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Autore: Manlio Mirabile

Elezioni europee 2019 – L’Europa Rinovellata

migranti

Amici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa. 
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Elezioni europee 2019 – L’Europa Rinovellata

migrantiAmici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di rilevare e combattere le intrinseche insidie che lo minacciano con cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa.

Se la Brexit è stata la risultante della incapacità dei governanti europei di rispondere alle esigenze dei popoli di fronte alla immensità e gravità dei problemi delle migrazioni, della povertà e della paura, è stata anche la risultante delle insidie intrinsecamente e propriamente europee. E l’insidia non è l’appartenenza all’UE. Le insidie sono le menzogne, le inadeguatezze delle leggi e dei comportamenti che possono distruggerla. L’insidia è nella menzogna, nello sfruttamento della rabbia, del disgusto, della paura. L’insidia è nella invocazione di torbidi regimi di autarchia, spesso miscele di incompetenza e arroganza. Di fronte a tali insidie, occorre reagire e resistere. Fieri e lucidi. Occorre dire a gran voce e a viso aperto cosa è l’Europa e cosa può divenire.

L’Europa è un successo storico: è la riconciliazione di un continente devastato da immensi lutti e distruzioni, in un inedito progetto di pace, di libertà e di sviluppo, che seppure in modo imperfetto continua a proteggerci. L’Europa è la confluenza di quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei suoi territori: la mobilità, il livello di istruzione, la preservazione dell’immenso patrimonio di bellezze e di cultura, la rapidità e la molteplicità delle forme di comunicazione, la semplificazione della catena del valore grazie all’unione monetaria. Ma soprattutto l’Europa è un impegno continuo perché, non sarà mai perfetta. Occorre, con fatica ma con sicura fede, farla progredire e difenderne gli ideali da cui prese avvio. Occorre reagire alla incombente insidia della rassegnazione abulica e tristemente invasiva.

Di fronte alle grandi crisi del mondo, ci si chiede dove sia l’Europa e cosa faccia. Essa pare essere solo un mercato. Un mercato senz’anima. Ma non è solo un mercato, è un progetto. Un progetto ambizioso ma affascinante. Un progetto volto soprattutto a non far dimenticare la necessità di frontiere che proteggano e di valori che uniscano. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la identità europea con il ritiro dall’Europa, il ritiro dalla comune civiltà che unisce, libera e protegge. Ma sbagliano anche coloro che non vorrebbero cambiarla, perché non colgono le paure che attanagliano i popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie e le paralizzano. Il momento è decisivo per il continente; è il momento di reinventare collegialmente i paradigmi politici, culturali, etici della civiltà europea in un mondo fremente di trasformazioni. Resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, occorre costruire un rinnovellato Sistema di Rapporti tra sovranità delle Nazioni e sovranità delle Istituzioni comunitarie; tra Cittadini e Istituzioni, tra Paesi e Continenti nella più ampia visione della Globalizzazione. Un Sistema di Rapporti corretto ma comunque sempre ispirato ai principi di sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia, sui quali l’Europa unita fu concepita e costruita.

Occorre riconoscere che l’UE ha perduto la sua capacità di cogliere le realtà del mondo, di capire che nessuna comunità avverte il senso di appartenenza se non ha frontiere che la proteggono. E allora lo spazio di Schengen va riveduto: quanti vogliono essere partecipi devono essere chiamati a rispettare obblighi di responsabilità, di solidarietà, di asilo, con regole di accoglienza e di respingimento condivise.

Le frontiere devono però anche garantire una giusta concorrenza. Occorre una revisione delle politiche della concorrenza, del commercio, dell’interscambio di uomini, capitali e beni. Occorre proibire che in Europa bivacchino impunemente aziende extraeuropee che si sottraggono al doveroso obbligo della tassazione, ledono interessi strategici e calpestano valori essenziali quali le norme ambientali e la protezione dei dati sensibili.

