Don Pasquale, ultima opera di Donizetti, è un richiamo elegante e malinconico alla tradizione bergamasca della Commedia dell’Arte, gioco teatrale, trastullo vezzoso ed infantile, dramma buffo che tra giravolte e capriole, irrora il volto degli spettatori di una lacrima o di un sorriso e dramma che rivoluzionò e innovò lo schema tradizionale dei canovacci di scena. In Don Pasquale Donizetti sostituì la tradizionale Sinfonia con un Preludio collegato all’introduzione del primo atto; inventò il baritono “romantico” come contraltare del tenore; introdusse un nuovo modello di finale d’atto, distante dai classici concertati lenti rossiniani; dissociò il piano scenico da quello musicale

La trama racconta di Don Pasquale, ricco anziano, celibe ingenuo e di buon cuore, che decide di sposarsi per sottrarre l’eredità al nipote Ernesto, innamorato della giovane vedova Norina, tanto da non accettare altra moglie che lei. Il dr. Malatesta, suo amico, ordisce un piano per aiutare i due giovani innamorati: propone a Don Pasquale di sposare Sofronia, sua sorella, incontaminata fanciulla appena reduce dal convento. Intuendo che Don Pasquale avrebbe accettato la proposta, inventa un finto matrimonio con Norina nelle vesti di Sofronia. Ernesto ignora il piano. Ma venuto a conoscenza delle nozze di Norina, decide di partire disperato e affranto. Intanto Don Pasquale nell’incontro con Sofronia (Norina travestita) ne rimane invaghito e concorda immediatamente il matrimonio. Un finto notaio convalida il contratto di nozze, con cui Don Pasquale cede metà dei suoi beni alla giovane moglie. Ma dopo la firma del contratto, Norina-Sofronia muta atteggiamento: comincia a dilapidare ricchezze, a spadroneggiare in casa, a rifiutare ogni attenzione del neo-marito, si rivela insomma donna bisbetica indomabile. In aggiunta, fa credere al consorte di avere un amante. Malatesta richiama Ernesto e lo mette al corrente del piano, chiedendogli di fare la parte dell’amante misterioso di Sofronia. Ernesto torna e accetta la complicità. Nel giardino di casa canta una serenata alla finta Sofronia, ignaro che Don Pasquale e Malatesta lo osservano. Quando Ernesto si allontana, i due si manifestano e accusano Sofronia/Norina di chiaro tradimento. Don Pasquale, ormai convinto di essere tradito, piuttosto che avere in casa una sposa fedifraga, accoglie Ernesto, lo accetta in casa sua e gli consente di sposare Norina.

Opera in bilico tra il buffo, il comico e il semiserio, Don Pasquale è una riflessione disincantata e teneramente malinconica sulla vecchiaia e sulla giovinezza, che raggiunge il suo massimo all’inizio del terzo atto, quando la scatenata Norina impedita di andare a teatro, ardisce schiaffeggiare Don Pasquale. È il momento, questo, in cui si rovesciano per sempre le prospettive: Don Pasquale cessa di essere il ridicolo sostegno di una ilarità sguaiata, per mutarsi in un anziano umiliato e quasi tragico. Il suo canto nell’opera già assai scarno, si fa ancor più raro dopo lo schiaffo quasi testimonianza della incomunicabilità che solitamente caratterizza il conflitto generazionale. 

Eppure l’opera trabocca di lirismo e cantabilità. Che sia per impostura (Malatesta, «Bella siccome un angelo» atto I), che sia per finzione (Norina, «Quel guardo il cavaliere», atto I), che sia per sfogo emotivo (Ernesto, «Cercherò lontana terra», atto II), tutti cantano, tranne Don Pasquale. Nell’incantevole quartetto finale dell’atto II «È rimasto là impietrato», si trova un esempio luminoso della condizione del protagonista, che subissato dalle voci dei comprimari, vede i suoi balbettii scontrarsi invece che unirsi al canto largo dei tre. È la contrapposizione di due generazioni di cui Don Pasquale con amarezza ma con realismo coglie il senso, riconoscendosi tradito e perdente. Malatesta, che credeva amico fedele, lo ha gabbato; Ernesto, che pensava di aver raggirato, lo deride; e Norina, che pensava moglie docile e sottomessa, si rivela invece indomabile bisbetica. La reazione del vecchio è ulteriore testimonianza della sua condizione di compassionevole impotenza. Si lancia infatti, nella stretta finale dell’atto II, «Son tradito», in uno scioglilingua velocissimo e di rara difficoltà, che declama a fatica mentre scaglia i pugni in aria per la rabbia. È una canzonatura ridicola e deformante, che acquista più valore se la si pensa come prologo alla scena cruciale dello schiaffo dell’atto III.

Tutti tali personaggi in Don Pasquale non posseggono la caratterizzazione nitida delle maschere, ma una caratterizzazione velata da ombre sottili. Infatti, il duo Don Pasquale – Ernesto è accomunato dalla rigidità: il primo inadatto ad adeguarsi al mutare degli eventi, e per tanto comico; il secondo è un sognatore, arrendevole e un po’ vacuo, un “tanghero ostinato”. Norina e Malatesta sono invece la coppia della flessibilità: il dottore compare è il sodale del vecchio, e colui che ne ordisce la beffa; Norina, è invece la disinvolta sposa libertina. Ed è lei la vera protagonista dell’opera, è lei l’unico personaggio cui è concesso di presentarsi in scena con una cavatina; è lei che mentre rivolge con frequenza insulti a Don Pasquale (“gran babbione”, “uomo decrepito e grasso”, “bel nonno”), non pronuncia una parola d’affetto verso Ernesto. In un tempo in cui l’opera lirica è dominata da grandi amori, in Don Pasquale d’amore non c’è traccia. Nell’adagio «Quel guardo il cavaliere» atto I, Norina si prende gioco del sentimento amoroso e dell’uomo in quanto maschio, narrando di un cavaliere che resta fulminato dagli occhi di una donna. Nella cavatina «So anch’io la virtù magica» declama la verità del suo essere una attricetta civettuola e mistificatrice, che sa come “si bruciano i cori a lento foco”.

Oltre alle narrazioni delle relazioni tra giovani, l’opera porta alla ribalta la cronaca negletta degli amori senili. Don Pasquale è insieme opera della giovinezza e dell’età adulta, del tramonto e dell’aurora. Non descrive una parodia della vita, non costituisce un’allegoria: è una commedia umana ritratta con assoluta imparzialità, con un misto impalpabile di ironia e di serietà. Essa è insomma opera che più che ridere fa riflettere e anche il riso che causa, non è il riso sguaiato e canzonatorio delle commedie ma è la lacrima che solca le guance di immortali maschere bergamasche, per poi scomparire dentro il loro malinconico sorriso.

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