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Elezioni europee 2019 – L’Europa Rinovellata

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Amici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa. 
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Elezioni europee 2019 – L’Europa Rinovellata

migrantiAmici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di rilevare e combattere le intrinseche insidie che lo minacciano con cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa.

Se la Brexit è stata la risultante della incapacità dei governanti europei di rispondere alle esigenze dei popoli di fronte alla immensità e gravità dei problemi delle migrazioni, della povertà e della paura, è stata anche la risultante delle insidie intrinsecamente e propriamente europee. E l’insidia non è l’appartenenza all’UE. Le insidie sono le menzogne, le inadeguatezze delle leggi e dei comportamenti che possono distruggerla. L’insidia è nella menzogna, nello sfruttamento della rabbia, del disgusto, della paura. L’insidia è nella invocazione di torbidi regimi di autarchia, spesso miscele di incompetenza e arroganza. Di fronte a tali insidie, occorre reagire e resistere. Fieri e lucidi. Occorre dire a gran voce e a viso aperto cosa è l’Europa e cosa può divenire.

L’Europa è un successo storico: è la riconciliazione di un continente devastato da immensi lutti e distruzioni, in un inedito progetto di pace, di libertà e di sviluppo, che seppure in modo imperfetto continua a proteggerci. L’Europa è la confluenza di quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei suoi territori: la mobilità, il livello di istruzione, la preservazione dell’immenso patrimonio di bellezze e di cultura, la rapidità e la molteplicità delle forme di comunicazione, la semplificazione della catena del valore grazie all’unione monetaria. Ma soprattutto l’Europa è un impegno continuo perché, non sarà mai perfetta. Occorre, con fatica ma con sicura fede, farla progredire e difenderne gli ideali da cui prese avvio. Occorre reagire alla incombente insidia della rassegnazione abulica e tristemente invasiva.

Di fronte alle grandi crisi del mondo, ci si chiede dove sia l’Europa e cosa faccia. Essa pare essere solo un mercato. Un mercato senz’anima. Ma non è solo un mercato, è un progetto. Un progetto ambizioso ma affascinante. Un progetto volto soprattutto a non far dimenticare la necessità di frontiere che proteggano e di valori che uniscano. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la identità europea con il ritiro dall’Europa, il ritiro dalla comune civiltà che unisce, libera e protegge. Ma sbagliano anche coloro che non vorrebbero cambiarla, perché non colgono le paure che attanagliano i popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie e le paralizzano. Il momento è decisivo per il continente; è il momento di reinventare collegialmente i paradigmi politici, culturali, etici della civiltà europea in un mondo fremente di trasformazioni. Resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, occorre costruire un rinnovellato Sistema di Rapporti tra sovranità delle Nazioni e sovranità delle Istituzioni comunitarie; tra Cittadini e Istituzioni, tra Paesi e Continenti nella più ampia visione della Globalizzazione. Un Sistema di Rapporti corretto ma comunque sempre ispirato ai principi di sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia, sui quali l’Europa unita fu concepita e costruita.

Occorre riconoscere che l’UE ha perduto la sua capacità di cogliere le realtà del mondo, di capire che nessuna comunità avverte il senso di appartenenza se non ha frontiere che la proteggono. E allora lo spazio di Schengen va riveduto: quanti vogliono essere partecipi devono essere chiamati a rispettare obblighi di responsabilità, di solidarietà, di asilo, con regole di accoglienza e di respingimento condivise.

Le frontiere devono però anche garantire una giusta concorrenza. Occorre una revisione delle politiche della concorrenza, del commercio, dell’interscambio di uomini, capitali e beni. Occorre proibire che in Europa bivacchino impunemente aziende extraeuropee che si sottraggono al doveroso obbligo della tassazione, ledono interessi strategici e calpestano valori essenziali quali le norme ambientali e la protezione dei dati sensibili.

L’Europa pur non essendo una potenza planetaria, ha sempre e da sempre saputo concepire, definire e ridefinire le norme del progresso. E nel presente tornante della Storia progredire vuol dire anche assumere la guida della lotta contro i dissesti idrogeologici. L’Europa deve concentrarsi sugli effetti distruttivi che le sue attività industriali e agricole hanno sul clima, sulla flora, sulla fauna terrestre e marina, arricchendo i suoi strumenti di rilevazione della Agenzia Europea per l’Ambiente mediante una Banca europea per il clima e una autorità sanitaria europea dotata di poteri adeguati a rafforzare i controlli sugli alimenti, valutare scientificamente la disseminazione in agricoltura di sostanze comunque pericolose e assicurare la sperimentazione di nuovi farmaci contro la proliferazione delle famiglie di batteri, in forme non invasive.

