muro

Il 1989 fu un anno drammatico. I cambiamenti democratici, le piccole rivoluzioni nell’economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell’Unione Sovietica riempivano giornali e telegiornali. Una notizia sensazionale dall’Europa dell’est faceva seguito a un’altra e anticipava un’altra ancora. Solo nella RDT il tempo sembrava essersi fermato. Le elezioni amministrative del maggio del 1989 portarono al solito risultato di 98% per i candidati ufficiali, come al solito falso. Falsità invereconda e ormai non più invisibile cui la gente cominciò a reagire.

Le speranze di un cambiamento dello Stato erano ancora scarsissime ma la crescente impazienza della popolazione cominciava ad essere colta dalle oligarchie di partito con insolita preoccupazione. Una impazienza che si tramutò assai presto in deliberazioni di azioni concrete e in ricerca di nuove strade non diplomatiche né rivoluzionarie. La strada più promettente fu individuata nelle ambasciate della Germania Federale a Praga, a Varsavia e a Budapest. Le quali per una inspiegabile ma concreta ispirazione collettiva divennero le città più amate dalla gente della RDT, non per la bellezza dei loro monumenti, ma perché qualcuno aveva colto che erano esse il territorio occidentale più facilmente accessibile. L’assalto in massa a queste tre ambasciate ebbe inizio nell’estate del 1989. Tuttavia il colpo decisivo all’esistenza della RDT fu dato in un modo insolito e inatteso. In Ungheria, il ministro degli esteri, sconosciuto ma intrepido funzionario di partito, prese una decisione temeraria assolutamente fuori dai suoi poteri, e assai imprevedibile riguardo agli effetti che avrebbe potuto generare. Decise infatti quella rimozione del filo spinato che tracciava i confini tra Ungheria e Austria che in soli due mesi avrebbe portato alla caduta del Muro di Berlino. Grazie alla rimozione vertiginosa di quel filo furono aperti i confini con l’Austria e una fiumana di tedeschi dell’est, gente assetata di tutto ma soprattutto di libertà, incredula ma osannante, si riversò in quello squarcio verso un nuovo mondo. Il governo della RDT aveva disperatamente cercato di impedire questa decisione, disperatamente invocando una solidarietà, ideologica e di partito, ormai agonizzante. Ma le prospettive di una migliore collaborazione con l’ovest erano per gli ungheresi più importanti della solidarietà ideologica con la RDT. Tali primi successi produssero un aumento del flusso migratorio dalla RDT e, nei vertici di governo, un aumento della consapevolezza che occorreva agire in modo più coordinato e coraggioso. Occorreva che il deflusso dalla RDT fosse arrestato e che si rafforzasse nella RDT la coscienza del momento storico che avrebbe cambiato per sempre il futuro di quell’ultimo, infame retaggio di una guerra infame. Fuggire tutti non si poteva, manifestare con fermezza ma con sagacia e accortezza si poteva. Centro di tale rinnovato nazionalismo fu Lipsia, dove ogni lunedì decine di migliaia di persone dopo una preghiera collettiva nella chiesa luterana di San Nicola, iniziarono a manifestare contro il governo in modo progressivamente crescente ma sempre pacifico. Occorreva ricordare che ogni manifestazione apertamente contro il governo era un rischio enorme come tutte le precedenti che erano state represse nel sangue. I tragici ricordi delle rivolte fallite a Berlino-Est nel ‘53, in Ungheria e in Polonia nel ‘56, in Cecoslovacchia nel ‘68 e di nuovo in Polonia nel ‘81 erano ancora brucianti e nessuno poteva prevedere la reazione di un regime ormai condannato alla fine ma che aveva ancora il pieno controllo dell’intero apparato repressivo. Giunse finalmente il meraviglioso ottobre del 1989. Sotto la pressione delle manifestazioni di massa e del flusso crescente di persone che lasciavano il paese, molte amministrazioni comunali della RDT si sciolsero e furono sostituite da organi costituiti per la prima volta anche da gruppi di opposizione. Ormai il regime totalitario era al declino, e anche l’ultimo, caparbio tentativo di salvarlo con il cambio del governo e dei vertici del partito comunista nulla poteva produrre e nulla produsse. Anzi. L’annuncio di una riforma molto ampia della legge sui viaggi all’estero fatto da un portavoce del governo della RDT la sera del 9 novembre (del ’89), fu interpretato dalla gente di Berlino-est come una resa non dichiarata ma evidente: il Muro doveva sparire. In una notte di concitazione, di paura e di speranza, il Muro divenne la linea ormai fragile che separava gente dell’est che scrutava i comportamenti dei soldati ancora a presidio di quella infamia e gente dell’ovest che trepidava per l’imminenza di un evento atteso per 40 anni. Nella inattesa ma maestosa e solenne confusione di quella notte, qualcuno mai identificato diede ordine ai soldati della RDT di ritirarsi. Il Muro si poteva scavalcare senza pericolo e si poteva abbattere senza rimpianti. Tra lacrime e follie di gioia, migliaia di persone dall’est e dall’ovest, lo fecero e si incontrarono di nuovo. Per la prima volta dopo 40 anni. Immediatamente i circuiti di informazione diffusero la notizia, le piazze in Italia si riempirono di gente esultante a sbandierare le bandiere della Germania Federale e degli altri Paesi liberati. A Roma a Piazza del Popolo una manifestazione fu organizzata dalla Democrazia Cristiana cui parteciparono tutti gli esponenti di rilievo, membri del governo e non. Prese la parola Forlani, segretario del partito, e democristiano di fede indiscussa. C’era Andreotti, allora ancora una volta Presidente del Consiglio, che con la sua parola infiammò letteralmente la piazza, quando con abile e somma retorica fece cenno ai caduti del Muro, cui riconosceva il diritto a una sorta di immortalità.

