il 68Il racconto della “battaglia di Valle Giulia” cui per avventura fui presente, è come la descrizione di una fotografia nella quale il soggetto è sempre il tempo, un grumo di tempo, una condensa tra passato, presente e futuro, una vertigine. Ero stato a Valle Giulia ed ero stato testimone di una giornata che l’epica rivoluzionaria avrebbe celebrato con il nome di giornata della “battaglia di Valle Giulia”, la cui importanza nella Storia del Paese richiede un racconto approfondito e una lettura dettagliata.

Quella battaglia totalmente improvvisata e scomposta nel caos di combattimenti corpo a corpo cui avevo assistito atterrito, era in realtà uno dei risultati di una contestazione profonda iniziata già nel novembre del ‘67 con le occupazioni di alcune Università. Occupazioni le quali nelle prime settimane di quell’anno infausto, dilagarono praticamente in tutti gli atenei italiani con proteste, assemblee e manifestazioni. L’intreccio fra spinte antiautoritarie e contestazione della famiglia, fra il rigetto delle istituzioni e l’illusione della liberazione del corpo da ogni forma di schiavitù maschilista e del mondo da ogni addobbo militarista, con l’occupazione delle aule universitarie testimoniò l’inedita vitalità di un’intera generazione. Inedita e inaspettata, soprattutto per i partiti della sinistra che a tanta convulsione si trovarono impreparati.

La scintilla della battaglia

Per gli eventi che portarono propriamente alla battaglia di Valle Giulia invece la vera scintilla era scoccata il pomeriggio del 29 febbraio, quando il rettore dell’ateneo romano Prof. D’Avack aveva chiamato la polizia. Intendeva ristabilire l’ordine minacciato dagli studenti che, occupate le aule, rifiutavano il voto ed esigevano di sostenere gli esami anche su argomenti diversi da quelli fissati dai programmi. Proprio per protestare contro quell’intervento, la mattina del 1 marzo, quattro o cinquemila ragazzi delle scuole medie e universitari, si erano riuniti a piazza di Spagna e avevano deciso di raggiungere la facoltà di Architettura, a Valle Giulia. Nei giorni precedenti, sotto il Palazzo di Giustizia di piazza Cavour quando gli studenti che chiedevano la liberazione di alcuni compagni arrestati erano stati manganellati, non erano stati registrati incidenti. Ma a Valle Giulia sotto la facoltà di Architettura quando gli agenti caricarono le prime file della manifestazione arrivata lanciando uova e gridando “Poliziotti andatevene a casa!”, avvenne qualcosa di totalmente nuovo. Gli studenti reagirono, con una rabbia sconosciuta fino ad allora. E fu il caos. Un caos di cui ogni protagonista o spettatore ricorderà confusamente un suo spicchio, filtrato dalle emozioni prima che dall’intelletto. In quel caos di idee e di azioni, c’erano tutti. Cementati da un invisibile collante e in un’alchimia arcana c’erano i maoisti, i giovani del Pci, i cattolici, i liberali, i repubblicani, i socialisti, gli aderenti ai movimenti di destra come la Caravella. Tutti! Per dare e darsi battaglia. All’inizio si difesero con tutto quello che avevano sottomano, roteando le cartelle, lanciando i libri. Ma il passaggio dalla difesa al contrattacco fu rapido, violento e imprevisto. Il selciato e le panchine furono divelte, tutti si armarono di bastoni e sampietrini. E il fronte della mischia, man mano che da una parte e dall’altra, dalle scuole e dalle caserme, affluivano rinforzi, si allargava disperdendosi tra i prati di Villa Borghese, le scalinate della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e il Museo Etrusco. Il fumo bianco dei lacrimogeni si confondeva con quello, nero, delle camionette incendiate. E l’eco delle urla e delle sirene si allargava tutto attorno, generando paure e incredulità. I combattimenti furono cruenti e durarono fino al pomeriggio, quando un migliaio di agenti con decine di camionette e gli idranti riuscirono ad aver ragione della rabbia incontrollata e senza strategia. Non morì nessuno. Ma fu quasi un miracolo.

Ma perché a Valle Giulia avvenne quella battaglia?

