Skip to Content

blog post

ll Barbiere di Siviglia – Il miracolo di un Genio

barbiereIl Barbiere di Siviglia di Rossini è il miracolo di un genio che sa trattare temi di impegno e analisi sociale con una musica densa di melodie giocose e vivaci, cui un insolito senso del ritmo e un magistrale impiego dei fiati trasmettono una allegrezza, una gioia esuberante di vivere nella pienezza dei sentimenti più infantilmente burloni: lo scherzo, il travestimento, il mutar di voci, la serenata d’amore, il far danaro prestandosi all’inganno ruffiano. Eppure in tale sontuoso monumento musicale si intravedono spunti amari di un mondo disfatto che perduto i riferimenti di un potere assoluto e indiscusso è in cerca di nuovi ordini sociali.

Una nobiltà caduta e un’altra ansiosa di ascendere, una chiesa rappresentata nella sua forma più immorale e risibile, una gendarmeria corrotta che del suo potere abusa per gli interessi amorosi di un rappresentante dell’alta borghesia, sono gli interpreti di quel mondo in disfacimento che tra isterismi e frastuoni tenta una restaurazione di valori. Sopra tale mondo si eleva, nella freschezza della sua giovinezza e nell’ansia del suo amore, un personaggio a suo modo docile, obbediente, casto ma all’occasione forte e vendicativo. È Rosina, innamorata di un certo giovine di cui ignora la nobiltà, e a sua volta attesa quale sposa da un signorotto in disgrazia che pone in atto ogni raggiro pur di sposarla e goderne l’eredità.

Rosina fanciulla priva di privilegi di nobiltà ereditata e per questo tenuta quasi in ostaggio, è il simbolo di una società che lontana dagli ardimenti sanguinosi delle rivoluzioni, cerca di sottrarsi alla vigilanza oppressiva e interessata del suo tutore e di realizzare il sogno d’amore con sotterfugi e piccole menzogne, ma senza violenza e senza spargimenti di sangue. Capace di decidere, resistere e vincere, è la rappresentazione della sapienza innata della donna, del potere fondamentale, primordiale e attrattivo di cui la natura l’ha dotata nella sua istintiva sensualità e dunque il punto di fuga di tutta l’opera, cui convergono tutte le trame, le inutili precauzioni, le finzioni e le proibizioni. Rosina è un saggio complesso ed esuberante di esplorazione ed evoluzione psicologica, monumento assoluto nella letteratura operistica. La interpretazione di una ragazza docile e remissiva, scaltra e innamorata, capace di affrontare situazioni buffe e paradossali, ma anche soavi momenti di tenerezza e dolcezza, richiede una personalità di interprete che sappia scolpire il tutto tondo del personaggio con una dovizia di voce, una espressività, un dominio del palcoscenico, assolutamente superlativi.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