Gli uomini caduti per la libertà di Berlino-est, disse, si sono assicurati con la lode che non invecchia mai, anche la più gloriosa delle tombe. Non la tomba in cui giacciono, quanto la tomba eterna e gloriosa della memoria. Sempre e dovunque si presenterà l’occasione per parlare di libertà e per agire in nome di essa saranno citati come esempio e onorati per il loro ardimento. Per i caduti di questo monumento alla infamia, giunto finalmente alla sua distruzione dopo 28 anni di ludibrio, è tomba non solo l’epigrafe incisa sulle stele funebri del loro paese che li ricorda, ma tutto il mondo perché anche in terra straniera e senza iscrizioni, nell’animo di ognuno, e di ognuno di noi, la memoria del loro eroismo e della loro grandezza resterà come oggi viva e vivificante.

Quel tripudio di festa, di colori, di canti patriottici, ci affascinò tutti quanti e spinse tutti quanti ad abbracci inattesi e strette di mano sentite, seppure poco igieniche. Mai più sarò testimone di una manifestazione di esultanza per un evento che riguardasse la Germania, tanti essendo le ragioni di rancore e di malcontento che gli Italiani avranno nei confronti dei tedeschi, e non solo per le finali di campionati di calcio, ma per un ibrido, inestricabile, complesso sentimento di odio-affezione che dalla Grande Guerra ci aveva legato a quella nazione. E in quel tripudio esaltato dall’avvincente discorso di Andreotti sul senso immenso della libertà dei popoli, il cui fondamento già presente nel diritto naturale, si eleva a valore assoluto e intangibile nella visione cristiana di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, si persero di vista i grandi problemi che con la caduta del Muro si aprivano per la Germania e per la intera comunità occidentale. Lo stesso Andreotti, anni più tardi, dopo aver preso coscienza della vastità delle questioni aperte da quella caduta, ebbe a dire in modo poco diplomatico ma assai condiviso che lui amava tanto la Germania che ne avrebbe voluto avere due invece che una.

