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SALVINI-DI MAIO-CONTE – LA SOVRANA TROIKA NOSTRANA

  • Risultato immagine per DI MAIO CONTE SALVINI

E ORA?
Occorre riconoscere che la Costituzione italiana garante di una democrazia fondata sui partiti, redatta in un tempo assai lontano nel quale la stratificazione della società, il grado di alfabetizzazione, il numero di abitanti, la presenza di etnie esterne, le diseguaglianze tra regione e regione, erano assi differenti da quelli attuali, ha provato la sua inidoneità a gestire il nuovo ed è degenerata nella deriva di una Costituzione fondamento di uno Stato rivelatosi gravemente infermo. Uno Stato dal sistema politico-istituzionale frammentato, lordo di governi deboli, incapaci di governare, causa e fonte della consociazione partitocratica che unita alla sua perversione di attore dell’economia, ha provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, dato i natali a una pubblica amministrazione inefficiente, a corporazioni iperprotette e a sacche di privilegio. Uno Stato entro cui è venuto affermandosi un rapporto tra politica e classi dirigenti, secondo cui la classe politica è divenuta, ed è stata percepita, come la ragione prima di ogni problema nazionale. La magistratura si è elevata al ruolo di sua Grande Inquisizione e la grande stampa della lotta contro di essa, ne ha fatto un fatto quotidiano. I cambi di maggioranza non sono stati più narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Il sistema politico-istituzionale è finito per essere rappresentato come malsano esempio di democrazia populista e illiberale.

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ORIGINI DEL POPULISMO PENTASTELLATO

