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Il TROVATORE

trovatoreAmore filiale e Amore materno

annientati nel rogo

Il Trovatore è dramma truce, denso di orride reminiscenze, di passioni forti e brucianti, di false morti e improbabili riapparizioni, tetro di ombre scure, illuminato solo da bagliori di fiamme distruttive. Un dramma inverosimile, un groviglio di episodi difficili da sciogliere nella loro complessità, su cui tuttavia si elevano la straordinaria ricchezza melodica, la fiumana di musica, la immensa statura di Verdi che scrivendo musica se ne liberava. La vendetta, l’amore, le battaglie, le vocazioni monastiche, le carceri, i roghi, gli avvelenamenti, gli equivoci banali e ridicoli, di cui il Trovatore trabocca, sono solo pretesti per generare melodie. Senza connessioni, senza una sequenza che dia continuità al racconto, ambientato in una società ancestrale, dominata dalle ossessioni di presenze demoniache e di streghe dai poteri diabolici, una società nella quale la nobiltà conserva intatti poteri e privilegi, Il Trovatore è l’epopea del Verdi che sa rendere ardenti di musica anche ceppi accesi. Eppure nella miscela di temi sconnessi del libretto, è possibile cogliere un tenue filo di coerenza e connessione nel tema dell’amore filiale e materno. Il Trovatore appare un viaggio negli abissi della maternità, insopprimibile vocazione di ogni donna all’amore verso chi l’ha generata e verso chi ha generato. Vocazione esaltante e dolente splendidamente evocata dalla canzone di Azucena, Stride la vampa. Una canzone mesta, una vibrante descrizione pittorica del delirio assassino di una folla indomita, attraverso la quale discinta e scalza sua madre è spinta al rogo. Circondata da scellerati sgherri la misera vittima riesce solo a gridarle singhiozzando Mi vendica. Un grido che in Azucena lascia un’eco eterna e spettrale, tale da spingerla a rapire il figlio del vecchio Conte per bruciarlo nella stessa fiamma di sua madre. Ma nel delirio dei sentimenti, nella ferale visione del rogo, nel rogo getta il suo proprio figlio. Tragico errore che aggiunge alla angoscia di una vendetta non compiuta, la allucinante colpa di una maternità infanticida. Con Azucena resterà Manrico, altro figlio del vecchio Conte, che lei, fedele alla vocazione alla maternità, alleverà quale tenera madre! Una vocazione forte seppure contaminata dalla iniqua speranza di poter attraverso lui vendicare la sua propria madre. Mi vendica, è infatti la stessa, tragica implorazione di Azucena a Manrico, in una scena surreale dominata dalla allucinazione dell’amore di figlia che offusca l’amore di madre. A un duetto così pregno di echi di condanne eterne, di desideri empi di vendetta, seguono due scene stupende nella bellezza del canto: la scena della clausura di Leonora che crede alla falsa morte di Manrico in battaglia, e la scena del fallito tentativo del giovane Conte di Luna di rapirla al chiostro. Scene che lasciano il percorso di Azucena nella nebulosità di una evoluzione indefinita. Essa riappare infatti larva umana in prossimità dell’accampamento del Conte. Interrogata da dove venga risponde il tetto di una zingara è il cielo, sua patria il mondo. Sintesi tragica di tutto il dramma della sua esistenza e della sconsolata visione della stessa, sospesa sulla consapevolezza ingenua ma vera della contingenza del mondo. Il suo errare, ora, orfana del figlio cercato invano, è il pellegrinaggio tormentoso di una mamma non più mamma, deserta nel deserto di un destino ingrato. Eppure in quel cumulo di memorie avvilite si leggono la tragica e solitaria grandezza di una madre nel saper aggirare i labirinti dell’esistenza, sola nel dolore, ma non arresa alla ineluttabilità del fato. Azucena, è l’emblema del divino mistero della maternità contaminata e frangibile, che forte della sua fede nel Dio de’ miseri e nel Dio vendicatore, non ha e non ha bisogno di competizioni. Al Conte che avendo riconosciuto in lei chi il bambino arse! la condanna al supplizio della pira, risponde con spavalda certezza Dio ti punirà! È l’impotente rivolta di una zingara emarginata contro una società sopraffattrice in cui il potere di vita o di morte appartiene non alla legge ma al signorotto che lo ha ricevuto in eredità. Verdi che aveva colto nelle opere precedenti il tema della schiavitù dei popoli, affrontato con immenso successo il tema della patria e delle libertà perdute, appare nel Trovatore aver dimenticato l’empito eroico e gagliardo che pochi anni prima aveva suscitato in lui la fine dei poteri assoluti. V’è solo un sussulto nel Conte quando condannando Manrico alla scure e Azucena al rogo si domanda: Abuso io forse del poter che pieno in me trasmise il prence? Amaro interrogativo che lascia ancor più emergere la arretratezza storica e culturale del libretto. Eppure tra questi rovi di storia e cultura si elevano memorabili arie e cabalette, che stupendamente descrivono la supremazia della libidine amorosa sull’appagamento, la morte come unica alternativa all’amore, l’inganno meditato e tragico. Temi tutti, retaggio di un romanticismo che nell’anno del Trovatore (1853), dopo le tremende prove di rivoluzioni e guerre d’indipendenza, ha definitivamente perduto il suo fascino attrattivo per dar spazio al documento di vita, a quello che di lì a poco sancirà il trionfo del verismo. Forse consapevole di questo, la scena di Azucena e Manrico assieme in carcere in attesa di esecuzione, è la più verosimile. L’ossessione del rogo, martirio della madre, e ora suo stesso martirio, atterrisce Azucena che invoca Manrico di sottrarla all’orrida sorte della sua stessa ava. Il duetto con lui, nella dolce rimembranza dei monti, della melodia riposante del liuto, crea una atmosfera di estasi sognante che allontana il tempo e il mondo presente annullando le tristi immagini dell’orrida fiamma. Interludio di dolce sopore, ma breve. L’istante della vendetta giunge con la condanna alla scure di Manrico. Trascinata dal Conte ad assistere all’orribile esecuzione, Azucena gli rivela che costui era suo fratello. Un bagliore sinistro di gioia esplode nel grido liberatorio finale Sei vendicata, o madre! Ma è una gioia incompiuta perché la scure annienta e per sempre il suo amore materno.

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TEATRO FILARMONICO – DON GIOVANNI di W. A. MOZART

Un cielo ombrato reso luminoso da LAURA GIORDANO,  

stella senza macchia nel personaggio di Donn’ANNA.

don-giovanni-1Con Don Giovanni, somma opera tra le opere somme, Mozart entra nella esigua schiera di quegli Immortali, il cui nome mai sarà oscurato dal tempo perché l’Eternità non dimentica. Mozart è immortale! E il suo Don Giovanni per la densità e per l’intensità degli interventi ora tragici, ora giocosi, per la sapiente caratterizzazione psicologica dei personaggi, per la esemplificazione della complessa stratificazione sociale del tempo e di ogni tempo, per la musica divina che tutto ammanta, tutto coglie della misteriosa vicenda umana, resterà immenso e solitario. Don Giovanni è un dissoluto, personificazione del libertino impenitente, crudelmente misogino, irriverente, ateo nella irrisione delle ombre dell’aldilà, arrogante nella sfida del giudizio divino, cavaliere senza i valori del Cavalierato, irrispettoso di ogni regola costituita, assassino, seduttore, lussurioso, bugiardo, goloso, traditore, ingannatore, è l’assioma del Male che anima la nobiltà e la élite dominante. Tuttavia scorgere in lui soltanto una critica o una caricatura dell’Ancien Regime sarebbe un errore, perché il personaggio possiede anche la vitalità e la creatività della borghesia in piena ascesa. Leporello, sordido personaggio sleale e mentitore, comica e insolente figura di servo, servo al servizio di un padrone e servo di insane passioni e tentazioni, è pavido, frequentatore di osterie e incapace di vivere se non al servizio di “miglior padrone”. Donn’Anna, figlia del Commentatore, ha l’animo lacerato dal conflitto tra il sentimento nobile, nutrito da una lunga affinità elettiva con Don Ottavio, e il coinvolgimento erotico-sessuale che Don Giovanni a sua insaputa le ha fatto conoscere nella notte dell’aggressione. Un coinvolgimento nuovo e così soggiogante da riecheggiare come impulso vitale, pronto a esplodere pur se avvertito come colpevole e inconfessabile. Così attraverso Don Giovanni in Donn’Anna si risveglia una femminilità assopita che la conduce a una nuova consapevolezza di sé stessa e della sua autentica essenza. Il suo concedersi agli uomini non è l’amore che sublima, ma la passione focosa dell’erotismo non soddisfatto dal suo amante Don Ottavio. La lotta corpo a corpo con Don Giovanni, le ha lasciato nelle fibre del suo corpo femminile un segno difficilmente cancellabile in breve tempo, sì che alla fine del dramma prima di concedersi a Don Ottavio chiede un anno di tempo, a motivo del lutto paterno. Donna Elvira amante ufficiale di Don Giovanni, da amante si comporta. Pur se appena lo scorge lo inchioda alla sua colpa, pur se prigioniera del proprio dolore per l’amore non corrisposto, pur se ragioni solo in termini di “inganno” e di “vendetta”, dopo che Don Giovanni si dichiara pentito e la supplica, Discendi, o gioia bella: vedrai che tu sei quella che adora l’alma mia; pentito io sono già, con la sensibilità di una donna innamorata, riconosce il suo uomo e si lascia sedurre. Ne nasce un dissidio interiore che lucidamente analizza: Mi tradì, quell’alma ingrata…..Ma, tradita e abbandonata/ provo ancor per lui pietà. Una analisi in cui l’ingratitudine di Don Giovanni, i suoi reiterati tradimenti e l’abbandono, emergono assieme alle sue intime ripercussioni di donna tradita. Da un lato il tormento, il naturale desiderio di vendetta dell’io offeso, dall’altro la pietà che fa palpitare il cuore di chi veramente ama. Donna Elvira avverte la propria sofferenza, ma il suo sincero amore la induce a saper riconoscere il “cimento”, la terribile prova a cui Don Giovanni stesso si sottoporrà con estrema coerenza fino all’autodistruzione. Espressioni dell’alta aristocrazia, Donn’Anna e Donna Elvira sono figure tristemente drammatiche, cupe, intrise di un religioso senso di colpa ma portatrici di valori morali che infine prevarranno. Si ascolti il