di-maioLa sconfitta del PD, inoppugnabile e pesante (40.8% alle europee del 2014, 19.0% alle politiche 2018), è diffusamente attribuita a Renzi, ai suoi errori, al suo proporsi come leader, al suo essere Renzi. Renzi ha sbagliato. Renzi ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla sua persona. Renzi ha governato senza essere eletto. Sono i rilievi più frequenti. Forse tutto questo è vero. O forse pur essendo tutto vero, non è sufficiente a spiegare come in meno di 4 anni, la sconfitta sia stata così perentoria. Una sconfitta molto più simile al crollo di un muro che non a una caduta di qualche masso. E se di crollo è lecito parlare, allora è lecito affermare che gli errori di Renzi, per quanto gravi, per quanto vistosi, hanno creato delle fessure nel muro, hanno procurato qualche infiltrazione corrosiva, ma non il crollo. Renzi ha rappresentato il momento apicale di un processo di deterioramento del PCI iniziato 30 anni fa a Berlino. E come durante la Rivoluzione Francese Luigi XVI pagò sotto la ghigliottina non i suoi errori, ma tutti gli errori e le deficienze dei monarchi assoluti suoi avi, allo stesso modo Renzi ha pagato per errori suoi ma soprattutto per gli errori di quello che fu il Partito Comunista Italiano.

Il PCI, trisavolo del PD, aveva iniziato il suo inesorabile declino già con la caduta del Muro di Berlino e le dichiarazioni di indipendenza di tutti gli Stati a sovranità limitata sottoposti all’URSS. L’una e le altre posero la parola fine a una menzogna durata per oltre 70 anni. Orizzonte insuperabile dello spirito universale, avanguardia dell’avvenire del mondo, anticamera del compimento della Storia, il comunismo aveva occupato la scena del pianeta per 7 decenni. Un tempo troppo lungo per una avventura di furore e di sangue, un tempo troppo breve per una ambizione che mirava alla mutazione dell’uomo e del suo spirito. Il comunismo con le sue promesse di eternità lasciò solo il ricordo di un immenso incidente nel cuore del XX Secolo, che si chiuderà sulle sue ceneri e sancirà la vittoria della democrazia. Trascinando nella spaventosa caduta uno dei più grandi imperi del mondo, l’agonia e la morte del comunismo, sancirono la vittoria dell’Occidente liberale e su l’Oriente comunista e la fine della Guerra Fredda. La quale se non fu la fine della Storia, fu la fine di quel sudario di sangue che aveva avvolto generazioni di uomini. Fu la fine di una delle più ambiziose e criminali imprese della Storia, che lasciò al mondo meno regimi e più libertà democratiche.

Le ripercussioni di tali eventi sul PCI, si rivelarono allora e si confermarono poi reazioni di facciata. Pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, Achille Occhetto segretario del partito annunciò a Bologna grandi cambiamenti in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti. Fu la “Svolta della Bolognina” del novembre ’89, nella quale il leader del Partito propose di aprire un nuovo corso politico che preludeva al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana. Nel discorso con cui motivava il nuovo corso, apparve chiaro che i comunisti italiani con il crollo dell’URSS se avevano perso il loro modello non avevano perso la loro fede. Ancor più chiara apparve la ottusa visione di una classe dirigente che preferiva condividere la sconfitta di Marx, relitto residuale della Storia, piuttosto che la vittoria di chi per liberarsi da quel relitto aveva impiegato 70 anni. Si rinnovò così l’iniquo paradosso italiano. Mentre la caduta del Muro di Berlino aveva ridisegnato la geopolitica planetaria, in Italia l’unico effetto di tali accadimenti fu non lo scioglimento del PCI, ma solo una misera svolta in una direzione che allora nessuno capì e della quale