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Monthly ArchivesMonthly Archives: maggio 2018

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M5S, LEGA E L’ALIBI DEL VOTO POPOLARE

salviniMA IL POPOLO SOVRANO HA SEMPRE RAGIONE?

L’art.1 della Costituzione sancisce che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Nella tragicommedia messa in scena da oltre due mesi, con l’incalzante richiamo agli 11 milioni di elettori che hanno votato M5S, a fronte del tripudio di veti conseguenti a tali voti, alla stanchezza di un paese che chiede un governo, a un Presidente della Repubblica che ricorda le prerogative riconosciutegli dalla stessa Costituzione, al grido di dolore di chi sente nelle parole di Mattarella tristi rintocchi di una democrazia agonizzante, è lecito chiedersi se un popolo sovrano ha sempre ragione nel modo con cui esercita tale sua sovranità. Nella recente Storia d’Italia, vi è un tetro e tragico esempio del come la sovranità del Popolo possa essere esercitata in modo da generare involuzioni nefaste e dolorosamente distruttive.

Nel 1924, dopo le inutili elezioni del ’21 che non avevano permesso di individuare né vincitori né vinti, furono tenute nuove elezioni con una nuova legge elettorale: la legge Acerbo. Legge che modificava il sistema proporzionale in vigore, riconoscendo un premio di maggioranza al partito che risultasse avere la maggioranza relativa oltre la soglia del 25%. La formazione politica che si aggiudicò il premio di maggioranza, fu il Listone nel quale erano confluiti oltre al PNF guidato da Mussolini, esponenti liberali e democratici tra cui Orlando Salandra, De Nicola. Furono queste le elezioni dell’aprile 1924, contro cui Giacomo Matteotti, petulante militante socialista, già espulso nel 1922 dal PSI con Filippo Turati, e segretario del nuovo Partito Socialista Unitario da lui fondato, si scagliò con un veemente discorso il 30 maggio, denunciando violenze e brogli, complice involontario il partito comunista.

Renzo De Felice che ha definito “assurda” l’interpretazione di questo discorso. Matteotti non mirava a invalidare il voto, ma a costruire una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo. Una opposizione intransigente che aveva per altro già espresso in una lettera a Turati prima delle elezioni.

Il popolo, nella sua sovranità e nella sua ignoranza, si era dunque espresso a favore del fascismo. Di Mussolini, dei suoi propositi, ignorava tutto. Era stanco e deluso. Stanco delle sommosse, dei tumulti inconcludenti, delle risse interne al Partito Socialista dalle cui viscere nel 1921 a Livorno era venuto alla luce il Partito Comunista Italiano e che nel ’22 aveva anche espulso Matteotti. Quel popolo di reduci, di operai mandati nella fornace della “inutile strage” della I Guerra Mondiale, attendeva solo il riconoscimento del proprio sacrificio e il ritorno alla situazione economica e sociale, che aveva dominato il periodo prebellico. Ma fu tradito. Non colse il progetto di Mussolini, non ebbe alcun sentore della imminente dittatura, e nella sua sovranità indiscussa si gettò nelle braccia nefaste del fascismo.

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“Haec Est Civitas Mea”

La Chiesa ai tempi delle purghe staliniane

glazunov-le-purgheChiusa a Roma la rassegna storica dell’Accademia di pittura russa “Haec Est Civitas Mea”, ecco uno dei quadri in esposizione di I.S. Glazunov, somma sintesi della dolente situazione della Chiesa russa durante le purghe staliniane.

Il complesso dipinto è la sofferente ironia di quel tetro periodo in cui Stalin dal 1934 al 1938, impose la vasta repressione per “purgare” il PCUS da presunti cospiratori. Stalin è la figura centrale, quasi immagine sacra su di una edicola di immagini sacre. La blasfema sacralità è ripresa dalla struttura a tempio con timpano e colonne della edicola, dal campanile e dalla cupola in secondo piano. Stalin è rappresentato quale divinità che si eleva sulle sofferenze del popolo, di cui si occupa la tetra figura in nero al centro del quadro. In quel periodo la Chiesa fu umiliata come mostrato dal vecchio caduto col volto sulle icone, fondamento di vita e di fede. I conventi furono violati come esemplificato nella suora scarmigliata con in petto ancora un crocifisso. I credenti agiati, evidenti nella parte destra del dipinto, furono costretti alla povertà e vessati, mentre i poveri sulla sinistra furono perseguitati fino alla disperazione. E nella disperazione ostentano solo una ricchezza: il Crocifisso sul petto. Quel periodo tragico condannò a morte milioni di russi, ma non poté privarli dei sentimenti sacri e intimi come il senso di maternità splendidamente esemplificato dalla mamma col bimbo in braccio e l’affetto per gli animali espresso dal vecchio col bastone e il suo cane. Le sacre immagini delle icone vengono sostituite da torvi volti di aguzzini che incorniciano essi stessi il loro volto, quali nuove divinità del potere. Ma tra tanta miseria e morte, si elevano in primo piano due alberi. Gli alberi nel rinnovellarsi delle radici e delle foglie ingiallite esprimono la speranza della rigenerazione. Della rinascita. Tutto il quadro è la splendida esaltazione della certezza della vittoria della Speranza sulla tetra realtà del socialismo sovietico. Su quel socialismo che avrebbe dovuto abbattere ogni totalitarismo, che avrebbe dovuto assicurare uguaglianza, prosperità e benessere, e che invece generò terrore e morti.

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LO SCONSOLATO SERMONE DI DI MAIO

di-maiodi-maioRibadire quanto di immensa ambizione, smoderata vanità, povertà di intelletto, scellerato esibizionismo, si è detto di Di Maio, non ha ormai alcun senso. Quanti lo hanno bocciato alle elezioni politiche, e ne hanno ribadito il declino in Molise e Friuli, hanno ampiamente colto la dimensione della tempestosa tragicommedia che si è abbattuta sull’Italia e che passerà come è passata la sciagurata IdV, passerà come ogni tempesta. Passerà dopo aver creato danni immensi, ma passerà. Ciò che invece è necessario esplorare e capire sono i fondamenti giuridici, la validità nell’ambito delle norme e forme della nostra democrazia rappresentativa, del conclamato “contratto di programma” con cui Di Maio si ostina a invitare forse politiche avverse per dare inizio a quella che con immutato orgoglio chiama Terza Repubblica. Tale contratto di programma, redatto dal comitato scientifico presieduto da Giacinto della Cananea, è costituito dai seguenti 10 punti: 1) Costruire un futuro per i giovani e le famiglie 2) Contrastare la povertà e la disoccupazione; 3) Ridurre gli squilibri territoriali; 4) Sicurezza e giustizia per tutti; 5) Difendere e rafforzare il SSN; 6) Proteggere le imprese, incoraggiare l’innovazione; 7) Per un nuovo rapporto tra cittadini e fisco; 8) Un paese da ricostruire: investire nelle infrastrutture; 9) Proteggere dai rischi, salvaguardare l’ambiente; 10) Per una amministrazione efficiente e trasparente: tagli agli sprechi. Read more »

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