Errori nelle riforme sono tollerabili, ma non più tollerabile è l’assenza di riforme

La ragione del perché si è concentrati con scarsa attenzione ma tanta passione sulla riforma costituzionale sta nella inadeguatezza dell’attuale assetto istituzionale a favorire il funzionamento corretto e tempestivo dei diversi organi di governo. Non sono in discussione i principi fondamentali. È in discussione il modo subdolo in cui tali principi sono stati disattesi. È in discussione quell’assetto impostato sulle competenze concorrenti tra i diversi centri di potere che si è dimostrato inefficace nel coordinarne le iniziative e inefficiente nell’offrire risposte. Semplificarne il funzionamento è necessario per imprimere la necessaria accelerazione agli organismi di una democrazia che decide. Non sarebbe corretto ignorare che alcuni problemi italiani sono dovuti all’effetto della più lunga ed estesa recessione economica del dopoguerra. Ma i problemi più gravi e impellenti, la disoccupazione diffusa, il tasso di povertà crescente, la bassa natalità, l’insufficienza o obsolescenza delle infrastrutture, le lungaggini della PA, l’arroganza della magistratura che ha annientato la certezza del diritto, hanno radici più antiche. Se tali problemi sono la risultante di una storia lunga e perniciosa, tanto più profonda e incisiva doveva essere la risposta riformatrice. Certo il Governo ha dovuto arrendersi alla tracimazione malsana della Magistratura arroccata nel suo oligarchico “resistere, resistere, resistere”, ma è intervenuto per rendere efficiente il sistema produttivo. Lo provano il Jobs Act, il taglio dell’Irap e dell’Ires, la fine delle imposte patrimoniali sui fattori produttivi, il credito d’imposta per gli investimenti in R&S. Lo provano il finanziamento strutturale del contrasto alla povertà, economica ed educativa, la riforma della PA, il disegno di legge sulla concorrenza, la riforma della scuola, interventi concorrenti a conferire un’ulteriore spinta alla produttività totale dei fattori della produzione. I semi per il rilancio del paese sono stati insomma gettati. Ma la loro crescita necessita di un sistema di governo libero dal conflitto delle competenze. Ed è l’eliminazione del conflitto di competenze uno dei principali risultati attesi dalla riforma costituzionale.

Sembrerebbe labile il nesso tra tale riforma e la crescita economica. Che relazione può esserci infatti tra la modifica di alcune decine di articoli della Costituzione e le prospettive di sviluppo del Paese? Eppure secondo l’economista Douglass North, Nobel nel 1993, le istituzioni giuridiche e di governo sono la cornice entro cui le istituzioni economiche e produttive operano a sostegno e a favore dello sviluppo. Un paese con istituzioni giuridiche adeguate cresce di più perché a tutti sono chiare le regole del vivere in una comunità assai frastagliata e perché gli organi di governo sono in grado di reagire con tempestività ai mutamenti delle esigenze della stessa. Buone istituzioni riducono i costi di transazione, stimolano gli scambi e l’innovazione, consentono a diverse proposte di valore di entrare nel mercato e generare occasioni di miglioramento del livello di vita. È per questo che tra i sistemi democratici hanno performance migliori quelli che sanno decidere e sanno accrescere la fiducia dei cittadini nella validità delle loro scelte di consumo e investimento. Non tutti i sistemi democratici sono infatti uguali. Se individui e imprese sono ingabbiati da una burocrazia soffocante; se la responsabilità politica si disperde nei processi e nei ricorsi sulle rispettive competenze; se il momento in cui le decisioni politiche maturano è sconnesso dal momento in cui esse diventano efficaci; se non si rimuovono tali barriere, allora le economie declinano e la competizione arretra di fronte al capitalismo di relazione e diventa ostaggio della corruzione. Se non v’è dubbio che l’Italia sia una democrazia, altrettanto indubitabile è che nei decenni si è sedimentato un sistema confuso, dove il processo decisionale è divenuto lento, incoerente, non funzionale e nel quale gli eccessi della burocrazia sono stati alimentati dalla caoticità nella ripartizione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali. La produzione normativa disordinata, contraddittoria che ne è conseguita, è stata la inevitabile conseguenza della aleatorietà delle competenze concorrenti. La conseguenza cioè dall’ingenerarsi di un sistema normativo reso confuso e finanche conflittuale dall’intervento congiunto ma non coordinato delle regioni e dello Stato. Un sistema che ha prodotto un impatto negativo sulla crescita globale del paese, che ne ha pagato gli effetti degeneri e che ha provato la sua insostenibilità futura.

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