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Monthly ArchivesMonthly Archives: ottobre 2016

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IL SI AL REFERENDUM

Errori nelle riforme sono tollerabili, ma non più tollerabile è l’assenza di riforme

La ragione del perché si è concentrati con scarsa attenzione ma tanta passione sulla riforma costituzionale sta nella inadeguatezza dell’attuale assetto istituzionale a favorire il funzionamento corretto e tempestivo dei diversi organi di governo. Non sono in discussione i principi fondamentali. È in discussione il modo subdolo in cui tali principi sono stati disattesi. È in discussione quell’assetto impostato sulle competenze concorrenti tra i diversi centri di potere che si è dimostrato inefficace nel coordinarne le iniziative e inefficiente nell’offrire risposte. Semplificarne il funzionamento è necessario per imprimere la necessaria accelerazione agli organismi di una democrazia che decide. Non sarebbe corretto ignorare che alcuni problemi italiani sono dovuti all’effetto della più lunga ed estesa recessione economica del dopoguerra. Ma i problemi più gravi e impellenti, la disoccupazione diffusa, il tasso di povertà crescente, la bassa natalità, l’insufficienza o obsolescenza delle infrastrutture, le lungaggini della PA, l’arroganza della magistratura che ha annientato la certezza del diritto, hanno radici più antiche. Se tali problemi sono la risultante di una storia lunga e perniciosa, tanto più profonda e incisiva doveva essere la risposta riformatrice. Certo il Governo ha dovuto arrendersi alla tracimazione malsana della Magistratura arroccata nel suo oligarchico “resistere, resistere, resistere”, ma è intervenuto per rendere efficiente il sistema produttivo. Lo provano il Jobs Act, il taglio dell’Irap e dell’Ires, la fine delle imposte patrimoniali sui fattori produttivi, il credito d’imposta per gli investimenti in R&S. Lo provano il finanziamento strutturale del contrasto alla povertà, economica ed educativa, la riforma della PA, il disegno di legge sulla concorrenza, la riforma della scuola, interventi concorrenti a conferire un’ulteriore spinta alla produttività totale dei fattori della produzione. I semi per il rilancio del paese sono stati insomma gettati. Ma la loro crescita necessita di un sistema di governo libero dal conflitto delle competenze. Ed è l’eliminazione del conflitto di competenze uno dei principali risultati attesi dalla riforma costituzionale.

Sembrerebbe labile il nesso tra tale riforma e la crescita economica. Che relazione può esserci infatti tra la modifica di alcune decine di articoli della Costituzione e le prospettive di sviluppo del Paese? Eppure secondo l’economista Douglass North, Nobel nel 1993, le istituzioni giuridiche e di governo sono la cornice entro cui le istituzioni economiche e produttive operano a sostegno e a favore dello sviluppo. Un paese con istituzioni giuridiche adeguate cresce di più perché a tutti sono chiare le regole del vivere in una comunità assai frastagliata e perché gli organi di governo sono in grado di reagire con tempestività ai mutamenti delle esigenze della stessa. Buone istituzioni riducono i costi di transazione, stimolano gli scambi e l’innovazione, consentono a diverse proposte di valore di entrare nel mercato e generare occasioni di miglioramento del livello di vita. È per questo che tra i sistemi democratici hanno performance migliori quelli che sanno decidere e sanno accrescere la fiducia dei cittadini nella validità delle loro scelte di consumo e investimento. Non tutti i sistemi democratici sono infatti uguali. Se individui e imprese sono ingabbiati da una burocrazia soffocante; se la responsabilità politica si disperde nei processi e nei ricorsi sulle rispettive competenze; se il momento in cui le decisioni politiche maturano è sconnesso dal momento in cui esse diventano efficaci; se non si rimuovono tali barriere, allora le economie declinano e la competizione arretra di fronte al capitalismo di relazione e diventa ostaggio della corruzione. Se non v’è dubbio che l’Italia sia una democrazia, altrettanto indubitabile è che nei decenni si è sedimentato un sistema confuso, dove il processo decisionale è divenuto lento, incoerente, non funzionale e nel quale gli eccessi della burocrazia sono stati alimentati dalla caoticità nella ripartizione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. La produzione normativa disordinata, contraddittoria che ne è conseguita, è stata la inevitabile conseguenza della aleatorietà delle competenze concorrenti. La conseguenza cioè dall’ingenerarsi di un sistema normativo reso confuso e finanche conflittuale dall’intervento congiunto ma non coordinato delle regioni e dello Stato. Un sistema che ha prodotto un impatto negativo sulla crescita globale del paese, che ne ha pagato gli effetti degeneri e che ha provato la sua insostenibilità futura.

