Case-chiuseGli anni ’50 si aprivano con un avvenimento già programmato da tempo la cui realizzazione richiedeva il dispiego di risorse che secondo molti, all’interno e fuori della Chiesa, il Paese appena era nella condizione di permettersi: l’Anno Santo, annunciato nel consueto Radiomessaggio di Natale da Pio XII come momento di rappacificazione. Tornava alla Sua mente il fatale agosto del 1939, quando più minacciosi si facevano i tuoni di guerra, aveva elevato la Sua voce scongiurando nel nome di Dio governanti e popoli a risolvere i loro dissensi con comuni e leali intese. Aveva gridato “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!” E non era stato ascoltato. Ora, a guerra terminata ma in un mondo ancora straziato da contrastanti interessi e indescrivibili persecuzioni, ritenendo divina missione della Chiesa il perseguimento della Pace, Egli Vicario di Cristo non conosceva né dovere più santo né missione più grande che di essere instancabile propugnatore di pace. Eppure dopo tale messaggio di speranza e fratellanza il 1950 si aprì in modo disastroso. Poco dopo la Epifania in quel di Modena operai scesi in piazza contro la società che li aveva licenziati per fallimento, di fronte a poliziotti armati, furono causa e oggetto di violenti scontri. Sei di essi rimasero a terra per sempre generando il paese nel timore di un ritorno alla guerra civile. Così non fu. Anzi. Togliatti dimostrò grande moderazione e a testimonianza del suo sincero dolore volle adottare una delle figlie degli operai morti. Maria Malagoli divenne così la sua figlia adottiva, a torto ritenuta in seguito figlia adulterina avuta dalla sua compagna Nilde Jotti.

Nella celebrazione dell’Anno Santo erano attese le linee guida del magistero di Pio XII dopo la guerra e dopo la definitiva vittoria della DC nelle elezioni del 1948. Persisteva infatti il difficile dialogo a distanza tra De Gasperi Presidente del Consiglio e la sommità della Chiesa Cattolica. Le ragioni del dissidio profondo e in qualche modo rancoroso stavano nella concezione della DC quale partito. De Gasperi voleva che fosse un partito laico aperto ai cattolici ma del tutto indipendente dalla Chiesa. Pio XII di fronte agli abusi, soprusi e persecuzioni dei cattolici da parte del mondo comunista, aspirava a trasformare la DC in un partito dei cattolici, sottomesso se non dipendente direttamente dalla gerarchia ecclesiale. Le resistenze di De Gasperi furono sofferte ed eroiche fino alla umiliazione di vedersi negata una udienza esplicitamente richiesta in occasione del suo 30esimo anniversario di matrimonio. Pio XII era dunque atteso in quel 1950 quale “pastore angelico che porta il suo gregge sulle vie della pace”. La sua figura ieratica, trionfale nella maestà della sedia gestatoria, del baldacchino, nella solennità dei suoi paramenti, il piviale e soprattutto la tiara, appariva senza riserva il vero e solo rappresentante di Cristo in terra. La sua parola nei diversi discorsi ai docenti, agli ammalati, ai politici, ai giovani, aveva la perentorietà di uno scalpello che incideva il marmo. In quella letteratura apostolica si leggono la somma sapienza, l’immensa autorevolezza che esercitava nei confronti della Chiesa universale, il dominio totale delle tematiche che il mondo di allora era chiamato ad affrontare.

Straordinari furono in quell’anno due eventi trasmessi in diretta dalla radio: la proclamazione del Dogma dell’Assunzione di Maria, e la canonizzazione di una dodicenne contadina dell’agro pontino, Maria Goretti. Alla solenne cerimonia di canonizzazione presenziarono, caso unico nella storia, anche la madre della fanciulla e il suo assassino, certo Alessandro Serenelli, giovane diciottenne all’epoca del «brutto peccato» di stupro nell’estate del 1902. Un episodio che forse non avrebbe fatto né storia né dato origine alla santità di Maria Goretti, se l’agonia non fosse stata così lunga e la lucidità della ragazza non così piena da permetterle di perdonare il suo assassino. L’uno e l’altro evento rispondevano a un disegno ben chiaro di Pio XII: reagire ai processi di secolarizzazione. L’impetuosa trasformazione del paese da agricolo in industriale stava travolgendo la religiosità tradizionale legata al mondo contadino e stava creando le premesse di quei processi di secolarizzazione e scristianizzazione che tanto nefasti saranno negli anni successivi. In tale società occorreva richiamare l’autorità indiscussa della Chiesa e a questo serviva il Dogma dell’Assunzione possibile in forza di un altro Dogma, quello della Infallibilità del Papa, e dall’altra parte glorificare gli esempi di fedeltà al Vangelo, fino alla rinuncia della vita, che il mondo contadino aveva saputo offrire con Maria Goretti meno di 50 anni prima.