TEATRO CARLO FELICE – GENOVA –

Lucia di Lammermoor

Gaetano Donizetti

La invocazione gaia e leggera della Morte come utopia di una condizione beata

callasLucia di Lammermoor è opera somma e sommamente complessa, momento non unico ma altissimo di quel prodigioso movimento di cultura e di costumi che fu il Romanticismo. Se gli Illuministi erano convinti che con la sola ragione potessero sciogliere ogni dubbio e costruire una società non conflittuale, i romantici avvertirono i limiti della ragione. Colsero con chiarezza che essa da sola non è in grado di spiegare l’origine, la natura e la destinazione dell’essere; che nessuna teoria razionale può spiegare la fonte dei sentimenti che emergono dalle profondità misteriose della mente e dell’anima; che con la sola ragione non è possibile liberare l’uomo dal dolore e dalle tragedie esistendo una irreparabile frattura fra l’Ideale e il Reale. Il fallimento della Rivoluzione Francese nata nell’entusiasmo per gli ideali di libertà, fratellanza, uguaglianza e spenta invece nella tragica realtà delle guerre napoleoniche, ne fu la testimonianza più amara e più inoppugnabile. Frattura che fu la fonte della profonda insoddisfazione per il razionale e la spinta alla esplorazione dell’irrazionale, che si manifesta in stati soggettivi come l’allucinazione, il delirio, la follia. Stati che paiono anormali e che sono invece i sentieri attraverso cui lo spirito entra in contatto con l’ignoto e il mistero. Il mondo esterno cessò allora di avere una oggettività propria per animarsi di forme e soggetti e divenire proiezione dell’immensa oscurità entro cui si srotola inesorabile la totalità dell’esistenza. Il paesaggio stesso muta colori e sfumature. Non più ampie distese di campi irrorati di luce, ma foreste tenebrose, anfratti di spiriti maligni, di fantasmi, di animali mostruosi. Non più acque limpide e salubri, ma fontane rosse di sangue, non più cinguettii di uccelli ma lugubri rantoli di animali colpiti a morte. Non più sontuose architetture ma castelli in rovina, “vestiboli cadenti”, macerie che seppelliscono macerie e che ne annunciano altre nell’eterno imperversare di lotte e rivalità. Grandi rivalità della Grande Storia che generano le micro rivalità tra famiglie e consanguinei.

Tale universo assai lontano dalla aurea classicità, dalla gioiosa vitalità di molte opere precedenti, è l’universo di Lucia. Un mondo di fantasmi ancora sanguinanti, di vendette compiute e ricercate, di nobili caduti in cerca di riscosse, di una Chiesa spettatrice ininfluente. Nella grande cornice della lotta scatenatasi nella frazione scozzese del villaggio di Lammermoor tra i protestanti di Guglielmo III d’Orange e i cattolici di Giacomo II si inserisce la rivalità tra Enrico e Lucia Ashton cattolici ed Edgardo Ravenswood protestante. L’annuncio di Enrico (Atto II, scena I) “Spento è Guglielmo….Prostata è nella polvere la parte ch’io seguìa” è nel contempo la confessione della sua sconfitta e la spiegazione del suo tentativo di “sottrarsi dal precipizio” nell’unico modo possibile: convincere Lucia a sposare Lord Arturo, un signorotto benestante e suo amico, ma personaggio fatuo e insignificante. La tragedia di Lucia ha inizio quando all’imperativo di Enrico “Devi salvarmi, … il devi”, seguito dalla minaccia di divenire “ombra irata e minacciosa … con la scure sanguinosa sempre innanzi a te”, Lucia in una straziante invocazione al Cielo, risponde “tu mi togli eterno Iddio, questa vita disperata …. io son tanto sventurata che la morte è un ben per me.” Lucia è una fanciulla “dolente vergine”, orfana di cara madre, che sola, forte soltanto del suo amore per Edgardo, si trova irretita tra le maglie delle menzogne, delle false testimonianze di tradimento, della violenza a firmare un contratto di matrimonio detestato e che, scoperta, subisce l’offesa del ripudio di Edgardo, unico amore che ancora la lega al mondo. Alla sollecitazione di Raimondo suo educatore e confidente di accettare sia le nozze che il ripudio, perché “tutto è lieve alla eterna pietà”, risponde con una cadenza che è purissima poesia metrica e musicale.

