natalia

LUCIA DI LAMMERMOOR

Affascinante e illuminante messa in scena di Dario Argento

Lucia – Devia

La Lucia di Lammermoor è opera somma e sommamente complessa, momento non unico ma altissimo di quel prodigioso movimento di cultura e di costumi che fu il Romanticismo.  Se gli illuministi erano convinti che con la sola ragione potessero sciogliere ogni dubbio, costruire una società non conflittuale, i romantici avvertirono i limiti della ragione. Colsero con chiarezza che essa da sola non è in grado di spiegare l’origine, la natura e la destinazione dell’essere; che nessuna teoria razionale può spiegare la fonte dei sentimenti che emergono dalle profondità misteriose della mente e dell’anima; che con la sola ragione non è possibile liberare l’uomo dal dolore e dalle tragedie esistendo una irreparabile frattura fra l’ideale e il reale. Il fallimento della Rivoluzione Francese nata nell’entusiasmo per gli ideali di libertà, fratellanza, uguaglianza e spenta invece nella tragica realtà delle guerre napoleoniche, ne fu la testimonianza più amara e più inoppugnabile. Frattura che fu la fonte della profonda insoddisfazione per il razionale e la spinta alla esplorazione dell’irrazionale, che si manifesta in stati soggettivi come l’allucinazione, il delirio, la follia. Stati che paiono anormali e che sono invece i sentieri attraverso cui lo spirito entra in contatto con l’ignoto e il mistero. Il mondo esterno cessò allora di avere una oggettività propria per animarsi di forme e soggetti e divenire proiezione dell’immensa oscurità entro cui si srotola inesorabile la totalità dell’esistenza. Il paesaggio stesso muta colori e sfumature. Non più ampie distese di campi irrorati di luce ma foreste tenebrose, anfratti di spiriti maligni, di fantasmi, di animali mostruosi. Non più acque limpide e salubri, ma fontane rosse di sangue, non più cinguettii di uccelli ma lugubri rantoli di animali colpiti a morte. Non più sontuose architetture ma castelli in rovina, “vestiboli cadenti”, macerie che seppelliscono macerie e che ne annunciano altre nell’eterno imperversare di lotte e rivalità. Grandi rivalità della Grande Storia che generano le micro rivalità tra famiglie e consanguinei.

Tale universo assai lontano dalla aurea classicità, dalla gioiosa vitalità di molte opere precedenti, è l’universo di Lucia. Un mondo di fantasmi ancora sanguinanti, di vendette compiute e ricercate, di nobili caduti in cerca di riscosse, di una Chiesa spettatrice ininfluente. Nella grande cornice della lotta scatenatasi nella frazione scozzese di Lammermoor tra i protestanti di Guglielmo III d’Orange e i cattolici di Giacomo II si inserisce la rivalità tra Enrico e Lucia Ashton cattolici ed Edgardo Ravenswood protestante. L’annuncio di Enrico (Atto II, scena I) “Spento è Guglielmo….Prostata è nella polvere la parte ch’io seguìa” è nel contempo la confessione della sua sconfitta e la spiegazione del suo tentativo di “sottrarsi dal precipizio” nell’unico modo possibile: convincere Lucia a sposare Lord Arturo, un signorotto benestante e suo amico, ma personaggio fatuo e insignificante. La tragedia di Lucia ha inizio quando all’imperativo di Enrico “Devi salvarmi, … il devi”, seguito dalla minaccia di divenire “ombra irata e minacciosa … con la scure sanguinosa sempre innanzi a te”, Lucia in una straziante invocazione al Cielo, risponde “tu mi togli eterno Iddio, questa vita disperata …. io son tanto sventurata che la morte è un ben per me.” Lucia è una fanciulla “dolente vergine”, orfana di cara madre, che sola, forte soltanto del suo amore per Edgardo, si trova irretita tra le maglie delle menzogne, delle false testimonianze di tradimento, della violenza a firmare un contratto di matrimonio detestato e che, scoperta, subisce l’offesa del ripudio di Edgardo, unico amore che ancora la lega al mondo. Alla sollecitazione di Raimondo suo educatore e confidente di accettare sia le nozze che il ripudio, perché “tutto è lieve alla eterna pietà”, risponde con una cadenza che è purissima poesia metrica e musicale.

Dio lo salva, in sì fiero momento

D’una misera ascolta il lamento,

È la prece d’immenso dolore

Che più in terra speranza non ha

È l’estrema domanda del core

Che sul labbro spirando mi sta!

Due terzine a rime baciate e alternate, chiuse da due versi tronchi e ritmo incalzante riflesso della concitazione del momento, cui risponde Edgardo con la stessa metrica

Trucidatemi e pronubo al rito

Sia lo scempio d’un core tradito

Del mio sangue coperta la soglia

Dolce vista per l’empia sarà.

Calpestando l’esangue mia spoglia

All’altare più lieta ne andrà.