L’Europa pur non essendo una potenza planetaria, ha sempre e da sempre saputo concepire, definire e ridefinire le norme del progresso. E nel presente tornante della Storia progredire vuol dire anche assumere la guida della lotta contro i dissesti idrogeologici. L’Europa deve concentrarsi sugli effetti distruttivi che le sue attività industriali e agricole hanno sul clima, sulla flora, sulla fauna terrestre e marina, arricchendo i suoi strumenti di rilevazione della Agenzia Europea per l’Ambiente mediante una Banca europea per il clima e una autorità sanitaria europea dotata di poteri adeguati a rafforzare i controlli sugli alimenti, valutare scientificamente la disseminazione in agricoltura di sostanze comunque pericolose e assicurare la sperimentazione di nuovi farmaci contro la proliferazione delle famiglie di batteri, in forme non invasive.

L’Europa deve saper finanziare l’innovazione con un budget adeguato al ruolo di guida anticipatrice dei cambiamenti tecnologici annunciati dai progressi della robotica, dell’intelligenza artificiale, della cultura digitale, pronta a essere guida della quarta Rivoluzione Industriale.

L’Europa che si proietta nel mondo deve volgere lo sguardo all’Africa, con cui serve stringere un patto per il futuro. Solo assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo, con investimenti, partenariati universitari, alte scuole di formazione, sarà possibile debellare la povertà, con la povertà il triste mercimonio della migrazione ed elevare la cultura delle popolazioni indigene, liberandole da inique e iniziazioni quali la infibulazione.

Dunque sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia. Occorre costruire su tali pilastri il nuovo Sistema di Rapporti. Sarebbe una negazione di tali valori lasciare che i nazionalisti, in mancanza di soluzioni, si facciano vessillo dell’ira dei popoli. Non è più tempo di sonnambulismo, di un’Europa flaccida e imbelle. Non è più tempo di rimanere nella routine e nell’incantesimo. La nuova Europa esige azione. Ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Con i rappresentanti delle Istituzioni europee e degli Stati, va dunque auspicata una Conferenza per proporre i cambiamenti necessari al progetto politico, fosse anche quello della revisione dei Trattati. La Conferenza dovrebbe definire un percorso per l’UE e tradurre il pensiero in azioni concrete. In norme e regolamenti. Ci saranno divergenze, disaccordi, diversità di interessi e di visioni. Ma è da privilegiare un’Europa che cammini con la Storia invece che ostacolarla chiudendo porti e rinchiudendosi nelle proprie case chiuse. In una Europa aperta, ogni popolo potrà riprendere il controllo del proprio destino. La miserevole vicenda della Brexit rimarrà una lezione per tutti. Eppure da tante insidie si potrà uscire, se si darà senso alle prossime elezioni. Sta nelle nostre menti l’Europa che vogliamo e sta nelle nostre mani decidere se essa e i valori di cui è stata portatrice debba essere non un accidente della Storia, ma la fucina di idee e di creazioni. È la scelta necessaria per tracciare, in una unità di intenti e di forme, il cammino di un rinovellato Continente europeo, convinti che la voce della ragione non potrà prevalere sul grido irrazionale e barricadiero, ma convinti anche che l’autentica morale politica consista nella resistenza al fascino delle grandi manifestazioni e delle grandi parate, da cui prende linfa l’immorale moralismo dell’avventura. Convinti che l’autentica morale politica non è la difesa ad oltranza degli interessi di pochi, non è l’ottusa visione dell’andare avanti rifiutando con sdegno ogni compromesso, ma è la ricerca del compromesso stesso. Nell’interesse di ciascuno.

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Il TROVATORE

trovatoreAmore filiale e Amore materno

annientati nel rogo

Il Trovatore è dramma truce, denso di orride reminiscenze, di passioni forti e brucianti, di false morti e improbabili riapparizioni, tetro di ombre scure, illuminato solo da bagliori di fiamme distruttive. Un dramma inverosimile, un groviglio di episodi difficili da sciogliere nella loro complessità, su cui tuttavia si elevano la straordinaria ricchezza melodica, la fiumana di musica, la immensa statura di Verdi che scrivendo musica se ne liberava. La vendetta, l’amore, le battaglie, le vocazioni monastiche, le carceri, i roghi, gli avvelenamenti, gli equivoci banali e ridicoli, di cui il Trovatore trabocca, sono solo pretesti per generare melodie. Senza connessioni, senza una sequenza che dia continuità al racconto, ambientato in una società ancestrale, dominata dalle ossessioni di presenze demoniache e di streghe dai poteri diabolici, una società nella quale la nobiltà conserva intatti poteri e privilegi, Il Trovatore è l’epopea del Verdi che sa rendere ardenti di musica anche ceppi accesi. Eppure nella miscela di temi sconnessi del libretto, è possibile cogliere un tenue filo di coerenza e connessione nel tema dell’amore filiale e materno. Il Trovatore appare un viaggio negli abissi della maternità, insopprimibile vocazione di ogni donna all’amore verso chi l’ha generata e verso chi ha generato. Vocazione esaltante e dolente splendidamente evocata dalla canzone di Azucena, Stride la vampa. Una canzone mesta, una vibrante descrizione pittorica del delirio assassino di una folla indomita, attraverso la quale discinta e scalza sua madre è spinta al rogo. Circondata da scellerati sgherri la misera vittima riesce solo a gridarle singhiozzando Mi vendica. Un grido che in Azucena lascia un’eco eterna e spettrale, tale da spingerla a rapire il figlio del vecchio Conte per bruciarlo nella stessa fiamma di sua madre. Ma nel delirio dei sentimenti, nella ferale visione del rogo, nel rogo getta il suo proprio figlio. Tragico errore che aggiunge alla angoscia di una vendetta non compiuta, la allucinante colpa di una maternità infanticida. Con Azucena resterà Manrico, altro figlio del vecchio Conte, che lei, fedele alla vocazione alla maternità, alleverà quale tenera madre! Una vocazione forte seppure contaminata dalla iniqua speranza di poter attraverso lui vendicare la sua propria madre. Mi vendica, è infatti la stessa, tragica implorazione di Azucena a Manrico, in una scena surreale dominata dalla allucinazione dell’amore di figlia che offusca l’amore di madre. A un duetto così pregno di echi di condanne eterne, di desideri empi di vendetta, seguono due scene stupende nella bellezza del canto: la scena della clausura di Leonora che crede alla falsa morte di Manrico in battaglia, e la scena del fallito tentativo del giovane Conte di Luna di rapirla al chiostro. Scene che lasciano il percorso di Azucena nella nebulosità di una evoluzione indefinita. Essa riappare infatti larva umana in prossimità dell’accampamento del Conte. Interrogata da dove