migranti

Amici!

Nella imminenza delle elezioni europee mi rivolgo a voi, grazie alla Storia e ai valori che ci accomunano, per provare a sognare una Europa nuova o rinovellata, pur nel frastuono degli accadimenti politici nazionali e internazionali.

Mai dalla Seconda Guerra Mondiale l’Europa è stata così necessaria, eppure mai è stata così gravemente in pericolo. Una lunga crisi economica mondiale, esodi migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico, gli effetti negativi della globalizzazione, hanno fatto emergere la fragilità di un ordine politico ed economico ritenuto rispondente alle attese e hanno accelerato la consapevolezza della necessità di cambiamenti non più procrastinabili. Cambiamenti non limitati a un paese, un settore o un problema, ma cambiamenti globali che esigono una risposta globale. Non riuscire a globalizzare la governance di tali e tanti cambiamenti, sarebbe il preludio di una catastrofe mondiale senza sangue ma con una conflittualità permanente e diffusa.

E dunque la domanda fondamentale: di quali cambiamenti necessita l’Europa? Cambiamenti che coinvolgano anzitutto le Istituzioni. Cambiamenti cui sinora si è opposta resistenza per le inevitabili difficoltà politiche nazionali, titubanti di fronte alle forme e alla sostanza degli stessi, a ragione delle persistenti paure di cessione di parte della propria sovranità. Ma l’assenza di cambiamenti ha generato dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere all’incalzare dei conflitti bellici, commerciali, doganali; dubbi sulla capacità di reagire con sapienza politica agli effetti delle innovazioni tecnologiche e ha permesso a quanti volevano abbatterle di elevare il loro grido. Ma le tante mutazioni che hanno modificato il mondo, hanno provato come i cambiamenti siano necessari e urgenti. Cambiamenti che siano profondi quanto complessi sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente. Cambiamenti che siano vasti quanto vaste sono le dimensioni dell’ordine mondiale che nella sua perenne dinamica sta mutandosi in senso sfavorevole alla Europa. 

Se la Brexit è stata la risultante della incapacità dei governanti europei di rispondere alle esigenze dei popoli di fronte alla immensità e gravità dei problemi delle migrazioni, della povertà e della paura, è stata anche la risultante delle insidie intrinsecamente e propriamente europee. E l’insidia non è l’appartenenza all’UE. Le insidie sono le menzogne, le inadeguatezze delle leggi e dei comportamenti che possono distruggerla. L’insidia è nella menzogna, nello sfruttamento della rabbia, del disgusto, della paura. L’insidia è nella invocazione di torbidi regimi di autarchia, spesso miscele di incompetenza e arroganza. Di fronte a tali insidie, occorre reagire e resistere. Fieri e lucidi. Occorre dire a gran voce e a viso aperto cosa è l’Europa e cosa può divenire.

L’Europa è un successo storico: è la riconciliazione di un continente devastato da immensi lutti e distruzioni, in un inedito progetto di pace, di libertà e di sviluppo, che seppure in modo imperfetto continua a proteggerci. L’Europa è la confluenza di quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei suoi territori: la mobilità, il livello di istruzione, la preservazione dell’immenso patrimonio di bellezze e di cultura, la rapidità e la molteplicità delle forme di comunicazione, la semplificazione della catena del valore grazie all’unione monetaria. Ma soprattutto l’Europa è un impegno continuo perché, non sarà mai perfetta. Occorre, con fatica ma con sicura fede, farla progredire e difenderne gli ideali da cui prese avvio. Occorre reagire alla incombente insidia della rassegnazione abulica e tristemente invasiva.

Di fronte alle grandi crisi del mondo, ci si chiede dove sia l’Europa e cosa faccia. Essa pare essere solo un mercato. Un mercato senz’anima. Ma non è solo un mercato, è un progetto. Un progetto ambizioso ma affascinante. Un progetto volto soprattutto a non far dimenticare la necessità di frontiere che proteggano e di valori che uniscano. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la identità europea con il ritiro dall’Europa, il ritiro dalla comune civiltà che unisce, libera e protegge. Ma sbagliano anche coloro che non vorrebbero cambiarla, perché non colgono le paure che attanagliano i popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie e le paralizzano. Il momento è decisivo per il continente; è il momento di reinventare collegialmente i paradigmi politici, culturali, etici della civiltà europea in un mondo fremente di trasformazioni. Resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, occorre costruire un rinovellato Sistema di Rapporti tra sovranità delle Nazioni e sovranità delle Istituzioni comunitarie; tra Cittadini e Istituzioni, tra Paesi e Continenti nella più ampia visione della Globalizzazione. Un Sistema di Rapporti corretto ma comunque sempre ispirato ai principi di sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia, sui quali l’Europa unita fu concepita e costruita.

