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L’ELISIR D’AMORE – LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA

 

LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA IN UNA EDIZIONE DELL’OPERA

MACCHIATA DA UNA REGIA SPIAGGIATA

Sul luminoso ponte che collega i perfetti modelli del Barbiere di Siviglia, opera buffa, e di Falstaff, commedia in musica, L’Elisir d’Amore, capolavoro di ironia, eleganza e leggerezza, si colloca quale virata fondamentale del “melodramma giocoso”. Non più trame derivate dalla Storia o dalla letteratura, ambientate in mondi spesso immaginati sul crinale dell’ignoto e del mistero, ma trame derivate dalla osservazione del mondo campestre, dal mondo di mietitori e mietitrici, ricco di personaggi autentici, ripresi dalla vita reale che acquistano dignità di uomini capaci di amare e soffrire, gioire e ingannare, sperare e disperarsi. Allo stesso modo non più musica occasione di virtuosismi vocali, ma musica che descrive ambienti e stati d’animo, ansie e pene d’amore, corteggiamenti vanitosi e furbeschi espedienti per sopravvivere. Una musica eterna come eterno è l’amore, eterne le pene nel vederlo non corrisposto, eterna la gioia di ritrovarlo e ritrovarsi nell’elegia della reciproca dichiarazione di dedizione senza fine. Una musica che illumina le sfumature di una variopinta umanità di personaggi grotteschi, ciarlatani, istrioni nel linguaggio e nell’inganno, e personaggi di una semplicità illetterata e tonta ma ricchi di umanità sognante e sofferente per una passione frustrata. Personaggi furbescamente civettuoli ma intimamente vulnerabili alla gelosia, vibranti al nostalgico richiamo del suono di fanfare, degli affetti domestici, del suolo natio, ove non v’ha destin sì rio che cangiar non si possa un dì. Una musica che dà vita al luminoso paesaggio campestre ove allegre villanelle vivono segretamente le loro tenui pulsioni nell’ascolto del mito di Tristano e Isotta: mito che dà sostanza e speranza alle loro attese di improbabili affetti.

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MARIA CALLAS LA DIVINA

MONOLOGO SCRITTO E RECITATO da DANIELA MUSINI

danielaChi scrive, si accinge recensire questo incantevole spettacolo con tremore e timore, colpito dalla complessità di qualcosa che nella sintesi di musica e parola, raggiunge i vertici di una soggiogante bellezza. Bellezza del testo recitato, bellezza dei passi originali cantati dalla Divina per farne stupenda colonna sonora, bellezza del monologo raffinato e ricchissimo di sfumature, bellezza nella illuminante recitazione che la stessa Autrice ne fa, sola per oltre un’ora.

Spettacolo affascinante, giustamente apprezzato e premiato, e che ora chi scrive vuole commentare nelle sue doviziose articolazioni: la concezione stessa di uno spettacolo tanto complesso, il testo del monologo, la recitazione, la sintesi tra parola e musica, la scansione temporale degli eventi della esistenza della Divina, le arie da Lei stessa cantate.
L’idea di portare in scena un monologo è già una idea ardita e a conoscenza di chi scrive ha un solo precedente nella celeberrima interpretazione che Pamela Villoresi fece della infelice storia di Ninì tratta dal Romanzo “Lo Scialo” di Vasco Pratolini.
In quel monologo c’era già il testo di un grande scrittore, qui invece il testo era da inventare e scrivere per essere letto e poi interpretato.

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AIDA – Il trionfo dell’Amor patrio sull’Amore terreno

aida-bariAl Teatro Petruzzelli di Bari è andata in scena una rappresentazione di AIDA che lontana dagli stereotipi tradizionali dell’opera ne legittima una interpretazione inedita e forse più densa di significati. La scena essenziale nel ricreare le ambientazioni del tempo dei Faraoni, l’assenza di colori solari e sgargianti, la mancanza di sedie gestatorie, di sontuose vesti regali o sacerdotali, di qualunque orpello che riportasse alla memoria i segni del potere, una scena del trionfo nella quale il trionfatore è appena intravisto, prigionieri etiopi coperti più che vestiti, tutto lascia immaginare che la guerra non sia una guerra tra popoli, né una guerra calda, ma un conflitto assai diverso nella genesi seppure identico negli effetti. Il conflitto tra due diversi sentimenti di amore: l’amore umano, carnale, bruciante per un uomo e l’amore sacro, incontaminato e puro per la Patria. Sentimenti d’amore diversi che generano tuttavia in Aida patimenti non diversi. È lei che soffre per tutta la durata dell’opera. È lei l’eroina immolata per aver amato. È lei che dopo aver ascoltato la blasfema invocazione alla guerra contro il suo popolo, e l’augurio che vincitore sia l‘uomo che ama, subisce la beffa della sua rivale con la falsa notizia che costui è morto. È lei che subisce l’amara e feroce invettiva del padre che la offende e la rinnega, Non sei mia figlia! Dei Faraoni tu sei la schiava. È lei che si offre alla morte tante volte invocata quale ristoro al suo soffrir per un amore tremendo e fatal. È infine lei che entrata furtiva nella tomba che si apriva per Radamés, nel momento del trapasso e tra il triste tripudio dei sacerdoti, vede il ciel dischiudersi, il cielo nel quale ogni affanno cessa e comincia l’estasi di un immortale amor. La Morte desiderata per l’impossibilità di amare la Patria e il suo vincitore; la Morte affrontata con l’uomo amato seppure disonorato e condannato per alto tradimento, sancisce il trionfo di Aida.
È nella vittoria dell’Amor patrio sull’Amore terreno il vero trionfo in AIDA.
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All’Opera di Roma una improbabile allegoria del Trovatore