Continua a leggere.. »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

Il TROVATORE

trovatoreAmore filiale e Amore materno

annientati nel rogo

Il Trovatore è dramma truce, denso di orride reminiscenze, di passioni forti e brucianti, di false morti e improbabili riapparizioni, tetro di ombre scure, illuminato solo da bagliori di fiamme distruttive. Un dramma inverosimile, un groviglio di episodi difficili da sciogliere nella loro complessità, su cui tuttavia si elevano la straordinaria ricchezza melodica, la fiumana di musica, la immensa statura di Verdi che scrivendo musica se ne liberava. La vendetta, l’amore, le battaglie, le vocazioni monastiche, le carceri, i roghi, gli avvelenamenti, gli equivoci banali e ridicoli, di cui il Trovatore trabocca, sono solo pretesti per generare melodie. Senza connessioni, senza una sequenza che dia continuità al racconto, ambientato in una società ancestrale, dominata dalle ossessioni di presenze demoniache e di streghe dai poteri diabolici, una società nella quale la nobiltà conserva intatti poteri e privilegi, Il Trovatore è l’epopea del Verdi che sa rendere ardenti di musica anche ceppi accesi. Eppure nella miscela di temi sconnessi del libretto, è possibile cogliere un tenue filo di coerenza e connessione nel tema dell’amore filiale e materno. Il Trovatore appare un viaggio negli abissi della maternità, insopprimibile vocazione di ogni donna all’amore verso chi l’ha generata e verso chi ha generato. Vocazione esaltante e dolente splendidamente evocata dalla canzone di Azucena, Stride la vampa. Una canzone mesta, una vibrante descrizione pittorica del delirio assassino di una folla indomita, attraverso la quale discinta e scalza sua madre è spinta al rogo. Circondata da scellerati sgherri la misera vittima riesce solo a gridarle singhiozzando Mi vendica. Un grido che in Azucena lascia un’eco eterna e spettrale, tale da spingerla a rapire il figlio del vecchio Conte per bruciarlo nella stessa fiamma di sua madre. Ma nel delirio dei sentimenti, nella ferale visione del rogo, nel rogo getta il suo proprio figlio. Tragico errore che aggiunge alla angoscia di una vendetta non compiuta, la allucinante colpa di una maternità infanticida. Con Azucena resterà Manrico, altro figlio del vecchio Conte, che lei, fedele alla vocazione alla maternità, alleverà quale tenera madre! Una vocazione forte seppure contaminata dalla iniqua speranza di poter attraverso lui vendicare la sua propria madre. Mi vendica, è infatti la stessa, tragica implorazione di Azucena a Manrico, in una scena surreale dominata dalla allucinazione dell’amore di figlia che offusca l’amore di madre. A un duetto così pregno di echi di condanne eterne, di desideri empi di vendetta, seguono due scene stupende nella bellezza del canto: la scena della clausura di Leonora che crede alla falsa morte di Manrico in battaglia, e la scena del fallito tentativo del giovane Conte di Luna di rapirla al chiostro. Scene che lasciano il percorso di Azucena nella nebulosità di una evoluzione indefinita. Essa riappare infatti larva umana in prossimità dell’accampamento del Conte. Interrogata da dove venga risponde il tetto di una zingara è il cielo, sua patria il mondo. Sintesi tragica di tutto il dramma della sua esistenza e della sconsolata visione della stessa, sospesa sulla consapevolezza ingenua ma vera della contingenza del mondo. Il suo errare, ora, orfana del figlio cercato invano, è il pellegrinaggio tormentoso di una mamma non più mamma, deserta nel deserto di un destino ingrato. Eppure in quel cumulo di memorie avvilite si leggono la tragica e solitaria grandezza di una madre nel saper aggirare i labirinti dell’esistenza, sola nel dolore, ma non arresa alla ineluttabilità del fato. Azucena, è l’emblema del divino mistero della maternità contaminata e frangibile, che forte della sua fede nel Dio de’ miseri e nel Dio vendicatore, non ha e non ha bisogno di competizioni. Al Conte che avendo riconosciuto in lei chi il bambino arse! la condanna al supplizio della pira, risponde con spavalda certezza Dio ti punirà! È l’impotente rivolta di una zingara emarginata contro una società sopraffattrice in cui il potere di vita o di morte appartiene non alla legge ma al signorotto che lo ha ricevuto in eredità. Verdi che aveva colto nelle opere precedenti il tema della schiavitù dei popoli, affrontato con immenso successo il tema della patria e delle libertà perdute, appare nel Trovatore aver dimenticato l’empito eroico e gagliardo che pochi anni prima aveva suscitato in lui la fine dei poteri assoluti. V’è solo un sussulto nel Conte quando condannando Manrico alla scure e Azucena al rogo si domanda: Abuso io forse del poter che pieno in me trasmise il prence? Amaro interrogativo che lascia ancor più emergere la arretratezza storica e culturale del libretto. Eppure tra questi rovi di storia e cultura si elevano memorabili arie e cabalette, che stupendamente descrivono la supremazia della libidine amorosa sull’appagamento, la morte come unica alternativa all’amore, l’inganno meditato e tragico. Temi tutti, retaggio di un romanticismo che nell’anno del Trovatore (1853), dopo le tremende prove di rivoluzioni e guerre d’indipendenza, ha definitivamente perduto il suo fascino attrattivo per dar spazio al documento di vita, a quello che di lì a poco sancirà il trionfo del verismo. Forse consapevole di questo, la scena di Azucena e Manrico assieme in carcere in attesa di esecuzione, è la più verosimile. L’ossessione del rogo, martirio della madre, e ora suo stesso martirio, atterrisce Azucena che invoca Manrico di sottrarla all’orrida sorte della sua stessa ava. Il duetto con lui, nella dolce rimembranza dei monti, della melodia riposante del liuto, crea una atmosfera di estasi sognante che allontana il tempo e il mondo presente annullando le tristi immagini dell’orrida fiamma. Interludio di dolce sopore, ma breve. L’istante della vendetta giunge con la condanna alla scure di Manrico. Trascinata dal Conte ad assistere all’orribile esecuzione, Azucena gli rivela che costui era suo fratello. Un bagliore sinistro di gioia esplode nel grido liberatorio finale Sei vendicata, o madre! Ma è una gioia incompiuta perché la scure annienta e per sempre il suo amore materno.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