sublime Ensemble a tre con Don Ottavio in cui il carattere religioso è reso esplicito nel canto Protegga il giusto ciel! Don Ottavio è l’archetipico opposto di Don Giovanni. Nella grande aria Dalla sua pace, la mia dipende si legge la dichiarazione che l’unico senso della propria vita è non nella relazione con la donna amata, ma nella pace di lei, da cui stati emotivi dipende totalmente, privo di vita autonoma. Diversamente dal vivere di Don Giovanni, tutto assorbito dal proprio piacere, avido gaudente della bellezza femminile, oltraggiosamente infedele, Don Ottavio vive della vita di Donna Anna. Disperso nella poligamia il primo, concentrato e fedele in una monogamia contemplativa il secondo, Don Giovanni e Don Ottavio, sono gli eterni aspetti della libidine. Zerlina, gioioso esempio della ingenuità contadina, entra in scena cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: Giovinette che fate all’amore, non lasciate che passi l’età..., avanza con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all’amore come un’ape pronta a inebriarsi sul fiore. Pur con una vena di malinconia che sgorga dalla constatazione di quanto breve sia la stagione dell’amore, accetta con vezzosa disponibilità l’invito al piacere e alla festa. E l’accoglienza di quello che brulica nel cuore è ciò che consegna Zerlina a Don Giovanni non appena questi irrompe con lo splendore del suo ricco apparire e le dolci parole di lusinga. Il celebre duettino Là ci darem la mano, pagina di assoluto incanto e fonte di vivide suggestioni, nobilita il timido tentativo di sottrarsi a un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Ma il disinganno patito da Donna Elvira scuote Zerlina, la quale pur nella inesperienza di giovane contadina sa riconoscere l’inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni e distinguere i moti passeggeri del desiderio di un momento, dal valore di una relazione stabile e duratura.  
L’aria Vedrai carino… è una meravigliosa lezione di come si possa lenire il dolore e attutire il risentimento con la sola magia dell’amore. In essa Zerlina rivela per intero l’istinto di contadina, ancora legata alla saggezza, alla naturale propensione della innata spontaneità di fanciulla guidata da impulsi primitivi e non da ambizioni deteriori. Saggezza spontanea e leggera, testimone del radicale cambiamento, della maturazione definitiva da ragazza spensierata e sognatrice, a donna accorta e prudente, che l’avventura con Don Giovanni ha reso possibile. 
Nello strepitoso finale dell’Opera, l’essenza autentica di Don Giovanni si mostra fino in fondo. Con accenti arcani la statua del Commentatore accettando l’invito a cena del cavaliere, lo invita a sua volta. È la chiamata al pentimento. Don Giovanni per non essere tacciato di viltà, ignaro accetta. Ma nel porgere la mano in pegno della promessa, vien preso da un gelo inaudito: è l’ingiunzione esplicita al pentimento, al cangiar vita. Lo scellerato rifiuta il pentimento e viene assalito da orribili vortici di fuoco. È l’inferno che lo accoglie, tra grida, lamenti e gesti di terrore. È l’ultimo atto di Don Giovanni, simbolo della fine di un Mondo: il mondo assolutistico dell’Ancien Régime, ormai al tramonto, con l’avvento della modernità, dell’Illuminismo, dei nuovi ideali di Ragione e Libertà individuale, destinati fatalmente a cancellare ogni traccia di servitù, di barriere sociali, di impunità, di deità inesistenti. Don Giovanni è un’opera giocosa, eppure su un soggetto così futile Mozart costruisce una delle opere più alte a livello teologico e filosofico, psicologico e politico! Opera somma che invita tutti a salire sul palco della Storia consapevoli che errori e sofferenze non impediscono che vi siano nell’universo tutti i mezzi per annientare le forze avverse e che quando l’oppresso non trova giustizia e il peso dell’offesa diventa insostenibile, si rivolge fidente al Cielo, ove trae i suoi eterni diritti.
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BELVEDERE SAN LEUCIO DI CASERTA