in seguito nessuno parve dar peso. Solo nel febbraio del ’91 infatti il PCI si scioglierà per confluire nel neonato Partito Democratico della Sinistra: il PDS. I compagni della Bolognina rimasero sconcertati quando sentirono dire da Occhetto che il loro dio non era mai esistito, che non doveva essere più venerato, che occorrevano cambiamenti radicali nella organizzazione del partito e nelle sue visioni del mondo operaio e non. Ma i cambiamenti che Occhetto cercò di imprimere, erano così radicali da spingere Cossutta a vedere ormai nel PCI un partito «liberal-democratico». In effetti, si era incuneato il dubbio che il PCI potesse ritrovare linfa solo percorrendo strade inedite più a destra; strade utili a dar vita a un partito unico della sinistra italiana, il cui approdo sarebbe stato l’Internazionale Socialista. Per tali motivi e per la paura di rimanere sepolti in una formazione apparsa improvvisamente anacronistica, entro al PCI parve a molti necessario mettere la parola fine a quel modo di far politica, che aveva infervorato milioni di lavoratori. Tra costoro vi fu Napolitano, il quale sottolineò “che cambiare nome da PCI a PDS non bastava. Occorreva il superamento delle divisioni e di tutto quanto fosse storicamente vecchio e non più sostenibile nella sinistra”. Quanto al nome, Napolitano ritenne la dizione di Partito Democratico troppo generica, più facile da equivocare che non ad assicurare che il PCI avrebbe continuato ad avere la precisa connotazione di partito dei lavoratori; partito che non avrebbe abbandonato i suoi obiettivi storici, ma li avrebbe perseguiti con modi e metodi radicalmente rinnovati. Invero, la questione del nome era assai marginale. Ciò che dominava gli spiriti più aperti erano il sostanziale non senso di due partiti di sinistra e la maturata necessità di un ricongiungimento dei comunisti ai socialisti: assieme nell’Internazionale socialista, assieme all’opposizione in Italia. Ma il PSI era ancora fortemente legato alla DC e al governo e non nascondeva insofferenze verso i comunisti, verso la loro storia, verso la nuova stagione che avrebbero voluto avviare. Craxi spiegò che l’alternativa non era ancora possibile, perché in Italia non v’era ancora una maggioranza di forze progressiste, né numerica né politica. Dunque, allearsi con la DC era un passaggio obbligatorio. Craxi apprezzò le trasformazioni del PCI, ma riconoscendo che la sua risposta complessiva fosse del tutto deludente, espresse il convincimento che seppure non più partito dogmatico e chiuso, esso era e sarebbe rimasto e a lungo, un partito incerto e ambiguo. Alla sottile e ambigua chiusura di Craxi, fece riscontro la posizione più aperta del suo vice Claudio Martelli, il quale riconobbe la possibilità dell’unità a sinistra apprezzando nella giovane guardia comunista la disponibilità a cambiare nome al partito. Ma qualunque ne fosse il nome, per incastonarla nel perimetro della socialdemocrazia europea, la nuova formazione unitaria non avrebbe potuto avere alcuna connotazione diversa da una forza socialista riformista. Tuttavia, più delle parole socialiste, furono i fatti di piazza Tienanmen e i fatti dell’Est, del Partito Operaio Unificato in Polonia, del Partito Socialista Operaio in Ungheria, a spingere l’intera classe politica italiana a fare pressione sui comunisti affinché cambiassero nome e abbandonassero qualunque nostalgia per formule ormai sorpassate. Una pressione che trovava però ancora forti resistenze nel PCI. Claudio Petruccioli rigettò con orgoglio e fermezza, con parole vibranti e taglienti, l’ennesima richiesta di cambiare nome: “Il partito ungherese giunge dopo un lungo travaglio all’approdo della democrazia e del pluralismo. Il PCI è da gran tempo