Brexit on brandGli inglesi hanno votato contro la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e hanno decretato una svolta decisiva per la storia del continente. Forse hanno regalato a tutti l’opportunità di ripensare l’Europa alla luce dei tanti fallimenti registrati.
Gli inglesi hanno dimostrato con il loro voto l’insofferenza verso le élite, verso le oligarchie, verso gli striscianti monopoli finanziari ed economici. A costoro occorre essere grati per aver provato come la Storia non sia un processo ineluttabile cui adeguarsi, convinti e non convinti. Questa distorta visione serve solo a giustificare i piani di alcuni e a svilire la libertà di tutti. Non a caso alcuni ottimati come Napolitano, Monti, Prodi, hanno affermato che è privo di senso che le persone comuni, poco istruite, poco informate, possano decidere di temi tanto decisivi. Ma al di là di personaggi del genere, invasi dal narcisismo, dalla ipertrofia del loro sapere e della loro storia, la Brexit suona solenne come un rintocco a segnare che è giunta l’ora per ripensare l’Europa. Da cima a fondo. La considerazione più banale è che si è fatta l’Europa dell’economia, l’Europa della finanza, l’Europa del centralismo burocratico, ma non si è fatta l’Europa della politica estera, della difesa, della cultura. Non si è realizzata una Europa madre e maestra di Libertà. Quella Libertà di ogni singolo e di ogni popolo di fare della propria vita l’affresco che desidera. Sono venuti a crearsi invece circoli truffaldini i quali si sono resi conto di poter raggiungere i propri interessi minoritari convincendo la maggioranza dei cittadini che le loro libertà fossero in gioco, quando invece non lo erano.
Il risultato è stato lo scatenarsi di una forza altamente distruttiva della politica.
Forse è giunto il momento di una Costituente europea, eletta su base regionale, che provi a dettagliare i contenuti, i princìpi, i valori dell’Europa così come è. Di certo, l’eredità greco-romana, il Cristianesimo e l’illuminismo, la travagliata ma eroica storia della resistenza ai totalitarismi del ‘900 hanno lasciato tracce labili ma vivificanti come la pace, la giustizia sociale, la libertà di pensiero, di espressione, di associazione, di partecipazione democratica, di impresa. Tracce labili perché disseminate su storie di popoli diversi per esperienze, per derivazione, per religione, per assetti sociali, per sensibilità e prospettive, con ferite da rimarginare diversamente profonde e sanabili. Popoli con quell’irrinunciabile patrimonio che è l’identità nazionale. E’ giunta l’ora di chiarire ed esplicitare i contenuti e i limiti di tali concetti, di decidere se privilegiare la cooperazione o la federazione tra gli Stati, o l’Europa e il Grande Sogno che prese avvio con il discorso di Winston Churchill al Congresso degli Stati Generali Europei nel 1948, affonderanno tra la vuota retorica e la spietata tecnocrazia che fa sentire la UE come un ente lontano e astratto.

Più in profondità, la Brexit mette in discussione la tendenza al superamento degli stati nazionali che hanno scandito la forma del vivere comune, scalzando la coesistenza di forme più universalistiche come l’Impero e più localistiche come i principati e i comuni.

Nel secondo dopoguerra le esigenze dei mercati, le capacità delle reti telematiche, la crescente alfabetizzazione e la diffusione della lingua inglese hanno portato a una progressiva globalizzazione cui sembrano resistere solo gli agglomerati più massicci. La Brexit, come i tanti fenomeni comunitari, hanno provato che questi agglomerati non possono essere semplicemente imposti dall’alto. La perdita della sovranità nazionale è accettabile solo se fatta in nome di un’istituzione più capace di garantire la sicurezza e il benessere di ciascuno, più rispettosa e rappresentativa delle culture e delle tradizioni locali di quanto non lo siano gli Stati Nazionali. Un’Europa dei popoli, piena di ideali di libertà, di rispetto della vita e della giustizia sociale, amante e valorizzatrice delle differenze e delle peculiarità economo-culturali di ogni regione sarebbe uno splendido ideale per il quale avrebbe valore lavorare e sacrificarsi. Altrimenti, il ritorno agli Stati Nazionali e la marginalizzazione della storia dell’Europa, sarebbe un destino annunciato.

Tale convincimento non era privo di fondamenta, considerando il diffuso euroscetticismo degli inglesi non ancora membri dell’eurozona, non ancora firmatari del Trattato di Schengen, inespugnabili assertori dell’UE quale finestra senza protezione, aperta a flussi immigratori clandestini e irricevibili, ancora ancorati alla idea che tutta l’apparato burocratico di Bruxelles sia l’apparato di una dittatura fondata sulla ipocrisia.

