germanie

Con la riunificazione tedesca scomparve mezzo secolo di economia totalitaria, nazista e poi comunista, che fu riorganizzata dalle fondamenta e adattata a un sistema industriale e finanziario, fiorente e preesistente. Fu un esperimento di ingegneria sociale senza precedenti. Rivoluzioni come quella sovietica avevano distrutto l’economia esistente per rifarla ex novo; transizioni come quella cinese avevano introdotto nell’economia novità dirompenti, ma con tempi lunghi. Lo smontaggio dell’economia tedesco- orientale non fu l’unico esperimento di ingegneria sociale: la costruzione a partire dall’adozione della stessa moneta di un’area economica integrata ebbe come fondamento l’idea di riorganizzare attività industriali e finanziarie secondo un disegno preordinato ad alta intensità ideologica. L’“annessione” dell’economia pianificata dell’est a quella di mercato dell’ovest, si basò su tre capisaldi. Il primo fu l’unione monetaria: a meno di tre mesi dalla caduta del Muro, il cancelliere federale Kohl propose allo stato tedesco orientale di unificare la moneta e promise un cambio 1:1 che si realizzò a maggio del ‘90 con il Trattato sull’Unione monetaria economica e sociale.

si agevolò Il cambio così sproporzionato ebbe conseguenze profonde sulla vita dell’est: risparmiatori e creditori lucrarono forti vantaggi, l’accesso alle merci occidentali fu agevolato, i prezzi aumentarono, le imprese dell’est fallirono, la economia dell’est si polverizzò e fu pronta per rimodellarsi secondo il disegno dell’ovest. La moneta unica fin dall’inizio fu lo strumento per mutare i rapporti economici e la via per riorganizzare l’est. In seguito ci fu l’invenzione della Treuhandanstalt, una sorta di istituto di amministrazione fiduciaria che ricevette quasi tutto il patrimonio della Rdt allo scopo di privatizzarlo in tempi brevi. Alla fine del 1994 “la più grande holding del mondo”, che il nel luglio 1990 concentrava 1.500 imprese e 20.000 esercizi commerciali concluse il suo compito. Molto fu liquidato e poco fu risanato, la gran parte del patrimonio fu svenduta con trattative private a compratori tedesco-occidentali cui andò l’87% delle imprese privatizzate. Il bilancio finale fu in perdita per 257 Mrd di marchi: a fronte di 73 Mrd di ricavi vi furono spese di risanamento (154 Mrd), bonifiche ambientali (44 Mrd), debiti pregressi (101 Mrd) e altri costi. Dei 4 milioni di impiegati a fine 1989 nelle imprese poi gestite dalla Treuhand, solo un milione e mezzo mantenne un posto di lavoro. Così l’opera della Treuhand, alla fine, non fu altro che la distruzione della base industriale della Germania est, seppure il patrimonio della vecchia Rdt fosse assai più elevato del debito pubblico. Infine il privilegio accordato alle banche dell’ovest di acquistare a prezzi di saldo le banche orientali, permise agli acquirenti di disporre di una massa ingente di crediti coperti dalle garanzie del nuovo stato unificato. In totale dalle banche dell’ovest furono acquisiti crediti per 44,5 miliardi di marchi: 55 volte il prezzo da esse pagato. L’annessione fu applicata in modo radicale e con proterva intensità: la Germania est, sbandata e inerme, era in condizioni simili a quelle di un paese che avesse perso la guerra. La conclamata riunificazione fu non un’unione di due Stati paritetici ma una ferrea annessione, una resa senza condizioni. Quell’esperimento fu tentato anche con l’introduzione di un’altra moneta unica: l’euro. Nel caso dell’euro i tempi si sono allungati, il radicalismo della gestione è dissimulato, ma le linee di fondo sono rimaste intatte. Anche in Europa infatti la moneta è l’elemento fondante del nuovo rapporto fra gli Stati. Essa precede ogni altra decisione, vincola la politica, indirizza l’economia. Chi decide il cambio e governa la moneta comanda l’unione fra gli stati e fa la politica comune. La storia dell’euro con i numerosi vantaggi offerti alla Germania e la progressiva riduzione della base industriale in molti paesi confermano la dirompente forza politica della scelta che mette la moneta al primo posto e costringe a chiedersi se l’unione monetaria non abbia replicato lo stesso meccanismo attivato nella Germania unificata.