Dopo lo stupore iniziale, il malessere a Valle Giulia si fece energia e divenne violenza. Quella mattina non si trattò di una protesta o di una rivendicazione, ma di un’affermazione. E il nemico non fu più il preside o l’università, e neanche lo Stato, ma ciò che veniva prima di tutto questo: la gerarchia del linguaggio, degli affetti e dei giudizi. Valle Giulia fu il segno forte di una energia che voleva affermare la profonda necessità di un cambiamento. Cosa volessero se lo chiedeva in forma di autoaccusa soprattutto il Partito comunista, che non riusciva a decifrare né fatti né parole e non riusciva a ricondurre a qualcosa di noto quello che stava accadendo. Eppure il comunista era il Partito più accreditato a farlo, gli altri brancolando nello stupore, nello sdegno, nella condanna o nell’indifferenza. Quel giorno del ‘68 vi fu una strana convivenza. Perché la sensazione più grande e condivisa fu l’essere in un mondo dove ogni cosa riguardava tutti, ogni cosa era un fatto di tutti. Su quella scalinata di Valle Giulia vi furono infatti tutti, ragazzi che resteranno nell’anonimato e molti dei grandi di oggi: famosi giornalisti, politici bravi e mediocri, e molti che raggiunto il potere lo hanno esercitato nel più tradizionale e becero dei modi. Baroni della specie più comune, politicanti non logorati ma contaminati dal potere.

Nel frammento di lotta di classe di Valle Giulia erano in gioco la nuova soggettività dei giovani studenti in quanto classe sociale, e la saldatura tra la loro richiesta di cambiamento radicale e le rivendicazioni operaie. Una partita che oggi fa parte del nodo irrisolto dei momenti più tragici della storia repubblicana: l’intreccio fra la violenza dello Stato e la legalità. Una lunga, irrisolta diatriba da cui prese avvio una sequenza di tragici avvenimenti che partendo dalla strage di piazza Fontana nel 1969 continuerà fino ai disordini di Genova del luglio 2001.

Valle Giulia fu sicuramente un passaggio cruciale nel rapporto del Sessantotto con la violenza. E, in un movimento ancora ampiamente venato di pacifismo e aperto alle posizioni più moderate, l’esaltazione di quello scontro contribuì non poco a rafforzare le tendenze che spinsero verso una radicalizzazione della lotta, in nome della costruzione di un partito di stampo leninista, o in nome della teoria “repressione-mobilitazione”, secondo la quale a ogni azione violenta dello Stato dovesse corrispondere una reazione delle coscienze. Di lì presero avvio riflessioni e impegni che nei lustri a venire daranno origine alle brigate rosse e quel tristo periodo passato alla Storia come “Gli anni di piombo”.

Valle Giulia fu tuttavia qualcosa di più e anche di diverso. Fu un simbolo, riempito di ciò che ognuno preferì. Fu uno spartiacque. Si vedevano i poliziotti, impastranati nei cappottoni e vestiti, da “pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio, fureria e popolo”, come li osservò Pasolini. E si videro ragazzi con un look, come l’eskimo, una parola ancora non conosciuta. Giovani che nessuno, dal semplice aspetto, seppe assegnare alla destra o alla sinistra, che avevano le sfumature alte, la giacca e la cravatta, le scarpe coi lacci, e, massimo della trasgressione, un giubbotto, un montgomery, un giaccone blu alla marinara. Saranno i reduci del Sessantotto; ma ancora non lo sapevano. A metà giugno, quando gli avvenimenti nel resto d’Europa e del mondo avevano consolidato una fisionomia comune nel segno della «contestazione», l’Espresso ricordando quel giorno a Valle Giulia pubblicò un componimento di Pier Paolo Pasolini, «Il Pci ai giovani!».

“Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. A Valle Giulia, si è avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri.”

Se Valle Giulia fu l’episodio più memorabile e per alcuni più esaltante del ’68 in Italia, ben altro e ben più fu nel mondo.

Fu l’anno più tragico e funesto che la memoria riporti alla dignità di palpito ancora vibrante. E non solo per la catena di eventi drammatici che lo resero luttuoso – l’assassinio di Robert Kennedy, l’omicidio di Martin Luther King, l’invasione di Praga, il milione di morti per fame del Biafra, la guerra in Vietnam, ma per i danni ingenti che produsse sulla cultura, sull’economia, sulla scuola, sul vivere sociale.

Esso fu una immersione collettiva nella contrapposizione all’Occidente, al suo sistema politico e alle sue scelte. Contrapposizione la quale ebbe il suo culmine nel rifiuto della democrazia e nell’abbraccio della utopia della Rivoluzione. Rivoluzione come strumento e Bene Assoluto per la liberazione dei popoli, in contrasto con il capitalismo, con l’America, con Israele intesi quali Male Assoluto. Si trattò di una micidiale miscela di Robespierre e di Lenin, di narcisismo di massa e di ideologie totalitarie, che rilegarono ai margini della società e della vita associativa la moderazione, l’umiltà, il dialogo. Gli scempi compiuti, furono i germi nefasti di azioni e ideologie ancora più nefaste che funesteranno tutti gli anni ’70 in furore e fervore di odio rivoluzionario e di sangue.