su questa sponda. I partiti dell’Est, per diventare credibili, devono tagliare i ponti con la loro storia. Il partito ungherese si è identificato col potere dello Stato, è stato il partito unico al governo, ha fondato e gestito un regime. Noi non siamo mai stati né un partito di regime né un partito di comando. La libertà nel nostro paese non l’abbiamo conculcata, ma l’abbiamo conquistata e difesa. Un partito deve cambiare nome quando sente di avere responsabilità insostenibili verso il proprio paese. E noi? Noi di cosa dovremmo vergognarci di fronte al popolo italiano?” Contro il cambio di nome e di strategie, il dibattito fu assai serrato e convulso. Un deputato genovese, dopo trent’anni di militanza nel partito, lo abbandonò affermando: «Mi sono sentito defraudato del mio lavoro, dei trent’anni di vita dedicati al partito: e me ne sono andato». La svolta di Occhetto restava dunque solitaria e avversata. In una successione di incontri senza sbocchi, la Direzione rimandò ogni decisione al Comitato Centrale. Ma questo, incapace di deliberare dilaniato com’era da opinioni distantissime tra chi come Napolitano vedeva nel nuovo partito l’occasione storica per andare verso un matrimonio col PSI e chi come D’Alema vedeva l’occasione per continuare con maggiore linfa un forte braccio di ferro a sinistra col PSI, convocò un Congresso straordinario.

pciL’ultimo congresso del PCI (il XX) si aprì a gennaio del ‘91 a Rimini. La mozione di Occhetto, appoggiata da Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino, risultò vincente. Il 3 febbraio nacque il PDS, avente come simbolo una quercia e alla base del suo tronco la falce e il martello. Ma alla mozione del segretario si oppose il “Fronte del No”, capeggiato dai filo-sovietici Armando Cossutta e Fausto Bertinotti. I due decisero di non aderire al nuovo partito, e di dare vita ad una formazione politica nuova, che mantenesse nome e simbolo del PCI. Da quel XX Congresso cominciò la gestazione del partito di Rifondazione Comunista, che nacque formalmente nel dicembre 1991. Ancora una volta dopo la prima scissione dei socialisti nel Congresso del 1921, nel partito di sinistra si consumava una ulteriore scissione. E non sarà l’ultima!

Le elezioni del ’94 sembravano dover segnare la vittoria scontata della coalizione “progressista”, ma l’esordio in politica di Silvio Berlusconi e del suo partito Forza Italia decretò la disfatta del blocco di centro-sinistra, che accelerò il processo di mutazione della forza post-comunista verso posizioni più liberiste: il governo Prodi, sorto nel ’96, inaugurò infatti un’imponente opera di privatizzazione delle industrie italiane a partecipazione statale. Nel frattempo, il PDS era diventato DS, componente maggioritaria dell’aggregazione prodiana dell’Ulivo. Cancellati dal simbolo la falce e martello, rimossi anche come cimelio storico, si dava un addio definitivo alla tradizione comunista. In politica estera proseguiva invece l’americanizzazione del partito, che culminò con la guerra alla Serbia nel ’99, quando il governo D’Alema concesse l’uso della base di Aviano alla NATO. Con il nuovo millennio si aprì attorno ai DS un dibattito circa la formazione di un ulteriore partito che avrebbe dovuto riunire tutto il centro-sinistra, con l’esclusione di Rifondazione. Così, nel 2007, nacque il Partito Democratico, formato dall’unificazione dei DS e della Margherita con segretario Walter Veltroni. Se il compito del PDS-DS era stato quello di chiudere definitivamente la stagione comunista, quello del PD fu di chiudere con la sinistra e dare origine a un partito totalmente americanizzato del cui omologo riprendeva anche il nome. Ma nonostante gli entusiasmi iniziali, il PD veltroniano al suo