E in effetti il Muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati in cui le leggi, l’istruzione, l’economia, le infrastrutture, tutto era diversamente concepito e diversamente organizzato. Quel sogno che per 40 anni aveva afflitto e ispirato la politica dei governi occidentali, la riunificazione, appariva di colpo possibile; possibile tuttavia su basi e in forme delle quali nelle prime settimane dopo il 9 novembre del ’89 nessuno sapeva indicare i tempi. Molti auspicavano un periodo di avvicinamento reciproco dei due stati, altri speravano che la riunificazione potesse unire in sé le esperienze positive dei due stati lungo un tracciato che mediasse le esperienze del socialismo con quelle del capitalismo. Ma tutti saggiamente considerando le differenze abissali tra i due stati prevedevano tempi dell’ordine di decenni. Di fronte alla immensità dei problemi che la riunificazione imponeva, l’euforia di quella notte luminosa di novembre si dissolse nella amarezza dell’immane lavoro di ricostruzione che occorreva avviare. La libertà c’era, ma non c’era da mangiare, non c’erano i mezzi per ricostruire una quotidianità vivibile. La libertà c’era, ma mancavano il benessere e l’opulenza della Berlino occidentale cui la gente dell’est guardava con impaziente e gelosa avidità. Così, dopo la caduta del muro il flusso dall’est all’ovest non diminuì, ma aumentò di colpo e di nuovo si pose il problema di un dissanguamento dell’est. Erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo volevano subito. “Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov’è il marco” fu uno degli slogan più sguaiati ma più eloquenti. Dopo le prime elezioni libere nel marzo del ‘90 la RDT aveva finalmente un governo democraticamente legittimato, ma la fiducia nel proprio stato declinava. Nelle amministrazioni comunali e regionali si diffondeva insicurezza; e uno stato di anarchia, con una economia al crollo e una occupazione appena intravista, caotica e mal retribuita, iniziò a dar segni di ingovernabilità. La riunificazione apparve non più una possibilità, ma l’unico modo per arginare il degrado dell’est. Tuttavia riunire due stati non era cosa agevole considerando la RDT faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare e di un’alleanza con l’Unione Sovietica e che la Germania Federale non poteva agire senza il consenso delle potenze occupanti: Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Bretagna. Quando costretto da condizioni interne ed economiche fallimentari Gorbaciov, Segretario Generale del PCUS, diede il suo assenso definitivo, la strada per la riunificazione apparve libera, libera ma in ripida salita. I problemi giuridici, le diversità dei poteri dello stato a est e a ovest, il diverso peso economico delle due Germanie, sancirono la impossibilità di una riunificazione nei termini simili alla unificazione degli stati italiani nel Risorgimento, o nel senso della unificazione che aveva portato Bismarck alla costruzione del Secondo Reich. Fu necessario che la Camera del popolo dell’est deliberasse la fine dello stato che rappresentava, con una dichiarazione di auto scioglimento e di richiesta di incorporazione nella Repubblica Federale. Questa a sua volta doveva deliberare l’accoglimento della richiesta di annessione e rivedere alcuni articoli della Costituzione che prevedessero per la nuova Repubblica di Germania anche le regioni della ex- RDT. Il Trattato tra i plenipotenziari dei due stati fu firmato il 3 ottobre del 1990, sottoscritto con notevoli concessioni dall’una parte che non rimossero le notevoli delusioni dall’altra. Delusioni che per gli anni a venire nella Germania unificata rimarranno come cicatrici insanabili e come problemi per gli altri stati dell’Europa. Fu quel generoso Trattato a formalizzare la totale parità tra il marco occidentale e quello orientale che ne valeva appena il 20%. E fu tale cambio di 1:1 invece che 1:5 che porrà il governo tedesco nella necessità di ricorrere a prestiti internazionali per far fronte alle immense risorse necessarie per assorbire 5 nuove regioni e 17 milioni di abitanti necessitanti di tutto. I Paesi che già facevano parte della esistente Comunità Europea tra cui l’Italia risposero con generosità ed entusiasmo alle reiterate richieste di credito del governo tedesco, senza tuttavia cogliere da quali batteri nefasti le economie nazionali venivano invase. I travagli della economia e della finanza dell’Unione che si riveleranno solo decenni dopo nella loro irrisolvibile gravità, ebbero in quelle legittime ma infauste richieste di credito le loro origini. Ma le vicissitudini a questo correlate furono e continuano a essere così complesse da meritare un capitolo apposito.

Il 1989 volgeva ormai a termine così colmo di eventi memorabili tali da ridisegnare la geopolitica mondiale, eppure nessuna goccia di sangue era stata sparsa. Restavano tuttavia due nazioni del Patto di Varsavia a conservare ancora il proprio carattere comunista integralista: l’Albania e la Romania. L’orrore sanguinario con cui finì il regime comunista in Romania, e l’intensità emotiva con cui vivemmo in diretta le ultime convulsioni, esigono una piccola deviazione.