venga risponde il tetto di una zingara è il cielo, sua patria il mondo. Sintesi tragica di tutto il dramma della sua esistenza e della sconsolata visione della stessa, sospesa sulla consapevolezza ingenua ma vera della contingenza del mondo. Il suo errare, ora, orfana del figlio cercato invano, è il pellegrinaggio tormentoso di una mamma non più mamma, deserta nel deserto di un destino ingrato. Eppure in quel cumulo di memorie avvilite si leggono la tragica e solitaria grandezza di una madre nel saper aggirare i labirinti dell’esistenza, sola nel dolore, ma non arresa alla ineluttabilità del fato. Azucena, è l’emblema del divino mistero della maternità contaminata e frangibile, che forte della sua fede nel Dio de’ miseri e nel Dio vendicatore, non ha e non ha bisogno di competizioni. Al Conte che avendo riconosciuto in lei chi il bambino arse! la condanna al supplizio della pira, risponde con spavalda certezza Dio ti punirà! È l’impotente rivolta di una zingara emarginata contro una società sopraffattrice in cui il potere di vita o di morte appartiene non alla legge ma al signorotto che lo ha ricevuto in eredità. Verdi che aveva colto nelle opere precedenti il tema della schiavitù dei popoli, affrontato con immenso successo il tema della patria e delle libertà perdute, appare nel Trovatore aver dimenticato l’empito eroico e gagliardo che pochi anni prima aveva suscitato in lui la fine dei poteri assoluti. V’è solo un sussulto nel Conte quando condannando Manrico alla scure e Azucena al rogo si domanda: Abuso io forse del poter che pieno in me trasmise il prence? Amaro interrogativo che lascia ancor più emergere la arretratezza storica e culturale del libretto. Eppure tra questi rovi di storia e cultura si elevano memorabili arie e cabalette, che stupendamente descrivono la supremazia della libidine amorosa sull’appagamento, la morte come unica alternativa all’amore, l’inganno meditato e tragico. Temi tutti, retaggio di un romanticismo che nell’anno del Trovatore (1853), dopo le tremende prove di rivoluzioni e guerre d’indipendenza, ha definitivamente perduto il suo fascino attrattivo per dar spazio al documento di vita, a quello che di lì a poco sancirà il trionfo del verismo. Forse consapevole di questo, la scena di Azucena e Manrico assieme in carcere in attesa di esecuzione, è la più verosimile. L’ossessione del rogo, martirio della madre, e ora suo stesso martirio, atterrisce Azucena che invoca Manrico di sottrarla all’orrida sorte della sua stessa ava. Il duetto con lui, nella dolce rimembranza dei monti, della melodia riposante del liuto, crea una atmosfera di estasi sognante che allontana il tempo e il mondo presente annullando le tristi immagini dell’orrida fiamma. Interludio di dolce sopore, ma breve. L’istante della vendetta giunge con la condanna alla scure di Manrico. Trascinata dal Conte ad assistere all’orribile esecuzione, Azucena gli rivela che costui era suo fratello. Un bagliore sinistro di gioia esplode nel grido liberatorio finale Sei vendicata, o madre! Ma è una gioia incompiuta perché la scure annienta e per sempre il suo amore materno.

