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LA INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI BERSANI

bersani
In un bel giorno del 2013, proprio il giorno in cui Bersani descriveva il M5s come argine alla deriva populista e nazionalista, i grillini ponevano in atto l’assalto squadrista al Parlamento. Alla Camera i loro deputati irrompevano nell’Ufficio di presidenza, facevano sospendere la seduta per protestare contro i vitalizi, mentre fuori i militanti arringati dai casti Dibba e Di Maio partecipavano alla manifestazione contro i privilegi della casta. La insostenibile leggerezza di Bersani, fu la insipienza vanitosa e irresponsabile della sua analisi politica. Secondo la quale “i 5S tengono in stand-by il sistema. Ma se alle prossime elezioni s’indebolissero, arriverebbe una robaccia di destra”. In questo senso l’analisi del padre ignobile del partito nato dalla scissione del Pd, coincise perfettamente con quella di Beppe Grillo: il M5s fu un argine al populismo, un presidio contro quella destra che avanzava nel mondo e nelle democrazie occidentali e che Bersani aveva definito “la mucca nel corridoio”.

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Dal marxismo al monachesimo ortodosso

monachesimo-russo         Con Putin la Russia migra dal marxismo al monachesimo ortodosso

 Al culmine della Guerra fredda, i conservatori americani erano soliti etichettare l’Unione sovietica come “l’impero ateo” che sarebbe crollato perché aveva eliminato la religione. Due decenni dopo, è il Cremlino occupato da Putin, un ex ufficiale del Kgb, a lanciare l’identica accusa di ateismo agli Stati Uniti. “Molti paesi euro-atlantici hanno abbandonato le loro radici, compresi i valori cristiani”, ha detto infatti Putin. Gli ha fatto eco il patriarca della chiesa ortodossa, Kirill, il quale criticando le leggi europee che impediscono di portare simboli religiosi in pubblico, e definendo anticristiana e antireligiosa la direzione generale delle élite politiche occidentali, ha accusato l’occidente di essere impegnato a disarmare spiritualmente il popolo russo. Altre figure all’interno della chiesa moscovita sono andate persino oltre nel criticare l’occidente. L’arciprete Vsevolod Chaplin, addetto culturale della chiesa ortodossa, ha suggerito un paragone fra il moderno occidente e l’Unione Sovietica che giustiziò 200 mila fra sacerdoti e credenti tra il 1917 e il 1937. Migliaia di chiese vennero distrutte e quelle che riuscirono a sopravvivere vennero trasformate in magazzini, garage o musei.

russa2I primi dieci anni del potere di Putin sono stati pressoché privi di orpelli religiosi. Al Cremlino non si parlava mai di “valori” né si impartivano lezioni di morale all’occidente. I secondi dieci anni, sono stati invece all’insegna di una vera e propria “rivoluzione conservatrice” basata sulla rinascita della cultura ortodossa, isolata per secoli dalla civiltà europea e meno investita dal soffio di cattolicità portato dal Rinascimento e dall’Illuminismo. Dunque in nome della religione, in nome della Russia come “guardiana della cristianità” Putin è riuscito a costruire il suo ventennio al potere e a portare a compimento un progetto. Per lui, “la Russia è l’ultimo bastione della cultura europea, dei valori cristiani e della vera civilizzazione europea”. “I valori occidentali, dal liberalismo al riconoscimento dei diritti delle minoranze sessuali, dal protestantesimo alle prigioni confortevoli per gli assassini, suscitano in noi il sospetto, lo stupore e l’alienazione”, ha scritto il rettore dell’Accademia diplomatica del ministero degli Esteri russo e intellettuale putiniano. Secondo Maria Lipman, analista russa del Carnegie, con questa ideologia “il governo russo aizza la maggioranza conservatrice contro la minoranza liberale”. Secondo Tolstoj, “la Russia non è Europa”, ma “una distinta civiltà che non appartiene né all’occidente né all’oriente”. Che cosa intenda Putin per “cultura” lo ha spiegato la direttrice del giornale Kultura, un tempo progressista e oggi filo-conservatrice: “Il governo era solito finanziare un linguaggio sciocco, la pornografia e la stregoneria sotto forma di innovazione, fomentando l’immagine della Russia come un paese senza futuro”. Decisivo nel percorso culturale putiniano sono personaggi come Maxim Obukhov, fondatore e direttore del centro antiabortista. Gran parte dei fondi per le iniziative pro famiglia di Putin proviene da due oligarchi dalla marcata fede cristiana: Vladimir Yakunin, a capo delle ferrovie e Konstantin Malofeev, che vorrebbe lanciare in Russia una sorta di “Fox News Cristiana”. Il loro principale braccio politico è Elena Mizulina, che ha varato alcune leggi putiniane contro l’adozione di bimbi russi a coppie omosessuali occidentali e la “propaganda gay” in pubblico. Mizulina ha vietato le pubblicità delle cliniche dell’aborto in luoghi pubblici. Proprio Putin ha scommesso molto sulla riduzione dell’aborto, autorizzandolo solo fino alla dodicesima settimana di gravidanza, salvo alcune eccezioni. Anche in politica estera, Putin giustifica spesso le sue decisioni con riferimenti alla religione. Il New York Times ha scritto che una delle ragioni principali in grado di spiegare l’appoggio di Mosca al regime siriano di Assad è la posizione intransigente della chiesa ortodossa. Quando ha dovuto giustificare il sostegno a Damasco e spiegare che fine farebbero i cristiani se al posto di Assad prendesse il potere lo l’ISIS, il Patriarca Kirill ha evocato la rivoluzione bolscevica del 1917, con le sue sterminate “carcasse di chiese”. E prima ancora c’era stato il ruolo storico della Russia a difesa dei cristiani armeni contro i turchi musulmani filoamericani e dei cristiani serbi contro i bosniaci musulmani sostenuti dall’occidente. A giustificazione dell’invasione della Crimea, Putin ha detto che è “il nostro Monte del Tempio”, come la casa di Dio che sorge a Gerusalemme, cara a ebrei e islamici. Putin negli anni ha presieduto al grande revival del cristianesimo ortodosso. Stalin riuscì a eliminare la chiesa come istituzione pubblica. Ogni monastero e seminario venne chiuso. Con la caduta del comunismo nel 1991, la chiesa ha iniziato a ricostruire la sua vita istituzionale devastata. Il numero delle parrocchie è cresciuto dalle settemila di vent’anni fa alle trentamila di oggi. Molti osservatori ritengono che la Russia di Putin stia tornando al vecchio concetto bizantino in cui chiesa e stato collaborano. I critici sostengono che la chiesa sta godendo di una importanza immensa in cambio del sostegno a Putin. Non solo Putin e il primo ministro Medvedev, ma anche funzionari politici regionali e locali professano apertamente la loro fede ortodossa e compaiono accanto ai funzionari della chiesa nelle manifestazioni civili e religiose. La chiesa aspira a realizzare la “ri-cristianizzazione della nazione russa”. Ma molte indagini sociologiche hanno stabilito che la Russia è uno dei pochi paesi del mondo civilizzato in cui la religione sta diventando sempre più importante. A segnare la presidenza Putin sono i tour spirituali ai monasteri di Tikhvin, al monastero femminile di San Varlaam, a Khoutyn, sulla riva destra del fiume Volkhov. La partecipazione di Putin alla messa di Pasqua a Mosca è una presenza costante nel calendario televisivo. C’è poi il pellegrinaggio a Ekaterinburg, dove vennero giustiziati i Romanov. I maomettani, “non fanno altro nelle loro moschee che inchinarsi profondamente e sedersi per terra con le vesti slacciate, in mezzo a una tristezza e a un puzzo indescrivibili”; i cattolici hanno chiese e cerimonie modeste, “ingloriose”; nelle chiese dei Greci, invece, fra le loro cerimonie sublimi e i canti angelici sotto le volte coperte d’oro, “non si capisce nemmeno più se si è in cielo o in terra”. “La chiesa dell’antica Roma cadde per la sua eresia: le porte della seconda Roma, Costantinopoli, furono abbattute dalle asce degli Infedeli; ma la chiesa di Mosca splende più luminosa del Sole nell’intero universo. Tu sei la sovrana universale di tutto il popolo cristiano e devi tenerne le redini nel timore di Dio. Due Rome sono cadute, ma la terza si regge saldamente”. Fu allora che nacque il mito di Mosca nuova Roma e “fedele Gerusalemme”, come disse Tolstoj in “Guerra e pace”.

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ATTUALITA’ E MAGISTERO DI DE GASPERI

ALCIDE DE GASPERI
19 agosto 1954 – 19 agosto 2017
Di De Gasperi e del suo tempo si conservano sparse reliquie, del suo ruolo si conosce appena l’essenziale, ma sufficiente a ritenerlo l’architetto della Libertà e della Democrazia in Italia, come Cavour lo fu del Risorgimento. Architetto solitario che nella sua grandezza uscì di scena senza lasciar eredi. Come Cavour.
Il ricordo di De Gasperi, scomparso il 19 agosto 1954 fra amarezze e cocenti delusioni, è l’occasione che induce a riflettere sulla meravigliosa lezione del suo concetto di Democrazia incentrato sul principio di coalizione. La coalizione come pietra miliare della dinamica politica, la colazione che legittima e rafforza la leadership, la coalizione con cui si sostanzia e prende forma la proposta di governo, la coalizione infine che in forza della sua forza si fa istituzione, essa stessa.
Prima di De Gasperi nessuno aveva mai parlato di coalizione. Con De Gasperi essa assume una sacralità, un fondamento etico, una fascinosa attrazione che mai aveva posseduto. Il liberalismo giolittiano che pur aveva governato per oltre un decennio, fu figlio del trasformismo come necessità ma non come disegno. Sicché dopo la scellerata conclusione del Trattato di Versailles, cedendo alla disorganicità del gioco parlamentare e forte solo dell’abilità del capo dell’Esecutivo, aveva dovuto subire l’onta della spinta accentratrice e autoritaria di Mussolini. Ma caduto il fascismo, De Gasperi pensò che la competizione con il PCI, l’antagonista allora più forte e insidioso, richiedesse la formazione non di un generico e indistinto blocco moderato e genericamente anticomunista, ma di un’alleanza di forze democratiche forte, coesa, autorevole, in grado grazie alla sua autorevolezza di guidare il paese fuori dalla lacerante dialettica tra rivoluzione e reazione.
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IL FASCISMO: SINTESI TRA CAPITALE E LAVORO?

fascismo
La rievocazione del fascismo si arresta solitamente al momento in cui gli angloamericani con lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943, pongono piede in Italia. Ciò che seguirà dal 25 luglio 1943, con la destituzione di Mussolini, la sua prigionia e la sua fantoccia presidenza della Repubblica di Salò voluta dai tedeschi e durata fino al 25 aprile1945, non sarà che la conseguenza della suprema sconfitta del regime: la guerra persa.
Il fascismo crollò sotto il peso di una sconfitta militare subita in una guerra che se fu preparata con imprevidenza e leggerezza, fu combattuta con coraggio e slancio contro la poderosa coalizione anglo-russa-americana.
Ogni polemica sulla guerra italiana 1940-1945 e sulle possibilità di combatterla o di restarne fuori, collocata nell’ottica della Storia e non della cronaca politica, appare ormai sterile e priva di senso. Le stesse attuali incalzanti vicende, su qualunque scacchiere internazionale, provano che quando una classe, un popolo, tenta di rompere, equilibri sociali, economici, internazionali ormai cristallizzati, lo scontro difficilmente è evitabile. Fu così del fascismo, che tentò di modificare gli equilibri di potere all’interno della Nazione e all’esterno, definiti dal bieco e punitivo Trattato di Versailles. Ma fu sconfitto. Tuttavia fu sconfitto non con la forza delle idee ma con la forza delle armi, così del grandioso, burocratico, totalitario edificio eretto in 20 anni di regime, restò in piedi ben poco perché tutto si dissolse con incredibile rapidità 24 ore dopo la deposizione e cattura di Mussolini in una Italia ormai ampiamente occupata dalle forze americane.
Ma dalle ceneri del regime, il fascismo seppe ancora trarre un elemento valido, una proposta da lasciare alla riflessione dell’Italia del dopo: la proposta di rinnovamento sociale contenuta nella idea che Mussolini aveva di Stato e di Stato corporativo. Uno Stato al cui vertice fossero inseriti i lavoratori, ma uno Stato che nel contempo offrisse alle categorie produttrici un punto di incontro nell’interesse superiore della nazione.
È stato affermato da parte marxista che il fascismo fu la reazione armata del capitale, fu l’espressione violenta della volontà di oppressione delle classi dominanti. Ma, allora quando il fenomeno fascista fu così spiegato, il comunismo non aveva ancora vissuto la crisi fallimentare che generò il suo dissolvimento per la sua intrinseca, feroce nullità e non sotto la spinta di una sconfitta militare. In modo speculare quando gli Alleati sbarcarono in Italia con i sorrisi dei liberatori, portando libertà e Coca Cola a un paese spossato dai sacrifici della guerra; quando promisero pace e prosperità a chi aveva combattuto contro i colossi detentori delle materie prime e delle ricchezze mondiali, i sistemi liberal-capitalistici non avevano ancora conosciuto la crisi che li travaglia.
Oggi, ad anni di distanza, tutti i discorsi sono nuovamente aperti. I problemi delle moderne società industrializzate di massa, i problemi della alimentazione, dell’approvvigionamento e della ridistribuzione della ricchezza, fra i popoli e all’interno dei singoli gruppi nazionali, inducono molti a riflettere su esperienze recenti, rifiutate fino ad oggi perché proprie della parte perdente nel 1945.
Il fascismo, configurato fino a non molto tempo fa come l’oppressore politico ed economico armato di manganello, viene sempre di più considerato, da critici e storici, come l’unica soluzione realistica e possibile nel conflitto tra capitale e lavoro, che si espresse autonomamente fra l’uno e l’altro con tutti i limiti propri di una esperienza storica d’avanguardia ma limitata nel tempo e combattuta ferocemente da potenze colossali.
Andato al potere con la fiducia della piccola borghesia, del proletariato nazionalista e l’appoggio degli industriali e degli agrari, il fascismo, pur non alterando clamorosamente gli equilibri che gli consentivano il potere, dimostrò abilità nel non essere assolutamente lo strumento docile di chi ne aveva favorito l’affermarsi. E, pur nel generale favore, destò molte apprensioni sia negli ambienti che lo avevano affiancato nella marcia verso il potere sia nei quadri dirigenti marxisti, allora esuli. Nel fascismo costoro si vedevano sottrarre le armi della propaganda politica, perché era il fascismo che si avviava a realizzare gradatamente la fallimentare grande speranza delle rivoluzioni marxiste: l’inserimento delle masse popolari nelle strutture di uno Stato, uno Stato che, al vertice come alla base, di quelle masse ne fosse l’espressione diretta.
Perciò l’esperienza fascista si offre alla riflessione degli Italiani e degli Europei di oggi, non tanto per le paludi prosciugate, per gli imperiali destini e le inquadrate legioni, ma per l’immane e incompiuto sforzo di tentare una sintesi tra la tesi del capitalismo e l’antitesi del marxismo, o, meglio, per aver individuato i limiti dei due sistemi, che li avrebbero portati a confluire e ad appoggiarsi fatalmente a vicenda, quando l’evolversi della situazione storica, ne avesse minacciato la sopravvivenza.
Il fascismo tentò la terza via. Una via irrealizzata con la macchinosa e burocratica costruzione degli anni anteguerra, soffocata dallo stesso regime totalitario, interrotta sotto i bombardamenti a tappeto e, per quanto riguarda la Repubblica di Salò, sotterrata dal crepitare dei mitra di Dongo e di Giulino di Mezzegra. Una Repubblica cui va tuttavia riconosciuto il merito di aver elaborato un testamento politico e sociale di immenso valore, se si tien conto delle condizioni tragiche in cui fu costretta a vivere, nella morsa terribile della oppressione tedesca e della avanzata anglo-americana. Nei seicento giorni in cui essa ebbe vita, infatti, la guerra civile scatenata e guidata dai comunisti, e proseguita da costoro con i massacri perpetrati ben oltre il 25 aprile 1945, non aveva assolutamente come obiettivo un nuovo e superiore contenuto etico dello Stato col quale dare consistenza alla forma democratico-parlamentare che veniva imposta dalle potenze vincitrici. Per quanto apparentemente schierati dalla parte delle democrazie capitaliste dietro le linee del fronte, i comunisti combattevano per le democrazie popolari e per la repubblica dei soviet; combattevano non una guerra di liberazione, ma una guerra di classe in nome di una utopia insidiata da un errore filosofico di portata catastrofica: la dittatura del proletariato, ormai definitivamente smentito dalla Storia e definitivamente sepolto sotto le macerie di milioni di vittime della più tragica utopia che la umanità abbia sperimentato.
L’antifascismo non comunista dal canto suo, pur avendo ottenuto in gestione dai vincitori la struttura della democrazia parlamentare non fece altro che confermare le sue incapacità, già rivelate con la fuga aventiniana e il tradimento delle istituzioni democratiche nel 1924, di concepire un pensiero politico unitario in grado di confrontarsi con quello di Mussolini e di superarlo nella costruzione sostanziale di uno Stato etico moderno, ma non seppe fare altro che trincerarsi dietro la demonizzazione del fascismo, imposta con la menzogna storica della Repubblica nata dalla Resistenza.
Il risultato è stato che oltre 50 dopo la caduta di Mussolini, gli italiani, nel degrado non più tollerabile della società civile e delle istituzioni, sentono la necessità di aprire attraverso il processo alla Resistenza, quel processo al fascismo, che è sempre stato negato per impedire alla verità di emergere e saldare una frattura che nessun popolo può permettersi senza compromettere irrimediabilmente il proprio avvenire.
Il fascismo descritto e visto come oppressore politico ed economico, armato non di armi ma di manganello, di olio di ricino e non di camere a gas, viene progressivamente considerato dagli storici e dai critici, come l’unica sintesi nell’antitesi tra capitale e lavoro, capace di dare alle Nazioni industrializzate quella democrazia sostanziale che né il collettivismo comunista, né il liberalismo capitalista sono stati in grado di assicurare alle moderne società di massa.

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Ai miei Amici traditi dal M5S

vignetta m5s
Cari Amici, illustrare il baratro dei problemi su cui con sorniona indulgenza l’Italia crede di procedere speditamente, è materia tanto vissuta e tanto sofferta da non richiedere spiegazioni ulteriori. Il problema del lavoro anzitutto. Il lavoro come problema supremo non solo per chi lo ha, ma per chi lo cerca e non lo trova, per chi è sulla soglia per lasciarlo, per chi lo ha perduto e non ha né uno stipendio né una pensione. Tutto questo e tutte le nefandezze conseguenti, sono eventi tristi che assai spesso raggiungono la gravità di mali che appaiono incurabili. Mali che corrodendo indistintamente i poteri dello Stato e tutte le fasce sociali, richiedono interventi immediati e adeguati per essere curati. Denunciare una malattia per guarirne, è doveroso e sano. Ma denunciarla con veemenza, con furia distruttiva, con invettive e ingiurie, non è la giusta strada della guarigione. Eppure c’è un movimento, denso di livore e di odio, che si propone come la panacea di tutti i mali, insegue con impavida insolenza miRAGGI di salvataggi, propone assurdità in nome e per conto del bene del Popolo. Quel movimento è detto a 5 stelle. Ma cos’è il M5s? È una truffa o è un movimento salvifico che tutti può salvare dalla contaminazione del peccato? Il prossimo 13 gennaio la Consulta dovrà stabilire se una associazione non politica priva di statuto e i cui eletti rispondono non agli elettori ma a un blog di un comico non eletto, sia legittimata ad agire e ricoprire incarichi politici e istituzionali. Dovrà stabilire se un’azienda privata che vìola l’articolo della Costituzione in base al quale “ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, che si auto concede codici di comportamento, statuti e non-statuti, regolamenti e REGOLAMENTI, che si auto conferisce poteri che spettano ad altri organi della Repubblica, sia una generosa risorsa politica, oppure una malefica truffa da espellere dal circuito politico. Tuttavia pur ignorando le valutazioni dei giudici, la esistenza o meno della truffa grillina deve essere smentita sia come reato costituzionale sia per l’intrinseca indegnità politica. Il contratto firmato da Virginia Raggi, che prevede una penale da 150 mila euro in caso di tradimento del mandato, certificando che i candidati e gli eletti del M5S non possono esercitare le proprie funzioni senza vincolo di mandato, estendono ancor più il perimetro della truffa grillina. I tre pilastri sui quali in questi anni si è andata forgiando la maestà grillina – trasparenza, democrazia diretta, superiorità antropologica– alla prova di governo stanno sgretolandosi. Lo streaming è abolito, le decisioni sono prese nell’ombra tetra della Casaleggio Associati, le diverse correnti del movimento, decise a sbranarsi, sembrano gladiatori nel gran circo della politica, le votazioni on line sono consultazioni fittizie su decisioni già prese, la democrazia diretta è una democrazia eterodiretta da una società di consulenza, il principio dell’uno vale uno è stato sostituito dal principio dell’uno vale uno tranne se l’uno si chiama Grillo o Casaleggio, il sindaco che doveva rivoluzionare una capitale in sei mesi non è riuscita a nominare un capo di gabinetto, il principio dell’essere onesti, è diventato il canovaccio per una farsa di Grillo. Ecco che cosa è il M5S. Una truffa costituzionale, forse. O forse una truffa costituzionale e anche politica. Infatti il Movimento non è riuscito a esportare in nessun luogo in cui sta sperimentando la pratica di governo, la sua pulsione “rivoluzionaria”. Dove governano i Cinque stelle, le città non funzionano. E tra Roma, Parma, Livorno, Torino, Quarto, Pomezia non c’è un solo caso in cui i figli delle stelle sono riusciti a provare la loro immaginifica “superiorità antropologica”. E quando i giornali raccontano il disastro dei loro governi, i grillini reagiscono seguendo una logica perversa: rimproverano il Movimento non di essere una truffa politica e forse costituzionale ma di aver “tradito” i loro ideali. Ed ecco il mal perverso inganno dei grillini. Il loro problema, il problema di chi fonda la propria dottrina politica sulla trasparenza, la democrazia diretta, la superiorità etica, non è quello di aver tradito degli ideali, ma è quello di aver tradito gli elettori.
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