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Autore: Manlio Mirabile

DON PASQUALE di Gaetano Donizetti -Il mesto sogno della vecchiaia

Don Pasquale, ultima opera di Donizetti, è un richiamo elegante e malinconico alla tradizione bergamasca della Commedia dell’Arte, gioco teatrale, trastullo vezzoso ed infantile, dramma buffo che tra giravolte e capriole, irrora il volto degli spettatori di una lacrima o di un sorriso e dramma che rivoluzionò e innovò lo schema tradizionale dei canovacci di scena. In Don Pasquale Donizetti sostituì la tradizionale Sinfonia con un Preludio collegato all’introduzione del primo atto; inventò il baritono “romantico” come contraltare del tenore; introdusse un nuovo modello di finale d’atto, distante dai classici concertati lenti rossiniani; dissociò il piano scenico da quello musicale

La trama racconta di Don Pasquale, ricco anziano, celibe ingenuo e di buon cuore, che decide di sposarsi per sottrarre l’eredità al nipote Ernesto, innamorato della giovane vedova Norina, tanto da non accettare altra moglie che lei. Il dr. Malatesta, suo amico, ordisce un piano per aiutare i due giovani innamorati: propone a Don Pasquale di sposare Sofronia, sua sorella, incontaminata fanciulla appena reduce dal convento. Intuendo che Don Pasquale avrebbe accettato la proposta, inventa un finto matrimonio con Norina nelle vesti di Sofronia. Ernesto ignora il piano. Ma venuto a conoscenza delle nozze di Norina, decide di partire disperato e affranto. Intanto Don Pasquale nell’incontro con Sofronia (Norina travestita) ne rimane invaghito e concorda immediatamente il matrimonio. Un finto notaio convalida il contratto di nozze, con cui Don Pasquale cede metà dei suoi beni alla giovane moglie. Ma dopo la firma del contratto, Norina-Sofronia muta atteggiamento: comincia a dilapidare ricchezze, a spadroneggiare in casa, a rifiutare ogni attenzione del neo-marito, si rivela insomma donna bisbetica indomabile. In aggiunta, fa credere al consorte di avere un amante. Malatesta richiama Ernesto e lo mette al corrente del piano, chiedendogli di fare la parte dell’amante misterioso di Sofronia. Ernesto torna e accetta la complicità. Nel giardino di casa canta una serenata alla finta Sofronia, ignaro che Don Pasquale e Malatesta lo osservano. Quando Ernesto si allontana, i due si manifestano e accusano Sofronia/Norina di chiaro tradimento. Don Pasquale, ormai convinto di essere tradito, piuttosto che avere in casa una sposa fedifraga, accoglie Ernesto, lo accetta in casa sua e gli consente di sposare Norina.

Opera in bilico tra il buffo, il comico e il semiserio, Don Pasquale è una riflessione disincantata e teneramente malinconica sulla vecchiaia e sulla giovinezza, che raggiunge il suo massimo all’inizio del terzo atto, quando la scatenata Norina impedita di andare a teatro, ardisce schiaffeggiare Don Pasquale. È il momento, questo, in cui si rovesciano per sempre le prospettive: Don Pasquale cessa di essere il ridicolo sostegno di una ilarità sguaiata, per mutarsi in un anziano umiliato e quasi tragico. Il suo canto nell’opera già assai scarno, si fa ancor più raro dopo lo schiaffo quasi testimonianza della incomunicabilità che solitamente caratterizza il conflitto generazionale. 

Eppure l’opera trabocca di lirismo e cantabilità. Che sia per impostura (Malatesta, «Bella siccome un angelo» atto I), che sia per finzione (Norina, «Quel guardo il cavaliere», atto I), che sia per sfogo emotivo (Ernesto, «Cercherò lontana terra», atto II), tutti cantano, tranne Don Pasquale. Nell’incantevole quartetto finale dell’atto II «È rimasto là impietrato», si trova un esempio luminoso della condizione del protagonista, che subissato dalle voci dei comprimari, vede i suoi balbettii scontrarsi invece che unirsi al canto largo dei tre. È la contrapposizione di due generazioni di cui Don Pasquale con amarezza ma con realismo coglie il senso, riconoscendosi tradito e perdente. Malatesta, che credeva amico fedele, lo ha gabbato; Ernesto, che pensava di aver raggirato, lo deride; e Norina, che pensava moglie docile e sottomessa, si rivela invece indomabile bisbetica. La reazione del vecchio è ulteriore testimonianza della sua condizione di compassionevole impotenza. Si lancia infatti, nella stretta finale dell’atto II, «Son tradito», in uno scioglilingua velocissimo e di rara difficoltà, che declama a fatica mentre scaglia i pugni in aria per la rabbia. È una canzonatura ridicola e deformante, che acquista più valore se la si pensa come prologo alla scena cruciale dello schiaffo dell’atto III.