Dai discorsi del Papa si coglieva distintamente la consapevolezza del Pontefice dei benefici apportati dal progresso ma anche dei pericoli insiti in esso, aggravati dall’instabilità della situazione internazionale dominata dalla guerra fredda. Egli era convinto che la vera pace avrebbe potuto scaturire solo da un nuovo ordine cristiano del mondo. Ma un tale ordine gli sembrava minacciato dalla perdita del senso di responsabilità individuale, schiacciato dalla massificazione sociale, in cui ognuno era come divenuto semplice, inanimato ingranaggio di organismi privi di libertà e inconsapevoli di tale privazione. Quello che con orgogliosa sicurezza si autodefiniva “il mondo libero” era in realtà un mondo che ignorava se stesso e la sua diffusa debolezza. L’Anno Santo si chiuse con il Radiomessaggio Natalizio con il quale il Papa volle annunciare che erano stati condotti felicemente a termine gli scavi sotto l’Altare della Confessione avviati per provare l’esistenza della tomba di San Pietro. I risultati di tali scavi permettevano di rispondere positivamente alla domanda se fosse stata ritrovata la vera tomba del Primo Apostolo. Con somma letizia Pio XII annunciò al mondo con un chiarissimo Sì: la tomba del Principe degli Apostoli era stata ritrovata, pur se rimaneva incerta la risposta se i resti delle ossa umane trovati a margine del sepolcro fossero quelli delle sue spoglie mortali. Rimaneva così intatta la realtà storica del sepolcro. Sepolcro in origine umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli con meravigliosa successione di opere aveva eretto il massimo tempio della Cristianità. Notizia esaltante per gli storici e gli archeologi e tuttavia lontana dalla sofferenza della Chiesa del silenzio cui Pio XII fu invece assai vicino. Ad essa e ai tanti Confessori di Cristo che a quel Giubileo non avevano potuto partecipare volle rivolgere l’ultima parte del Suo messaggio, la più commossa e sentita, “perché erano essi oppressi da visibili o invisibili catene. Possa il Nostro saluto giungere sino a loro, varcare le mura delle loro prigioni, i fili spinati dei campi di concentramento e di lavoro forzato, laggiù, in quelle lontane regioni impenetrabili agli sguardi della umanità libera, sulle quali un velo di silenzio è disteso, che non varrà però a impedire il giudizio finale di Dio, né il verdetto imparziale della storia”.