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Le ragioni del NO di D’Alema: rancore e odio

Il rabbioso rancore contro Renzi che infiamma D’Alema a sostenere il NO!

 dalema“Chiediamo scusa alle società di rating, a JP Morgan, se gli italiani vogliono scriversela loro la loro Costituzione. Siamo ancora un paese sovrano!”, spumeggiava così, mercoledì, Massimo D’Alema, applaudito da Fini, Dini, Pomicino e da tanti altri virgulti della “Casta”. Non c’era però Achille Occhetto. Quell’Achille che, nel 1994, “Baffino” rottamò, dopo la pesante sconfitta della “macchina da guerra” dei progressisti contro Berlusconi, bocciando l’allora segretario del Pds come “tecnicamente obsoleto”, e assestando all’eterno rivale, Veltroni, quello che Eugenio Scalfari definì il “pugno del partito”. Quel pugno che gli valse la successione alla segreteria del Pds. Quanto alla augusta denuncia di D’Alema lo stesso mercoledì sull’eccessiva influenza dei “poteri forti”, correva l’anno 1999 quando l’avv. Guido Rossi, presidente della Consob, commentò, con una velenosissima battuta la benedizione di D’Alema, premier, alla scalata a Telecom da parte di Colaninno, della razza padana di Gnutti, di Mps e delle coop rosse di Unipol. La battuta fu e rimase famosa “A Palazzo Chigi c’è l’unica merchant-bank dove non si parla inglese”. Alcuni commentatori, meno giovani di Renzi, ricordano il ruolo dell’augusto D’Alema in vicende, varie e non troppo felici, dell’economia e della finanza italiane degli scorsi anni. Eppure qualche mese fa, l’ex deputato di Gallipoli, grondante rancore e odio contro Renzi, ha voluto ricordargli che “il premier britannico Blair aveva preso il principale avversario, Gordon Brown, e lo aveva nominato cancelliere dello Scacchiere”. E il pensiero vola ora ai giorni in cui al leader Maximo, 67 anni, venne preferita da Renzi, per ben due volte, donna Federica Mogherini, 43 anni: prima a Roma al ministero degli Esteri, poi a Bruxelles quale Alto commissario per la politica estera e la sicurezza della UE. Forse Renzi volle eccedere nell’umiliare l’augusto D’Alema. Ma in fondo contro l’eccelso deputato di Gallipoli aveva usato le stesse armi, lo stesso cinismo, la stessa perfidia, il medesimo “pugno del partito”, da lui utilizzate nel 1994 contro Occhetto, e poi nel 2007 contro Prodi che dovette dimettersi da capo del governo, e poi nel 2013 contro Marini che gli era stato preferito quale candidato alla presidenza della Repubblica.

E ora, questo venerando virgulto, questa esperienza consumata in trame e tranelli, questo profeta dell’ovvio e veggente del nulla, si erge con il petto e con la fronte a ostentare disprezzo contro una riforma che lui stesso aveva tentato di varare nel febbraio 1997 dopo aver convinto l’allora capo dell’opposizione, Berlusconi, a sostenere la sua candidatura quale presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali.