IL POPULISMO PENTASTELLATO EFFETTO DELLA MANCATA RIFORMA COSTITUZIONALE

referendumNella grande tempesta che attanaglia il Paese, colpa anche della provata inattitudine del governo dei dioscuri, è lecito chiedersi dove siano finiti quei “puristi” della Costituzione che chiassosamente nel 2016 si opposero alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, accusata di “svolta autoritaria”. Oggi quegli esimi puristi, giuristi, uomini dello Stato, sindacati, magistrati, intellettuali, scrittori, attori, registi, tassisti, tacciono senza vergogna di fronte alle minacce di rottamazione del Parlamento, di aggressione al Capo dello Stato gridate con torbido totalitarismo dagli eroici pentastellati. Forse quei puristi percepirono Renzi come un nemico e percepiscono il M5s come amico. Perché una porzione così maggioritaria di intellettuali e non, che ha considerato Renzi un nemico, oggi non avverte la minaccia grillina? Forse perché per la prima volta nella storia della Repubblica, Renzi aveva adottato un approccio nuovo e imprevedibile nel rapporto con le classi dirigenti. Aveva accantonato quello schema consociativo per il quale chi raggiunge le stanze del potere blandisce i poteri esistenti e li associa alla nuova leadership. Con la “rottamazione” l’uomo mise in discussione decenni di abitudini consolidate: non convocò i caminetti, non si piegò alle oligarchie di partito e di palazzo, non si curò dell’opinione degli intellettuali di regime, non si appoggiò al variegato mondo delle corporazioni incastonate negli apparati dello stato e delle grandi organizzazioni consociate, non celebrò i riti conformisti tanto cari alla sinistra tradizionale. Questo modo di procedere fu percepito come atto di lesa maestà, come aggressione. Questa spiegazione forse troppo ‘umana’, rappresenta in verità una molla dei comportamenti, cruciale perché scalfisce il posto che nella comunità ciascuno detiene e al quale non è disposto a rinunciare. Ma c’è una seconda possibile risposta anche più profonda, la quale risiede in ciò che potrebbero definirsi il populismo e la democrazia illiberale delle classi dirigenti italiane. Da Tangentopoli in poi si è infatti affermato uno schema nel rapporto tra politica e classi dirigenti. La politica è diventata sempre più il capro espiatorio di qualsiasi problema nazionale. La magistratura ha vissuto sempre più il proprio ruolo come Grande Inquisizione contro la classe politica corrotta, mentre la grande stampa ha fatto proprio il metodo della lotta contro la casta. I cambi di maggioranza non sono stati vissuti e narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti epocali nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Non può certo negarsi che la politica abbia contribuito a creare questo clima. Ma, di fatto, sul sistema politico-istituzionale è stata costruita una rappresentazione malsana di evidente impronta populista. Il M5s ha rappresentato la freccia all’arco del movimento populista che ne è scaturito diffondendosi e radicandosi ovunque: nel sindacato, nella magistratura, nei media, negli apparati dello Stato. Esso è diventato una sorta di vindice contro i soprusi del potere, interprete di un vento moralista e giustizialista così forte nel quale anche il populismo delle classi dirigenti si è riconosciuto. Il grillismo ha dato l’illusione di un mare tempestoso ma democratico ispirato alla Costituzione aggredita dai presunti soprusi del renzismo. In quel mare sono confluiti anche rivoli delle subculture storiche italiane, comunismo liberismo cattolico inquinati dai loro detriti illiberali e moralisti e il movimento rivoluzionario democratico è apparso incarnare il revanscismo dei puristi della Costituzione, capace di sconfiggere ogni conflitto di interpretazione della stessa. Forse è questo il motivo più profondo che ha portato i puristi della Costituzione alla protesta veemente contro la riforma del Pd e che li porta a tacere oggi. Ma sono purtroppo tali puristi quelli che esprimono una interpretazione ‘sovranista’ della Carta fondamentale. Nella loro idea, la Costituzione è la garante di una democrazia proporzionalistica e consociativa fondata sui partiti e il fondamento di uno Stato omnipervasivo e dirigista titolare di tutti gli strumenti necessari per il perseguimento di obiettivi di uguaglianza socioeconomica. Negli anni però questo modello interpretativo si è rivelato inefficace, perché, da un lato, ha prodotto un sistema politico-istituzionale frammentato e governi deboli, incapaci di governare; dall’altro, la consociazione partitocratica unita alla perversione di uno Stato attore dell’economia hanno provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, la moltiplicazione del lavoro pubblico inefficiente, l’alimentazione di rendite di posizione, corporazioni iperprotette e sacche di privilegio. Tutto ciò nel quadro di una sovranità nazionale e statale ideale che nel tempo si è via via ridimensionata grazie alla progressiva importanza assunta sul piano comunitario dalle istituzioni europee. Così il proposito di continuare a mantenere un sistema politico-istituzionale debole e uno statalismo dirigista ma sostanzialmente inefficiente, senza avere più la capacità e le risorse per farlo, ha permesso la costruzione di un colosso d’argilla che sapendo di non poter più promettere posti di lavoro statali promette fasulli redditi di cittadinanza e pensioni. Per essere europeista e liberale contro i sovranisti della Costituzione, l’Italia avrebbe dovuto adeguarsi al resto d’Europa con una riforma costituzionale capace di superare i vecchi vizi, garantendo maggiore rapidità di decisione ed efficacia dei risultati, liberando energie e risorse per superare il fardello di uno Stato burocratico. Hanno prevalso, viceversa, i puristi della conservazione, i puristi della Costituzione, pur restando la gran parte di essi molto meno sensibile alla dimensione europea della sovranità costituzionale. E, insofferente nei confronti dell’obbligo europeo di pareggio di bilancio, non si strappa le vesti nei casi di aumento della spesa e del debito pubblico a danno dei risparmiatori, non esprime una particolare sensibilità verso l’allargamento della sovranità europea, ma esprime l’idea di uno stato nazionale tradizionale che mirando al raggiungimento di risultati ispirati all’egualitarismo tramite gli strumenti della mano pubblica, mostra insofferenza nei confronti dei vincoli europei. Vincoli equivalenti a imperative norme costituzionali. Su questo pericoloso crinale che separa il sovranismo vetero-costituzionale dal liberalismo neo-europeo si giocherà il dibattito italiano in vista delle elezioni europee.

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