma non sazio di tante idiozie Di Maio aggiunge un’altra perla e afferma: L’Italia detiene almeno la metà del patrimonio culturale e artistico mondiale. Apprezziamo molto i nostri partner d’Oltralpe, popolo altrettanto ricco di tesori preziosi. Dunque se l’Italia detiene la metà del patrimonio artistico e altrettanto i partner francesi, la totalità del patrimonio mondiale è già il 100% in mano a due soli paesi. Ridere di tanta banalità sarebbe facile gioco se a pronunciare bestialità così evidenti in una forma così solenne, non fosse qualcuno che aspira a governare l’Italia non sapendo che i siti italiani inclusi dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’Umanità, sono 53 su circa 1000. Dunque il 5% e non il 50.
Passando a temi di politica industriale condivisibili Di Maio afferma di essere al lavoro per mettere a punto una politica economica e industriale “mission oriented”, mirante a proteggere gli asset, le imprese e le produzioni più importanti d’Italia. Al riguardo va ricordato che quando a luglio il governo italiano risolse la tensione dei cantieri di Saint Nazaire con un accordo ritenuto soddisfacente dalla Stx e Fincantieri, Di Maio sempre sul sacrissimo blog scrisse: bisogna reagire agli schiaffi dei francesi. Non ci restano più guance. Gentiloni, Padoan battete un colpo e fate rispettare il nostro Paese! Oppure fatevi da parte. E ancora a proposito del caso Telecom scriveva: come è possibile che Telecom non sia stata protetta ed eventualmente nazionalizzata? Per obbedire al mercato? La soluzione grillina era Non possiamo rinunciare a tutti gli specialisti del debito, ma a quelli francesi, sì. È sufficiente depennarli dalla lista. A quel punto i francesi potranno scegliere se il gioco vale la candela. Ecco, oggi invece di depennare le banche francesi Di Maio ispirato dalla divina provvidenza, questua un incontro, una indulgenza, sperando forse in un selfie da pubblicare sul sacrario del sacro blog.

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SOCIALISMO E COMUNISMO, MARX E LENIN

24 Ottobre 1917 – 24 Ottobre 2017

i-lavori-forzatiNell’ottobre di 100 anni fa, dalla Russia, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue conquiste: la proprietà privata, la libertà individuale, la democrazia parlamentare, la laicità dello Stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un bagno di sangue, una élite di asceti leninisti proclamava di aver trovato il metodo per rovesciare con la violenza il capitalismo profetato dai classici del socialismo scientifico. Iniziava così la tragica epopea della Rivoluzione Socialista mondiale la cui sfolgorante ambizione era “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”. L’annuncio era esaltante. Per generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea “che la dissoluzione della società capitalistica fosse ormai imminente” e che “la creazione di una nuova forma di società, centrata sull’unico piano di produzione e di distribuzione, fosse ormai inevitabile”; erano stati educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe conclusa comunque con l’abbattimento dello Stato borghese e il trionfo del proletariato rivoluzionario. Tuttavia la maggioranza di loro convinti che la democrazia inborghese fosse un valore da difendere, non si riconobbe nel nuovo regime che i bolscevichi leninisti avevano cominciato a costruire. L’idea fondamentale dei bolscevichi era infatti fondata sul convincimento che la costruzione del comunismo esigesse l’instaurazione di una dittatura terroristica. “Terrore contro i controrivoluzionari. Guerra e morte ai ricchi, agli intellettuali borghesi. E alla chiesa ortodossa, sostegno spirituale delle classi reazionarie, confisca dei tesori con l’energia più selvaggia e impietosa”. Neanche dopo la fine della guerra civile, Lenin rinunciò allo sterminio di classe. “Dobbiamo tornare al terrore. Al terrore economico”. E coerentemente con la sua concezione della rivoluzione come istaurazione del terrore, nel maggio del 1922 fece redigere il nuovo codice penale nel quale fosse illustrata l’essenza, giustificato il terrore, definiti la sua necessità e i suoi limiti. E al compagno Stalin scrisse: “Noi purificheremo la Russia attraverso la <purga permanente>”. Quella purga che sarà il Grande Terrore e che con tremenda furia omicida si abbatterà su milioni di innocenti. Sarà la Grande Menzogna nascosta dietro “la dittatura del proletariato” e resa possibile dall’illimitato potere del Partito bolscevico. Tragedia immane! Eppure mentre il sadismo dei gesuiti del terrore si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo descriveva orgogliosamente la “gigantesca macchina attraverso la quale la Storia stava trasformando l’umanità”.
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LA INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI BERSANI

bersani
In un bel giorno del 2013, proprio il giorno in cui Bersani descriveva il M5s come argine alla deriva populista e nazionalista, i grillini ponevano in atto l’assalto squadrista al Parlamento. Alla Camera i loro deputati irrompevano nell’Ufficio di presidenza, facevano sospendere la seduta per protestare contro i vitalizi, mentre fuori i militanti arringati dai casti Dibba e Di Maio partecipavano alla manifestazione contro i privilegi della casta. La insostenibile leggerezza di Bersani, fu la insipienza vanitosa e irresponsabile della sua analisi politica. Secondo la quale “i 5S tengono in stand-by il sistema. Ma se alle prossime elezioni s’indebolissero, arriverebbe una robaccia di destra”. In questo senso l’analisi del padre ignobile del partito nato dalla scissione del Pd, coincise perfettamente con quella di Beppe Grillo: il M5s fu un argine al populismo, un presidio contro quella destra che avanzava nel mondo e nelle democrazie occidentali e che Bersani aveva definito “la mucca nel corridoio”.

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