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L’EREDITÀ DELLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA A 100 ANNI DAL SUO SCOPPIO

lenin100 anni fa, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue istituzioni: dalla proprietà privata alla libertà individuale, dalla democrazia parlamentare alla laicità dello Stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un raccapricciante bagno di sangue, una élite di asceti della scuola leninista, proclamava alto e forte di aver trovato il metodo per il rovesciamento violento del capitalismo profetato dai classici del “socialismo scientifico”. L’Utopia collettivistica si era fatta Stato. Iniziava l’epoca del trionfo della rivoluzione socialista mondiale la cui conclusione sarebbe stata “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”.
L’annuncio era esaltante. Per generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea “che la dissoluzione della società capitalistica era ormai questione di tempo” e che “la creazione di una nuova forma di società”, centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione, “non era più solo desiderabile, ma ormai inevitabile”. I socialisti erano stati educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe conclusa con il trionfo del proletariato rivoluzionario e l’abbattimento dello Stato borghese.
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Le Nozze di Figaro – IL MAGISTERO DI MOZART ALL’INSEGNA DEL PERDONO

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Travestimenti, mobilità sociale, amore come diritto e viceversa, ne “Le Nozze di Figaro”, questi capisaldi del costume socio-erotico sono sontuosamente disseminati. Era il 1786 quando Mozart e Da Ponte iniziarono a scrivere Le Nozze. V’erano ormai ed erano evidenti i prodromi della Rivoluzione che abbatterà la monarchia francese, cambiando i connotati al decrepito spirito del Vecchio continente. Tutta l’Europa era in tumulto e Mozart, per ottenere dall’imperatore Giuseppe II il permesso di rappresentare Le Nozze, dovette presentare un lavoro non roso nè da granelli di polvere da sparo, né da possibili fiammelle di riscatto di classe. Così, lui e il librettista Lorenzo  Da Ponte ispirati da Beaumarchais inventarono il racconto di una spassosa giornata, “La folle giornata”. Un racconto in cui smontano e rimontano, intrecciano coppie morganatiche, amore e interesse, servi e padroni, travestendo, irridendo, compatendo ciascun personaggio, senza nessuno escludere. Ma a Giuseppe II sfuggì che in quel racconto c’era ben nascosto ed era fumante il focolaio dell’eguaglianza.

Il Conte di Almaviva, uomo alle soglie di quella idiota età che è l’anzianità, non può più spassarsela con le fanciulle se non pagandole o abusando del suo ufficio. Invidioso del paggio Cherubino, che ha l’età e le risorse per fare il farfallone amoroso, vuole cacciarlo in modo che non possa più andare “notte e giorno girando, delle belle turbando il riposo”. In un impeto di dispotismo illuminato, aveva abolito lo ius primae noctis, ma ora che Susanna, da lui ambita in un miscuglio bavoso di amore e desiderio, sta per sposarsi, vorrebbe trovare un modo sottile per ristabilirlo e riprendersi ciò che gli sarebbe spettato di diritto. Sua moglie, la Contessa, informata del piano del consorte, e del come sia un traditore seriale, reagisce come tutte le donne del suo rango e pungolata dalla Terza Classe, nella persona di Susanna, ordisce un tranello ai danni del Conte. I suoi complici vogliono inchiodarlo per guadagnarsi il diritto ad amarsi, lei invece vuole solo tornare a sentire il suo calore, nel struggente ricordo dei bei momenti. Si traveste da Susanna e gli dà appuntamento in giardino, di notte. Il Conte giunge e forse per la prima volta le rivolge quelle dolci parole d’amore di cui la Contessa sente il bisogno. Per lei moglie, proprietà garantita, signora matura che ha nel viso l’agenda della vecchiaia di entrambi, il Conte aveva smesso di onorare le promesse matrimoniali più ovvie. Eppure in quel momento in cui lei è un’altra e lui è per un’altra, Mozart e Da Ponte inseriscono il primo, vero, assoluto momento di tenerezza di tutta l’opera e il segreto per svelarne il senso: il perdono. E’ così intenso quel loro sfiorarsi nella menzogna che le loro identità, vere e inventate, si annullano e forse entrambi si guardano in modo nuovo. E si ritrovano. Poi, quando l’inganno è svelato, la Contessa assolve il Conte e lui le prende la mano. A volte per ritrovarsi ci si deve mascherare. Ci si deve tradire. Per questo è importante che entrambe le cose restino proibite. È questo il messaggio di Figaro, la miccia dell’Europa moderna.