TEATRO FILARMONICO – DON GIOVANNI di W. A. MOZART

Un cielo ombrato reso luminoso da LAURA GIORDANO,  

stella senza macchia nel personaggio di Donn’ANNA.

don-giovanni-1Con Don Giovanni, somma opera tra le opere somme, Mozart entra nella esigua schiera di quegli Immortali, il cui nome mai sarà oscurato dal tempo perché l’Eternità non dimentica. Mozart è immortale! E il suo Don Giovanni per la densità e per l’intensità degli interventi ora tragici, ora giocosi, per la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi, per la esemplificazione della complessa stratificazione sociale del tempo e di ogni tempo, per la musica divina che tutto ammanta, tutto coglie della misteriosa vicenda umana, resterà immenso e solitario. Don Giovanni è un dissoluto, personificazione del libertino impenitente, crudelmente misogino, irriverente, ateo nella irrisione delle ombre dell’aldilà, arrogante nella sfida del giudizio divino, cavaliere senza i valori del Cavalierato, irrispettoso di ogni regola costituita, assassino, seduttore, lussurioso, bugiardo, goloso, traditore, ingannatore, è l’assioma del Male che anima la nobiltà e la élite dominante. Tuttavia scorgere in lui soltanto una critica o una caricatura dell’Ancien Regime sarebbe un errore, perché il personaggio possiede anche la vitalità e la creatività della borghesia in piena ascesa. Leporello, sordido personaggio sleale e mentitore, comica e insolente figura di servo, servo al servizio di un padrone e servo di insane passioni e tentazioni, è pavido, frequentatore di osterie e incapace di vivere se non al servizio di “miglior padrone”. Donn’Anna, figlia del Commentatore, ha l’animo lacerato dal conflitto tra il sentimento nobile, nutrito da una lunga affinità elettiva con Don Ottavio, e il coinvolgimento erotico-sessuale che Don Giovanni a sua insaputa le ha fatto conoscere nella notte dell’aggressione. Un coinvolgimento nuovo e così soggiogante da riecheggiare come impulso vitale, pronto a esplodere pur se avvertito come colpevole e inconfessabile. Così attraverso Don Giovanni in Donn’Anna si risveglia una femminilità assopita che la conduce a una nuova consapevolezza di sé stessa e della sua autentica essenza. Il suo concedersi agli uomini non è l’amore che sublima, ma la passione focosa dell’erotismo non soddisfatto dal suo amante Don Ottavio. La lotta corpo a corpo con Don Giovanni, le ha lasciato nelle fibre del suo corpo femminile un segno difficilmente cancellabile in breve tempo, sì che alla fine del dramma prima di concedersi a Don Ottavio chiede un anno di tempo, a motivo del lutto paterno. Donna Elvira amante ufficiale di Don Giovanni, da amante si comporta. Pur se appena lo scorge lo inchioda alla sua colpa, pur se prigioniera del proprio dolore per l’amore non corrisposto, pur se ragioni solo in termini di “inganno” e di “vendetta”, dopo che Don Giovanni si dichiara pentito e la supplica, Discendi, o gioia bella: vedrai che tu sei quella che adora l’alma mia; pentito io sono già, con la sensibilità di una donna innamorata, riconosce il suo uomo e si lascia sedurre. Ne nasce un dissidio interiore che lucidamente analizza: Mi tradì, quell’alma ingrata…..Ma, tradita e abbandonata/ provo ancor per lui pietà. Una analisi in cui l’ingratitudine di Don Giovanni, i suoi reiterati tradimenti e l’abbandono, emergono assieme alle sue intime ripercussioni di donna tradita. Da un lato il tormento, il naturale desiderio di vendetta dell’io offeso, dall’altro la pietà che fa palpitare il cuore di chi veramente ama. Donna Elvira avverte la propria sofferenza, ma il suo sincero amore la induce a saper riconoscere il “cimento”, la terribile prova a cui Don Giovanni stesso si sottoporrà con estrema coerenza fino all’autodistruzione. Espressioni dell’alta aristocrazia, Donn’Anna e Donna Elvira sono figure tristemente drammatiche, cupe, intrise di un religioso senso di colpa ma portatrici di valori morali che infine prevarranno. Si ascolti il sublime Ensemble a tre