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Ettore Bastianini, Carlo Gérard in ANDREA CHENIER

delacrois-la-liberta-raisonneeLa servitù è il concetto con cui una consolidata cultura della storia descrive il predominio di una minoranza onnipotente, benestante e arrogante, su una maggioranza di poveri e derelitti, inconsapevoli dei loro stessi diritti, racchiusi dalla oppressione e dalla ignoranza coatta in quella specie di gabbia inabilitante che è la lotta per la sopravvivenza. Di tale servitù prende sofferta coscienza Carlo Gérard nella romanza Son sessantanni, o vecchio… di fronte allo stato penoso in cui nella dorata dimora dei Conti di Coigny scorge il suo vecchio genitore ancora servo dopo sessantanni di orrenda – sofferenza. Una sofferenza resa eterna dalla servitù dei suoi figli, generati nella servitù e inesorabilmente servi essi stessi. Una sofferenza che genera odio per quel mondo incipriato e vano che la origina e che alimenta l’ansia di distruggerlo. Così al canto dolente nel quale l’eloquenza del dolore per il suo genitore è affidata ai singulti di un pianto sommesso ma intenso, Bastianini fa seguire il tremendo T’odio, casa dorata! Nella pronuncia stretta a labbra quasi chiuse delle o di odio esprime con vigore il suo raccapriccio davanti al relitto del suo genitore, mentre nella successiva tremenda invettiva contro cotanta razza leggiadra e rea, constatando il degrado morale di una società ubriaca delle sue sete e dei suoi merletti, col suo grido irruente, grido di un servo figlio di servo, annuncia il trionfo con l’avvento dell’Ora della morte! La voce poderosa e piena è tenuta a lungo sulla o di morte, tremendo presagio di una distruzione che non risparmierà nessuno. È il momento della conversione di Gérard ai Princìpi di quella Rivoluzione invocata quale divinità Redentrice. I Principi secondo cui quando su di un popolo inerme e solo si abbatte l’oppressione, quando contro di esso tutte le leggi sono violate, quando la sua identità è cancellata e il suo pudore calpestato, è giusto che insorga. Ma la incorrotta fedeltà a tali Princìpi comporta una lacerazione spirituale, impone l’abbraccio dello sterminio e l’instaurazione di un regime di Terrore. E allora la schiavitù muta la sua natura. Cessa di essere la schiavitù da padroni, e diviene schiavitù di una Idea, di una Illusione, in nome delle quali la giusta ribellione si trasforma in sordida vendetta, in bugiarda consapevolezza di compiere in nome di esse opere redentrici. È la tragica e sublime meditazione di Gérard chiamato ad esser vile e ad accusare Chénier con delle accuse infondate. Ma quali? Nemico della patria?! È una vecchia favola, cui tuttavia il popolo crede ancora. È un Traditore! complice degli avversari di Robespierre? È un poeta sovvertitore di cuori e di costumi! Tutte accuse infondate che Bastianini con risata beffarda elenca e sottoscrive puntualmente, pur consapevole che comunque formulate non potranno salvare Chénier. Ma dopo, Gérard è come assalito da rimorsi estremi, che lo conducono a essere implacabile esaminatore di sé stesso. Una pausa lunga nel canto di Bastianini è il principio di una radicale mutazione spirituale. Tutto gli appare cambiato: ciò che altre volte aveva più fortemente stimolato i suoi desideri, ora lo respinge. La gioia di passare tra gli odi e le vendette è soltanto mesto ricordo. L’idea di cui si era nutrito nel credersi gigante puro, innocente e forte, è d’un tratto sostituita da una mestizia colma di memorie intollerabili. E a guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante, nel rispondere al perché dell’impegno a formulare accuse false e infamanti, l’uomo nuovo, cresciuto in lui terribilmente, si erge a giudicare l’antico. Cerca le ragioni per cui si è potuto risolvere a condannare a morte, senza timore, per servire una idealità fasulla. Ma la ricerca è vana. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, una conseguenza di mille crimini antecedenti; così il tormentato giudice di sé stesso, per render ragione d’un sol fatto, si trova ad esaminare tutto il suo passato. Indietro, d’anno in anno, di sangue in sangue, di condanna in condanna, di lacrime in lacrime, ogni azione compare all’animo consapevole e nuovo, separata dai sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere, ma densa di una mostruosità che quei sentimenti non avevano allora lasciato scorgere. Eppure quelle azioni erano tutte sue, erano il suo grido per il mondo unito al grido della rivoluzione redentrice. Erano lui. L’orrore di tal pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, cresce fino alla dolente e beffarda constatazione di aver mutato padrone, ma di essere rimasto un servo, servo obbediente di violenta passione. Maestoso Bastianini nel dispiegarsi del canto quasi recitato e denso di una intima delusione, nel riconoscersi servo di una passione che gli ha fatto smarrire la fede nel sognato destino e fa rimpiangere la gloria di cui appariva irradiato il suo cammino. Ma la rimembranza di tali imprese gli procura rimorso per aver sottoscritto quell’accusa, spegne nell’animo quella molesta viltà, vi desta invece una specie di nostalgia dei gioiosi giorni, quando sognava di fare del mondo un Pantheon, di mutare gli uomini in dei e amorevolmente tutte le genti abbracciare in un sol bacio e abbraccio. Strepitoso Ettore Bastianini nella romanza Nemico della patria?… Il suo canto si incunea con prorompente ironia nella ricerca di accuse credibili a Chénier, colpevole solo di essere suo rivale in amore. Ma poi dopo aver immaginato una accusa plausibile ma falsa, si eleva alla meditazione della sua storia e con la purezza della perfetta fonazione, col dosaggio sapiente del volume vocale, col fraseggio appassionato ma costantemente sorvegliato, coglie sapientemente la dimensione nichilista della esistenza concludendo “Bugia tutto, sol vero la passione!”.