Così si chiudeva l’Anno Santo di Pio XII, dal quale emersero la somma sapienza del Pontefice, e l’incontestabile realtà della Chiesa quale unica comunità umana sopravissuta alle tremende intemperie del conflitto mondiale.Il 1951 si apriva invece già nella attesa di un evento che celebrato per la prima volta in quell’anno, avrebbe avuto ripercussioni ed effetti duraturi nei decenni a venire fino ai giorni nostri: il Festival della Canzone Italiana organizzato dalla RAI in collaborazione con il Casinò di San Remo.  In una Italia ancora arcaica e rurale, attraversata da sentimenti e risentimenti postbellici ancora vivissimi che impedivano alla nazione di ritrovarsi attorno a una identità di valori condivisi, la RAI tentò di tutelare un patrimonio di valori tradizionali, attorno al quale creare una generazione di giovani e meno giovani, lieti nello stesso tempo e per la stessa ragione. La prima edizione del Festival fu un successo di pubblico immenso seguito alla radio per giorni consecutivi. Nunzio Filogamo con una voce  chioccia ma una dizione perfetta condusse la manifestazione esordendo col suo celebre “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera! Buonasera ovunque voi siate.” L’orchestra, splendida e ricchissima di solisti, era diretta dal già celebre Cinico Angelini, alla cui bravura va riconosciuto il merito di essere riuscito a coinvolgere nell’interesse e nella organizzazione della manifestazione anche la case discografiche, fino ad allora scettiche e distaccate ma che da allora divennero le vere padrone del festival. Vinse quella prima edizione una cantante, Nilla Pizzi, non ancora nota ma la cui fama rimarrà legata e per sempre alla sua canzone vincitrice: Grazie dei fiori. Altre cantanti e altre canzoni ugualmente celebri seguiranno con l’imperversare della radio che ogni pomeriggio ne riproponeva una selezione. Divennero così familiari cantanti come Achille Togliani, Carla Boni, Gino Latilla, Jula De Palma, Domenico Modugno, Claudio Villa, Jonny Dorelli. Il Festival di San Remo e i suoi interpreti avevano avuto immenso successo già dal suo esordio. Ma ancor maggiore fu la loro popolarità quando nel gennaio del 1954 Marisa Borroni e Fulvia Colombo annunciarono che un nuovo mondo virtuale era appena nato, del quale, novità assoluta, la gente comune poteva farne parte integrante: la TELEVISIONE. Arrivava dagli Stati Uniti. A differenza però degli USA, dove era nata nel circuito commerciale che esonerava dal canone, in Italia diventò invece strumento culturale delle istituzioni pubbliche. La TV come “servizio pubblico” venne pensata non solo come occasione di intrattenimento, ma sopratutto come strumento di educazione e informazione, capace di aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. E di fatti entrando nelle case di tutti, essa divulgò una lingua nazionale molto più di quanto avesse potuto e avrebbe fatto la scuola.

Con la televisione si aprì una sterminata finestra sul mondo in cui il villaggio silenzioso dell’Italia contadina quasi inconsapevolmente acquisì i prodromi del nuovo villaggio globale e la cultura fino ad allora assai ristretta a fatti, personaggi e situazioni locali, divenne un patrimonio condiviso e ricercato. Vi contribuirono i telegiornali, grazie ai quali la notizia e il suo senso non erano più restituiti soltanto dai disegni ma da immagini viventi e la realtà anziché riprodotta era finalmente mostrata nella sua inoppugnabile verità. Vi contribuì la fiction televisiva mutuata dal teatro: prosa, lirica, originali TV, racconti e romanzi sceneggiati. Molti classici letterari divennero noti e famosi perché trasmessi in TV: “Delitto e castigo”, “Orgoglio e pregiudizio”, “L’idiota”, “Umiliati e offesi”, “Piccolo mondo antico“, ecc. opere senza tempo che raggiungevano finalmente un pubblico sterminato. Vi contribuì anche Mike Bongiorno con “Lascia o raddoppia?” (che esordì nel novembre 1955) che dilatando i perimetri del sapere e annullando le distanze tra il divismo e la normalità, offriva allo spettatore oltre ai sogni di fama e ricchezza anche il sogno di una cultura accessibile seppure attraverso il nozionismo.La TV e i suoi programmi cominciarono a produrre miti mediatici come Alberto Lupo, Gian Maria Volontè, Giorgio Albertazzi, Ilaria Occhino, Carla Del Poggio, Anna Proclemer, Renato De Carmine. La TV non fu però soltanto cultura. Essa fu anche intrattenimento, divertimento e opportunità per diffondere consigli per gli acquisti. Memorabile fu la introduzione della fantasiosa pubblicità di Carosello una trasmissione in onda dopo il telegiornale della sera nella quale lo spettacolo prevaleva sullo spot ma che tuttavia divenne nello stesso tempo formidabile propulsore economico e appuntamento assai atteso, spartiacque per due decenni tra la fine della giorno e l’inizio della notte per grandi e piccini. Per tutto questo l’avvento della televisione fu forse la rivoluzione più grande dei primi anni ’50 o forse dell’intero decennio.