Fino a dicembre la nazione dei Carpazi era uscita indenne dalla tempesta grazie all’efficace opera di propaganda del sistema creato da Nicolae Ceausescu, il “Nerone socialista”, il cui gran merito era stato quello di aver instaurato un culto della personalità che desse consistenza a una dittatura molto più incisiva delle ideologie che l’URSS aveva voluto diffondere tra le popolazioni. Il sistema di spionaggio, ipocritamente chiamato Securitate, concepito con deliberata ferocia ma con astuto mascheramento, gli aveva permesso di presentarsi all’opinione pubblica internazionale come un abile politico, rispettato e apprezzato dai governi della Comunità Europea. L’informazione controllata dallo stato non riuscì però a nascondere quanto avveniva nel resto dei paesi socialisti dell’Est europeo, sì che sommessamente iniziarono a filtrare notizie sulle riforme in senso democratico che la Bulgaria e l’Ungheria avevano intrapreso. Furono queste notizie delle riforme in Ungheria ad aprire una via di scampo definitiva ai dissidenti e ai tanti rumeni ormai allo stremo. Già nella prima metà del 1989 ai tradizionali flussi migratori dei rumeni di origine ungherese verso l’Ungheria si erano unite diverse decine di migliaia di cittadini rumeni. Fu un primo segnale di sgretolamento dello stato comunista che l’astuzia del personaggio riuscì a tenere nascosto con una campagna di disinformazione abile ed efficace. Ma l’opposizione al tiranno e alla sua corte aveva raggiunto gli stessi appartenenti alla nomenklatura rumena, i quali da tanti insuccessi e preoccupati da quegli esodi arrivarono a denunciarne la incompetenza e incapacità di governare. La risposta del dittatore fu tanto dura da provocare una reazione anche nella classe intellettuale, disgustata dai metodi con cui si metteva a tacere l’opposizione. Ma l’orgogliosa sicurezza di Ceausescu ebbe ragione della tiepida intraprendenza dei ceti culturalmente elevati. Analogo insuccesso ebbero le critiche che arrivavano dalle nazioni vicine e da quegli stessi ex-alleati comunisti che non potevano sopportare di avere ai propri confini un politico che innalzava su are votive la propria persona e quella della propria moglie. Tuttavia a una classe di intellettuali tiepidamente avversaria più che nemica del dittatore, faceva riscontro una popolazione che ormai allo stremo non avrebbe accettato null’altro che il suo allontanamento se non il suo annientamento. Così il dissenso del popolo rumeno solo in apparenza sotto controllo, esplose nella sua drammaticità a metà dicembre del ’89 a Timisoara, nella Transilvania rumena. Col pretesto di protestare contro la decisione del governo di allontanare dalla città il pastore calvinista simbolo della comunità magiara, una immensa folla di manifestanti, mista di cittadini di origine ungherese e rumena, si era radunata davanti alla sede del Partito Comunista Rumeno. Era la prima volta che il dissenso popolare si manifestava così arditamente e Ceausescu decise che doveva essere anche l’ultima. Ordinò a reparti speciali della Securitate di reprimere con la forza ogni resistenza e l’ordine fu ottemperato con un rigore che lasciò sul terreno oltre 1000 cittadini indifesi falcidiati dalle armi da fuoco dei militari. Soddisfatto dalla manifestazione di forza, Ceausescu considerò concluso l’incidente e partì. Ma si affrettò a rientrare quando ebbe la notizia che alcune frange del partito comunista stavano complottando. Ritenendo sufficiente la sua sola presenza per riportare l’ordine, organizzò una riunione pubblica per magnificare ancora una volta la propria persona e i progressi fatti sotto la sua guida. Tale autoesaltazione, bugiarda e tardiva, trasformò la rivolta popolare, nata sull’onda dell’entusiasmo della caduta del Muro, nella reazione violenta e cruenta non contro una ideologia ma contro un dittatore, espressione di regime autoritario e totalitario. Fu in quel momento che Ceausescu colse l’imminenza della fine. In un’ultima, disperata riunione con i vertici del partito chiese un completo appoggio di tutte le forze per reprimere la rivolta, ormai dilagante in tutta Bucarest. La risposta fu positiva ma senza effetti. Ciò che seguì quell’ultimo incontro fu niente più che l’agonia di un tiranno. Inseguiti dalla folla inferocita, Ceausescu e la moglie tentarono di fuggire prima in elicottero e poi in automobile, ma privi di qualunque appoggio e reietti da tutti, si ritrovarono senza carburante e in aperta campagna costretti a chiedere aiuto a un automobilista di passaggio. Costui li riconobbe e con un falso pretesto li condusse in una stanza e lì li chiuse a chiave. L’ira popolare per lunghi anni repressa aveva sete di sangue, lo cercò e infine lo ebbe. La lotta per la libertà e per lo stato di diritto, era sovrastata dal desiderio di annientare nella ferocia l’uomo che della ferocia aveva fatto il suo strumento di governo e lo scrigno della sua personale ricchezza. Così il giorno di Natale 1989 la radio nazionale rumena ripresa in diretta dalla TV italiana annunciava la condanna a morte e l’avvenuta esecuzione del presidente e della consorte. Scorrevano intanto le immagini impietose che ritraevano i corpi senza vita di due tra le figure più immonde tra le immonde figure che il comunismo europeo avesse generato dalla fine della guerra.