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TEATRO FILARMONICO – DON GIOVANNI di W. A. MOZART

Un cielo ombrato reso luminoso da LAURA GIORDANO,  

stella senza macchia nel personaggio di Donn’ANNA.

don-giovanni-1Con Don Giovanni, somma opera tra le opere somme, Mozart entra nella esigua schiera di quegli Immortali, il cui nome mai sarà oscurato dal tempo perché l’Eternità non dimentica. Mozart è immortale! E il suo Don Giovanni per la densità e per l’intensità degli interventi ora tragici, ora giocosi, per la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi, per la esemplificazione della complessa stratificazione sociale del tempo e di ogni tempo, per la musica divina che tutto ammanta, tutto coglie della misteriosa vicenda umana, resterà immenso e solitario. Don Giovanni è un dissoluto, personificazione del libertino impenitente, crudelmente misogino, irriverente, ateo nella irrisione delle ombre dell’aldilà, arrogante nella sfida del giudizio divino, cavaliere senza i valori del Cavalierato, irrispettoso di ogni regola costituita, assassino, seduttore, lussurioso, bugiardo, goloso, traditore, ingannatore, è l’assioma del Male che anima la nobiltà e la élite dominante. Tuttavia scorgere in lui soltanto una critica o una caricatura dell’Ancien Regime sarebbe un errore, perché il personaggio possiede anche la vitalità e la creatività della borghesia in piena ascesa. Leporello, sordido personaggio sleale e mentitore, comica e insolente figura di servo, servo al servizio di un padrone e servo di insane passioni e tentazioni, è pavido, frequentatore di osterie e incapace di vivere se non al servizio di “miglior padrone”. Donn’Anna, figlia del Commentatore, ha l’animo lacerato dal conflitto tra il sentimento nobile, nutrito da una lunga affinità elettiva con Don Ottavio, e il coinvolgimento erotico-sessuale che Don Giovanni a sua insaputa le ha fatto conoscere nella notte dell’aggressione. Un coinvolgimento nuovo e così soggiogante da riecheggiare come impulso vitale, pronto a esplodere pur se avvertito come colpevole e inconfessabile. Così attraverso Don Giovanni in Donn’Anna si risveglia una femminilità assopita che la conduce a una nuova consapevolezza di sé stessa e della sua autentica essenza. Il suo concedersi agli uomini non è l’amore che sublima, ma la passione focosa dell’erotismo non soddisfatto dal suo amante Don Ottavio. La lotta corpo a corpo con Don Giovanni, le ha lasciato nelle fibre del suo corpo femminile un segno difficilmente cancellabile in breve tempo, sì che alla fine del dramma prima di concedersi a Don Ottavio chiede un anno di tempo, a motivo del lutto paterno. Donna Elvira amante ufficiale di Don Giovanni, da amante si comporta. Pur se appena lo scorge lo inchioda alla sua colpa, pur se prigioniera del proprio dolore per l’amore non corrisposto, pur se ragioni solo in termini di “inganno” e di “vendetta”, dopo che Don Giovanni si dichiara pentito e la supplica, Discendi, o gioia bella: vedrai che tu sei quella che adora l’alma mia; pentito io sono già, con la sensibilità di una donna innamorata, riconosce il suo uomo e si lascia sedurre. Ne nasce un dissidio interiore che lucidamente analizza: Mi tradì, quell’alma ingrata…..Ma, tradita e abbandonata/ provo ancor per lui pietà. Una analisi in cui l’ingratitudine di Don Giovanni, i suoi reiterati tradimenti e l’abbandono, emergono assieme alle sue intime ripercussioni di donna tradita. Da un lato il tormento, il naturale desiderio di vendetta dell’io offeso, dall’altro la pietà che fa palpitare il cuore di chi veramente ama. Donna Elvira avverte la propria sofferenza, ma il suo sincero amore la induce a saper riconoscere il “cimento”, la terribile prova a cui Don Giovanni stesso si sottoporrà con estrema coerenza fino all’autodistruzione. Espressioni dell’alta aristocrazia, Donn’Anna e Donna Elvira sono figure tristemente drammatiche, cupe, intrise di un religioso senso di colpa ma portatrici di valori morali che infine prevarranno. Si