mikeCon Lascia o Raddoppia? la cultura si diffondeva, seppure frantumata in un caleidoscopio di domande che da allora trovano sempre e comunque delle risposte. Come Lascia o raddoppia?, un’altra trasmissione ebbe l’effetto di spopolare le strade, costringere la gente ad assieparsi nei bar, ad acquistare un televisore. Col Musichiere da lui condotto Mario Riva conquistò una popolarità imperitura, era già il contenitore nel quale erano presenti tutti i germi della TV a venire: le canzonette e i concorrenti, le vallette e il presentatore, i cantanti e l’orchestra, il gioco e l’ospite in studio incarnato nel gran clamore generale da star come Gary Cooper, Totò, ecc. Il Musichiere divenne in poco tempo il focolare azzurro acceso in tutte le case d’Italia, abitato da personaggi mitici che rispondevano ai nomi di Gorni Kramer e Johnny Dorelli, Lorella De Luca, Alessandra Panaro, povere ma belle. Riva era l’arbitro, cantava, si intratteneva giocosamente con gli ospiti sottoponendoli a insolite prove di abilità, era pudicamente investigatore delle compiacenze e dei desideri inespressi delle vallette, scherzava sui vizi emergenti degli Italiani, che dalla sua bonomia si sentirono come corteggiati e per questo conquistati. Fu una sorta di karaoke degli anni ’50 fonte di ispirazione per moltissimi giochi musicali a premi, un modello che sarà ripetuto all’infinito e sul quale la TV è tuttora ancora strutturata.

Gli anni che seguirono alle elezioni politiche del 1948 fino alle Olimpiadi di Roma del 1960 furono per l’Italia, appena uscita dalle distruzioni della seconda guerra mondiale, non solo il momento della sua rinascita, economica e materiale, ma anche una feconda stagione che segnò l’inizio di quella peculiare creatività italiana che nei decenni a venire sarebbe diventata nota come Made in Italy. Un percorso di evoluzione che portò un paese, ancora fondamentalmente agricolo e per buona parte analfabeta, a diventare una delle maggiori potenze economiche e industriali d’Europa e del mondo.
Il decennio degli anni Cinquanta fu il primo momento di benessere per l’Italia: la stabilità politica non rappresentava più un miraggio, la riconquistata libertà rassicurava gli animi e si poneva come condizione fondamentale per lo sviluppo della creatività nelle diverse forme di “arte”.

In poco più di dieci anni l’Italia, da Paese povero e dilaniato dal conflitto mondiale, era divenuto una delle potenze industriali ed economiche più importanti d’Europa attraverso un “boom economico” che stupì l’opinione pubblica mondiale per la rapidità con cui si realizzò e per la dimensione che seppe assumere. Il paesaggio preindustriale, arcaico, chiuso in una temporalità propria si apriva ora alla modernità dei nuovi centri di aggregazione: la città, la fabbrica, il bar.

Si registrarono iniziative pubbliche e private che trasformeranno il volto del Paese. Il “Piano Fanfani” sulla edilizia popolare diede origine alla costruzione agevolata di case per i lavoratori; l’ardimento portò alla costruzione del primo grattacielo italiano, quello della Pirelli che diverrà il simbolo di un’epoca e di una nuova mentalità di concepire l’occupazione e lo sviluppo. La moltiplicazione dei nuovi nuclei abitativi andava creando bisogni che solo la produzione in serie avrebbe potuto soddisfare. Il design domestico si arricchì di oggetti che sembravano provenire dal futuro, come la lavatrice automatica Candy, il ventilatore o la lampada a stelo con luce orientabile. O ancora, il telefono con cui si capiva che lo spazio e il tempo erano concetti talmente relativi, da poter essere superati anche solo con la voce. La diffusione del pensiero e la trasmissione delle idee passavano anche per l’eleganza della penna a sfera e per l’efficacia pragmatica e la rapida disinvoltura della macchina da scrivere.