esordio elettorale venne sconfitto dal solito Berlusconi. La guida di Veltroni, la sua visione di un partito maggioritario più lontana dalla “sinistra radicale” e più vicina al centro-destra, non convinsero gli elettori che lo abbandonarono. Le primarie del 2009 lanciarono alla guida Bersani, la cui direzione debole, poco incisiva e soprattutto incapace di cogliere le nuove stratificazioni sociali e le nuove istanze, parve improntata al pallido tentativo di riagganciare almeno in parte l’elettorato di sinistra deluso e insofferente. Parve essere orientata a conservare un partito organizzato e strutturato secondo una tradizione che la Storia, e non solo italiana, aveva sontuosamente bocciata. Parve, ma non fu, un ritorno al passato. Ceco, inetto, colmo di nostalgica retorica, Bersani proseguì imperterrito lungo la strada intrapresa. Tradendo le attese di molti suoi elettori, dopo aver cantato vittoria per la fine del governo di Berlusconi, con Berlusconi accettò di sostenere il governo Monti. Il PD apparve improvvisamente l’avanguardia dell’austerità e del neoliberismo. Una infelice apparizione che deluse la sinistra e non convinse la destra. Barcollante, imbelle, debole e di fatto perdente, Bersani diede al meglio il suo peggio nello streaming con cui questuò a Vito Crimi e Roberta Lombardi del neo eletto M5S il soccorso per un governo. Fu sbeffeggiato, fu deriso, fu umiliato. Tanta improntitudine portò a fallimenti su fallimenti. Fallì nel fare eleggere Franco Marini quale Capo dello Stato, fallì quando propose per lo stesso ruolo Romano Prodi, fallì al punto da chiedere a Napolitano la disponibilità per un terzo mandato. Fallì nella formazione di un governo da lui stesso presieduto. Successivamente alla transizione di Enrico Letta fu cacciato dalla segreteria grazie alle primarie del 2014 che consegnarono a Renzi lo scettro del PD e lo scettro del Governo, il quale grazie all’insulso Statuto del PD (Art.3 sub1) per la prima volta si trovò nelle mani di un non eletto. Renzi segnò una nuova mutazione. Dopo aver abbandonato qualsiasi contatto, anche solo retorico e simbolico, con la tradizione di sinistra, nel PD venivano meno anche le velleità bersaniane e si affermava sempre più il nuovo concetto di partito “liquido”. Un partito di pochi iscritti, di grande presenza pubblicitaria su tutti i media (con particolare attenzione per la rete), linguaggio “pop” e nessun meccanismo automatico di selezione della classe dirigente. Questa tendenza, già comparsa sin dalla nascita del PD, venne consacrata definitivamente da Renzi, che ne fece la base della propria direzione. Inoltre, qualsiasi contrapposizione, anche solo simbolica, rispetto alla destra veniva definitivamente abolita. Il Patto del Nazareno e la composizione del governo renziano con elementi del centro-destra, sancirono tale visione innovativa della politica di sinistra. Il PD risultò l’esempio più calzante di partito post-moderno, il cui scopo era non la fede a una ideologia ma la trasformazione radicale della società. Di “vecchio” rimase, forse, l’attaccamento nostalgico alla Storia del PCI di una parte della “base”, di quegli elettori, sporadici reperti archeologici, che continuavano con religiosa rassegnazione a dare il loro consenso passivo per una sorta di “inerzia”, ma che ancora, ricordavano come un sogno bellissimo, come periodo aureo e spumeggiante di certezze, le bandiere rosse, la falce e il martello, i testi di Marx e Gramsci. Un bagaglio di ricordi e attese, di impegni e speranze, di cui Renzi non aveva né nostalgia né fiducia. Egli colse invece con una chiaroveggenza lucida e coraggiosa la distonia tra l’essere del PD e le mutazioni sostanziali della società italiana. Se questa era mutata