ascolti il sublime Ensemble a tre con Don Ottavio in cui il carattere religioso è reso esplicito nel canto Protegga il giusto ciel! Don Ottavio è l’archetipico opposto di Don Giovanni. Nella grande aria Dalla sua pace, la mia dipende si legge la dichiarazione che l’unico senso della propria vita è non nella relazione con la donna amata, ma nella pace di lei, da cui stati emotivi dipende totalmente, privo di vita autonoma. Diversamente dal vivere di Don Giovanni, tutto assorbito dal proprio piacere, avido gaudente della bellezza femminile, oltraggiosamente infedele, Don Ottavio vive della vita di Donna Anna. Disperso nella poligamia il primo, concentrato e fedele in una monogamia contemplativa il secondo, Don Giovanni e Don Ottavio, sono gli eterni aspetti della libidine. Zerlina, gioioso esempio della ingenuità contadina, entra in scena cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: Giovinette che fate all’amore, non lasciate che passi l’età..., avanza con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all’amore come un’ape pronta a inebriarsi sul fiore. Pur con una vena di malinconia che sgorga dalla constatazione di quanto breve sia la stagione dell’amore, accetta con vezzosa disponibilità l’invito al piacere e alla festa. E l’accoglienza di quello che brulica nel cuore è ciò che consegna Zerlina a Don Giovanni non appena questi irrompe con lo splendore del suo ricco apparire e le dolci parole di lusinga. Il celebre duettino Là ci darem la mano, pagina di assoluto incanto e fonte di vivide suggestioni, nobilita il timido tentativo di sottrarsi a un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Ma il disinganno patito da Donna Elvira scuote Zerlina, la quale pur nella inesperienza di giovane contadina sa riconoscere l’inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni e distinguere i moti passeggeri del desiderio di un momento, dal valore di una relazione stabile e duratura.  
L’aria Vedrai carino… è una meravigliosa lezione di come si possa lenire il dolore e attutire il risentimento con la sola magia dell’amore. In essa Zerlina rivela per intero l’istinto di contadina, ancora legata alla saggezza, alla naturale propensione della innata spontaneità di fanciulla guidata da impulsi primitivi e non da ambizioni deteriori. Saggezza spontanea e leggera, testimone del radicale cambiamento, della maturazione definitiva da ragazza spensierata e sognatrice, a donna accorta e prudente, che l’avventura con Don Giovanni ha reso possibile. 
Nello strepitoso finale dell’Opera, l’essenza autentica di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Con accenti arcani la statua del Commentatore accettando l’invito a cena del cavaliere, lo invita a sua volta. È la chiamata al pentimento. Don Giovanni per non essere tacciato di viltà, ignaro accetta. Ma nel porgere la mano in pegno della promessa, vien preso da un gelo inaudito: è l’ingiunzione esplicita al pentimento, al cangiar vita. Lo scellerato rifiuta il pentimento e viene assalito da orribili vortici di fuoco. È l’inferno che lo accoglie, tra grida, lamenti e gesti di terrore. È l’ultimo atto di Don Giovanni, simbolo della fine di un Mondo: il mondo assolutistico dell’Ancien Régime, ormai al tramonto, con l’avvento della modernità, dell’Illuminismo, dei nuovi ideali di Ragione e Libertà individuale, destinati fatalmente a cancellare ogni traccia di servitù, di barriere sociali, di impunità, di deità inesistenti. Don Giovanni è un’opera giocosa, eppure su un soggetto così futile Mozart costruisce una delle opere più alte a livello teologico e filosofico, psicologico e politico! Opera somma che invita tutti a salire sul palco della Storia consapevoli che errori e sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per annientare le forze avverse e che quando l’oppresso non trova giustizia e il peso dell’offesa diventa insostenibile, si rivolge fidente al Cielo, ove trae i suoi eterni diritti.
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