Se grande diffusione acquistò la letteratura con la televisione, non inferiori furono il ruolo e l’importanza dei giornali e delle riviste. E mentre Indro Montanelli imbracciava la sua “lettera 22” come inviato del “Corriere della Sera”, sbocciavano molti altri grandi periodici servitori dell’informazione: “Il Mondo” di Mario Pannunzio, “Il Borghese” di Leo Longanesi, “L’Espresso” di Arrigo Benedetti e soprattutto “Il Giorno” di Enrico Mattei, il potentissimo e immaginifico capo dell’ENI cui finirono per obbedire partiti e uomini di governo.

vespaAzione, velocità, dinamismo furono le parole magiche per costruire una nuova modernità. Ne furono un’applicazione perfetta la “Lambretta” Innocenti e la “Vespa” della Piaggio, la mitica “500” della Fiat, la “Giulietta sprint” dell’Alfa.

A tale massiccio progresso di mezzi e tecnologie non restava indietro il progresso culturale rappresentato dal cinema. L’eroica stagione del neorealismo si avviava alla fine. Con il neorealismo avevano dato voce e immagini alla poesia Vittorio De Sica con Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, denuncia del lato oscuro della metropoli, Luchino Visconti con “Senso” e “Il Gattopardo” interpretazione del melodramma ottocentesco quale esemplificazione storica del declino del Paese, ma soprattutto Roberto Rossellini con Roma città aperta, indagine sui cambiamenti nei sentimenti e nelle condizioni di vita: frustrazione, povertà, disperazione. Un film in cui rifulse l’arte somma di Anna Magnani, la più grande e celebre attrice italiana moderna. Il suo volto asciutto e scavato, la sua figura minuta, eppure tenace, e la sua vitalità istintiva e impetuosa furono l’emblema evidente dell’epopea popolare dell’Italia del secondo dopoguerra. Amatissima dal pubblico, fu la diva-antidiva, la prima interprete capace di rovesciare il ruolo della donna nel cinema. Con lei, non più eroine fragili e romantiche o amanti avide e dissolute ma protagoniste impulsive, audaci e, soprattutto, genuine. E tutte contrassegnate da una intensa veracità popolaresca, dal coraggio civile e da una maternità appassionata ed eroica. Prorompente irruenza che la Magnani seppe esprimere anche nella vita. Soprattutto nella vita, quando il suo bimbo, frutto di una innocente notte d’amore, fu drammaticamente colpito dalla poliomelite. Sfoderando la sua femminilità esuberante e orgogliosa in un confronto competitivo e giammai subalterno con gli uomini fu la fiera e indomita protagonista di grandi avventure d’amore. Con la sua naturalezza e la sua istintività rese un ritratto esemplare della donna italiana immersa nell’amara crudeltà della vita esprimendo con arte sublime, il senso della realtà intima e disperata del paese postbellico. Docile e aggressiva, timida e sfrontata, prudente e istintiva, generosa ed egoista fu l’ultima grande, grandissima interprete della commedia dell’arte. Irriverente maschera comica e tragica, ma sempre dolente.

Con la fine del neorealismo cominciò a imporsi e raggiungere livelli eccelsi la commedia all’italiana. Magistrale fu la sintesi fatta da Monicelli de “I soliti ignoti” e “La grande guerra e Dino Risi de “Il sorpasso”. Così mentre il paese viveva anni di impetuosa crescita, la commedia all’italiana, il cinema della risata, assumeva connotati d’amarezza raccontando i lati oscuri e degeneri di tale crescita: la fine di una Italia agraria e provinciale travolta dalla volgarità della nuova borghesia urbana, la perdita dei valori cui subentrano effimere e vacue mitologie, la solitudine che l’individuo sconta all’interno di scenari sempre più privi di umanità, i sinistri scricchiolii sottesi ai sogni di benessere della nuova Italia rampante, la rilettura accidentata e antieroica di episodi della storia patria.

E intanto accanto crescevano nuove generazioni in grado di dipingere il mondo sotto una luce falsamente mistica e barocca nel senso deteriore come Federico Fellini in “La dolce vita”. Realizzato verso la fine degli anni ‘50, il film intese rivelare come dietro al cristianesimo di facciata della nazione si nascondesse il mostro della Roma pagana. Pagano essendo il rito di abluzione della diva cinematografica, che risorge a nuova Venere dalle acque spumeggianti della fontana di Trevi. Pagano essendo il culto orgiastico – orientale della Grande Madre che aleggia in ogni singolo spezzone del film, e che si rivela in tutta la sua forma blasfema nell’orgia di folla e di follia che caratterizza l’episodio della falsa apparizione della Madonna. Il film fu salutato come nuovo evento, e il clamoroso successo che lo consacrò come uno dei capolavori della cinematografia italiana provò amaramente la transizione da una visione autentica e sentita del cattolicesimo pubblicamente manifestato, ad una visione e a pratiche private e riservate. Fu una spia di un nuovo mondo religioso che si affacciava per il quale le liturgie tradizionali non parevano più né idonee ad attrarre né consolatorie. Anche ad esso si deve la ispirazione della Chiesa a rivedere le forme di catechesi, dalla quale prenderà avvio il Concilio Vaticano II.