radicalmente nella struttura delle stratificazioni sociali, nei nuovi problemi e nuove esigenze, nei nuovi rapporti internazionali con la nascita della UE, nei problemi immensi e deleteri che l’adesione all’euro aveva generato, nella inadeguatezza della Costituzione e dell’equilibrio di poteri da essa sancito e garantito, e nella necessità di una sostanziale revisione della stessa e dei meccanismi elettorali necessari a garantire non solo la rappresentatività, ma la governabilità del Paese, il PD era rimasto immutato nelle strutture organizzative, nei programmi, nei mezzi di comunicazione, nei metodi di acquisizione del consenso. Per rimuovere tale distonia il suo discorso della Fiducia al Senato, fu assai eloquente. Con linguaggio asciutto e con insolito vigore, disse: “…noi abbiamo accelerato e deciso di cambiare l’impostazione del Governo nelle forze politiche che lo sostengono perché pensiamo che fuori di qui ci sia un’Italia viva, brillante e curiosa; un’Italia che, nell’aspettarci fuori da questi Palazzi, si vuole bene e tiene a presentarsi bene. Un’Italia che non ci segue perché è avanti a noi. E siamo noi a doverla rincorrere e doverla recuperare. È l’Italia che forse è stanca di aspettarci, e vi proponiamo, come Governo, di fare di tutto per raggiungerla attraverso un pacchetto di riforme legate alle politiche sul lavoro, sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sulla giustizia. Politiche che mettano al centro il valore della scuola, ma che partano naturalmente dalle riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali.” Fu per realizzare tutte queste riforme, radicali e urgenti, che aveva sottoscrisse il Patto del Nazareno con Berlusconi nel gennaio 2014 con gli obiettivi di procedere a una serie di riforme fra cui la trasformazione del Senato in “Camera delle autonomie” e l’approvazione di una nuova legge elettorale. Purtroppo, al di là della adesione formale alle dichiarazioni programmatiche, all’interno del PD iniziarono a emergere divergenze sulla figura e sull’opera di Renzi. Alcuni ripresero l’ossessivo pensiero che non aveva alcun senso la politica senza alcuna ideologia. Altri contestarono il Patto del Nazareno, con quella destra rappresentata da una figura tanto abbietta e tanto avversa come Berlusconi. Cominciò a profilarsi una nuova diaspora a sinistra, in cui confluivano vecchi arnesi come Bersani, D’Alema, e giovani tumultuosi e ambiziosi come Pippo Civati, Stefano Fassina, ed altri in cerca di autore. Ancora una volta un groviglio di opinioni e proposte, che aggravavano la già precaria posizione del governo inquinato da voti e ministri transfughi della destra. Si profilava una nuova scissione che Renzi voleva evitare per non compromettere l’intera impalcatura del suo programma. Una scissione che evitò nel gennaio del 2014, quando il parlamento fu chiamato a eleggere il nuovo Capo dello Stato. Berlusconi avrebbe voluto eleggere Giuliano Amato, uomo assai navigato nelle acque tumultuose e non sempre limpide della politica, ma uomo sempre di consumata esperienza parlamentare e istituzionale. Renzi, e la sinistra, preferivano Sergio Mattarella, che nel suo curriculum poteva vantare solo la morte del fratello Sante ad opera della mafia, e la legge elettorale che da lui aveva preso il nome di Mattarellum. Altro non aveva e altro forse non meritava. Renzi si trovò allora di fronte a una scelta: far votare Amato con la inevitabile scissione a sinistra, o far votare Mattarella rompendo il patto del Nazareno. Scelse di non dividere il partito. Fu una scelta che apparve saggia, che aveva salvato l’unità del partito, allontanato la destra libertina, truffaldina di Berlusconi, e portato al Quirinale un uomo mite, segnato da un lutto