Incorporazione della Germania est, creazione dell’area a moneta unica, conferma delle regole dell’euro nonostante le pessime prestazioni e l’ostilità del resto del mondo, tutta la sequenza che allinea un disastro economico-sociale reiterato senza correzioni per quasi sette anni, impressiona non solo per la durata temporale ma soprattutto per la resistenza alle confutazioni della realtà. E allora la domanda. Quali sono le forze potenti che hanno imposto all’Europa un modello tedesco così squilibrato e asimmetrico? La risposta va ricercata nella caduta del muro di Berlino nel ‘89 e nella fine dell’Unione sovietica nel ’91. Allora non crollò soltanto un pugno di regimi totalitari, ma si dissolse l’ordine mondiale che si era formato nel 1946-’48 con l’avvio della Guerra fredda. Era un ordine basato su blocchi di alleanze disciplinati, con regole di confronto al proprio interno, con gerarchie fra gli stati e bilanciamenti di potere come criteri di continuità strategica del sistema. Per oltre 40 anni l’ordine tenne, poi la deflagrazione dell’Urss lo fece crollare e fino a oggi nulla di simile lo ha sostituito: gli interessi nazionali degli stati senza regole condivise faticano a trovare una sintesi; criteri di legittimità diversi si contrappongono; le alleanze perdono vincoli e stabilità. La scala degli effetti e il raggio delle persone coinvolte superano ormai la portata delle precedenti rivoluzioni industriali. L’Europa cambia volto: l’impero sovietico e un paio di stati artificiali creati a Versailles nel 1919 si frantumano; ricompaiono gli stati baltici; altri, come quelli nati dalla Yugoslavia dissolta, si formano ex novo; gli stati dell’Europa centrale, per 40 anni a sovranità limitata, ridiventano soggetti politici; nei Balcani ritorna la guerra. E’ uno sconvolgimento di forza epocale che i leader politici d’Europa non riconoscono e non riescono a misurare nella sua drammatica grandezza. La politica non guida gli eventi, ma ne è guidata. Escogita soluzioni scellerate quale l’allargamento dell’Ue voluta da Prodi presidente della CE e da Chirac o lascia marcire le cose (Balcani). Kohl è l’unico leader con un grande disegno che proietta l’interesse nazionale su una dimensione globale. Ha come leve la forza del marco, un sistema industriale solido, l’ideologia mercantilista delle esportazioni al primo posto. Leve che propone come modello e metodo per il tragitto futuro dell’integrazione europea. Così dopo la fine della Guerra fredda, l’idea dell’integrazione diventa il quadro inevitabile entro cui soddisfare gli interessi differenziati delle nazioni europee. Kohl fornisce la soluzione pratica che rende realizzabile una teoria fumosa e fa apparire credibile ai riluttanti francesi l’illusione di comandare per via politica, un ruolo internazionale che l’economia ormai nega loro. Nel momento in cui l’euro si fa calco del marco e la visione mercantilista diventa il paradigma dell’Unione, la Germania ottiene uno straordinario vantaggio di posizione: fissa lo standard e il resto d’Europa deve adattarsi. La potenza che essa accumula durante gli anni dell’euro rende l’impianto varato da Kohl sempre più difficile da ribaltare: troppi i vantaggi politici ed economici. Solo ora, con la recessione che non cessa di allargarsi, segmenti della società tedesca cominciano a contare gli svantaggi. Il più rilevante è la riduzione di ruolo della politica: per incentivare l’export le strategie di bilancio sono sottratte alla politica vincolata al consenso. La politica amputata offre alle classi dirigenti europee nuovi spazi d’azione, nonché vantaggi materiali e ideali. Da un lato la burocrazia comunitaria, quale custode delle norme che spingono avanti l’integrazione, accresce competenze, potere, funzione sociale pur se a scapito dei poteri di decisione nazionale che appartengono agli elettori. Dall’altro le élite dell’economia trovano un’ideologia che ne agevola e valorizza la loro azione. Sommate fra loro, élite e burocrazie formano un blocco di forze poderoso che avendo fatto un enorme investimento sull’idea dell’integrazione non riesce a concepire un cambio di rotta. L’ultimo fattore da considerare riguarda i caratteri genetici del modello messo al comando della politica economica europea. Esso riflette un’impostazione mercantilista che, entro il pensiero economico internazionale, ha seri problemi di funzionamento. Non c’è sforzo di correzione in corso d’opera, non c’è adattamento alla contingenza: la comprensione è totalizzante, l’impianto razionale del modello non è intaccato dalle smentite empiriche e i conti tornano grazie alla incontrastata potenza politica e culturale della Germania. Paul Krugman parla di “potere infinitamente devastante delle cattive idee” e aggiunge: “Non è tutta colpa della Germania la quale riesce a imporre le sue politiche deflazioniste soltanto perché gran parte dell’élite europea non ha saputo reagire”.  Lo stesso Honecker, ultimo segretario del Partito comunista della Germania est, riflettendo sull’unificazione tedesca, connette la forza delle “cattive idee” a un carattere peculiare della ragione tedesca che definisce “propensione alla totalità”. E specifica che trattasi: “dell’utilizzo ai limiti del cinismo dei rapporti di forza, del rifiuto di compromessi accettabili, della convinzione integralista dell’assoluta superiorità del proprio punto di vista, della difesa accanita degli interessi nazionali”. Ma finché la scala delle operazioni è limitata al rango nazionale, come nel caso della Germania est, il modello totalizzante, che implica asimmetria di comando fra chi propone l’impianto mercantilista e chi l’adotta, funziona; quando invece si passa alla scala continentale e il rapporto tra la potenza egemone e le altre sfuma in una meno cogente subordinazione politica, come nell’area euro, allora le disfunzioni del modello diventano insuperabili. Le divaricazioni fra gli stati si allargano, la politica riprende spazio e contesta gli algoritmi, lo stallo prevale in mancanza di strumenti autocorrettivi. Un modello ideale che promette attraverso successive cessioni di sovranità l’evaporazione degli stati nazionali in una prospettiva confederale, contrasta con gli interessi vitali che formano la trama di fondo della politica europea e soprattutto contrastano con il sentimento delle popolazioni che oggi collocano la propria sfera di esperienza solo entro la dimensione nazionale. Crescono allora le divisioni dentro la società europea: ideologia ufficiale contro esperienza vissuta, classi dirigenti contro popoli, nord contro sud, algoritmi da applicare contro sentimento della contingenza politica. La frantumazione a sua volta rafforza l’inerzia. I passi avanti sulla via dell’integrazione, come vorrebbero le élite, sono rigettati dagli elettori; passi indietro verso una revisione del modello che attenui vincoli troppo stretti sono avversati dalla potenza egemone e sconsigliati dalle inevitabili difficoltà pratiche. Il risultato è l’immobilismo, è la palude dei comitati e dei vertici, è lo stallo che alla fine domina e rende drammatico il presente e denso di paure il futuro.

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