Alla cinematografia barocca di Fellini rispose quella metafisica di Michelangelo Antonioni, autentico architetto della visione, filosofo del vedere. Portò alla ribalta un cinema esistenziale, introspettivo, attento alle psicologie dei personaggi più che agli intrecci degli eventi, dando inizio a viaggi intorno all’uomo e alla donna e a quelli più desolati nelle province dell’anima che Pietro Germi in “L’uomo di paglia” e “Divorzio all’italiana” seppe compiere magistralmente. Ma la cinematografia non era solo questo. Si piangeva con Amedeo Nazzari e si rideva con Totò. I corpi delle attrici erano ancora rigorosamente coperti ma Sophia Loren e Gina Lollobrigida, selvagge e conturbanti, erano il cinema che seguiva la linea del fuoco, mentre lo sfrenato boogie- woogie di Silvana Mangano in “Riso amaro” divenne il sogno di un Paese che ricominciava a vivere anche nelle più ludiche pulsioni. Basata unicamente sui dettami istituzionali o ecclesiastici, leggi e proibizioni che sono la superficie limitata di un universo giornaliero costruito su segreti e cose non dette, l’Italia degli anni ’50 era infatti ancora interamente tesa a privilegiare una concezione del sesso principalmente legata al cattolicesimo e di conseguenza era, pur senza avvertirlo, fortemente inibita.

Chi colse con spietata indagine tale arretratezza culturale fu uno scrittore-regista di altissimo valore: Pier Paolo Pasolini, che dal magistero registico di Fellini, Germi, Antonioni trasse spunto per molte delle sue opere cinematografiche. Lo spiegò con una profondità di pensiero e una eloquenza di linguaggio una sera memorabile del 1960. La sua analisi critica di un filone cinematografico fu l’occasione per una profondissima analisi della società italiana quale allora gli pareva di cogliere dalla sintesi della cinematografia emergente. Fu una lezione magistrale, memorabile, di avvolgente bellezza.

Prendendo spunto dalla serie televisiva “La donna che lavora” resa celebre dallo splendido brano introduttivo Stasera tornerò, cantata da Miranda Martino, e da una recente inchiesta di successo di Gabriella Parca Le italiane si confessano sostenne che il tema della sessualità affrontato dai giovani registi nel modo più innocente e discreto possibile, era affrontato in modo incompleto. Parlare compiutamente di sessualità significava infatti fare riferimento non solo al rapporto sessuale, ai suoi presupposti come la verginità, il fidanzamento, il matrimonio e ai suoi effetti come l’aborto o la nascita di figli illegittimi e alle sue degenerazioni come il divorzio, l’omosessualità, la prostituzione ma a tutto ciò che socialmente fa da contorno a tale rapporto: ruoli sociali derivanti dall’appartenenza sessuale, obblighi che uomini e donne si trovano a dover rispettare, forme con le quali il genere e la sessualità siano strettamente e significativamente intrecciati e si influenzino a vicenda. Temi di fronte ai quali il Paese mostrava segni evidenti di arretratezza, effetto di uno sviluppo culturale troppo lontano e tardivo rispetto allo sviluppo materiale.