L’Europa deve saper finanziare l’innovazione con un budget adeguato al ruolo di guida anticipatrice dei cambiamenti tecnologici annunciati dai progressi della robotica, dell’intelligenza artificiale, della cultura digitale, pronta a essere guida della quarta Rivoluzione Industriale.

L’Europa che si proietta nel mondo deve volgere lo sguardo all’Africa, con cui serve stringere un patto per il futuro. Solo assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo, con investimenti, partenariati universitari, alte scuole di formazione, sarà possibile debellare la povertà, con la povertà il triste mercimonio della migrazione ed elevare la cultura delle popolazioni indigene, liberandole da inique e iniziazioni quali la infibulazione.

Dunque sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia. Occorre costruire su tali pilastri il nuovo Sistema di Rapporti. Sarebbe una negazione di tali valori lasciare che i nazionalisti, in mancanza di soluzioni, si facciano vessillo dell’ira dei popoli. Non è più tempo di sonnambulismo, di un’Europa flaccida e imbelle. Non è più tempo di rimanere nella routine e nell’incantesimo. La nuova Europa esige azione. Ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Con i rappresentanti delle Istituzioni europee e degli Stati, va dunque auspicata una Conferenza per proporre i cambiamenti necessari al progetto politico, fosse anche quello della revisione dei Trattati. La Conferenza dovrebbe definire un percorso per l’UE e tradurre il pensiero in azioni concrete. In norme e regolamenti. Ci saranno divergenze, disaccordi, diversità di interessi e di visioni. Ma è da privilegiare un’Europa che cammini con la Storia invece che ostacolarla chiudendo porti e rinchiudendosi nelle proprie case chiuse. In una Europa aperta, ogni popolo potrà riprendere il controllo del proprio destino. La miserevole vicenda della Brexit rimarrà una lezione per tutti. Eppure da tante insidie si potrà uscire, se si darà senso alle prossime elezioni. Sta nelle nostre menti l’Europa che vogliamo e sta nelle nostre mani decidere se essa e i valori di cui è stata portatrice debba essere non un accidente della Storia, ma la fucina di idee e di creazioni. È la scelta necessaria per tracciare, in una unità di intenti e di forme, il cammino di un rinovellato Continente europeo, convinti che la voce della ragione non potrà prevalere sul grido irrazionale e barricadiero, ma convinti anche che l’autentica morale politica consista nella resistenza al fascino delle grandi manifestazioni e delle grandi parate, da cui prende linfa l’immorale moralismo dell’avventura. Convinti che l’autentica morale politica non è la difesa ad oltranza degli interessi di pochi, non è l’ottusa visione dell’andare avanti rifiutando con sdegno ogni compromesso, ma è la ricerca del compromesso stesso. Nell’interesse di ciascuno.

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SALVINI-DI MAIO-CONTE – LA SOVRANA TROIKA NOSTRANA

  • Risultato immagine per DI MAIO CONTE SALVINI

E ORA?
Occorre riconoscere che la Costituzione italiana garante di una democrazia fondata sui partiti, redatta in un tempo assai lontano nel quale la stratificazione della società, il grado di alfabetizzazione, il numero di abitanti, la presenza di etnie esterne, le diseguaglianze tra regione e regione, erano assi differenti da quelli attuali, ha provato la sua inidoneità a gestire il nuovo ed è degenerata nella deriva di una Costituzione fondamento di uno Stato rivelatosi gravemente infermo. Uno Stato dal sistema politico-istituzionale frammentato, lordo di governi deboli, incapaci di governare, causa e fonte della consociazione partitocratica che unita alla sua perversione di attore dell’economia, ha provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, dato i natali a una pubblica amministrazione inefficiente, a corporazioni iperprotette e a sacche di privilegio. Uno Stato entro cui è venuto affermandosi un rapporto tra politica e classi dirigenti, secondo cui la classe politica è divenuta, ed è stata percepita, come la ragione prima di ogni problema nazionale. La magistratura si è elevata al ruolo di sua Grande Inquisizione e la grande stampa della lotta contro di essa, ne ha fatto un fatto quotidiano. I cambi di maggioranza non sono stati più narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Il sistema politico-istituzionale è finito per essere rappresentato come malsano esempio di democrazia populista e illiberale.