Occorreva certo un rinnovamento della tradizione. Ma il Sessantotto condusse una battaglia distruttiva contro ogni logica di ordine sociale, togliendo coesione alla vita democratica e rigore agli studi, sradicando ogni principio di autorità nella scuola e destituendo di ogni fondamento la stessa funzione educativa dell’insegnante. Inevitabile conseguenza fu la negazione di ogni possibile forma di trasmissione tra generazioni del sapere, dell’educazione, dei costumi, delle civiltà. Tale insana lotta contro l’autoritarismo confuse la selezione sociale con la selezione del merito, annullò ogni etica della responsabilità in nome di un astratto egualitarismo e antepose l’assistenzialismo al merito. Visione egualitaristica dalla quale emerse il mito della massa e della piazza, che rese legittimo interrompere un servizio, bloccare una autostrada, occupare una scuola, imbrattare i muri di una città o inscenare fenomeni di guerriglia urbana, trattare il teppismo come un malessere sociale e non come un reato. Atti tutti da considerare diritti sacrosanti non penalmente perseguibili. Diritti non accompagnati a doveri, seppelliti invece sotto la montagna di infinite rivendicazioni soggettive.

Una lotta così radicale contro le “istituzioni totali” si rivolse in primo luogo contro la famiglia. L’uomo inteso come macchina desiderante venne contrapposto a ogni tipo di istituzione considerata fonte di repressione. E fonte di repressione fu ritenuta la famiglia. L’ipocrisia di dover forzosamente praticare rapporti liberi –celebre e triste lo slogan di quell’anno l’utero è mio e lo gestisco io- impedì di costruire solide vite sentimentali, produsse e diffuse gelide infelicità, che permisero la perdita della speranza in un futuro costruito attraverso i figli. Il femminismo che ne nacque e che avrebbe potuto trasformare positivamente la società finì per identificare la parità della donna con la negazione del valore immenso ed eterno della maternità. L’impazienza giovanile, spesso stimolo positivo per la storia, fu trasformato in un dogma che creò moltitudini di dirigenti e militanti autoritari e arroganti, tuttora imperversanti. Il Sessantotto infiammò un’epoca di massimalismi messianici lasciando invece quale eredità nuvole di fumo. Macerie. La contestazione liquidò l’autorità, il padre, il passato. Tagliò le radici. I sessantottini vollero sentirsi figli del proprio tempo anziché dei propri padri. E al proprio tempo sacrificarono anche quello delle generazioni venture.

Il Sessantotto fu inoltre un’immersione collettiva nel relativismo. Il Sessantotto di Roma, di Parigi, di Berlino, fu una rivolta esplosa contro ciò che già c’era. Ebbe a bersaglio la organizzazione della società per gerarchie di valori e di autorità, fu un salto nei nuovi stili di vita appena emergenti a seguito del benessere diffuso. Ma la sua ideologia si definì ben presto in un rifiuto collettivo della democrazia. Fu il rifiuto della qualità dell’Occidente e l’opposto dell’immagine della libertà in cui l’Occidente si riconosceva. Fu l’utopia della liberazione dei popoli che si consumò poi in tragedie, vanamente volte a contrastare un mondo che nel suo insieme marciava in un’altra direzione. Di tale mondo e del suo futuro, quella del Sessantotto fu una visione sbagliata. Perché sbagliate erano la visione e l’idea dell’uomo e della sua libertà. Visione e idee distorte e fallaci tuttora ricorrenti, perché consustanziali con una generazione che ha difficoltà a prendere coscienza che la storia è andata nella direzione opposta a quella gridata nelle piazze del Sessantotto. Una generazione che è purtroppo parte costitutiva dell’anomalia anche italiana, dove restano forti una cultura politica e atteggiamenti mentali, legati solo alla nostalgia di una rivoluzione fallita. Nel suo libro “Formidabili quegli anni” Mario Capanna, uno dei più accesi leader del movimento studentesco, cita uno studente che conclude così il suo «applauditissimo» intervento in un’affollata assemblea della Università Cattolica: “….le nostre lotte, qui in Italia, sono il segmento di un risveglio che è mondiale. Forse comincia la svolta di un’epoca. Le nostre gambe camminano insieme a quelle del contadino vietnamita e cinese, dell’operaio della Pirelli, dello studente americano, tedesco, francese, giapponese, brasiliano, messicano. Siamo la parte di un tutto. E sentiamo di esserlo. Questa è la maggiore novità”.