Tutti tali personaggi in Don Pasquale non posseggono la caratterizzazione nitida delle maschere, ma una caratterizzazione velata da ombre sottili. Infatti, il duo Don Pasquale – Ernesto è accomunato dalla rigidità: il primo inadatto ad adeguarsi al mutare degli eventi, e per tanto comico; il secondo è un sognatore, arrendevole e un po’ vacuo, un “tanghero ostinato”. Norina e Malatesta sono invece la coppia della flessibilità: il dottore compare è il sodale del vecchio, e colui che ne ordisce la beffa; Norina, è invece la disinvolta sposa libertina. Ed è lei la vera protagonista dell’opera, è lei l’unico personaggio cui è concesso di presentarsi in scena con una cavatina; è lei che mentre rivolge con frequenza insulti a Don Pasquale (“gran babbione”, “uomo decrepito e grasso”, “bel nonno”), non pronuncia una parola d’affetto verso Ernesto. In un tempo in cui l’opera lirica è dominata da grandi amori, in Don Pasquale d’amore non c’è traccia. Nell’adagio «Quel guardo il cavaliere» atto I, Norina si prende gioco del sentimento amoroso e dell’uomo in quanto maschio, narrando di un cavaliere che resta fulminato dagli occhi di una donna. Nella cavatina «So anch’io la virtù magica» declama la verità del suo essere una attricetta civettuola e mistificatrice, che sa come “si bruciano i cori a lento foco”.

Oltre alle narrazioni delle relazioni tra giovani, l’opera porta alla ribalta la cronaca negletta degli amori senili. Don Pasquale è insieme opera della giovinezza e dell’età adulta, del tramonto e dell’aurora. Non descrive una parodia della vita, non costituisce un’allegoria: è una commedia umana ritratta con assoluta imparzialità, con un misto impalpabile di ironia e di serietà. Essa è insomma opera che più che ridere fa riflettere e anche il riso che causa, non è il riso sguaiato e canzonatorio delle commedie ma è la lacrima che solca le guance di immortali maschere bergamasche, per poi scomparire dentro il loro malinconico sorriso.

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IN MEMORIA DI CRAXI: NON DEMONE MA MAESTRO

Il riformismo come metodo e come obiettivo

craxi-renziNel 1978 Berlinguer, affermò di ritenere “ancora valida e vivente” la lezione di Lenin, che aveva elaborato “una vera teoria rivoluzionaria, andando oltre la ortodossia dell’evoluzionismo socialista” progettando una nuova versione del comunismo, che distinto dalla socialdemocrazia portasse alla uscita dalla economia del mercato. Craxi che di Berlinguer aveva una stima per l’onestà intellettiva, ma di cui non condivise nulla, rispose che “leninismo e pluralismo sono termini antitetici” e che invece “la democrazia presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di potere in competizione e concorrenza tra loro”. Quando Berlinguer immaginò di affrontare il problema della inflazione attraverso l’austerità e le riduzione dei consumi, Craxi rispose auspicando una maggiore produttività del sistema industriale. Quando Berlinguer si fermò alla sociologia delle classi sociali, quella ingannevole sociologia ereditata da Marx, Craxi, e come Renzi oggi fu il primo, a riconoscere i cambiamenti in corso nella società italiana, la nascita di un nuovo ceto medio impegnato nei servizi, la trasformazione di tanti operai in artigiani e piccoli imprenditori. Fu il primo a individuare la necessità di aggiornare la missione del socialismo per favorire non solo la emancipazione di una classe ma la emancipazione dell’intera società. E proprio perchè la società non era una entità immobile ma in costante mutazione, riconosceva la necessità di una democrazia capace di decidere, una Costituzione che prevedesse la elezione diretta del capo dello Stato come rafforzamento della sovranità popolare. Read more »