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A ROMA IL M5S, COME LE FOGLIE!

 

m5s raggiÈ settembre, il sole è ancora alto e cocente. Ma è già finita la favola bella della rivoluzione in Campidoglio, che ieri ci illuse, oggi ci delude. È finito il racconto M5S della Capitale che rinasce dalle sue ceneri come Araba Fenice. È finita la stagione del cambio-tutto, del Di Maio gladiatore del Colosseo. E’ arrivata la realtà: il capo di gabinetto del Comune di Roma Carla Raineri e l’assessore al Bilancio Marcello Minenna si sono dimessi. A Roma dominano Raggi calanti, la fuga dalla giunta è di massa, i contrasti tra le fazioni grilline hanno impantanato ancor più nel fango un’amministrazione già fangosa. L’addio di Minenna legato a Di Maio è ancora tutto da spiegare. Al buonuomo il comportamento ondivago della Raggi deve esser sembrato esoterico. Cosa ci fa un esperto di finanza, un pioniere dello studio della finanza quantistica in compagnia di becchini dell’economia? Come conciliare le riflessioni sul recente meeting dei banchieri centrali con le teorie stralunate del Dibba che con sprezzo del ridicolo propone nell’era del libero scambio la ricetta di una prosperità autarchica di triste memoria (“vogliamo mangiare quel che produciamo e produrre quel che si mangia”)? Come riorganizzare le partecipate del Comune quando il direttore generale di Atac, Marco Rettighieri, colui che ha provato a raddrizzare un’azienda con una marea di dipendenti imboscati e pronti a boicottare ogni tentativo di cambiamento, riconoscendo  impossibile la missione dice che è pronto a lasciare? Il caos dei trasporti è alle porte. Scendete, cittadini, amici, romani: la corsa della menzogna, della diffamazione di massa, del rancore sparso come manna, è finita. C’è altro, là fuori. Là, fuori, c’è la realtà. I grillini sono cantonizzati. Raffaele Cantone per il quale provano sentimenti miscelati, li ha messi di fronte alla realtà. Amministrare non è urlare “onestà onestà” ma conoscere, deliberare, studiare, essere responsabili. Fa piangere il comunicato della Raggi sulla sua pagina FB, un distillato dell’ipocrisia grillina, una prosa che prova l’incoscienza del contorcimento politico nel quale la sventurata afferma: “Trasparenza. E’ uno dei valori che ci contraddistingue e che perseguiamo. Per questo abbiamo deciso di chiedere un parere all’Anac, su tutte le nomine fatte finora dalla Giunta, al fine di garantire il massimo della trasparenza. Il “palazzo” deve essere di vetro e tutti i cittadini devono potervi vedere dentro. Questo è il M5S. L’Anac, esaminate le carte, ha dichiarato impropria la nomina di Carla Raineri. Ne prendiamo atto”. Nient’altro. Né scuse nè mai la parola “errore”. C’è tutta la melodia della retorica grillina. C’è tutto il ciarpame narrativo degli adepti del comico a fine corsa.

Poveri grillini! Sono rabdomanti che cercano l’acqua nel deserto con un pezzo di legno. In tanti avevano scritto che la giunta della Capitale avrebbe provato la (in)capacità di governo del grillismo. Ma si è già oltre l’immaginabile. Due mesi sono stati sufficienti per vedere i clan a 5Stelle dilaniarsi in lotte di potere e sottopotere, per constatare il familismo applicato all’amministrazione, lo scavalcamento delle regole, la propaganda becera, la spazzatura sparita nei giorni di Ferragosto con la città vuota, prontamente riapparsa con la città piena, il piano dei trasporti inesistente ma annunciato, l’arroganza e l’ambiguità messe in mostra sul dossier olimpico, la scelta strategica di una città nelle mani di una fazione di seguaci del clown che alla prova del governo si frantuma e perde consistenza. Si capisce, che questa sciagurata marmaglia possa ritrovarsi solo con il vaffa di massa, suo stile, suo ambiente naturale in cui grugnisce e si rotola. Grugnire e rotolarsi: unico programma per il futuro. E’ settembre. L’autunno dei pentastellati è già iniziato e loro cadranno. Come le foglie.

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Gli anni ’50: gli anni della creatività italiana

Case-chiuseGli anni ’50 si aprivano con un avvenimento già programmato da tempo la cui realizzazione richiedeva il dispiego di risorse che secondo molti, all’interno e fuori della Chiesa, il Paese appena era nella condizione di permettersi: l’Anno Santo, annunciato nel consueto Radiomessaggio di Natale da Pio XII come momento di rappacificazione. Tornava alla Sua mente il fatale agosto del 1939, quando più minacciosi si facevano i tuoni di guerra, aveva elevato la Sua voce scongiurando nel nome di Dio governanti e popoli a risolvere i loro dissensi con comuni e leali intese. Aveva gridato “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!” E non era stato ascoltato. Ora, a guerra terminata ma in un mondo ancora straziato da contrastanti interessi e indescrivibili persecuzioni, ritenendo divina missione della Chiesa il perseguimento della Pace, Egli Vicario di Cristo non conosceva né dovere più santo né missione più grande che di essere instancabile propugnatore di pace. Eppure dopo tale messaggio di speranza e fratellanza il 1950 si aprì in modo disastroso. Poco dopo la Epifania in quel di Modena operai scesi in piazza contro la società che li aveva licenziati per fallimento, di fronte a poliziotti armati, furono causa e oggetto di violenti scontri. Sei di essi rimasero a terra per sempre generando il paese nel timore di un ritorno alla guerra civile. Così non fu. Anzi. Togliatti dimostrò grande moderazione e a testimonianza del suo sincero dolore volle adottare una delle figlie degli operai morti. Maria Malagoli divenne così la sua figlia adottiva, a torto ritenuta in seguito figlia adulterina avuta dalla sua compagna Nilde Jotti. Continua a leggere.. »

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Roma – Teatro Quirino

Mi piaci perché sei così

di Gabriele Pignotta

Pietosa messa in scena di una burlesca crisi coniugale

pignottaNon conoscevo Pignotta come interprete, e tantomeno come autore. Dopo l’esperienza al Quirino, tempio del teatro di prosa, sono pervenuto alla conclusione, che di un tal guitto insulso, banale, autore e interprete del nulla, non se ne sentiva né il bisogno né la mancanza. Lo spettacolo di 2 ore circa è un prontuario di stupidità scandite con puntigliosa puntualità e condite dall’ineffabile linguaggio sgangherato e scurrile che forse appartiene alla mente e al carattere dell’autore. Espressioni come culo, vaffanculo, coglioni, evacuazioni, sesso, e altre amenità del genere garniscono il testo in misura ributtevole. Eppure il tema su cui questo sciagurato testo era imperniato, il tema della crisi di vita coniugale, era un tema eterno che sarebbe potuto essere svolto con profondità di idee e di analisi in un processo di attualizzazione e contestualizzazione. Ha preso invece il sopravvento la banalità espressa nella sua più totale compiutezza: banale il soggetto, banale il testo, banali le situazioni, orrendamente banali  i personaggi. La globalizzazione della banalità raggiunge momenti di altissima pietà nella scena della telefonata del genero alla suocera, che risponde “coglioni” solo perché in quel momento era la parola da individuare del gioco dell’Eredità di Conti. Parlare oltre di tanta spazzatura è una dissipazione di tempo per il lettore e per chi recensisce.

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