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Riformisti senza riforme

L’immaginifica vocazione della sinistra PD: invocare le riforme ma impedire di farle

bersaniAppare francamente troppo sbrigativa l’identificazione tra la ritrosia della sinistra Pd sul referendum e l’atteggiamento del “popolo” degli elettori di sinistra. Dove è scritto che sia una antifrase, una frase cioè che intende il contrario di quello che afferma, ciò che Renzi dice quando sostiene che “il popolo di sinistra”, elettori tradizionali del Pd, “sta con noi e ora si tratta di conquistare la destra”? Secondo alcuni non identificabili né quantizzabili il “popolo di sinistra” è tutto con D’Alema. Renzi lo sa e per vincere al referendum, si rassegna a sperare nella destra. Di qui il consiglio di qualche saggio: provi Renzi a riconquistare la sua sinistra e ritroverà, insieme in un abbraccio caldo e fecondo, D’Alema e il popolo. Magari sottoponendosi a una cosmesi di umiltà e accondiscendenza e facendo qualche concessione meno edulcorata del suo progetto riformista. Ma poi viene da chiedersi, chi dice che Renzi sia davvero leader solitario e senza popolo, il quale starebbe già tutto, invece, con D’Alema e Bersani, ex amanti scontrosi e delusi? Perché si è così perentori e apodittici sulla solitudine e la sconfitta di Renzi?

Il 4 dicembre milioni di italiani dovranno alzarsi e andare a depositare nelle urne la risposta a un quesito: volete fare le seguenti cinque riforme, oppure volete lasciare le cose come stanno? Sono un ottimista obnubilato se ritengo che, a un tale quesito, è più difficile che il “popolo risponda “No”? Consigliabile sarebbe la prudenza. Il Sì, continua a sembrare più ovvio e più “popolare del No. Davvero Renzi può essere catalogato nella galleria dei leader solitari, seducenti con patacche, senza programmi, senza idee plausibili, senza competenza di governo, differente dagli antieroi della Prima Repubblica, che durerà il tempo di qualche sbadiglio mattutino avviato com’è alla rapida dimenticanza? Secondo me no! È sottovalutata una particolarità del renzismo, pressoché unica nella storia della Repubblica, nella storia degli eroi e antieroi della politica: Renzi fa riforme e invita il popolo a decidere su di esse. A Renzi, spregiudicato e con tratti di insopportabile goliardia è riuscito un piccolo capolavoro che occorre riconoscere: concretizzare le riforme. Si tratta di una novità in quella storia di “riformismo senza riforme” che, secondo gli storici, è il tratto che caratterizza e mortifica la storia e l’esperienza della sinistra italiana. Anche di quella più recente. Si sottovaluta la percezione di massa di questa novità. Non può dirsi se basterà a vincere il referendum e poi le elezioni politiche, ma quella novità di un riformista che fa le riforme, c’è ed è grandiosa. Si sbaglierebbe a sottovalutarla.

