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Ettore Bastianini, Carlo Gérard in ANDREA CHENIER

delacrois-la-liberta-raisonneeLa servitù è il concetto con cui una consolidata cultura della storia descrive il predominio di una minoranza onnipotente, benestante e arrogante, su una maggioranza di poveri e derelitti, inconsapevoli dei loro stessi diritti, racchiusi dalla oppressione e dalla ignoranza coatta in quella specie di gabbia inabilitante che è la lotta per la sopravvivenza. Di tale servitù prende sofferta coscienza Carlo Gérard nella romanza Son sessantanni, o vecchio… di fronte allo stato penoso in cui nella dorata dimora dei Conti di Coigny scorge il suo vecchio genitore ancora servo dopo sessantanni di orrenda – sofferenza. Una sofferenza resa eterna dalla servitù dei suoi figli, generati nella servitù e inesorabilmente servi essi stessi. Una sofferenza che genera odio per quel mondo incipriato e vano che la origina e che alimenta l’ansia di distruggerlo. Così al canto dolente nel quale l’eloquenza del dolore per il suo genitore è affidata ai singulti di un pianto sommesso ma intenso, Bastianini fa seguire il tremendo T’odio, casa dorata! Nella pronuncia stretta a labbra quasi chiuse delle o di odio esprime con vigore il suo raccapriccio davanti al relitto del suo genitore, mentre nella successiva tremenda invettiva contro cotanta razza leggiadra e rea, constatando il degrado morale di una società ubriaca delle sue sete e dei suoi merletti, col suo grido irruente, grido di un servo figlio di servo, annuncia il trionfo con l’avvento dell’Ora della morte! La voce poderosa e piena è tenuta a lungo sulla o di morte, tremendo presagio di una distruzione che non risparmierà nessuno. È il momento della conversione di Gérard ai Princìpi di quella Rivoluzione invocata quale divinità Redentrice. I Principi secondo cui quando su di un popolo inerme e solo si abbatte l’oppressione, quando contro di esso tutte le leggi sono violate, quando la sua identità è cancellata e il suo pudore calpestato, è giusto che insorga. Ma la incorrotta fedeltà a tali Princìpi comporta una lacerazione spirituale, impone l’abbraccio dello sterminio e l’instaurazione di un regime di Terrore. E allora la schiavitù muta la sua natura. Cessa di essere la schiavitù da padroni, e diviene schiavitù di una Idea, di una Illusione, in nome delle quali la giusta ribellione si trasforma in sordida vendetta, in bugiarda consapevolezza di compiere in nome di esse opere redentrici. È la tragica e sublime meditazione di Gérard chiamato ad esser vile e ad accusare Chénier con delle accuse infondate. Ma quali? Nemico della patria?! È una vecchia favola, cui tuttavia il popolo crede ancora. È un Traditore! complice degli avversari di Robespierre? È un poeta sovvertitore di cuori e di costumi! Tutte accuse infondate che Bastianini con risata beffarda elenca e sottoscrive puntualmente, pur consapevole che comunque formulate non potranno salvare Chénier. Ma dopo, Gérard è come assalito da rimorsi estremi, che lo conducono a essere implacabile esaminatore di sé stesso. Una pausa lunga nel canto di Bastianini è il principio di una radicale mutazione spirituale. Tutto gli appare cambiato: ciò che altre volte aveva più fortemente stimolato i suoi desideri, ora lo respinge. La gioia di passare tra gli odi e le vendette è soltanto mesto ricordo. L’idea di cui si era nutrito nel credersi gigante puro, innocente e forte, è d’un tratto sostituita da una mestizia colma di memorie intollerabili. E a guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante, nel rispondere al perché dell’impegno a formulare accuse false e infamanti, l’uomo nuovo, cresciuto in lui terribilmente, si erge a giudicare l’antico. Cerca le ragioni per cui si è potuto risolvere a condannare a morte, senza timore, per servire una idealità fasulla. Ma la ricerca è vana. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, una conseguenza di mille crimini antecedenti; così il tormentato giudice di sé stesso, per render ragione d’un sol fatto, si trova ad esaminare tutto il suo passato. Indietro, d’anno in anno, di sangue in sangue, di condanna in condanna, di lacrime in lacrime, ogni azione compare all’animo consapevole e nuovo, separata dai sentimenti che l’avevano fatta volere e commettere, ma densa di una mostruosità che quei sentimenti non avevano allora lasciato scorgere. Eppure quelle azioni erano tutte sue, erano il suo grido per il mondo unito al grido della rivoluzione redentrice. Erano lui. L’orrore di tal pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, cresce fino alla dolente e beffarda constatazione di aver mutato padrone, ma di essere rimasto un servo, servo obbediente di violenta passione. Maestoso Bastianini nel dispiegarsi del canto quasi recitato e denso di una intima delusione, nel riconoscersi servo di una passione che gli ha fatto smarrire la fede nel sognato destino e fa rimpiangere la gloria di cui appariva irradiato il suo cammino. Ma la rimembranza di tali imprese gli procura rimorso per aver sottoscritto quell’accusa, spegne nell’animo quella molesta viltà, vi desta invece una specie di nostalgia dei gioiosi giorni, quando sognava di fare del mondo un Pantheon, di mutare gli uomini in dei e amorevolmente tutte le genti abbracciare in un sol bacio e abbraccio. Strepitoso Ettore Bastianini nella romanza Nemico della patria?… Il suo canto si incunea con prorompente ironia nella ricerca di accuse credibili a Chénier, colpevole solo di essere suo rivale in amore. Ma poi dopo aver immaginato una accusa plausibile ma falsa, si eleva alla meditazione della sua storia e con la purezza della perfetta fonazione, col dosaggio sapiente del volume vocale, col fraseggio appassionato ma costantemente sorvegliato, coglie sapientemente la dimensione nichilista della esistenza concludendo “Bugia tutto, sol vero la passione!”.

