Skip to Content

archive

Monthly ArchivesMonthly Archives: marzo 2019

post

Elezioni europee 2019 – L’Europa Rinovellata

migranti

Amici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa. 
Read more »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
post

Il TROVATORE

trovatoreAmore filiale e Amore materno

annientati nel rogo

Il Trovatore è dramma truce, denso di orride reminiscenze, di passioni forti e brucianti, di false morti e improbabili riapparizioni, tetro di ombre scure, illuminato solo da bagliori di fiamme distruttive. Un dramma inverosimile, un groviglio di episodi difficili da sciogliere nella loro complessità, su cui tuttavia si elevano la straordinaria ricchezza melodica, la fiumana di musica, la immensa statura di Verdi che scrivendo musica se ne liberava. La vendetta, l’amore, le battaglie, le vocazioni monastiche, le carceri, i roghi, gli avvelenamenti, gli equivoci banali e ridicoli, di cui il Trovatore trabocca, sono solo pretesti per generare melodie. Senza connessioni, senza una sequenza che dia continuità al racconto, ambientato in una società ancestrale, dominata dalle ossessioni di presenze demoniache e di streghe dai poteri diabolici, una società nella quale la nobiltà conserva intatti poteri e privilegi, Il Trovatore è l’epopea del Verdi che sa rendere ardenti di musica anche ceppi accesi. Eppure nella miscela di temi sconnessi del libretto, è possibile cogliere un tenue filo di coerenza e connessione nel tema dell’amore filiale e materno. Il Trovatore appare un viaggio negli abissi della maternità, insopprimibile vocazione di ogni donna all’amore verso chi l’ha generata e verso chi ha generato. Vocazione esaltante e dolente splendidamente evocata dalla canzone di Azucena, Stride la vampa. Una canzone mesta, una vibrante descrizione pittorica del delirio assassino di una folla indomita, attraverso la quale discinta e scalza sua madre è spinta al rogo. Circondata da scellerati sgherri la misera vittima riesce solo a gridarle singhiozzando Mi vendica. Un grido che in Azucena lascia un’eco eterna e spettrale, tale da spingerla a rapire il figlio del vecchio Conte per bruciarlo nella stessa fiamma di sua madre. Ma nel delirio dei sentimenti, nella ferale visione del rogo, nel rogo getta il suo proprio figlio. Tragico errore che aggiunge alla angoscia di una vendetta non compiuta, la allucinante colpa di una maternità infanticida. Con Azucena resterà Manrico, altro figlio del vecchio Conte, che lei, fedele alla vocazione alla maternità, alleverà quale tenera madre! Una vocazione forte seppure contaminata dalla iniqua speranza di poter attraverso lui vendicare la sua propria madre. Mi vendica, è infatti la stessa, tragica implorazione di Azucena a Manrico, in una scena surreale dominata dalla allucinazione dell’amore di figlia che offusca l’amore di madre. A un duetto così pregno di echi di condanne eterne, di desideri empi di vendetta, seguono due scene stupende nella bellezza del canto: la scena della clausura di Leonora che crede alla falsa morte di Manrico in battaglia, e la scena del fallito tentativo del giovane Conte di Luna di rapirla al chiostro. Scene che lasciano il percorso di Azucena nella nebulosità di una evoluzione indefinita. Essa riappare infatti larva umana in prossimità dell’accampamento del Conte. Interrogata da dove venga risponde il tetto di una zingara è il cielo, sua patria il mondo. Sintesi tragica di tutto il dramma della sua esistenza e della sconsolata visione della stessa, sospesa sulla consapevolezza ingenua ma vera della contingenza del mondo. Il suo errare, ora, orfana del figlio cercato invano, è il pellegrinaggio tormentoso di una mamma non più mamma, deserta nel deserto di un destino ingrato. Eppure in quel cumulo di memorie avvilite si leggono la tragica e solitaria grandezza di una madre nel saper aggirare i labirinti dell’esistenza, sola nel dolore, ma non arresa alla ineluttabilità del fato. Azucena, è l’emblema del divino mistero della maternità contaminata e frangibile, che forte della sua fede nel Dio de’ miseri e nel Dio vendicatore, non ha e non ha bisogno di competizioni. Al Conte che avendo riconosciuto in lei chi il bambino arse! la condanna al supplizio della pira, risponde con spavalda certezza Dio ti punirà! È l’impotente rivolta di una zingara emarginata contro una società sopraffattrice in cui il potere di vita o di morte appartiene non alla legge ma al signorotto che lo ha ricevuto in eredità. Verdi che aveva colto nelle opere precedenti il tema della schiavitù dei popoli, affrontato con immenso successo il tema della patria e delle libertà perdute, appare nel Trovatore aver dimenticato l’empito eroico e gagliardo che pochi anni prima aveva suscitato in lui la fine dei poteri assoluti. V’è solo un sussulto nel Conte quando condannando Manrico alla scure e Azucena al rogo si domanda: Abuso io forse del poter che pieno in me trasmise il prence? Amaro interrogativo che lascia ancor più emergere la arretratezza storica e culturale del libretto. Eppure tra questi rovi di storia e cultura si elevano memorabili arie e cabalette, che stupendamente descrivono la supremazia della libidine amorosa sull’appagamento, la morte come unica alternativa all’amore, l’inganno meditato e tragico. Temi tutti, retaggio di un romanticismo che nell’anno del Trovatore (1853), dopo le tremende prove di rivoluzioni e guerre d’indipendenza, ha definitivamente perduto il suo fascino attrattivo per dar spazio al documento di vita, a quello che di lì a poco sancirà il trionfo del verismo. Forse consapevole di questo, la scena di Azucena e Manrico assieme in carcere in attesa di esecuzione, è la più verosimile. L’ossessione del rogo, martirio della madre, e ora suo stesso martirio, atterrisce Azucena che invoca Manrico di sottrarla all’orrida sorte della sua stessa ava. Il duetto con lui, nella dolce rimembranza dei monti, della melodia riposante del liuto, crea una atmosfera di estasi sognante che allontana il tempo e il mondo presente annullando le tristi immagini dell’orrida fiamma. Interludio di dolce sopore, ma breve. L’istante della vendetta giunge con la condanna alla scure di Manrico. Trascinata dal Conte ad assistere all’orribile esecuzione, Azucena gli rivela che costui era suo fratello. Un bagliore sinistro di gioia esplode nel grido liberatorio finale Sei vendicata, o madre! Ma è una gioia incompiuta perché la scure annienta e per sempre il suo amore materno.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook