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ESSERE DI FRONTE ALLA TRAGEDIA DEGLI EMIGRANTI

 

migranti-2Vorrei tentare una lettura non polemica né politica e nemmeno storica della vicenda degli emigranti che divide gli italiani e inquina potentemente l’azione di altri governi interessati. Forse riusciremmo a superare il carico di odio in tema di politica delle navi ferme in mare aperto, e porti e frontiere chiusi, se riuscissimo a vedere quegli eventi con gli occhi della tragedia, nel senso di lamentazioni funeree sul destino di genti senza colpa né difese. Si è, infatti, di fronte a una tragedia che valica le volontà umane, le usa, le conduce a comportamenti dimentichi di ogni aspetto che possa dirsi umano. Una tragedia che non travolge solo i protagonisti ma investe i popoli, perché è la causa scatenante di una lotta fratricida, di vicini contro vicini, di amici di ieri che si scoprono oggi delatori, nemici mortali. Eppure, da bambini si viveva da fratelli, si giocava assieme. Spegniamo il sonoro delle passioni e delle ragioni, cerchiamo di scorgere nel silenzio quel cambio di scena che è la nascita della tragedia su ignare teste di uomini, donne e bimbi, che indossano salvagenti, si imbarcano su scialuppe e vanno incontro alla sorte o alla morte. Quando si sarà in grado di tradurre questa tragedia in un rito d’espiazione, si sarà forse vicini alla catarsi.

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M5S, LEGA E L’ALIBI DEL VOTO POPOLARE

salviniMA IL POPOLO SOVRANO HA SEMPRE RAGIONE?

L’art.1 della Costituzione sancisce che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Nella tragicommedia messa in scena da oltre due mesi, con l’incalzante richiamo agli 11 milioni di elettori che hanno votato M5S, a fronte del tripudio di veti conseguenti a tali voti, alla stanchezza di un paese che chiede un governo, a un Presidente della Repubblica che ricorda le prerogative riconosciutegli dalla stessa Costituzione, al grido di dolore di chi sente nelle parole di Mattarella tristi rintocchi di una democrazia agonizzante, è lecito chiedersi se un popolo sovrano ha sempre ragione nel modo con cui esercita tale sua sovranità. Nella recente Storia d’Italia, vi è un tetro e tragico esempio del come la sovranità del Popolo possa essere esercitata in modo da generare involuzioni nefaste e dolorosamente distruttive.

Nel 1924, dopo le inutili elezioni del ’21 che non avevano permesso di individuare né vincitori né vinti, furono tenute nuove elezioni con una nuova legge elettorale: la legge Acerbo. Legge che modificava il sistema proporzionale in vigore, riconoscendo un premio di maggioranza al partito che risultasse avere la maggioranza relativa oltre la soglia del 25%. La formazione politica che si aggiudicò il premio di maggioranza, fu il Listone nel quale erano confluiti oltre al PNF guidato da Mussolini, esponenti liberali e democratici tra cui Orlando Salandra, De Nicola. Furono queste le elezioni dell’aprile 1924, contro cui Giacomo Matteotti, petulante militante socialista, già espulso nel 1922 dal PSI con Filippo Turati, e segretario del nuovo Partito Socialista Unitario da lui fondato, si scagliò con un veemente discorso il 30 maggio, denunciando violenze e brogli, complice involontario il partito comunista.

Renzo De Felice che ha definito “assurda” l’interpretazione di questo discorso. Matteotti non mirava a invalidare il voto, ma a costruire una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo. Una opposizione intransigente che aveva per altro già espresso in una lettera a Turati prima delle elezioni.

Il popolo, nella sua sovranità e nella sua ignoranza, si era dunque espresso a favore del fascismo. Di Mussolini, dei suoi propositi, ignorava tutto. Era stanco e deluso. Stanco delle sommosse, dei tumulti inconcludenti, delle risse interne al Partito Socialista dalle cui viscere nel 1921 a Livorno era venuto alla luce il Partito Comunista Italiano e che nel ’22 aveva anche espulso Matteotti. Quel popolo di reduci, di operai mandati nella fornace della “inutile strage” della I Guerra Mondiale, attendeva solo il riconoscimento del proprio sacrificio e il ritorno alla situazione economica e sociale, che aveva dominato il periodo prebellico. Ma fu tradito. Non colse il progetto di Mussolini, non ebbe alcun sentore della imminente dittatura, e nella sua sovranità indiscussa si gettò nelle braccia nefaste del fascismo.

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LO SCONSOLATO SERMONE DI DI MAIO

di-maiodi-maioRibadire quanto di immensa ambizione, smoderata vanità, povertà di intelletto, scellerato esibizionismo, si è detto di Di Maio, non ha ormai alcun senso. Quanti lo hanno bocciato alle elezioni politiche, e ne hanno ribadito il declino in Molise e Friuli, hanno ampiamente colto la dimensione della tempestosa tragicommedia che si è abbattuta sull’Italia e che passerà come è passata la sciagurata IdV, passerà come ogni tempesta. Passerà dopo aver creato danni immensi, ma passerà. Ciò che invece è necessario esplorare e capire sono i fondamenti giuridici, la validità nell’ambito delle norme e forme della nostra democrazia rappresentativa, del conclamato “contratto di programma” con cui Di Maio si ostina a invitare forse politiche avverse per dare inizio a quella che con immutato orgoglio chiama Terza Repubblica. Tale contratto di programma, redatto dal comitato scientifico presieduto da Giacinto della Cananea, è costituito dai seguenti 10 punti: 1) Costruire un futuro per i giovani e le famiglie 2) Contrastare la povertà e la disoccupazione; 3) Ridurre gli squilibri territoriali; 4) Sicurezza e giustizia per tutti; 5) Difendere e rafforzare il SSN; 6) Proteggere le imprese, incoraggiare l’innovazione; 7) Per un nuovo rapporto tra cittadini e fisco; 8) Un paese da ricostruire: investire nelle infrastrutture; 9) Proteggere dai rischi, salvaguardare l’ambiente; 10) Per una amministrazione efficiente e trasparente: tagli agli sprechi. Continua a leggere.. »

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Di Maio: il Prometeo incatenato dalle sue contraddizioni

prometeo1Seguire minuto per minuto l’evolversi della crisi politica, serve a chiarire i termini del confronto e a cogliere le stupende metamorfosi di Di Maio, colpito da una perniciosa smania di governo. Una smania così acuta, che governerebbe con chiunque pur senza avere personalità adatte, pur senza un retroterra di movimento e di storia, oltre il VAFFA da cui emerse quale bruco dal suo bozzolo. Di Maio vuole governare a ogni costo e mirando a tale obiettivo dimentica tutti gli insulti riversati sui suoi avversari. Dimentica l’altezzosa arroganza con cui nella campagna elettorale predicava che mai il suo movimento avrebbe accettato intrighi, inciuci, compromessi, scambio di favori e di poltrone, che avrebbero contaminato la incorruttibile purezza del suo movimento. Nessuna coalizione, nessuna alleanza, nessuna convergenza con nessuno, sicuro che la sua sarebbe stata una vittoria certa, netta e indiscussa.

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2018 – QUALI LE RAGIONI DELLA SCONFITTA DEL PD?

di-maioLa sconfitta del PD, inoppugnabile e pesante (40.8% alle europee del 2014, 19.0% alle politiche 2018), è diffusamente attribuita a Renzi, ai suoi errori, al suo proporsi come leader, al suo essere Renzi. Renzi ha sbagliato. Renzi ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla sua persona. Renzi ha governato senza essere eletto. Sono i rilievi più frequenti. Forse tutto questo è vero. O forse pur essendo tutto vero, non è sufficiente a spiegare come in meno di 4 anni, la sconfitta sia stata così perentoria. Una sconfitta molto più simile al crollo di un muro che non a una caduta di qualche masso. E se di crollo è lecito parlare, allora è lecito affermare che gli errori di Renzi, per quanto gravi, per quanto vistosi, hanno creato delle fessure nel muro, hanno procurato qualche infiltrazione corrosiva, ma non il crollo. Renzi ha rappresentato il momento apicale di un processo di deterioramento del PCI iniziato 30 anni fa a Berlino. E come durante la Rivoluzione Francese Luigi XVI pagò sotto la ghigliottina non i suoi errori, ma tutti gli errori e le deficienze dei monarchi assoluti suoi avi, allo stesso modo Renzi ha pagato per errori suoi ma soprattutto per gli errori di quello che fu il Partito Comunista Italiano.

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