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Monthly ArchivesMonthly Archives: aprile 2016

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L’ITALIA A TRENT’ANNI DAL DISASTRO DI CHERNOBYL

reattore_schemaDopo trent’anni dal disastro avvenuto in Ucraina il 26 aprile del 1986,  l’Italia condivide con Chernobyl una formidabile menomazione. L’Italia fu l’unico paese al mondo a decidere, causa quella tragedia, la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico! Una decisione miope, strategicamente catastrofica rafforzata da una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco, che compromise il futuro energetico di un paese che si collocava al terzo posto per potenza generata da centrali nucleari. Fu un referendum indetto nel pieno della dinamica di un incidente, falsato inevitabilmente dall’emotività e intenzionalmente da una stampa ostile e disinformata. Le tre domande del referendum riguardavano non il favore o l’avversità alla prosecuzione della costruzione di centrali nucleari, ma riguardavano soltanto la cancellazione di alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima domanda era stata posta per evitare che il sindaco di un piccolo paese selezionato per l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia nucleare o di altra fonte. La terza riguardava la politica di alleanze dell’ENEL con altre aziende estere produttrici di energia nucleare. Fu un referendum caratterizzato dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Nessun paese si comportò come l’Italia. Nessuno paese chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione i programmi, riesaminarono il futuro e il ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Anzi. Ne è prova che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Solo l’Italia dalla tragedia di Chernobyl apprese l’urgenza dell’uscita immediata dal nucleare. Nella vittoria degli antinuclearisti si miscelarono l’ignoranza della tecnologia nucleare utilizzata, la confusionaria esposizione dei quesiti referendari, legata alla natura solo abrogativa dell’istituto referendario, e ragioni ideologiche miranti a tenere lontane le politiche energetiche italiane da quelle perseguite dal sistema comunista russo, arretrato e alla ricerca di una impossibile supremazia tecnologica.

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LA DIVERSA ANTROPOLOGIA DEL MERIDIONE D’ITALIA

il meridioneSi va diffondendo nelle regioni meridionali una specie di ostilità nei confronti dell’innovazione, della industrializzazione, dell’approvvigionamento energetico. A Napoli in un contesto di confusa rivendicazione autonomistica, si proclama la rivolta contro il risanamento e la riconversione dell’area di Bagnoli. In Puglia ci si oppone alle trivellazioni in mare, in Basilicata a quelle sul terreno, in Sardegna si impedisce persino l’installazione delle pale eoliche. Purtroppo non trattasi di un movimento che riguarda solo strati marginali o di emarginati. I vescovi si sono espressi in modo categorico contro le trivellazioni e molti sindacalisti e intellettuali si esercitano nella descrizione di “modelli” alternativi. Il fenomeno non appare nuovo se si ripensa alle scellerate campagne contro i termovalorizzatori. Allora assessori della giunta napoletana guidata dalla illuminata Rosa Russo Iervolino vollero partecipare a proteste di piazza sfociate in violenze urbane, antesignane di quelle accadute nei giorni scorsi con assessori della irreprensibile giunta De Magistris. Read more »

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