famigliare immenso, ed estraneo alle lotte del potere e degli inganni. Ma fu quella scelta, fatta per evitare l’endemica patologia della sinistra di non saper essere unita, che diede inizio al suo declino. Berlusconi denunciò infatti la inaffidabilità del giovane primo ministro. Alla sua sinistra Bersani e D’Alema continuarono a contestarlo per alcune scelte che loro non avevano gradito, come l’imbarco nel governo di esuli di Forza Italia, quali Alfano elevato al ruolo di ministro degli interni, e soprattutto la nomina di Federica Mogherini quale Ministro degli Esteri dell’UE, ruolo che era stato coperto da D’Alema. D’Alema non perdonò mai tale affronto e maturò nei confronti di chi lo aveva escluso una avversione totale e definitiva. Una avversione perniciosa, odiosa e insanabile che ispirò tutta la sua azione nella costruzione di una opposizione all’ultimo sangue contro Renzi. Il quale si rese conto anche di questo in occasione del referendum costituzionale, nel dicembre 2016. Quel referendum non fu voluto da lui, ma imposto dalla Costituzione (Art. 138) essendo stata votata la legge di riforma non a maggioranza qualificata (2/3 dei componenti le Camere), ma solo a maggioranza assoluta. La campagna referendaria fu improntata tuttavia a una specie di referendum sulla figura del primo ministro. Il testo fu ritenuto assai complesso per essere compreso dalla maggioranza degli italiani, mentre molti passaggi, quali la soppressione del CNEL e la riduzione del numero di senatori, fu ritenuta lesiva dei diritti degli interessati che pur senza esprimersi, espressero il loro dissenso votando NO. Ma non sarebbero bastati i NO di costoro, se non vi fosse stata la opposizione di Berlusconi a seguito della rottura del Patto del Nazareno, il NO apriori del M5S, il NO della Lega Nord, e soprattutto il NO della astiosa minoranza del PD, capitanata da Bersani e D’Alema. Renzi si dimise da capo del governo come aveva promesso in caso di sconfitta, ma non abbandonò la politica come invece aveva anche promesso. E lo fece non per slealtà o tradimento di una promessa. Lo fece per dar voce ai tanti militanti e sostenitori che lo invocarono a restare a guidare il partito. Lui ne volle conferma, e il 30 aprile del 2017 alle primarie per la segreteria raccolse  ca. 2 mln di voti, ca. il 70% dei voti espressi, contro i suoi avversari, quale il suo ministro della giustizia, l’imbelle Andrea Orlando e il pingue Michele Emiliano, governatore della Puglia. Fu un successo notevole, che se rafforzò la posizione di Renzi in previsione della campagna elettorale del 2018, rafforzò anche il convincimento dei suoi avversari interni, che per loro nel PD non v’era spazio. Mai le loro idee avrebbero trovato un sostegno, mai la loro visione della società italiana, mai il loro concetto stesso di sviluppo, avrebbero trovato attuazione nelle scelte del segretario. Ne conseguì in costoro la convinzione che la scissione e la fondazione di una nuova formazione politica a sinistra, fosse la scelta più saggia e più feconda. E così fu. Nel dicembre 2017 il presidente del Senato Pietro Grasso sul palco di un albergo romano, tra vele di colore giallo, blu e rosso, annunciò che v’era una nuova proposta. Nasceva Liberi e Uguali, una ulteriore formazione di sinistra in cui confluivano i bersaniani del Movimento democratico progressista-Articolo Uno, già usciti dal PD dopo aver votato Mattarella, Sinistra Italiana che rappresentava l’anima non sepolta di SEL, il partito di Vendola, che aveva espresso grazie alla docile imbecillità di Bersani il Presidente della Camera Laura Boldrini, e Possibile formazione del novello Pippo Civati che male aveva accolto l’aver perduto le primarie contro Renzi nel dicembre 2013.

