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SOCIALISMO E COMUNISMO, MARX E LENIN

24 Ottobre 1917 – 24 Ottobre 2017

i-lavori-forzatiNell’ottobre di 100 anni fa, dalla Russia, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue conquiste: la proprietà privata, la libertà individuale, la democrazia parlamentare, la laicità dello Stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un bagno di sangue, una élite di asceti leninisti proclamava di aver trovato il metodo per rovesciare con la violenza il capitalismo profetato dai classici del socialismo scientifico. Iniziava così la tragica epopea della Rivoluzione Socialista mondiale la cui sfolgorante ambizione era “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”. L’annuncio era esaltante. Per generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea “che la dissoluzione della società capitalistica fosse ormai imminente” e che “la creazione di una nuova forma di società, centrata sull’unico piano di produzione e di distribuzione, fosse ormai inevitabile”; erano stati educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe conclusa comunque con l’abbattimento dello Stato borghese e il trionfo del proletariato rivoluzionario. Tuttavia la maggioranza di loro convinti che la democrazia inborghese fosse un valore da difendere, non si riconobbe nel nuovo regime che i bolscevichi leninisti avevano cominciato a costruire. L’idea fondamentale dei bolscevichi era infatti fondata sul convincimento che la costruzione del comunismo esigesse l’instaurazione di una dittatura terroristica. “Terrore contro i controrivoluzionari. Guerra e morte ai ricchi, agli intellettuali borghesi. E alla chiesa ortodossa, sostegno spirituale delle classi reazionarie, confisca dei tesori con l’energia più selvaggia e impietosa”. Neanche dopo la fine della guerra civile, Lenin rinunciò allo sterminio di classe. “Dobbiamo tornare al terrore. Al terrore economico”. E coerentemente con la sua concezione della rivoluzione come istaurazione del terrore, nel maggio del 1922 fece redigere il nuovo codice penale nel quale fosse illustrata l’essenza, giustificato il terrore, definiti la sua necessità e i suoi limiti. E al compagno Stalin scrisse: “Noi purificheremo la Russia attraverso la <purga permanente>”. Quella purga che sarà il Grande Terrore e che con tremenda furia omicida si abbatterà su milioni di innocenti. Sarà la Grande Menzogna nascosta dietro “la dittatura del proletariato” e resa possibile dall’illimitato potere del Partito bolscevico. Tragedia immane! Eppure mentre il sadismo dei gesuiti del terrore si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo descriveva orgogliosamente la “gigantesca macchina attraverso la quale la Storia stava trasformando l’umanità”.
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LA INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI BERSANI

bersani
In un bel giorno del 2013, proprio il giorno in cui Bersani descriveva il M5s come argine alla deriva populista e nazionalista, i grillini ponevano in atto l’assalto squadrista al Parlamento. Alla Camera i loro deputati irrompevano nell’Ufficio di presidenza, facevano sospendere la seduta per protestare contro i vitalizi, mentre fuori i militanti arringati dai casti Dibba e Di Maio partecipavano alla manifestazione contro i privilegi della casta. La insostenibile leggerezza di Bersani, fu la insipienza vanitosa e irresponsabile della sua analisi politica. Secondo la quale “i 5S tengono in stand-by il sistema. Ma se alle prossime elezioni s’indebolissero, arriverebbe una robaccia di destra”. In questo senso l’analisi del padre ignobile del partito nato dalla scissione del Pd, coincise perfettamente con quella di Beppe Grillo: il M5s fu un argine al populismo, un presidio contro quella destra che avanzava nel mondo e nelle democrazie occidentali e che Bersani aveva definito “la mucca nel corridoio”.

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