Lucia di Lammermoor

Gaetano Donizetti

La invocazione gaia e leggera della Morte come utopia di una condizione beata

callasLucia di Lammermoor è opera somma e sommamente complessa, momento non unico ma altissimo di quel prodigioso movimento di cultura e di costumi che fu il Romanticismo. Se gli Illuministi erano convinti che con la sola ragione potessero sciogliere ogni dubbio e costruire una società non conflittuale, i romantici avvertirono i limiti della ragione. Colsero con chiarezza che essa da sola non è in grado di spiegare l’origine, la natura e la destinazione dell’essere; che nessuna teoria razionale può spiegare la fonte dei sentimenti che emergono dalle profondità misteriose della mente e dell’anima; che con la sola ragione non è possibile liberare l’uomo dal dolore e dalle tragedie esistendo una irreparabile frattura fra l’Ideale e il Reale. Il fallimento della Rivoluzione Francese nata nell’entusiasmo per gli ideali di libertà, fratellanza, uguaglianza e spenta invece nella tragica realtà delle guerre napoleoniche, ne fu la testimonianza più amara e più inoppugnabile. Frattura che fu la fonte della profonda insoddisfazione per il razionale e la spinta alla esplorazione dell’irrazionale, che si manifesta in stati soggettivi come l’allucinazione, il delirio, la follia. Stati che paiono anormali e che sono invece i sentieri attraverso cui lo spirito entra in contatto con l’ignoto e il mistero. Il mondo esterno cessò allora di avere una oggettività propria per animarsi di forme e soggetti e divenire proiezione dell’immensa oscurità entro cui si srotola inesorabile la totalità dell’esistenza. Il paesaggio stesso muta colori e sfumature. Non più ampie distese di campi irrorati di luce, ma foreste tenebrose, anfratti di spiriti maligni, di fantasmi, di animali mostruosi. Non più acque limpide e salubri, ma fontane rosse di sangue, non più cinguettii di uccelli ma lugubri rantoli di animali colpiti a morte. Non più sontuose architetture ma castelli in rovina, “vestiboli cadenti”, macerie che seppelliscono macerie e che ne annunciano altre nell’eterno imperversare di lotte e rivalità. Grandi rivalità della Grande Storia che generano le micro rivalità tra famiglie e consanguinei.

Tale universo assai lontano dalla aurea classicità, dalla gioiosa vitalità di molte opere precedenti, è l’universo di Lucia. Un mondo di fantasmi ancora sanguinanti, di vendette compiute e ricercate, di nobili caduti in cerca di riscosse, di una Chiesa spettatrice ininfluente. Nella grande cornice della lotta scatenatasi nella frazione scozzese del villaggio di Lammermoor tra i protestanti di Guglielmo III d’Orange e i cattolici di Giacomo II si inserisce la rivalità tra Enrico e Lucia Ashton cattolici ed Edgardo Ravenswood protestante. L’annuncio di Enrico (Atto II, scena I) “Spento è Guglielmo….Prostata è nella polvere la parte ch’io seguìa” è nel contempo la confessione della sua sconfitta e la spiegazione del suo tentativo di “sottrarsi dal precipizio” nell’unico modo possibile: convincere Lucia a sposare Lord Arturo, un signorotto benestante e suo amico, ma personaggio fatuo e insignificante. La tragedia di Lucia ha inizio quando all’imperativo di Enrico “Devi salvarmi, … il devi”, seguito dalla minaccia di divenire “ombra irata e minacciosa … con la scure sanguinosa sempre innanzi a te”, Lucia in una straziante invocazione al Cielo, risponde “tu mi togli eterno Iddio, questa vita disperata …. io son tanto sventurata che la morte è un ben per me.” Lucia è una fanciulla “dolente vergine”, orfana di cara madre, che sola, forte soltanto del suo amore per Edgardo, si trova irretita tra le maglie delle menzogne, delle false testimonianze di tradimento, della violenza a firmare un contratto di matrimonio detestato e che, scoperta, subisce l’offesa del ripudio di Edgardo, unico amore che ancora la lega al mondo. Alla sollecitazione di Raimondo suo educatore e confidente di accettare sia le nozze che il ripudio, perché “tutto è lieve alla eterna pietà”, risponde con una cadenza che è purissima poesia metrica e musicale.

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