DI FUOCO E DI VENTO ELEONORA DUSE L’IMAGINIFICA

duseStrepitoso, imperioso, maestoso ritorno di DANIELA MUSINI che dopo la trionfale tournée nel monologo su MARIA CALLAS la DIVINA, propone un inedito monologo su ELEONORA DUSE. Un monologo in cui tutta la immensa cultura della Musini è intesa a illuminare la più grande Attrice teatrale di tutti i tempi, nel suo non agile pellegrinare tra palcoscenici, autori, amori, dolori, sangue e lussuria. Un monologo che nella compiuta unità e perfezione, entra d’impeto nell’anima e vi resta. Un monologo che parrebbe la replica del precedente, essendo della stessa Musini il testo, la interpretazione, la direzione, la scelta delle musiche di scena. Ma il linguaggio e i criteri di scelta delle musiche si differenziano in modo essenziale. Il portento della Callas era l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la melodia, sì che le arie da lei cantate potevano essere la colonna sonora della sua stessa storia. Il portento della Duse era invece l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la parola. E per lei l’Autrice adotta un linguaggio più aristocratico, più poetico, più denso di figure retoriche, più vicino alla cultura della parola, quasi a dare alla parola recitata quel medesimo incantamento melodico che la parola cantata riceve dalla musica.

In tanta floridezza di linguaggio spiccano due inserti originali di Gabriele D’Annunzio: La pioggia nel pineto tratto dalla raccolta poetica Alcyone di cui la Duse fu la musa ispiratrice, e la sublime scena de La figlia di Iorio, in cui Mila di Codra per salvare Aligi suo innamorato, si autoaccusa di parricidio.

Diversamente dal monologo sulla Callas che immagina di raccontare la sua vita alla sua fedele inserviente, il monologo sulla Duse ha inizio alla fine della sua carriera in una suite di un hotel di Pittsburgh nell’ultimo giorno di sua vita, nell’aprile del 1924, quando ormai annientata dalla tisi, sente di dover scrivere prima dell’ultimo assalto di morte, le gioie, i dolori, gli amori, i tradimenti che l’avevano resa immortale ma non eterna. La ricostruzione della suite si avvale di uno scrittoio presso il quale Eleonora si siede e inizia a scrivere a Madeleine. Madeleine è un personaggio immaginario con cui la Musini ha voluto rappresentare l’amica confidente di Eleonora, scrigno delle sue memorie immortali e presente sulla scena grazie al manichino addobbato con un elegante abito di velluto nero. Sul palcoscenico-suite, troneggia la “testimone velata” citazione del busto raffigurante il volto di Eleonora. D’Annunzio lo conservò nell’Officina del Vittoriale dove si concentrava per scrivere e che fu il suo culto, la sua musa e l’intatta memoria de “l’incantesimo solare” vissuto con la Divina.

La Musini entra in scena con una soffusa, struggente melodia di Mahler, interamente vestita di viola. Il viola, il colore che la Duse non disdegnava nell’abbigliamento, e che invece era abolito dalla gente di spettacolo essendo il colore penitenziale della Chiesa. E mentre la melodia di Mahler continua la sua meditazione, su un immaginario diario la Musini inizia a scrivere il racconto della vita della Duse. Ma il diario è abbandonato ben presto. Solo la parola recitata può essere la protagonista di una rievocazione storica di chi seppe fare della parola il messaggero con cui trasmettere la propria anima.

La Duse nacque e per lei fu subito teatro. Figlia di attori non professionisti, crebbe e trascorse l’infanzia tra il nomadismo e il dilettantismo della compagnia girovaga del padre, sì che a soli 4 anni fu Cosetta in una versione teatrale de I miserabili di Victor Hugo. Appena ventenne portò in scena alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, che le procurarono l’adorazione del pubblico e l’entusiasmo della critica. I drammi francesi, ricchi di figure femminili moderne, mondane, come La signora delle Camelie di Alexandre Dumas figlio, vere come Santuzza della Cavalleria Rusticana di  Giovanni Verga, figure femminili attraverso cui far emergere prepotentemente l’interiorità femminile così come lei viveva la sua: un’interiorità alienata, nevrotica.

La sua giovane esistenza vissuta di teatro e nel teatro, fu una tavolozza di amori, di passioni, tradimenti, di fallimenti e maternità. Sposa di un attore della sua compagnia, certo Tebaldo Marchetti, mise al mondo una bimba Enrichetta, di cui non fu madre come avrebbe voluto, risucchiata dal turbinio della sua arte. Il matrimonio con Marchetti naufragò assai presto sottraendo alla piccola Enrichetta l’amore e il conforto di una mamma. Intensamente commovente Daniela Musini nel descrivere il rimorso della Divina al ricordo di quanto poco avesse dato alla creatura del suo grembo, per far vivere sul palcoscenico figure create dalla fantasia di autori di cui fu interprete e amante. Tale fu Arrigo Boito, il celebre librettista di Verdi e di se stesso, amante segreto e a lungo, attraverso cui la Duse conobbe autori come Giuseppe Giacosa e interpretò capolavori di autori stranieri come Henrik Ibsen.

Nel racconto di questi primi eventi della Duse, Musini adotta un linguaggio elegante, pittorico, ma ancora distante dalla ricchezza di metafore, figure retoriche, simbolismi fonici, magia evocativa dei nomi, sonorità degli aggettivi, che domineranno la futura letteratura di Gabriele D’Annunzio.

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