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VOTARE SI AL REFERENDUM

NON AVER PAURA DI CAMBIARE E CAMBIARE SENZA PAURA 

grilloVotare Sì vuol dire aver voglia di cambiare e non aver paura di farlo. Votare Sì vuol dire inserire il sistema politico italiano nella modernità costituzionale. Vuol dire riconoscere l’inattualità di una Costituzione e la sua inadeguatezza a permettere di governare una nazione immensamente differente da quella che la generò, connessa com’è in modo indissolubile ad altre economie, nazioni e ordinamenti statali. Gli ultimi decenni sono stati dominati da un europeismo debole rispetto alle sfide del tempo. Un europeismo teso a badare più a un profilo economico che a incastonare quest’ultimo entro grandi ragioni e valori, capaci di dare un senso più chiaro e più nobile alle scelte che si stavano compiendo. Quelle scelte che i padri fondatori affermarono e confermarono come necessarie a provare la meravigliosa forza creatrice di un’Europa unita. Una Europa dotata di obiettivi comuni, di visioni comuni, di politiche comuni, di strutture e infrastrutture comuni, anche a costo della rinuncia a parte della sovranità nazionale. Ma queste politiche sono mancate. Sono mancate per paure, per egoismi e chiusure, per semplicismo analitico, per la miopia delle élite dirigenti nel cogliere, con sagacia e lungimiranza, lo spirito del tempo. La Brexit ne ha dato testimonianza inoppugnabile. E tuttavia non si può non vedere che proprio la globalizzazione come processo in sé, per funzionare e disseminare i suoi benefici, necessita di decisioni rapide, di strutture di governo snelle, di classi dirigenti consapevoli e solerti nell’attivare strumenti nazionali e internazionali adeguati all’altezza dello scopo. Necessità che se non soddisfatte faranno della globalizzazione la ragion prima dell’aumento dei fenomeni di avversione populistica ormai evidenti e inquietanti. Occorre reagire, con intensità e senza ipocrisie, superando decenni di occasioni fallite e di speranze deluse. Decenni dissipati nel tempo a coltivare interessi di corto respiro piuttosto che a selezionare scelte consapevoli e lungimiranti per rendere migliori le nostre comunità. Senza falsi e queruli timori, occorre dotarsi di istituzioni più forti, istituzioni capaci di essere pilastri di autorevolezza. Occorre identificare luoghi dove trovare il senso dello stare insieme e del libero confronto oltre la fotografica rappresentazione delle stratificazioni sociali e politico-culturali, spesso artificiosamente esasperate in un groviglio di improvvisazioni e conflittualità. Luoghi dove trovare stabilità e governabilità politica per affrontare i problemi che il tempo del Nuovo Millennio pone, senza paura di decidere e senza paura delle responsabilità che ne conseguono. Per questo serve accelerare le politiche che inneschino riforme. Per questo serve cogliere l’occasione storica di superare l’accumulo di problemi lasciati irrisolti negli anni, indirizzando le società nel cambiamento che il tempo impone, dotandosi di nuovi strumenti politico-istituzionali nella consapevolezza che le comunità comunque grandi sono individualistiche e pericolosamente corrose dalle pesanti crisi economiche dell’ultimo decennio. Non è consentito permettere che la paura di cambiare abbia il sopravvento sulla necessità del cambiamento. Quando la fiducia e la speranza nelle società sono perdute, occorre ripartire dall’essenziale. E per gli italiani l’essenziale è ricostituire le condizioni istituzionali che nel 1948 permisero a una nazione stremata e povera di rinascere e rifiorire. Ricostituire per rinascere avendo presente oltre al cammino già fatto, anche la nuova composizione della società civile, i nuovi diritti, le nuove e urgenti priorità. Per questo è necessaria una diversa Costituzione che non sia più ostacolo ma impulso allo sviluppo. Per questo occorre dire Sì all’incombente referendum sulle riforme. Un referendum per cambiare, un referendum per decidere, un referendum per ammodernare. Dunque, che si mettano da parte gli eccessi semplificatori, le scorciatoie intraprese in modo energico, i falsi convincimenti inclini a farci ritenere abitanti di un mondo guasto, fatto di populismo e antipolitica. Il tempo è quello di un confronto sulla Costituzione, un confronto alto, puntuale. Un confronto decisivo per i prossimi decenni dell’Italia. Un confronto sul merito, che riscoprendo la nostra Costituzione e i suoi valori, la adegui al tempo di oggi. Un confronto che convochi a una scelta civile, prima che politica, trovandosi di fronte a una grande opportunità di educazione civica, capace di riscoprire e rafforzare le ragioni che pur nella diversità, ci uniscono nel coro di un solo Inno e al garrire di una sola Bandiera. L’instabilità che domina il mondo, rivela quanta forza possa sprigionare un paese che si ritrova unito nel cambiamento delle sue istituzioni e nel ridefinire i valori e l’efficienza. Perciò tramite un SI al referendum, occorre dimostrare a noi e a un’Europa ormai ingovernabile, che il NO comunque e su qualunque proposta non basta e non premia. È possibile trovare una strada civile, democratica e di popolo, perché il destino collettivo non sia il ritorno a periodi oscuri dalla quale si è forse lontani, non sia l’accelerazione, ma l’arresto del declino, perché il declino non è inevitabile. Per evitarlo la bussola l’abbiamo, l’occasione storica altrettanto.

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