con Don Ottavio in cui il carattere religioso è reso esplicito nel canto Protegga il giusto ciel! Don Ottavio è l’archetipico opposto di Don Giovanni. Nella grande aria Dalla sua pace, la mia dipende si legge la dichiarazione che l’unico senso della propria vita è non nella relazione con la donna amata, ma nella pace di lei, da cui stati emotivi dipende totalmente, privo di vita autonoma. Diversamente dal vivere di Don Giovanni, tutto assorbito dal proprio piacere, avido gaudente della bellezza femminile, oltraggiosamente infedele, Don Ottavio vive della vita di Donna Anna. Disperso nella poligamia il primo, concentrato e fedele in una monogamia contemplativa il secondo, Don Giovanni e Don Ottavio, sono gli eterni aspetti della libidine. Zerlina, gioioso esempio della ingenuità contadina, entra in scena cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: Giovinette che fate all’amore, non lasciate che passi l’età..., avanza con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all’amore come un’ape pronta a inebriarsi sul fiore. Pur con una vena di malinconia che sgorga dalla constatazione di quanto breve sia la stagione dell’amore, accetta con vezzosa disponibilità l’invito al piacere e alla festa. E l’accoglienza di quello che brulica nel cuore è ciò che consegna Zerlina a Don Giovanni non appena questi irrompe con lo splendore del suo ricco apparire e le dolci parole di lusinga. Il celebre duettino Là ci darem la mano, pagina di assoluto incanto e fonte di vivide suggestioni, nobilita il timido tentativo di sottrarsi a un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Ma il disinganno patito da Donna Elvira scuote Zerlina, la quale pur nella inesperienza di giovane contadina sa riconoscere l’inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni e distinguere i moti passeggeri del desiderio di un momento, dal valore di una relazione stabile e duratura.  
L’aria Vedrai carino… è una meravigliosa lezione di come si possa lenire il dolore e attutire il risentimento con la sola magia dell’amore. In essa Zerlina rivela per intero l’istinto di contadina, ancora legata alla saggezza, alla naturale propensione della innata spontaneità di fanciulla guidata da impulsi primitivi e non da ambizioni deteriori. Saggezza spontanea e leggera, testimone del radicale cambiamento, della maturazione definitiva da ragazza spensierata e sognatrice, a donna accorta e prudente, che l’avventura con Don Giovanni ha reso possibile. 
Nello strepitoso finale dell’Opera, l’essenza autentica di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Con accenti arcani la statua del Commentatore accettando l’invito a cena del cavaliere, lo invita a sua volta. È la chiamata al pentimento. Don Giovanni per non essere tacciato di viltà, ignaro accetta. Ma nel porgere la mano in pegno della promessa, vien preso da un gelo inaudito: è l’ingiunzione esplicita al pentimento, al cangiar vita. Lo scellerato rifiuta il pentimento e viene assalito da orribili vortici di fuoco. È l’inferno che lo accoglie, tra grida, lamenti e gesti di terrore. È l’ultimo atto di Don Giovanni, simbolo della fine di un Mondo: il mondo assolutistico dell’Ancien Régime, ormai al tramonto, con l’avvento della modernità, dell’Illuminismo, dei nuovi ideali di Ragione e Libertà individuale, destinati fatalmente a cancellare ogni traccia di servitù, di barriere sociali, di impunità, di deità inesistenti. Don Giovanni è un’opera giocosa, eppure su un soggetto così futile Mozart costruisce una delle opere più alte a livello teologico e filosofico, psicologico e politico! Opera somma che invita tutti a salire sul palco della Storia consapevoli che errori e sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per annientare le forze avverse e che quando l’oppresso non trova giustizia e il peso dell’offesa diventa insostenibile, si rivolge fidente al Cielo, ove trae i suoi eterni diritti.
Continua a leggere.. »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