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ORIGINI DEL POPULISMO PENTASTELLATO

IL POPULISMO PENTASTELLATO EFFETTO DELLA MANCATA RIFORMA COSTITUZIONALE

referendumNella grande tempesta che attanaglia il Paese, colpa anche della provata inattitudine del governo dei dioscuri, è lecito chiedersi dove siano finiti quei “puristi” della Costituzione che chiassosamente nel 2016 si opposero alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, accusata di “svolta autoritaria”. Oggi quegli esimi puristi, giuristi, uomini dello Stato, sindacati, magistrati, intellettuali, scrittori, attori, registi, tassisti, tacciono senza vergogna di fronte alle minacce di rottamazione del Parlamento, di aggressione al Capo dello Stato gridate con torbido totalitarismo dagli eroici pentastellati. Forse quei puristi percepirono Renzi come un nemico e percepiscono il M5s come amico. Perché una porzione così maggioritaria di intellettuali e non, che ha considerato Renzi un nemico, oggi non avverte la minaccia grillina? Forse perché per la prima volta nella storia della Repubblica, Renzi aveva adottato un approccio nuovo e imprevedibile nel rapporto con le classi dirigenti. Aveva accantonato quello schema consociativo per il quale chi raggiunge le stanze del potere blandisce i poteri esistenti e li associa alla nuova leadership. Con la “rottamazione” l’uomo mise in discussione decenni di abitudini consolidate: non convocò i caminetti, non si piegò alle oligarchie di partito e di palazzo, non si curò dell’opinione degli intellettuali di regime, non si appoggiò al variegato mondo delle corporazioni incastonate negli apparati dello stato e delle grandi organizzazioni consociate, non celebrò i riti conformisti tanto cari alla sinistra tradizionale. Questo modo di procedere fu percepito come atto di lesa maestà, come aggressione. Questa spiegazione forse troppo ‘umana’, rappresenta in verità una molla dei comportamenti, cruciale perché scalfisce il posto che nella comunità ciascuno detiene e al quale non è disposto a rinunciare. Ma c’è una seconda possibile risposta anche più profonda, la quale risiede in ciò che potrebbero definirsi il populismo e la democrazia illiberale delle classi dirigenti italiane. Da Tangentopoli in poi si è infatti affermato uno schema nel rapporto tra politica e classi dirigenti. La politica è diventata sempre più il capro espiatorio di qualsiasi problema nazionale. La magistratura ha vissuto sempre più il proprio ruolo come Grande Inquisizione contro la classe politica corrotta, mentre la grande stampa ha fatto proprio il metodo della lotta contro la casta. I cambi di maggioranza non sono stati vissuti e narrati come normali passaggi in una democrazia dell’alternanza, ma come rovesciamenti epocali nei quali il popolo gustava la rivincita sui politici corrotti. Non può certo negarsi che la politica abbia contribuito a creare questo clima. Ma, di fatto, sul sistema politico-istituzionale è stata costruita una rappresentazione malsana di evidente impronta populista. Il M5s ha rappresentato la freccia all’arco del movimento populista che ne è scaturito diffondendosi e radicandosi ovunque: nel sindacato, nella magistratura, nei media, negli apparati dello Stato. Esso è diventato una sorta di vindice contro i soprusi del potere, interprete di un vento moralista e giustizialista così forte nel quale anche il populismo delle classi dirigenti si è riconosciuto. Il grillismo ha dato l’illusione di un mare tempestoso ma democratico ispirato alla Costituzione aggredita dai presunti soprusi del renzismo. In quel mare sono confluiti anche rivoli delle subculture storiche italiane, comunismo liberismo cattolico inquinati dai loro detriti illiberali e moralisti e il movimento rivoluzionario democratico è apparso incarnare il revanscismo dei puristi della Costituzione, capace di sconfiggere ogni conflitto di interpretazione della stessa. Forse è questo il motivo più profondo che ha portato i puristi della Costituzione alla protesta veemente contro la riforma del Pd e che li porta a tacere oggi. Ma sono purtroppo tali puristi quelli che esprimono una interpretazione ‘sovranista’ della Carta fondamentale. Nella loro idea, la Costituzione è la garante di una democrazia proporzionalistica e consociativa fondata sui partiti e il fondamento di uno Stato omnipervasivo e dirigista titolare di tutti gli strumenti necessari per il perseguimento di obiettivi di uguaglianza socioeconomica. Negli anni però questo modello interpretativo si è rivelato inefficace, perché, da un lato, ha prodotto un sistema politico-istituzionale frammentato e governi deboli, incapaci di governare; dall’altro, la consociazione partitocratica unita alla perversione di uno Stato attore dell’economia hanno provocato l’esplosione della spesa pubblica improduttiva, la moltiplicazione del lavoro pubblico inefficiente, l’alimentazione di rendite di posizione, corporazioni iperprotette e sacche di privilegio. Tutto ciò nel quadro di una sovranità nazionale e statale ideale che nel tempo si è via via ridimensionata grazie alla progressiva importanza assunta sul piano comunitario dalle istituzioni europee. Così il proposito di continuare a mantenere un sistema politico-istituzionale debole e uno statalismo dirigista ma sostanzialmente inefficiente, senza avere più la capacità e le risorse per farlo, ha permesso la costruzione di un colosso d’argilla che sapendo di non poter più promettere posti di lavoro statali promette fasulli redditi di cittadinanza e pensioni. Per essere europeista e liberale contro i sovranisti della Costituzione, l’Italia avrebbe dovuto adeguarsi al resto d’Europa con una riforma costituzionale capace di superare i vecchi vizi, garantendo maggiore rapidità di decisione ed efficacia dei risultati, liberando energie e risorse per superare il fardello di uno Stato burocratico. Hanno prevalso, viceversa, i puristi della conservazione, i puristi della Costituzione, pur restando la gran parte di essi molto meno sensibile alla dimensione europea della sovranità costituzionale. E, insofferente nei confronti dell’obbligo europeo di pareggio di bilancio, non si strappa le vesti nei casi di aumento della spesa e del debito pubblico a danno dei risparmiatori, non esprime una particolare sensibilità verso l’allargamento della sovranità europea, ma esprime l’idea di uno stato nazionale tradizionale che mirando al raggiungimento di risultati ispirati all’egualitarismo tramite gli strumenti della mano pubblica, mostra insofferenza nei confronti dei vincoli europei. Vincoli equivalenti a imperative norme costituzionali. Su questo pericoloso crinale che separa il sovranismo vetero-costituzionale dal liberalismo neo-europeo si giocherà il dibattito italiano in vista delle elezioni europee.