Occorre riconoscere che l’UE ha perduto la sua capacità di cogliere le realtà del mondo, di capire che nessuna comunità avverte il senso di appartenenza se non ha frontiere che la proteggono. E allora lo spazio di Schengen va riveduto: quanti vogliono essere partecipi devono essere chiamati a rispettare obblighi di responsabilità, di solidarietà, di asilo, con regole di accoglienza e di respingimento condivise.

Le frontiere devono però anche garantire una giusta concorrenza. Occorre una revisione delle politiche della concorrenza, del commercio, dell’interscambio di uomini, capitali e beni. Occorre proibire che in Europa bivacchino impunemente aziende extraeuropee che si sottraggono al doveroso obbligo della tassazione, ledono interessi strategici e calpestano valori essenziali quali le norme ambientali e la protezione dei dati sensibili.

L’Europa pur non essendo una potenza planetaria, ha sempre e da sempre saputo concepire, definire e ridefinire le norme del progresso. E nel presente tornante della Storia progredire vuol dire anche assumere la guida della lotta contro i dissesti idrogeologici. L’Europa deve concentrarsi sugli effetti distruttivi che le sue attività industriali e agricole hanno sul clima, sulla flora, sulla fauna terrestre e marina, arricchendo i suoi strumenti di rilevazione della Agenzia Europea per l’Ambiente mediante una Banca europea per il clima e una autorità sanitaria europea dotata di poteri adeguati a rafforzare i controlli sugli alimenti, valutare scientificamente la disseminazione in agricoltura di sostanze comunque pericolose e assicurare la sperimentazione di nuovi farmaci contro la proliferazione delle famiglie di batteri, in forme non invasive.

L’Europa deve saper finanziare l’innovazione con un budget adeguato al ruolo di guida anticipatrice dei cambiamenti tecnologici annunciati dai progressi della robotica, dell’intelligenza artificiale, della cultura digitale, pronta a essere guida della quarta Rivoluzione Industriale.

L’Europa che si proietta nel mondo deve volgere lo sguardo all’Africa, con cui serve stringere un patto per il futuro. Solo assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo, con investimenti, partenariati universitari, alte scuole di formazione, sarà possibile debellare la povertà, con la povertà il triste mercimonio della migrazione ed elevare la cultura delle popolazioni indigene, liberandole da inique e iniziazioni quali la infibulazione.

Dunque sicurezza, progresso, prosperità nella Libertà e nella Giustizia. Occorre costruire su tali pilastri il nuovo Sistema di Rapporti. Sarebbe una negazione di tali valori lasciare che i nazionalisti, in mancanza di soluzioni, si facciano vessillo dell’ira dei popoli. Non è più tempo di sonnambulismo, di un’Europa flaccida e imbelle. Non è più tempo di rimanere nella routine e nell’incantesimo. La nuova Europa esige azione. Ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Con i rappresentanti delle Istituzioni europee e degli Stati, va dunque auspicata una Conferenza per proporre i cambiamenti necessari al progetto politico, fosse anche quello della revisione dei Trattati. La Conferenza dovrebbe definire un percorso per l’UE e tradurre il pensiero in azioni concrete. In norme e regolamenti. Ci saranno divergenze, disaccordi, diversità di interessi e di visioni. Ma è da privilegiare un’Europa che cammini con la Storia invece che ostacolarla chiudendo porti e rinchiudendosi nelle proprie case chiuse. In una Europa aperta, ogni popolo potrà riprendere il controllo del proprio destino. La miserevole vicenda della Brexit rimarrà una lezione per tutti. Eppure da tante insidie si potrà uscire, se si darà senso alle prossime elezioni. Sta nelle nostre menti l’Europa che vogliamo e sta nelle nostre mani decidere se essa e i valori di cui è stata portatrice debba essere non un accidente della Storia, ma la fucina di idee e di creazioni. È la scelta necessaria per tracciare, in una unità di intenti e di forme, il cammino di un rinovellato Continente europeo, convinti che la voce della ragione non potrà prevalere sul grido irrazionale e barricadiero, ma convinti anche che l’autentica morale politica consista nella resistenza al fascino delle grandi manifestazioni e delle grandi parate, da cui prende linfa l’immorale moralismo dell’avventura. Convinti che l’autentica morale politica non è la difesa ad oltranza degli interessi di pochi, non è l’ottusa visione dell’andare avanti rifiutando con sdegno ogni compromesso, ma è la ricerca del compromesso stesso. Nell’interesse di ciascuno.

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