Quale senso avessero tante formazioni di sinistra, quali fossero le linee di demarcazione, quali fossero le diversità di programmi e di idee, non fu chiaro a nessuno. Tutti invece capirono che la sinistra arguiva, operava e scioperava non mirando ai gravi problemi del Paese, ma al personale tornaconto. Ancora una volta il popolo italiano rimase stordito dalla litigiosità inconcludente della sinistra nella sua totalità, accolse con sollievo la proposta truffaldina del M5S del reddito di cittadinanza, credettero nella favola della loro onestà, delle loro promesse di democrazia diretta, di riduzione del costo della politica, e si affidò alle cure di un analfabeta, inidoneo a tutto, financo alla gestione della sua immagine e dei conti della sua formazione. Apparve che costui avrebbe vinto e per non restare ai margini dei favori e degli appalti, tutte le organizzazioni malavitose, la mafia, la camorra, la ndrangheta, da lupi che erano, divennero agnelli candidi, immacolati. Finirono per incanto i picciotti di vita e malavita che anni addietro avevano offerto a piene mani, clientele e voti di scambio. Furono santificati i boss che anni addietro, erano partiti in massa verso Arcore ansiosi di stringere col Cavalier Nero patti scellerati di mutuo soccorso per progettare e attuare nefandezze, pur di fermare il radioso cammino delle masse popolari verso il glorioso partito di Occhetto!

Nella scissione del PD, ennesima prova di una unità mai sostanziale, ma solo interessata a raccogliere il maggior consenso elettorale,  c’entravano i personalismi, c’entrava la differenza di linguaggi, c’entrava la sconfitta al referendum, c’entrava la legge elettorale. C’entrava il fatto che ciascun politico tende sempre a rimanere fedele agli ideali di gioventù. Tuttavia, per comprenderne appieno le ragioni, occorre chiedersi: Il liberismo è di sinistra? È di sinistra combattere la povertà e non la ricchezza, è di sinistra ridurre la diseguaglianza con maggiore apertura ai mercati, è di sinistra far emergere l’evasione fiscale e abbassare le tasse, è di sinistra rendere i contratti più flessibili, combattere le rendite di posizione liberalizzando la concorrenza e promuovendo la competizione tra i soggetti di mercato, è di sinistra accrescere la produttività e rendere le aziende più efficienti? Trovò ampio consenso l’idea che il “liberismo è di sinistra” fosse stata alla base dell’ascesa alla guida del PD di Renzi, quale possibile vaccino contro l’immobilismo anti riformista del PD, sotto l’infausta guida di Bersani. La storia moderna prova come il mondo progressista abbia più bisogno di una rivoluzione riformista che non di una rivoluzione socialista, e liberarsi definitivamente dalle catene del post comunismo era l’ultimo e più promettente sforzo per adeguare lo Stato alla Società, cogliendone sogni e bisogni. Il passaggio non era semplice e il contesto politico in parte impreparato, in larghissima parte stanco e rabbioso contro un partito che in 5 anni aveva risolto ben poco dei tantissimi problemi, evidenziando più il volto della litigiosità meschina e rancorosa, che non il volto laborioso e volenteroso di una squadra di governo abile e responsabile. Abile nel creare attorno al polo della crescita e della produttività un consenso ampio, responsabile nell’affrontare e risolvere problemi non più procrastinabili: sburocratizzare, detassare, rendere efficiente, liberalizzare l’Italia, smontarne le rendite. Si trattava di una sfida difficile ma non impossibile. Per evitare l’avvento di un governo di cialtroni a 5 stelle e lepenisti padani, occorreva che la sinistra riformista di Renzi provasse di essersi liberata dalle sue catene comuniste e postcomuniste. Tuttavia, al popolo sovrano di un grande paese che non merita stagnazione, disoccupazione, bassa produttività, assistenzialismo, statalismo, dirigismo, solidarismo, bassa mobilità sociale e generazionale, non è giunto il messaggio di una sinistra non più socialista ma riformista. E quel popolo si è fatto sedurre da un populismo cialtrone e insultante, democratico nel lessico, fascista o sfascista nella sostanza.

Così, incapace di aprire se non i cuori almeno la testa, ha permesso che fallisse il tentativo di Renzi, generoso e folle, di sollevare il Paese dalla sua culla plumbea che sa di tomba. E lo ha sonoramente abbandonato.

 

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