MEMORABILE CAVALLERIA RUSTICANA

https://youtu.be/9wBvlmKjNUk

cavalleriaAl Belvedere San Leucio di Caserta, nell’ambito della Rassegna “Un’Estate da RE” è andata in scena una esecuzione memorabile della Cavalleria Rusticana. Opera somma che rivoluzionò la cultura dell’opera lirica e permise all’Italia del Sud la rivincita nel teatro lirico. Negli anni immediatamente successivi alla sua prima, altri drammi di passione e di sangue, di ambiente popolare e forti caratterizzazioni regionali, invasero la scena operistica, a dimostrazione che le frontiere del giovane Regno d’Italia includevano anche un mondo sofferente e tenuto drammaticamente lontano dal progetto di sviluppo che investiva il Nord della penisola.

Con Mala vita di Umberto Giordano; con i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni l’Italia del Sud ancora povera e semianalfabeta si erse sul palcoscenico nobile dell’Opera e fece sentire la sua presenza a lungo elusa.

Cavalleria esordì al Costanzi di Roma nel 1890 e fu subito successo. Il soggetto drammatico, la sua passionalità accesa, l’ambiente popolare, una religiosità superstiziosa, le masse contadine quali interpreti, rivelarono al teatro lirico la verità ignorata di una classe di contadini dai sentimenti violenti come l’onore offeso, la gelosia, il tradimento, la sfida vendicatrice, la superstizione. Di Mascagni, dovettero impressionare la vena di canto imponente nella sua irruenta spontaneità, l’impiego delle voci, la presenza di un popolo in scena, gli ampi squarci sinfonici.