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DANIELA MUSINI RINNOVA IL SORTILEGIO DI UN MONOLOGO INCANTEVOLE

DI FUOCO E DI VENTO ELEONORA DUSE L’IMAGINIFICA

duseStrepitoso, imperioso, maestoso ritorno di DANIELA MUSINI che dopo la trionfale tournée nel monologo su MARIA CALLAS la DIVINA, propone un inedito monologo su ELEONORA DUSE. Un monologo in cui tutta la immensa cultura della Musini è intesa a illuminare la più grande Attrice teatrale di tutti i tempi, nel suo non agile pellegrinare tra palcoscenici, autori, amori, dolori, sangue e lussuria. Un monologo che nella compiuta unità e perfezione, entra d’impeto nell’anima e vi resta. Un monologo che parrebbe la replica del precedente, essendo della stessa Musini il testo, la interpretazione, la direzione, la scelta delle musiche di scena. Ma il linguaggio e i criteri di scelta delle musiche si differenziano in modo essenziale. Il portento della Callas era l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la melodia, sì che le arie da lei cantate potevano essere la colonna sonora della sua stessa storia. Il portento della Duse era invece l’anima da lei trasmessa alle sue eroine attraverso la parola. E per lei l’Autrice adotta un linguaggio più aristocratico, più poetico, più denso di figure retoriche, più vicino alla cultura della parola, quasi a dare alla parola recitata quel medesimo incantamento melodico che la parola cantata riceve dalla musica.

In tanta floridezza di linguaggio spiccano due inserti originali di Gabriele D’Annunzio: La pioggia nel pineto tratto dalla raccolta poetica Alcyone di cui la Duse fu la musa ispiratrice, e la sublime scena de La figlia di Iorio, in cui Mila di Codra per salvare Aligi suo innamorato, si autoaccusa di parricidio.

Diversamente dal monologo sulla Callas che immagina di raccontare la sua vita alla sua fedele inserviente, il monologo sulla Duse ha inizio alla fine della sua carriera in una suite di un hotel di Pittsburgh nell’ultimo giorno di sua vita, nell’aprile del 1924, quando ormai annientata dalla tisi, sente di dover scrivere prima dell’ultimo assalto di morte, le gioie, i dolori, gli amori, i tradimenti che l’avevano resa immortale ma non eterna. La ricostruzione della suite si avvale di uno scrittoio presso il quale Eleonora si siede e inizia a scrivere a Madeleine. Madeleine è un personaggio immaginario con cui la Musini ha voluto rappresentare l’amica confidente di Eleonora, scrigno delle sue memorie immortali e presente sulla scena grazie al manichino addobbato con un elegante abito di velluto nero. Sul palcoscenico-suite, troneggia la “testimone velata” citazione del busto raffigurante il volto di Eleonora. D’Annunzio lo conservò nell’Officina del Vittoriale dove si concentrava per scrivere e che fu il suo culto, la sua musa e l’intatta memoria de “l’incantesimo solare” vissuto con la Divina.

La Musini entra in scena con una soffusa, struggente melodia di Mahler, interamente vestita di viola. Il viola, il colore che la Duse non disdegnava nell’abbigliamento, e che invece era abolito dalla gente di spettacolo essendo il colore penitenziale della Chiesa. E mentre la melodia di Mahler continua la sua meditazione, su un immaginario diario la Musini inizia a scrivere il racconto della vita della Duse. Ma il diario è abbandonato ben presto. Solo la parola recitata può essere la protagonista di una rievocazione storica di chi seppe fare della parola il messaggero con cui trasmettere la propria anima.

La Duse nacque e per lei fu subito teatro. Figlia di attori non professionisti, crebbe e trascorse l’infanzia tra il nomadismo e il dilettantismo della compagnia girovaga del padre, sì che a soli 4 anni fu Cosetta in una versione teatrale de I miserabili di Victor Hugo. Appena ventenne portò in scena alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, che le procurarono l’adorazione del pubblico e l’entusiasmo della critica. I drammi francesi, ricchi di figure femminili moderne, mondane, come La signora delle Camelie di Alexandre Dumas figlio, vere come Santuzza della Cavalleria Rusticana di  Giovanni Verga, figure femminili attraverso cui far emergere prepotentemente l’interiorità femminile così come lei viveva la sua: un’interiorità alienata, nevrotica.

La sua giovane esistenza vissuta di teatro e nel teatro, fu una tavolozza di amori, di passioni, tradimenti, di fallimenti e maternità. Sposa di un attore della sua compagnia, certo Tebaldo Marchetti, mise al mondo una bimba Enrichetta, di cui non fu madre come avrebbe voluto, risucchiata dal turbinio della sua arte. Il matrimonio con Marchetti naufragò assai presto sottraendo alla piccola Enrichetta l’amore e il conforto di una mamma. Intensamente commovente Daniela Musini nel descrivere il rimorso della Divina al ricordo di quanto poco avesse dato alla creatura del suo grembo, per far vivere sul palcoscenico figure create dalla fantasia di autori di cui fu interprete e amante. Tale fu Arrigo Boito, il celebre librettista di Verdi e di se stesso, amante segreto e a lungo, attraverso cui la Duse conobbe autori come Giuseppe Giacosa e interpretò capolavori di autori stranieri come Henrik Ibsen.

Nel racconto di questi primi eventi della Duse, Musini adotta un linguaggio elegante, pittorico, ma ancora distante dalla ricchezza di metafore, figure retoriche, simbolismi fonici, magia evocativa dei nomi, sonorità degli aggettivi, che domineranno la futura letteratura di Gabriele D’Annunzio.

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BELVEDERE SAN LEUCIO DI CASERTA

MEMORABILE CAVALLERIA RUSTICANA

https://youtu.be/9wBvlmKjNUk

cavalleriaAl Belvedere San Leucio di Caserta, nell’ambito della Rassegna “Un’Estate da RE” è andata in scena una esecuzione memorabile della Cavalleria Rusticana. Opera somma che rivoluzionò la cultura dell’opera lirica e permise all’Italia del Sud la rivincita nel teatro lirico. Negli anni immediatamente successivi alla sua prima, altri drammi di passione e di sangue, di ambiente popolare e forti caratterizzazioni regionali, invasero la scena operistica, a dimostrazione che le frontiere del giovane Regno d’Italia includevano anche un mondo sofferente e tenuto drammaticamente lontano dal progetto di sviluppo che investiva il Nord della penisola.

Con Mala vita di Umberto Giordano; con i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni l’Italia del Sud ancora povera e semianalfabeta si erse sul palcoscenico nobile dell’Opera e fece sentire la sua presenza a lungo elusa.

Cavalleria esordì al Costanzi di Roma nel 1890 e fu subito successo. Il soggetto drammatico, la sua passionalità accesa, l’ambiente popolare, una religiosità superstiziosa, le masse contadine quali interpreti, rivelarono al teatro lirico la verità ignorata di una classe di contadini dai sentimenti violenti come l’onore offeso, la gelosia, il tradimento, la sfida vendicatrice, la superstizione. Di Mascagni, dovettero impressionare la vena di canto imponente nella sua irruenta spontaneità, l’impiego delle voci, la presenza di un popolo in scena, gli ampi squarci sinfonici.

Ma pur con questi aspetti innovativi, va riconosciuto che Cavalleria poggia su un impianto che non rompe con la tradizione. In essa Mascagni adotta romanze, duetti, concertati e una distribuzione dei ruoli vocali, secondo la più fedele tradizione del melodramma romantico. E fedele a tale tradizione l’Opera si apre con un preludio strumentale e con un coro d’introduzione, seppure, interrotto dall’irrompere della ventata di accesa passionalità della Siciliana di Turiddu.

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MARIA CALLAS LA DIVINA

MONOLOGO SCRITTO E RECITATO da DANIELA MUSINI

danielaChi scrive, si accinge recensire questo incantevole spettacolo con tremore e timore, colpito dalla complessità di qualcosa che nella sintesi di musica e parola, raggiunge i vertici di una soggiogante bellezza. Bellezza del testo recitato, bellezza dei passi originali cantati dalla Divina per farne stupenda colonna sonora, bellezza del monologo raffinato e ricchissimo di sfumature, bellezza nella illuminante recitazione che la stessa Autrice ne fa, sola per oltre un’ora.

Spettacolo affascinante, giustamente apprezzato e premiato, e che ora chi scrive vuole commentare nelle sue doviziose articolazioni: la concezione stessa di uno spettacolo tanto complesso, il testo del monologo, la recitazione, la sintesi tra parola e musica, la scansione temporale degli eventi della esistenza della Divina, le arie da Lei stessa cantate.
L’idea di portare in scena un monologo è già una idea ardita e a conoscenza di chi scrive ha un solo precedente nella celeberrima interpretazione che Pamela Villoresi fece della infelice storia di Ninì tratta dal Romanzo “Lo Scialo” di Vasco Pratolini.
In quel monologo c’era già il testo di un grande scrittore, qui invece il testo era da inventare e scrivere per essere letto e poi interpretato.

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LA FARLOCCA RIVOLUZIONE COSTITUZIONALE E FINANZIARIA DEL M5S

di-maioAlla mia domanda che cosa siano la democrazia diretta e la moneta fiscale di cui il M5S si fa paladino, un grillino cortese mi ha risposto come segue:

La democrazia diretta è una forma di democrazia nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza parlamentare (democrazia rappresentativa), esercitare direttamente il potere legislativo.

Per moneta fiscale (chiamata anche certificato di credito fiscale, o titolo di sconto fiscale, oppure certificato di riduzione fiscale) s’intende un qualsiasi titolo di credito emesso da uno Stato, che dà diritto al possessore di usarlo per adempiere al pagamento delle tasse (utilizzabile solo dopo che sia trascorso un determinato periodo di tempo).

Riguardo la democrazia diretta appare inquietante che il M5S voglia eliminare ogni intermediazione e ogni rappresentanza parlamentare e voglia esercitare direttamente il potere legislativo. Trasformare la nostra democrazia rappresentativa in una democrazia diretta, imporrebbe la revisione della Costituzione, la quale (Art. 70), recita: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. Dal Parlamento dunque e non dai cittadini. Come pensare di dar vita a una democrazia diretta stando tale nostra Costituzione, è materia di pura speculazione costituzionale. A me pare che il M5S, bardo di tale esercizio diretto dei cittadini, faccia un uso truffaldino della scarsa preparazione civica degli elettori.

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