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La colossale truffa dei dirigenti del M5S membri del Governo

++ Conte, fiducia a progetto e contratto di cambiamento ++Il gruppo dirigente dei Cinquestelle è un concentrato di bugiardi, falsari, ipocriti e disonesti. Nessuna foglia di Fico è così estesa da coprire l’iniqua realtà che a quattro mesi dall’insediamento del governo Conte si staglia con evidenza. Potevan quegli elettori che il 4 marzo hanno votato M5S immaginare gli inganni nascosti dietro l’apparente fragranza delle promesse di onestà-onestà; di ambientalismo no-grandi opere; di fine della tolleranza dell’immigrazione; di trasparenza?

Il capo dei falsari è il novello pontefice Luigi Di Maio. Da ministro e vicepremier ha manipolato con torbida innocenza le carte almeno per due volte: “decreto dignità”, radiosa idea generata dallo squallore della sua intelligenza avrebbe abolito il jobs act, presunta iniqua causa di iniquo precariato. Ma il jobs act resta. Resta peggiorato per le aziende e per quei giovani illusi che già vedevano rinnovato il terzo contratto, del quale invece sono stati scippati in nome della vittoria sulla povertà.

Poi Ilva. Di Maio e il Movimento volevano chiuderla e per farlo avevano ritenuto con insana furbizia il contratto firmato da Calenda come irregolare. Purtroppo, per il gran cerimoniere, l’Avvocatura dello Stato lo ha platealmente sconfessato, senza però poter evitare che costui si pavoneggiasse per aver firmato lo stesso patto in precedenza contestato.

V’è poi un altro ministro che ha tradito il suo Movimento. Ed è Barbara Lezzi, l’inutile ministro per il Sud, che adesso dà via libera al Tap. Ha spiegato che il blocco “avrebbe avuto un costo troppo alto per il Paese”. Brava, bravissima. Non aveva potuto pensarci prima, perchè per lei il calcolo costi/benefici era ed è una cima troppo innevata da raggiungere. Pietà per i miseri e diseredati impone di ignorare il ministro Giulia Grillo, quella dell’ ”obbligo flessibile” per i vaccini, e l’inetto Toninelli, la più eloquente e sadica testimonianza del tradimento non solo del M5S ma della intelligenza. E Bonafede? Pareva animato dal sacro fuoco del fare ed è risultato la più alta esaltazione del nulla, monumento di inettitudine e di caparbia ingerenza nei lavori del CSM.

Qualche analfabeta a 5 stelle evoca con orgoglio la famosa “pace fiscale”, ossia quel mal perverso condono, quell’immorale, diseducativo, obbrobrioso “salvare” chi ha evaso a cospetto di chi pagato, giustificando l’editto con la maestosa e solenne falsità di voler venire incontro a chi pur volendo non poteva pagare! E allora l’amara domanda: Dove son state trafugate l’onestà, la giustizia, la trasparenza?

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