Si legge in tale intervento la metafora di una Grande Marcia verso l’emancipazione dal passato, dalla religione, dai pregiudizi, da mille cose ingiuste, dal consumismo, dalla disoccupazione. E mito di tale Grande Marcia diventò l’aspetto sociale. Il Sessantotto portò all’estremo il predominio del sociale su tutti gli altri aspetti della vita. Il sociale come comunicazione libera da vincoli, come aspetto da cui trae alimento la vera rivoluzione, che sola può permettere a ciascuno di riconoscere le proprie azioni là dove prima dominavano forze estranee, superiori, sacre. Lo stesso messaggio universale del Cristianesimo fu ridotto a una delle tante teorie della rivoluzione sociale. La libertà, la dignità, l’inviolabilità della singola persona furono reinterpretate dalla “teologia della liberazione” che pretese di giustificare il primato di qualche strato o classe sociale su altri richiamandosi al messaggio cristiano e deliberatamente ignorando che Cristo vive nella persona e non nelle classi. Equivoco mortale da cui presero origine molte ambiguità, falsi comportamenti ed errori fatali del mondo cattolico.

Il Sessantotto contrappose in modo totale la supremazia del sociale al feticismo dell’economico, del politico e del legittimo. Se il profitto, la ragion di Stato e l’apparato della legge subordinano a se stessi ogni istanza che nasce dalla comunità, il sociale è la critica delle ideologie, svela l’inganno con cui l’economia, la politica e la legalità si impongono come verità oggettive, necessarie. La parola d’ordine della rivolta del ’68 divenne allora lotta al «sistema», lotta che dietro ogni pretesa di neutralità tese a smascherare una strategia insidiosa di dominazione. Lotta quale spinta enorme alla ridefinizione della legittimità dello Stato in termini di assistenza, lotta perché il sociale risucchiasse il politico. I sessantottini si trasformarono perciò in «operatori sociali» a cui lo stato assistenziale avrebbe demandato massicciamente la gestione delle istanze sociali.

Il sociale diventò oggetto di una specializzazione controllata da professionisti dello stesso i quali si integrarono velocemente nel sistema dei poteri contro cui si erano invece rivoltati. Le passioni di quell’anno si mostrarono così complici degli stessi poteri che volevano combattere. E lo stato che i sessantottini criticarono come «anti-sociale e borghese» in nome del primato del sociale che volevano instaurare, divenne esso stesso uno stato «sociale».

Tuttavia l’estremismo con cui il Sessantotto si autointerpretò come la fase finale della rivoluzione sociale del XX secolo, i successivi successi negli anni ’80 delle politiche della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti, politiche intese a capovolgere il predominio del sociale sull’economico instaurato dall’assistenzialismo statalizzato, dissolsero il pathos della «Grande Marcia» verso il primato del sociale e sancirono il disastro dello stato sociale così come allora concepito e sognato. Tuttavia dopo quell’anno ci fu il deserto, dopo quell’anno, epicentro del grande disordine, nulla tornò a essere come prima. Il Sessantotto fu lo spartiacque tra due mondi. Fu un terremoto che investì tutto: il costume, il sesso, la politica, le relazioni famigliari, le istituzioni tradizionali, cui furono sottratti autorevolezza e potere. Ma soprattutto fu l’anno durante il quale le ideologie totalitarie che combattevano le democrazie occidentali furono scambiate quali strumenti di liberazione. E la cultura progressista occidentale, persino in seno alla Chiesa, mentre celebrava il sacerdote guerrigliero, il prete operaio, taceva sui milioni di cristiani dissoltisi nei gulag perché colpevoli di pensare e affermare che la liberazione non stava nel comunismo ma nella Resurrezione di Cristo.

Dopo ca. 45 anni di esaltazione occorre riconoscere che il comunismo è morto, che l’Unione Sovietica non esiste più. Ma le macerie e i detriti di quel tremendo e orrendo terremoto sono ancora evidenti. Lo provano la fine fatta dalle idee di selezione, di meritocrazia, di autorità. Idee tutte quante demolite. Eppure la richiesta che sale oggi dalla società è la restaurazione di un ordine civile perduto; è la costruzione di una nuova armonia tra autorità e libertà che rimetta all’onore del mondo l’idea di Stato. Ma malgrado tale richiesta impellente e manifesta, malgrado il clima diffuso di insoddisfazione e di frustrazione, permane il fatto che il marxismo nelle sue varie forme ha divorato la voglia di libertà di generazioni di ragazzi, ha dato sostanza ideologica alle loro sane pulsioni ma rivolgendole alla distruzione delle strutture sociali. Così lo stato sociale concepito nel Sessantotto è stato sconfitto, ma le nuove strutture sociali non sono state ancora costruite.

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