il trovatore
Il Trovatore è dramma truce, denso di orride reminiscenze, di passioni forti e brucianti, di false morti e improbabili riapparizioni, tetro di ombre scure, illuminato solo da bagliori di fiamme distruttive. Un dramma inverosimile, un groviglio di episodi difficili da sciogliere nella loro complessità, su cui tuttavia si elevano la straordinaria ricchezza melodica, la fiumana di musica, la immensa statura di Verdi che scrivendo musica se ne liberava. La vendetta, l’amore, le battaglie, le vocazioni monastiche, le carceri, i roghi, gli avvelenamenti, gli equivoci banali e ridicoli, di cui il Trovatore trabocca, sono solo pretesti per generare melodie. Senza connessioni, senza una sequenza che dia continuità al racconto, ambientato in una società ancestrale, dominata dalle ossessioni di presenze demoniache e di streghe dai poteri diabolici, una società nella quale la nobiltà conserva intatti poteri e privilegi, Il Trovatore è l’epopea del Verdi che sa rendere ardenti di musica anche ceppi accesi. Eppure nella miscela di temi sconnessi del libretto, è possibile cogliere un tenue filo di coerenza e connessione nel tema dell’amore filiale e materno.
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Le Nozze di Figaro – IL MAGISTERO DI MOZART ALL’INSEGNA DEL PERDONO

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Travestimenti, mobilità sociale, amore come diritto e viceversa, ne “Le Nozze di Figaro”, questi capisaldi del costume socio-erotico sono sontuosamente disseminati. Era il 1786 quando Mozart e Da Ponte iniziarono a scrivere Le Nozze. V’erano ormai ed erano evidenti i prodromi della Rivoluzione che abbatterà la monarchia francese, cambiando i connotati al decrepito spirito del Vecchio continente. Tutta l’Europa era in tumulto e Mozart, per ottenere dall’imperatore Giuseppe II il permesso di rappresentare Le Nozze, dovette presentare un lavoro non roso nè da granelli di polvere da sparo, né da possibili fiammelle di riscatto di classe. Così, lui e il librettista Lorenzo  Da Ponte ispirati da Beaumarchais inventarono il racconto di una spassosa giornata, “La folle giornata”. Un racconto in cui smontano e rimontano, intrecciano coppie morganatiche, amore e interesse, servi e padroni, travestendo, irridendo, compatendo ciascun personaggio, senza nessuno escludere. Ma a Giuseppe II sfuggì che in quel racconto c’era ben nascosto ed era fumante il focolaio dell’eguaglianza.

Il Conte di Almaviva, uomo alle soglie di quella idiota età che è l’anzianità, non può più spassarsela con le fanciulle se non pagandole o abusando del suo ufficio. Invidioso del paggio Cherubino, che ha l’età e le risorse per fare il farfallone amoroso, vuole cacciarlo in modo che non possa più andare “notte e giorno girando, delle belle turbando il riposo”. In un impeto di dispotismo illuminato, aveva abolito lo ius primae noctis, ma ora che Susanna, da lui ambita in un miscuglio bavoso di amore e desiderio, sta per sposarsi, vorrebbe trovare un modo sottile per ristabilirlo e riprendersi ciò che gli sarebbe spettato di diritto. Sua moglie, la Contessa, informata del piano del consorte, e del come sia un traditore seriale, reagisce come tutte le donne del suo rango e pungolata dalla Terza Classe, nella persona di Susanna, ordisce un tranello ai danni del Conte. I suoi complici vogliono inchiodarlo per guadagnarsi il diritto ad amarsi, lei invece vuole solo tornare a sentire il suo calore, nel struggente ricordo dei bei momenti. Si traveste da Susanna e gli dà appuntamento in giardino, di notte. Il Conte giunge e forse per la prima volta le rivolge quelle dolci parole d’amore di cui la Contessa sente il bisogno. Per lei moglie, proprietà garantita, signora matura che ha nel viso l’agenda della vecchiaia di entrambi, il Conte aveva smesso di onorare le promesse matrimoniali più ovvie. Eppure in quel momento in cui lei è un’altra e lui è per un’altra, Mozart e Da Ponte inseriscono il primo, vero, assoluto momento di tenerezza di tutta l’opera e il segreto per svelarne il senso: il perdono. E’ così intenso quel loro sfiorarsi nella menzogna che le loro identità, vere e inventate, si annullano e forse entrambi si guardano in modo nuovo. E si ritrovano. Poi, quando l’inganno è svelato, la Contessa assolve il Conte e lui le prende la mano. A volte per ritrovarsi ci si deve mascherare. Ci si deve tradire. Per questo è importante che entrambe le cose restino proibite. È questo il messaggio di Figaro, la miccia dell’Europa moderna.

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