È in tale solitudine che matura la determinazione di uccidere Arturo nelle proprie stanze prima forse che il matrimonio sia consumato. L’annuncio dell’assassinio è dato da Raimondo a convitati immersi in un “immenso giubilo” non per il matrimonio ma per la vittoria della fazione cattolica grazie all’”Alto favor”. È un annuncio che si conclude con una riflessione: “Infelice! Della mente la virtude a lei mancò”. Di fronte al funesto avvenimento gli astanti rivolgono il pensiero non alla infelice, ma al pericolo che “quella destra di sangue impura” possa chiamare su tutti l’ira del Cielo. La solitudine della fanciulla è all’estremo, è l’inizio di quella che solitamente è considerata la scena della pazzia. Tuttavia l’accurata introspezione delle sue sensazioni, del gelo che le serpeggia in seno, del tremore di ogni fibra, l’invocazione a Edgardo di raggiungerla e trovar rifugio (“qui ricovriamo“) ai piedi dell’altare, e poi tutta la stupenda descrizione minuziosa dell’armonia celeste, dell’inno di nozze, dell’ardere degli incensi, della sua stessa “gioia che si sente e non si dice”, dello “splendere delle sacre faci”, tutto pare esprimere tranne che una follia omicida. Appare invece progressiva alienazione dalla supremazia oltraggiosa del mondo maschile la quale non è evasione ma affermazione della vita, della sua vita, è auto esclusione dai valori degli altri, sì da rovesciare l’apparenza in illusione e l’immaginazione in sostanza tangibile. Il suo duetto col flauto è anzitutto una misurazione dello spazio quando ad ogni nota di Lucia risponde come eco lontano il flauto. E poi c’è il canto all’unisono che è il definitivo e sostanziale distacco dal mondo per giungere alla completa integrazione nell’universo temporale, in attesa dell’eterno, quando il Cielo sarà bello solo al congiungersi con Edgardo. Divina elevazione, in un recitativo e aria, di una pietà per se stessa che è anche lacerante malinconia per la propria vita dispersa nel travaglio di un amore occluso. Dopo un tempo di mezzo in cui Enrico prende coscienza del male arrecato, ha inizio la sublime cabaletta che si conclude con un acuto nel quale è riposta tanta forza spirituale da far apparire che in esso il tempo si arresti, la sua nozione fisica venga cancellata e l’attimo diventi eterno. Così Lucia, sola e orfana dello sposo, raggiunge una grandiosa regalità che la rende nobile e più alta dei vincitori. Così la sua lucida alienazione diventa la invocazione gaia e leggera della morte come utopia di una condizione beata priva di ogni dolore e afflizione.

La regia di un’opera così complessa è affidata a Dario Argento che ha saputo trasformare ogni quadro dell’opera in un evento e ogni evento in una mirabile sintesi di rilievi psicologici, di intense emozioni liriche o tragiche. Straordinaria l’intuizione di dare corpo fisico al fantasma che appare a Lucia emergere dal fonte, quasi a testimoniare la tangibilità di tali fantasmi che sono dentro di noi, che siamo noi. Originale e di grande poesia anche la presenza dello spettro di Lucia nel cimitero accanto a Edgardo che la piange invocando il ricongiungersi in cielo. V’è in quella presenza un senso quasi religioso e di fede nella clemenza del Cielo che porrà fine finalmente alla dura guerra che li divise in terra. Quante volte Lucia invoca la pietà del cielo durante tutto il suo itinerario terreno, e ora ormai in Cielo scende spirito d’amore a consolare Edgardo e ad aiutarlo nella ascensione verso l’eterno. Poesia somma e ispirazione pura. Con le scene, le luci e la intensa gestualità degli interpreti Dario Argento descrive paesaggi naturali selvaggi e notturni con una calligrafia di pittorica bellezza. Eppure si leggono in essi il ricorrere dei motivi della morte e dei sepolcri e lo spirito di rassegnazione sulla sorte dell’uomo che li pervade. La sua regia rende Lucia creatura lunare segnata dalla delirante solitudine di vittima designata e innocente, centro focale in cui si scontrano e si sublimano il suo dramma e gli errori di quanti l’attorniano. Straordinario nella sua eloquenza il cambio di scena a vista che trasforma la sala del Castello dove Lucia canta il suo delirio, nel cimitero in cui Edgardo cerca rifugio tra le tombe degli avi. Metafora stupenda della aleatorietà della vita che può rapidamente divenire morte e dolore.

Bellissima e calibrata la direzione d’orchestra di Gianpaolo Bisanti nella quale la linea, l’accento, il disegno e la scansione ritmica creano una continuità discorsiva da autentico poema romantico costantemente in equilibrio tra epica ed elegia. Ogni singolo strumento contribuisce a definire il profilo psicologico dei personaggi. Si consideri al riguardo l’arpa che dà sonorità cristalline agli zampilli della fonte rossa di sangue e nella sua scrittura totale sublima i sentimenti di Lucia ed Edgardo nel duetto dell’atto I al cui apice il raddoppio della melodia dei violini fa quasi percepire il battito all’unisono dei due cuori amanti. Si consideri anche il flauto dapprima che fa eco al canto di Lucia e successivamente si identifica totalmente nel suo canto. Il duetto col soprano è uno dei momenti più alti e coinvolgenti dell’opera, momento nel quale col sostegno dello strumento la voce pare perdere densità corporea per raggiungere la sublime lievità dell’anima. Si consideri non da ultimo il canto del violoncello nel momento dell’estrema consumazione della tragedia con il suicidio di Edgardo.

Perfetta anche la concertazione del coro, curata dal M° Pablo Assante. Con canti di giubilo o di commiserazione, di meditazione o di invocazione, il coro è quasi sempre presente e sempre impeccabile nella aderenza della espressione al momento del dramma.

Con tale regia e tale direzione d’orchestra, nessun cantante avrebbe potuto far male. Un plauso pertanto che avvolge tutti, Natalia Roman (Lucia), Enea Scala (Edgardo), Mansoo Kim, (Enrico)  seppure con qualche riserva su quest’ultimo, svantaggiato da una pronuncia compromessa dall’incalzare delle doppie consonanti: prosapia, respinger, smania, obbrobrio, destra, destriero e altro ancora. Irrilevanti ombre in uno spettacolo che nella totalità delle sue componenti, è risultato affascinante e illuminante.

 

 

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