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TOSCA – FOSCA STORIA DI PASSIONI – Teatro alla Scala 2019

TOSCA ALLA SCALA

7 dicembre 2019

La cotosca-alla-scala-2019mplessa ripresa di Tosca alla Scala ha finalmente illuminato l’immensa luce di un’opera assai spesso vituperata con cui Puccini inaugurò nel 1900 non solo il secolo XX, ma nuove forme espressive della musica operistica: non più al solo servizio dei cantanti, ma pannello cromatico con cui evocare azioni ed emozioni, ambienti e momenti del giorno e dello spirito. Si pensi al Preludio dell’Atto III, stupenda descrizione dell’alba su Roma, quando le campane di chiese, conventi e monasteri, convocano i fedeli alla preghiera e le greggi sono accompagnate al pascolo dalla voce di un pastorello. Si pensi alle torture inflitte a Cavaradossi nei sotterranei di Palazzo Farnese. Si pensi alla riflessione sublime di Tosca in Vissi d’arte…

Con questo coraggioso tentativo di inoltrarsi nella sperimentazione di soluzioni armoniche ardite, non prive di dissonanze ma donando alla musica il suo ruolo preminente, Puccini descrive una storia d’amore e di morte appassionante, accessibile e intensamente espressiva. I tanti mali, ma anche il tanto di bello, che animano lo spirito umano, che lo esaltano e lo affliggono, sono ripresi e descritti con una calligrafia musicale somma. E allora la violenza del potere, la lussuria, la gelosia, il coraggio nel non tradire, le dolci rimembranze, i sentimenti più intimi e religiosi emergono dalle profondità degli animi e diventano musica. Musica eloquente e riappacificante.

Non è facile trasformare tanta ricchezza di temi in uno spettacolo per un pubblico non composto da soli musicisti o musicologi. Ma alla Scala vi sono riusciti. E il merito va riconosciuto a tutti: direttore d’orchestra, costumisti, cantanti.

Riccardo Chailly ha consegnato la versione originale dell’Opera con frammenti finora sconosciuti, inaspettati ma meravigliosamente sorprendenti e una direzione d’orchestra superlativa. Read more »

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ELEZIONI EUROPEE 2019

BREVE PROMEMORIA 

Pur essendo eletti per paese, i deputati al Parlamento europeo (PE) sono aggregati in Gruppi politici basati su piattaforme, identità, programmi condivisi.

Le regole del Parlamento richiedono che ciascun gruppo abbia almeno 25 membri e rappresentino almeno un quarto degli Stati membri dell’UE. I partiti politici negli Stati membri generalmente confermano all’inizio delle elezioni la loro appartenenza a un gruppo già esistente, o la loro intenzione di formarne uno nuovo o di aderirvi.

L’attuale Parlamento comprende 8+1 gruppi.

PROMEMORIA ELEZIONI EUROPEE 2019

In Italia ci sono 5 Circoscrizioni elettorali, di dimensione sovra-regionale, per eleggere 73 dei 751 europarlamentari che costituiscono il PE. Un candidato può presentarsi in più Circoscrizioni. Gli elettori dovranno scegliere tra i candidati presenti nelle liste della propria circoscrizione di residenza:

  1. Nord Occidentale numero seggi spettanti 15

  2. Nord Orientale numero seggi spettanti 15
  3. Centrale numero seggi spettanti 15
  4. Meridionale numero seggi spettanti 15
  5. Insulare numero seggi spettanti 13

La soglia di sbarramento per l’elezione è il 4% a livello nazionale.

Tutti i paesi membri dovranno adottare il sistema elettorale proporzionale. In Italia è previsto il voto di preferenza, che consente di indicare nell’ambito della medesima lista, da 1 a 3 preferenze. Determinato il numero dei seggi spettanti alla lista in ciascuna Circoscrizione, saranno proclamati eletti i candidati con il maggior numero di preferenze.