Ma pur con questi aspetti innovativi, va riconosciuto che Cavalleria poggia su un impianto che non rompe con la tradizione. In essa Mascagni adotta romanze, duetti, concertati e una distribuzione dei ruoli vocali, secondo la più fedele tradizione del melodramma romantico. E fedele a tale tradizione l’Opera si apre con un preludio strumentale e con un coro d’introduzione, seppure, interrotto dall’irrompere della ventata di accesa passionalità della Siciliana di Turiddu.

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L’ELISIR D’AMORE – LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA

 

LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA IN UNA EDIZIONE DELL’OPERA

MACCHIATA DA UNA REGIA SPIAGGIATA

Sul luminoso ponte che collega i perfetti modelli del Barbiere di Siviglia, opera buffa, e di Falstaff, commedia in musica, L’Elisir d’Amore, capolavoro di ironia, eleganza e leggerezza, si colloca quale virata fondamentale del “melodramma giocoso”. Non più trame derivate dalla Storia o dalla letteratura, ambientate in mondi spesso immaginati sul crinale dell’ignoto e del mistero, ma trame derivate dalla osservazione del mondo campestre, dal mondo di mietitori e mietitrici, ricco di personaggi autentici, ripresi dalla vita reale che acquistano dignità di uomini capaci di amare e soffrire, gioire e ingannare, sperare e disperarsi. Allo stesso modo non più musica occasione di virtuosismi vocali, ma musica che descrive ambienti e stati d’animo, ansie e pene d’amore, corteggiamenti vanitosi e furbeschi espedienti per sopravvivere. Una musica eterna come eterno è l’amore, eterne le pene nel vederlo non corrisposto, eterna la gioia di ritrovarlo e ritrovarsi nell’elegia della reciproca dichiarazione di dedizione senza fine. Una musica che illumina le sfumature di una variopinta umanità di personaggi grotteschi, ciarlatani, istrioni nel linguaggio e nell’inganno, e personaggi di una semplicità illetterata e tonta ma ricchi di umanità sognante e sofferente per una passione frustrata. Personaggi furbescamente civettuoli ma intimamente vulnerabili alla gelosia, vibranti al nostalgico richiamo del suono di fanfare, degli affetti domestici, del suolo natio, ove non v’ha destin sì rio che cangiar non si possa un dì. Una musica che dà vita al luminoso paesaggio campestre ove allegre villanelle vivono segretamente le loro tenui pulsioni nell’ascolto del mito di Tristano e Isotta: mito che dà sostanza e speranza alle loro attese di improbabili affetti.

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MARIA CALLAS LA DIVINA

MONOLOGO SCRITTO E RECITATO da DANIELA MUSINI

danielaChi scrive, si accinge recensire questo incantevole spettacolo con tremore e timore, colpito dalla complessità di qualcosa che nella sintesi di musica e parola, raggiunge i vertici di una soggiogante bellezza. Bellezza del testo recitato, bellezza dei passi originali cantati dalla Divina per farne stupenda colonna sonora, bellezza del monologo raffinato e ricchissimo di sfumature, bellezza nella illuminante recitazione che la stessa Autrice ne fa, sola per oltre un’ora.

Spettacolo affascinante, giustamente apprezzato e premiato, e che ora chi scrive vuole commentare nelle sue doviziose articolazioni: la concezione stessa di uno spettacolo tanto complesso, il testo del monologo, la recitazione, la sintesi tra parola e musica, la scansione temporale degli eventi della esistenza della Divina, le arie da Lei stessa cantate.
L’idea di portare in scena un monologo è già una idea ardita e a conoscenza di chi scrive ha un solo precedente nella celeberrima interpretazione che Pamela Villoresi fece della infelice storia di Ninì tratta dal Romanzo “Lo Scialo” di Vasco Pratolini.
In quel monologo c’era già il testo di un grande scrittore, qui invece il testo era da inventare e scrivere per essere letto e poi interpretato.

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