BELVEDERE SAN LEUCIO DI CASERTA

MEMORABILE CAVALLERIA RUSTICANA

https://youtu.be/9wBvlmKjNUk

cavalleriaAl Belvedere San Leucio di Caserta, nell’ambito della Rassegna “Un’Estate da RE” è andata in scena una esecuzione memorabile della Cavalleria Rusticana. Opera somma che rivoluzionò la cultura dell’opera lirica e permise all’Italia del Sud la rivincita nel teatro lirico. Negli anni immediatamente successivi alla sua prima, altri drammi di passione e di sangue, di ambiente popolare e forti caratterizzazioni regionali, invasero la scena operistica, a dimostrazione che le frontiere del giovane Regno d’Italia includevano anche un mondo sofferente e tenuto drammaticamente lontano dal progetto di sviluppo che investiva il Nord della penisola.

Con Mala vita di Umberto Giordano; con i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni l’Italia del Sud ancora povera e semianalfabeta si erse sul palcoscenico nobile dell’Opera e fece sentire la sua presenza a lungo elusa.

Cavalleria esordì al Costanzi di Roma nel 1890 e fu subito successo. Il soggetto drammatico, la sua passionalità accesa, l’ambiente popolare, una religiosità superstiziosa, le masse contadine quali interpreti, rivelarono al teatro lirico la verità ignorata di una classe di contadini dai sentimenti violenti come l’onore offeso, la gelosia, il tradimento, la sfida vendicatrice, la superstizione. Di Mascagni, dovettero impressionare la vena di canto imponente nella sua irruenta spontaneità, l’impiego delle voci, la presenza di un popolo in scena, gli ampi squarci sinfonici.

Ma pur con questi aspetti innovativi, va riconosciuto che Cavalleria poggia su un impianto che non rompe con la tradizione. In essa Mascagni adotta romanze, duetti, concertati e una distribuzione dei ruoli vocali, secondo la più fedele tradizione del melodramma romantico. E fedele a tale tradizione l’Opera si apre con un preludio strumentale e con un coro d’introduzione, seppure, interrotto dall’irrompere della ventata di accesa passionalità della Siciliana di Turiddu.

Continua a leggere.. »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook