IL GRUGNITO DI BILDERGERG E LE CARCASSE DELLE POLITICHE NAZIONALI

clubPer tentare una qualche esplorazione delle fonti da cui taluni poteri forti traggono la loro forza, occorre approfondire l’analisi degli ultimi eventi in Italia e in Europa.

Occorre cioè considerare il nesso di tali eventi con la storia internazionale: per l’Italia trattasi delle relazioni con i fattori esterni (Stati, istituzioni, centri economici) che descrivono il contesto strategico e danno tangibile riconoscimento alla levatura dei leader interni. Per l’Europa trattasi del modo di pensare i processi di integrazione, ormai divergenti massicciamente dall’impostazione data da Mitterrand e Kohl dopo la caduta del Muro di Berlino. E’ quanto si deduce infatti dalla lunga fase di disallineamento dalle politiche delle grandi potenze alleate. I due cicli storici – dell’Italia e dell’Europa – che partono in parallelo all’inizio degli anni ’90, vedono disfarsi il proprio assetto nell’estate 2011, quando la crisi dei debiti sovrani sconvolge in molti dei paesi europei le politiche di bilancio e i patti sociali che le sorreggevano. Il ciclo italiano ha inizio con la sciagurata saga di Mani pulite, ma il motore che lo spinge è soprattutto la turbolenza del rapporto con il mondo esterno europeo ed extraeuropeo.

L’avvio del ciclo europeo è segnato da una serie di eventi. Il più clamoroso e inatteso è il crollo dell’Unione sovietica che modifica i rapporti all’interno del continente e le relazioni con i paesi esteri. Ma anche altre due eventi riveleranno nel tempo la loro decisiva influenza: l’esordio della Cina sulla scena dell’economia internazionale con l’ingresso nella Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e la congiunzione tra comunicazione digitale e reti di connessione, che col debutto nel 1991 del World Wide Web (WWW) trasformeranno la vita sociale a livello planetario.

Il ciclo storico europeo: da Maastricht al risorgere degli interessi nazionali

Sin dall’esordio il ciclo storico europeo ha per posta e protagonista la Germania. Libero dai vincoli entro cui era stato ingabbiato dalla sconfitta nelle guerre 1914-45, il paese più popoloso del continente e più dotato di potenziale tecnologico abbandona il basso profilo, ripulisce la coscienza dagli orrori delle guerre e riprende a scandire i passi della storia europea. Nel 1990 la unificazione tedesca, sogno secolare mandato in frantumi da un trentennale delirio di comando, dipende da Stati Uniti e Francia che con Bush senior e Mitterrand tendono a definire la struttura dell’Europa futura in modo da contenere la vitalità germanica e inquadrarla nel disegno più vasto di una dimensione continentale. Una moneta unica, una Banca centrale comune, una morbida ma progressiva cessione di sovranità a Bruxelles, il rigore dei bilanci di Stato, l’espansione di un potere istituzionale diffuso, formano l’intelaiatura politica che dovrebbe permettere di raggiungere l’obiettivo. Una intelaiatura che opportunamente regolamentata confluisce nel Trattato di Maastricht firmato di lì a pochi anni, nel 1993. Per gli stati firmatari il Trattato rappresenta un sorta di polizza assicurativa virtuale che imbriglia le decisioni e le ambizioni della Germania a strategie i cui luoghi di decisione più che berlinesi, sono europei e atlantici. Tale illusione purtroppo tramonta, tristemente e assai presto. La Cina e la rivoluzione digitale, gli altri due fattori che scandiscono l’avvio del ciclo europeo, si sviluppano con tale velocità e mostrano un potenziale di influenza così grande da costringere gli stati a riformulare le rispettive prospettive politiche. Si rende così tangibile la virulenza dei mercati mondiali, si conferiscono al sistema finanziario risorse e strumenti che ne dilatano l’efficacia e ne facilitano l’invadenza sì da rivoluzionare la gerarchia dei poteri sullo scenario internazionale. Verso la fine del secolo l’Europa avverte tutto ciò come un cambio d’attenzione degli Stati Uniti, le cui le relazioni preminenti, debitorie e politiche, all’apogeo dell’era di Clinton diventano quelle con la Cina. Con il passaggio da Eltsin a Putin anche la Russia modifica la sua strategia. La quale verso l’occidente riacquista un’attitudine politica non più invasiva ma dichiaratamente antagonista. L’Unione europea reagisce su due fronti: all’interno punta a razionalizzare con un progetto di Costituzione il funzionamento istituzionale e all’esterno cerca un campo d’azione più vasto e rafforzativo mediante l’allargamento a est. Tuttavia accade che la strategia di rilancio non funziona: due referendum in Francia e in Olanda bocciano la bozza di Costituzione europea firmata a Roma il 29 ottobre 2004, mentre l’allargamento a est oltre a creare attrito con la Russia, rende più complesse e più vischiose le dinamiche interne. Così a cavallo del secolo l’Europa è completamente immersa in una miserrima fase involutiva. L’assetto operativo e il sistema di governo dell’Unione, prolissi e oscuri, dominati da un fervore burocratico insulso e inefficace, favoriscono il distacco dall’opinione pubblica. Alcuni Stati danno crescente rilievo alle strategie nazionali, rendono marginali le esigenze di coordinamento e di solidarietà che sarebbero dovuto essere invece implicite nella costruzione dell’Unione, e accentuano l’uso strumentale e lo sfruttamento egoistico e pernicioso della opaca complicazione degli istituti comunitari. La politica degli Stati nazionali riprende così il sopravvento e in modo così ciecamente velleitario da rimodellare l’intero assetto del perimetro di azione in Europa.

Il risorgere degli interessi nazionali

E’ una svolta che dà il segno all’intero ciclo 1990-2008 e introduce la fase attuale: il risorgere degli interessi nazionali scardina l’impianto messo a punto tra il 1990 e il 1992, il quale si fondava sul primato delle istituzioni comunitarie e lasciava alla Germania il ruolo politico di giovane partner. La crisi disvela tutte le rughe di un progetto malato di una malattia la cui gravità, associata alla insipienza di chi avrebbe dovuto curarla, favorisce l’assunzione di una egemonia tedesca sull’intera Europa. L’architettura concepita per arginare un revanscismo della Germania mai sopito diventa al contrario il volano per la sua espansione, così che la creatura si dispiega e si accanisce contro i suoi creatori. Margaret Thatcher l’aveva a suo modo previsto: “Una comunità europea strettamente integrata sarà dominata dai tedeschi più facilmente che un più vasto complesso di singoli stati sovrani”.

Com’è potuto accadere?

La formazione di un’area a moneta unica presuppone un’estesa cessione di sovranità: gli stati partecipanti rinunciano a prerogative di governo della moneta trasferendole a un organo sovranazionale comune. Nell’eurozona il trasferimento mostra però un tratto singolare: non tutti i poteri ceduti sono ceduti all’organo sovranazionale, la Banca Centrale Europea (la Bce). Alla Bce è affidato l’unico compito di controllare l’inflazione, mentre le è impedito di agire da prestatore di ultima istanza e acquistare sul mercato secondario massicce quantità di titoli. Ovvero la Bce può comprare i titoli emessi dai diversi stati direttamente (mercato primario) ma non da investitori o speculatori che li abbiano già comprati (mercato secondario). L’eurozona quindi disperde sovranità: una parte dei poteri che i cedenti detenevano si tramuta in algoritmi per soddisfare i criteri di convergenza fissati a Maastricht, un’altra parte, la politica monetaria, non viene esercitata. Ciò nega agli stati dell’eurozona un centro di comando monetario con poteri adeguati alla complessità dell’economia attuale e li rende fragili davanti alle turbolenze dei mercati. L’evaporazione di sovranità toglie alla strategia monetaria spazio di manovra quale la minima flessibilità sul cambio in ragione del ruolo esclusivo del controllo dell’inflazione e aggiunge rigidità al sistema economico attraverso i vincoli di bilancio. In tempi normali, quando la sequenza degli eventi segue il corso atteso e non occorrono interventi speciali, il deficit dei poteri non è avvertito. In tempi straordinari, quando si manifestano emergenze che richiedono innovazioni strategiche, la riduzione della responsabilità politica riassunta nei limiti d’azione della Bce crea, come mostra la vicenda del quasi -default greco, danni sistematici e aggrava la crisi. Gli stati cui si applica l’impianto così stringente disegnato a Maastricht hanno economie, sistemi fiscali, legislazioni del lavoro, livelli di produttività, specializzazioni produttive e capacità competitive, molto diversi fra loro. Ne conseguono ampi squilibri negli apparati statali e nei sistemi di welfare tali da generare insostenibili carichi fiscali. Gli stati più deboli costretti a scambiare la duttilità della politica con la rigidità degli algoritmi di bilancio, perdono opzioni strategiche: la macchina statale non è comprimibile, le tasse rimangono pesanti, la moneta mantiene un cambio elevato grazie alla forza dell’economia leader. La forbice tra la macro-rigidità monetaria, potentissima, e la micro-flessibilità dell’economia reale, debolissima, non riesce più a comporre un sistema di fattori produttivi atto a garantire la crescita. L’esito obbligato è una svalutazione che, non potendo esplicarsi all’esterno, colpisce all’interno: i redditi calano, i prezzi stagnano, la produzione si comprime. Una miscela tossica che accentua gli squilibri tra gli stati e avvantaggia i più forti: è il “virus mortale” invisibile ma presente nel progetto di Maastricht.

Il difetto di architettura di Maastricht

Il difetto di architettura di Maastricht che si manifesta come carenza di forza collettiva nel momento della crisi, appare in forma di sintomo già con il ripiegamento nazionale scaturito dall’impasse delle riforme istituzionali. Chi, dopo la bolla speculativa della new-economy e durante l’arzigogolata melina diplomatica del triennio 2002-05, aveva imparato che i vincoli comunitari non sono in grado di imbrigliare azioni volte in esclusiva alla tutela di interessi nazionali e che anzi a questo fine un efficace deposito di attrezzi è costituito dai congegni normativi Ue, ha avuto buon gioco a utilizzare la sovranità dispersa per accumulare vantaggi sui tassi e mettere in difficoltà i paesi concorrenti come nel corso della crisi innescata dalle contraffazioni greche. Su questa via la Germania si muove in anticipo: già nel 2002-03, in contemporanea, avvia un’ampia riorganizzazione industriale, che ne accresce produttività e profilo competitivo, e negozia a Bruxelles una deroga per il proprio deficit che eccede il limite del 3% del PIL annuo.

C’è un duplice giro d’ironia negli sviluppi del ciclo europeo. La dispersione di sovranità nasce da un lato per sopperire al deficit della politica, incapace di mobilitare tra i cittadini un consenso sufficiente a formare nuove istituzioni sovranazionali, dall’altro per raggiungere egualmente, dietro lo schermo di decisioni tecniche falsamentei necessarie, la meta di un esteso potere comunitario. Il risultato cui perviene questa scorciatoia dell’ambizione elitaria è la sublimazione in un empireo formalista dell’impianto europeo e il ritorno da protagonista, nelle concrete lotte di potere, della politica diplomatica, stile concerto delle potenti oligarchie. E’ in questa danza di eventi, dove gli esiti rovesciano le premesse e le intenzioni sono contraddette dai risultati, che si colloca il ribaltamento del rapporto di prevalenza tra Europa e Germania. Nei vent’anni successivi alla caduta del Muro si smarriscono passo dopo passo, in conseguenza dell’iniziale incertezza d’impianto, l’impulso politico, il nesso con gli Stati Uniti e alla fine le ragioni strategiche dell’equilibrio continentale. Nella strisciante contesa europea, che si inasprisce sotto i colpi della crisi mondiale, l’Italia si trova subito dal lato dei perdenti. L’amalgama antropologico-economico prevalente nella politica degli ultimi vent’anni costituito da piccole e piccolissime imprese, meraviglioso patrimonio di virtù del lavoro, di creatività, di amore per le persone che in esse lavorano, dalla proliferazione del lavoro autonomo, del lavoro nero, dall’espansione dell’illegalità ma anche da quegli umili e quei deboli che la sinistra non riesce più a rappresentare, tale amalgama appare divergente e contrapposto al sistema istituzionale dell’economia costituito da poche e colluse grandi banche e pochissime grandi imprese. Così nel suo organico rapporto con il mercato internazionale tale sistema si propone come un interlocutore ineliminabile di quell’assetto di forze che hanno condotto prima alla creazione dell’euro e che ora guidano l’oligopolio che ne deciderà le sorti e forse l’estinzione.

Il ciclo storico dell’Italia in Europa, genitrice di incertezze di danni

Questa analisi degli schieramenti sociali porta a scorgere nella vicenda politica che parte da Mani pulite una duplice forte cesura con la storia italiana precedente. Da un lato emergono come prevalenti, grazie alle invenzioni politiche di Berlusconi e Bossi, aree sociali che nella Prima Repubblica erano sempre rimaste in ruoli subalterni. Tale emergenza provoca anche per la risentita delusione delle élite investite in precedenza di funzioni-guida, l’aspro contrasto tra fronti politici che percorre l’intero ciclo ventennale e costituisce il motivo principale del suo prolungato stallo sciolto forse solo con il varo del governo Monti. Dall’altro lato il nuovo ceto politico, spesso estraneo al protocollo comunitario e poco versato nel galateo istituzionale, è tanto distante dalla corrente europea dominante, sì da collocare l’Italia in una posizione internazionale assai marginale, ininfluente, del tutto inadeguata alla sua storia.

Entrambi i cicli che in Europa e in Italia occupano gli anni tra la fine della Guerra fredda e la crisi finanziaria sono segnati da drammatici scarti che rompono la continuità con l’epoca precedente. In Europa si riduce il rilievo del nesso con gli Stati Uniti e ciò, in combinazione con la fallace architettura di Maastricht, apre una fase di ripiegamenti nazionali e di strisciante contesa fra Stati; in Italia il rimescolamento dei blocchi sociali conseguente alla dissoluzione della disciplina politica imposta dalla Guerra fredda seleziona governi che in anni cruciali (2001- 2006; 2009-2011) si rivelano eterogenei rispetto alla disciplina tedesca richiesta all’Europa. In entrambi i casi il prezzo da pagare per il distacco dai nessi storico-politici essenziali è pesante: riduzione della caratura strategica, sfiducia dei mercati, aumento dei costi del debito, crisi economica, tensioni politiche. Oggi lo scarto italiano è chiuso: il blocco sociale degli outsider si è sfaldato, una parte si è riallineata all’establishment, lo scontro domestico frontale è archiviato, l’adeguamento alla euro – dittatura è compiuto. Il problema è però lo scarto europeo che sembra destinato ad ampliarsi. La disciplina rigorista e deflattiva in cui oggi consiste l’euro-pensiero spinge la gran parte dei paesi membri ad assestare i bilanci e a dissestare i sistemi produttivi. Ne derivano una recessione che si annuncia lunga e una inquietante turbolenza sociale. Recessione e turbolenza che all’interno del continente riportano in vita divisioni remote con epicentro la Germania, e all’esterno qualificano l’Europa come genitrice di incertezze se non di danno. Per gli Stati Uniti, che concentrano sempre più l’attenzione sul Pacifico e temendo il disordine nell’area tra Maghreb, Sahara e Medio Oriente e vi dedicano un crescente impegno stabilizzante, l’Europa come sistema unitario perde rilievo: è debole come partner militare, è tortuosa come possibile partner economico. I risultati delle elezioni in Francia e negli Stati Uniti, e quelli attesi in Italia e in Germania, le possibili rese dei conti in Medio Oriente inaugureranno un periodo cruciale nel quale l’area dell’euro potrà rimodellare il proprio impianto evitando faide disgreganti. Ciò tuttavia non consente di intravedere un orizzonte favorevole, quanto piuttosto legittima una nota di aspro pessimismo. L’Europa non rientrando più nei capisaldi della politica nordamericana, deve far da sé, anche sul piano militare. Una situazione umiliante, di profonda instabilità e di incertezza permanente, che alimenta la formazione di circoli oligarchici opachi, impenetrabili, impermeabili, incontrollabili.

Il Club di Bilderberg prospera e grugnisce sulle carcasse dei tanti fallimenti delle politiche nazionali e delle rispettive classi politiche e da essi trae ragioni e forze per ulteriori maneggi.

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