Si potevano già leggere in quella lezione magistrale i sintomi di rivolgimenti di costume nell’ambito sessuale che prenderanno il via di lì a poco, per toccare l’apice con i grandi movimenti della fine degli anni ’60. Movimenti nei quali sarà centrale la figura femminile fino ad allora destinataria del più duro moralismo, e nei quali troverà sublimazione il femminismo nella sua forma più esaltante come nella sua forma più scellerata.

pasoliniPasolini osservò che mentre il lavoro e il consumo erano i due elementi che per primi apparivano accanto alla nuova figura femminile contribuendo a darne un’immagine moderna e indipendente; mentre la possibilità di disporre di un proprio reddito, la nuova mobilità, la riduzione dei lavori domestici, grazie alla comparsa degli elettrodomestici, apparivano conquiste liberatorie e irreversibili, nel momento in cui l’attenzione si allargava al campo familiare e sessuale la sottomissione della donna risultava inesorabilmente ancora forte, netta, sostenuta e ribadita da molti uomini e persino dagli stessi registi. Che essa fosse la conseguenza di una inconscia paura oppure la conseguenza di un cieco conservatorismo, era irrilevante. La convinzione maschile testarda e cieca oscillava fra il più totale rifiuto del cambiamento e il paternalismo di chi si sente comunque superiore.

Il lavoro della donna quindi, anche se portatore di indipendenza e maggior benessere, poteva e doveva essere accettato da fidanzati e mariti, all’unica condizione che essa non trascurasse o dimenticasse il suo consueto ruolo di moglie e di madre. L’approccio registico confermava la presenza di tale compromesso: all’iniziale entusiasmo che accompagnava le immagini delle donne dietro i macchinari faceva spesso seguito uno sconfortante ridimensionamento, che legava il lavoro alla necessità e al sacrificio a favore della famiglia e limitava qualsiasi possibile rimando positivo all’indipendenza femminile. Il fidanzamento era la prima tappa da raggiungere nella direzione del futuro ruolo di moglie fedele e madre, e la condizione indispensabile per chi volesse dar vita ad una famiglia e avere una “autorizzata” vita sessuale. Il fidanzamento però induceva inevitabilmente a considerare un altro problema, per nulla nominato e sorvolato volentieri dalle cineprese: la verginità. La verginità continuava ad essere un valore inattaccabile e rispettato, oltre che fonte d’insicurezza e paura per la maggior parte delle ragazze. Uno dei maggiori motivi di preoccupazione era il rapporto prematrimoniale. La “prova d’amore” richiesta dal fidanzato diventava una piccola ossessione, condivisa da tutte le giovani ragazze terrorizzate all’idea di essere abbandonate subito dopo la grande “concessione”, fonte di colpa per aver desiderato e fatto ciò che era ancora proibito. Inoltre, la disinformazione e l’ignoranza riguardo al concepimento e alle pratiche sessuali in generale, aumentavano in loro il panico e l’ansia dell’errore. L’uno e l’altra rafforzati dalla assoluta contrarietà ribadita nei confronti di una donna più indipendente e cosciente nella vita sessuale, da ragazzi e adulti che del sesso avevamo una visione medioevale. L’impossibilità di entrare in contatto con l’altro sesso, la difficoltà di gestire le esperienze sessuali, l’assoluta ignoranza in cui vivevano le generazioni più giovani perché prive di spiegazioni fondate, erano caratteristiche ricorrenti. La donna di allora perciò, non solo doveva affrontare i preconcetti legati alla sua nuova presenza nella sfera pubblica del lavoro e della occupazione, ma aveva da confrontarsi alla base con un sottogruppo di divieti e tabù sessuali innominabili e per questo indiscutibili. L’impossibilità di ricevere un’adeguata educazione sessuale divenne la principale causa di uno sviluppo a metà, di un’incomprensione dei nuovi valori, e fu l’origine dell’insano mantenimento della superiorità maschile. La discriminazione e la doppia morale ribadite in campo sessuale, implicavano una perdita di valore riguardo alle conquiste fatte in altri campi: la sessualità, rimasta tabù, diveniva quasi una molla che seguendo le donne lungo la strada verso l’emancipazione le riportava immediatamente indietro quando fosse tesa più del dovuto. La maggior parte delle donne sognava il vestito bianco, lo stato di moglie era agognato e invidiato. La vecchia tradizione secondo la quale il matrimonio è, per qualche ragione misteriosa, sufficiente ricompensa anche per un’intera vita di incompatibilità, di bambini ricalcitranti, di piccoli dispetti e grandi tradimenti, di preoccupazioni economiche e noia infinita, pareva non aver fine. La maggior parte delle coppie male assortite erano preparate ad affrontare qualunque cosa fuorché lo scandalo del divorzio, che sarebbe stata l’ammissione del loro fallimento. Sicché mentre le loro famiglie crescevano, esse stavano tristemente insieme per amore dei figli. L’immagine ufficiale derivante era, perciò, quella di un paese cattolico, devoto alle tradizioni del focolare domestico e insensibile ai richiami di una morale coniugale più moderna. L’importanza della famiglia e delle sue tradizionali coordinate rimaneva salda ed indiscutibile, ci si sposava di più e di fatto ci si separava di meno.