Ogni eletto dovrà iscriversi a un gruppo presente all’interno del PE. I 751 eurodeputati durante la loro prima riunione plenaria dovranno eleggere a maggioranza assoluta (376 parlamentari) il presidente della Commissione Europea. I candidati alla presidenza della CE, sono stati già individuati da 6 degli 8 gruppi presenti.

CANDIDATI ALLA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE

1 – Partito Popolare Europeo (PPE) – Candidato Manfred Weber, 46 anni.

2 – Socialismo e Democrazia (S&D): Frans Timmermans, 58 anni

3 – Alleanza dei Conservatori e dei riformisti europei (ECR): Jan Zahradil, ceco di 56 anni.

4 – Verdi: Ska Keller e Bas Eickhout, due candidati.

Bas Eickhout, 43 anni, è membro uscente della Commissione

5 – Alleanza dei liberali e dei democratici per l’Europa (Alde), 7 candidati, tra cui

  • Emma Bonino + Europa 71 anni.

6 – Partito della Sinistra Europea (GUE): Nico Cué , 63 anni

7 – Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) – ancora nessun candidato

8 – Europa delle nazioni e delle libertà (Enf) – ancora nessun candidato

Le aggregazioni italiane annunciate sono:

Lega (EFDD-ENF)

PD (PSE),

FI, Popolo della Famiglia Popolari per l’Italia (PPE),

Fratelli d’Italia (ECR),

+Europa – Italia in Comune (ALDE),

Europa Verde (Verdi) La Sinistra (UE/NGL).

M5S e altre liste sono Non Iscritti.

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TORNARE AL VOTO O COLMARE IL VUOTO?

pd-pd

Tornando al voto, la vittoria di Salvini sarebbe quasi certa. E sarebbe la vittoria del Salvini umiliato ampiamente al Senato dallo splendido ed ispirato discorso di Conte il 20 agosto 2019, e sbeffeggiato al Parlamento Europeo il 13 maggio 2017 da ben tre interventi di burrasca ampiamente documentati. Eppure esiste l’alternativa di una diversa maggioranza parlamentare in un Parlamento in cui la Lega è ancora debole.

Non votare vuol dire avere un governo nella piena potestà di evitare le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’IVA.

Non votare vuol dire aver un governo nella facoltà di redigere un DEF 2020-2022, ed evitare il ricorso all’esercizio provvisorio.

Non votare vuol dire essere presenti alle riunioni preparatorie per l’assunzione dei pieni poteri da parte della nuova Commissione a inizio novembre.

Eppure entro questa crisi vi sono stati strani sintomi di una ragione assonnata o aggredita da una follia collettiva: strani incantesimi che spingevano individui pensanti a fare scelte assurde e autolesioniste, in nome di interessi personali o di partito. Interessi occultati da indefiniti principi, e scelte per nulla attente alle esigenze della comunità e rispettose dei valori istituzionali. Il ritorno al voto era invocato da Salvini ancora convinto di essere dominus della politica italiana e unico leader. L’ha creduto quando ha deciso di formare il governo insieme al M5S. L’ha creduto cannibalizzandone l’azione politica. L’ha creduto trasformando le elezioni europee in un referendum sulla sua figura. Lo ha creduto ancora decidendo di investire tutto il consenso accumulato dalla Lega, per assicurarsi con “impudenza istituzionale” come l’ha definita Conte, tutti i poteri attraverso il voto.

Forse la voglia di Salvini di un ritorno alle urne era farsa e falsa, e che il suo fosse semplicemente un bluff ottimamente congegnato, per dominare definitivamente il governo a suo piacimento. Un bluff che poteva permettersi, perché era l’unico che dal voto avrebbe guadagnato; un bluff perché l’alleanza con i pentastellati era stata l’alchimia perfetta per governare facendo crescere il proprio consenso, grazie all’imperizia politica dei colleghi pentastellati e al gioco truffaldino del “vorrei ma me lo impediscono”. Gioco insano e vergognoso interno alla maggioranza, utile a ridurre tutta la dialettica all’interno del solo governo, e utile a minimizzare gli spazi di manovra dell’opposizione in Parlamento. Read more »

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