La caduta del Muro di Berlino, la fine cruenta di Ceausescu e le dichiarazioni di indipendenza da parte di tutti gli stati occupati facenti parte dell’URSS, posero la parola fine a una menzogna durata per oltre 70 anni. Orizzonte insuperabile dello spirito universale, avanguardia dell’avvenire del mondo, anticamera del compimento della Storia, il comunismo aveva occupato la scena del pianeta per 7 decenni. Un tempo troppo lungo per una avventura di furore e di sangue, un tempo troppo breve per una ambizione che mirava alla mutazione dell’uomo e del suo spirito. Il comunismo con le sue promesse di eternità lasciò solo il ricordo di un immenso incidente nel cuore del XX Secolo, che si chiuderà sulle sue ceneri e sancirà la vittoria della democrazia. Trascinando nella spaventosa caduta uno dei più grandi imperi del mondo, l’agonia e la morte del comunismo come sistema di governo, sancirono la vittoria dell’America della Guerra Fredda, la guerra tra l’Occidente liberale e l’Oriente comunista. La democrazia, così fragile, così precaria, così differente nel tempo e nei luoghi, aveva comunque trionfato. E il suo trionfo aveva mostrato la inconsistenza intellettuale delle ideologie dominanti dalla fine del primo conflitto mondiale e che avevano imposto alla Germania la tragedia di due sistemi atroci di distruzione massiva, in nome della razza e del nazionalismo o in nome della lotta di classe. Per decine e decine di anni coloro che con coraggio, con lucidità, con indomita fede avevano cercato di aprire gli occhi sulle verità del comunismo, erano stati accusati, calunniati, perseguitati, torturati, reietti dalla comunità di quanti si ritenevano i soli titolati a parlare dall’alto della loro menzogna e della loro autosufficienza. La fine della Guerra Fredda non fu la fine della Storia, ma la fine di quel sudario di sangue che aveva avvolto generazioni di uomini. Fu la fine di una delle più ambiziose e criminali imprese della Storia, che restituiva al mondo un po’ meno di menzogne e un po’ più di salubrità.

Le ripercussioni di tali eventi epocali sul Partito Comunista Italiano, si rivelarono allora e si confermarono poi reazioni di facciata. Pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, Achille Occhetto segretario del PCI annunciò a Bologna “grandi cambiamenti” in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti della sezione Bolognina. Fu la “Svolta dellaBolognina” nella quale il leader del Partito propose, prendendo da solo la decisione, di aprire un nuovo corso politico che preludeva al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana. Nel discorso con cui motivava il nuovo corso, apparve chiaro che i comunisti italiani con il crollo dell’URSS avevano perso il loro modello ma non la loro fede. Ancor più chiara apparve la ottusa visione di una classe dirigente che preferiva condividere la sconfitta di Marx, relitto residuale della Storia, piuttosto che la vittoria di chi per liberarsi da quel relitto aveva impiegato 70 anni. Si rinnovò così l’iniquo paradosso italiano. Mentre la caduta del Muro di Berlino aveva sancito la fine della Guerra Fredda e ridisegnato la geopolitica planetaria, in Italia l’unico effetto di tali accadimenti fu non lo scioglimento del PCI, che di quel sistema di ideologie era stato il più forte e accanito sostenitore europeo, ma fu soltanto una misera svolta decisa in quasi totale solitudine alla periferia del PCI, in una direzione che allora nessuno capì e della quale in seguito nessuno se ne accorse.

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