Alle difficoltà in campo sessuale andrebbero poi sommati molti altri drammi confessati dalle donne: la violenza entro le mura domestiche, l’impossibilità dell’abbandono del tetto coniugale, l’esistenza e la giustificazione del delitto d’onore e il dramma di soggiacere a tutta una serie di leggi atte a difendere il potere maschile fin nelle esperienze più intime. Anche il tradimento era giudicato in modo diverso se effettuato da una donna piuttosto che da un uomo. Giudicata più severamente e punita con la reclusione anche solo se sospettata, la donna sposata non poteva fare affidamento, come l’uomo, sulle esperienze extraconiugali, anche se saltuarie o isolate. Per essa la soluzione ideale per evitare gli scandali erano le case chiuse, abolite nel 1958. Socialmente accettate, quali prostitute, rimanevano nascoste e spesso soddisfatte tra le mura di quelle case. Le stesse mura che allo stesso tempo rendevano i mariti appagati e le mogli salve dai vizi lascivi, che avrebbero intaccato le loro virtù, favorendo la sottomissione sessuale dell’intero universo femminile. Con la celebrazione del matrimonio i coniugi venivano racchiusi in una rete di diritti e doveri precisi e dettagliati cosicché le relazioni familiari erano già definite a livello giuridico ancora prima che marito e moglie varcassero la soglia di casa. Il fatto che il matrimonio dovesse basarsi sull’uguaglianza dei coniugi era il principio giuridico meno rispettato: gli interessi unitari portavano a giustificare un trattamento legislativo disuguale a discapito della moglie. Le disuguaglianze che si perpetravano in quegli anni tra le mura domestiche erano molteplici e rispecchiavano tutte le altre disparità in ambito pubblico. Era corretto parlare di doppia morale, non solo quando si alludeva alla diversa valenza che uomini e donne avevano all’interno della struttura e dell’organizzazione familiare ma soprattutto quando si faceva riferimento al diverso modo di vivere la sessualità. La cui disparità, non nominata e ben nascosta, ritenuta a volte di minore importanza rispetto ad altri problemi della vita comune, rimaneva a fare da sfondo ad una famiglia che marciava con difficoltà verso una modernità economica costruita su una morale appartenente al passato.

La crescita del paese, tanto cara ai registi che con entusiasmo la raccontavano e la esaltavano, assumeva toni cupi se applicata alla vita sessuale del paese stesso, alla fisiologia e ai diritti ad essa connessi. L’ignoranza dei quali era tale da banalizzare e rendere vuoti i cambiamenti e i segni di rinnovamento e di crescita che si pretendeva di cogliere nella società intera. Avveniva così che l’Italia del benessere materiale e del miracolo economico veniva drammaticamente contraddetta dalla mancanza del contestuale miracolo culturale e spirituale. Contraddetta dal prevalere di un valore negativo, demistificante, sordo alle necessità gridate dal basso delle classi sociali e dal profondo degli istinti, costretti ad ammettere la pressante realtà di certi desideri, di cui tacere o dei quali accettando di parlarne lo si faceva nel più disarmante semplicismo e nella più disperante confusione.

Pur di fronte a tale straripante arretratezza della condizione sociale espressa attraverso i costumi di entrambi i sessi, Pasolini sperava ingenuamente di scorgere i segni di un contemporaneo risveglio intellettuale, legislativo, comportamentale. Ma occorrerà almeno un decennio perché tutto questo avvenga. E avverrà in forma non incruenta con il fatidico ‘68.

 

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