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L’ELISIR D’AMORE – LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA

 

LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA IN UNA EDIZIONE DELL’OPERA

MACCHIATA DA UNA REGIA SPIAGGIATA

Sul luminoso ponte che collega i perfetti modelli del Barbiere di Siviglia, opera buffa, e di Falstaff, commedia in musica, L’Elisir d’Amore, capolavoro di ironia, eleganza e leggerezza, si colloca quale virata fondamentale del “melodramma giocoso”. Non più trame derivate dalla Storia o dalla letteratura, ambientate in mondi spesso immaginati sul crinale dell’ignoto e del mistero, ma trame derivate dalla osservazione del mondo campestre, dal mondo di mietitori e mietitrici, ricco di personaggi autentici, ripresi dalla vita reale che acquistano dignità di uomini capaci di amare e soffrire, gioire e ingannare, sperare e disperarsi. Allo stesso modo non più musica occasione di virtuosismi vocali, ma musica che descrive ambienti e stati d’animo, ansie e pene d’amore, corteggiamenti vanitosi e furbeschi espedienti per sopravvivere. Una musica eterna come eterno è l’amore, eterne le pene nel vederlo non corrisposto, eterna la gioia di ritrovarlo e ritrovarsi nell’elegia della reciproca dichiarazione di dedizione senza fine. Una musica che illumina le sfumature di una variopinta umanità di personaggi grotteschi, ciarlatani, istrioni nel linguaggio e nell’inganno, e personaggi di una semplicità illetterata e tonta ma ricchi di umanità sognante e sofferente per una passione frustrata. Personaggi furbescamente civettuoli ma intimamente vulnerabili alla gelosia, vibranti al nostalgico richiamo del suono di fanfare, degli affetti domestici, del suolo natio, ove non v’ha destin sì rio che cangiar non si possa un dì. Una musica che dà vita al luminoso paesaggio campestre ove allegre villanelle vivono segretamente le loro tenui pulsioni nell’ascolto del mito di Tristano e Isotta: mito che dà sostanza e speranza alle loro attese di improbabili affetti.

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ESSERE DI FRONTE ALLA TRAGEDIA DEGLI EMIGRANTI

 

migranti-2Vorrei tentare una lettura non polemica né politica e nemmeno storica della vicenda degli emigranti che divide gli italiani e inquina potentemente l’azione di altri governi interessati. Forse riusciremmo a superare il carico di odio in tema di politica delle navi ferme in mare aperto, e porti e frontiere chiusi, se riuscissimo a vedere quegli eventi con gli occhi della tragedia, nel senso di lamentazioni funeree sul destino di genti senza colpa né difese. Si è, infatti, di fronte a una tragedia che valica le volontà umane, le usa, le conduce a comportamenti dimentichi di ogni aspetto che possa dirsi umano. Una tragedia che non travolge solo i protagonisti ma investe i popoli, perché è la causa scatenante di una lotta fratricida, di vicini contro vicini, di amici di ieri che si scoprono oggi delatori, nemici mortali. Eppure, da bambini si viveva da fratelli, si giocava assieme. Spegniamo il sonoro delle passioni e delle ragioni, cerchiamo di scorgere nel silenzio quel cambio di scena che è la nascita della tragedia su ignare teste di uomini, donne e bimbi, che indossano salvagenti, si imbarcano su scialuppe e vanno incontro alla sorte o alla morte. Quando si sarà in grado di tradurre questa tragedia in un rito d’espiazione, si sarà forse vicini alla catarsi.

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