Nella scoraggiante esperienza del BREXIT, occorre tuttavia leggere motivazioni valide all’interno ma anche motivazioni più generali condivise in altri paesi seppure non espresse in forme giuridicamente vincolanti. A Londra si sono intrecciati motivi di orgoglio nazionale, una mai sopita voglia di autonomia, la definitiva conferma della incompatibilità dei nazionalismi riemersi potentemente di fronte al potere straripante e arrogante dei Paesi più ricchi e più grandi. Motivi ai quali si son aggiunti sentimenti assai diffusi anche all’esterno della Regno Unito: la disistima e la insofferenza per i burocrati di Bruxelles. Ha dominato la stampa nazionale del Regno una sfiducia nella capacità dell’esercito di funzionari e burocrati di risolvere con rapidità ed efficienza i problemi dei paesi aderenti. Sfiducia motivata da analisi accurate e ricca di conferme storiche, ricondotta in misura prevalente alla millantata unità monetaria. Unità monetaria cui non fa riscontro una unità economica né in termini di grado di sviluppo né in termini di armonizzazione legislativa riguardante i contratti di lavoro, riguardante la disciplina del mercato dei capitali, dei regimi fiscali delle imprese. Insomma una babele di norme e raccomandazioni su aspetti assai marginali del commercio e dell’agricoltura, che rendendo assai disomogenei i fattori della produzione, non ha favorito l’atteso sviluppo della intera economia europea, ma lo ha reso impossibile.

Argomenti validi sui quali le popolazioni non si sono mai espresse con un referendum, tranne quelli di Francia, Olanda e Irlanda nel 2005 nettamente contrari alla legge fondamentale dell’Unione, e il secondo, difficile e assai controverso, referendum irlandese concluso con il SI. I vari fallimenti provati nel modo di affrontare la impietosa crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Unione, la sostanziale assenza di una politica estera comune, la latitanza di fronte all’immenso problema della immigrazione, il vistoso fallimento nel raggiungere gli obiettivi fissati a Lisbona di rendere entro il 2010 l’economia europea l’economia più competitiva basata sulla conoscenza, hanno alimentato una sfiducia senza riserve e senza attenuanti nei confronti dei nocchieri degli organismi europei: il Consiglio, la Commissione, il Parlamento. Tale sfiducia era stata già chiaramente provata e motivata dalla società civile attraverso la stampa, i convegni i dibattiti che ebbero luogo durante le campagne elettorali per l’elezione del Parlamento Europeo nel giugno 2014. Campagne le quali divennero l’occasione unica offerta ai cittadini per ribadire in varie forme il convincimento diffuso che la UE sia la costruzione concepita da una lobby economica per difendere i propri interessi, grondante comitati autoreferenziali e senza alcun contatto con le popolazioni. Ogni decisione è infatti adottata al di sopra di ogni controllo democratico; ogni fondamentale questione relativa ai diritti dei cittadini, alla solidarietà, alla protezione ambientale, alla giustizia sociale, è questione ad essi estranea o marginale. Il potere straripante e arrogante della Commissione, dei suoi funzionari e comitati, sottraendo competenze ai governi nazionali ha privato ogni opposizione democratica della sua controparte. Dietro una facciata di pseudo -democrazia operosa, i potentati hanno tirato le fila dei loro interessi e massimizzato i loro profitti, mentre le differenze sociali, la povertà, la disoccupazione sono cresciuti di gravità in assenza di ogni contromisura efficace da parte dei governi nazionali. I diritti del lavoro e i sistemi sociali faticosamente costruiti dalle singole nazioni a misura delle loro tradizioni ed esigenze, sono state di fatto ritenute ingombranti sovrastrutture da smontare. Le stesse università fucine di formazione di giovani spiriti critici sono state sminuite nel loro ruolo formativo per divenire aiuole di coltivazione di una classe di privilegiati. Il principio primo è divenuto la sopravalutazione di ogni aspetto economico. Ed anche la potenziale nuova forza lavoro rappresentata dai flussi migratori di uomini bisognosi e in cerca di spazi di pace e lavoro, è stata sopraffatta e rigettata con aridità e protervia senza una unicità di visione e di governo. Si sono elevati muri e barriere di fili spinati senza alcuna soccorrevole pietà e senza una adeguata analisi dei metodi e delle risorse ripartite par dar salvezza e vita a migliaia di diseredati. Il richiamo ribadito dal Trattato di Lisbona secondo l’assunto di una partecipazione democratica, della necessità di rafforzare una comunità basata su principi etici, nella quale i processi decisionali fossero progressivamente decentrati e ogni controllo divenisse capace di renderli progressivamente più trasparenti, è rimasto inascoltato. Lo stesso auspicio che il soverchiante principio della concorrenza fosse se non sostituito almeno sorretto dall’etica della solidarietà è stato vistosamente e impunemente ignorato.

Questi erano stati i temi che avevano ispirato le campagne elettorali e dei quali i governanti avrebbero dovuto farsi carico. Così tuttavia non è stato e così nella sua struttura di vertice, l’Unione è stata percepita come aggregazione indistinta di Stati disomogenei, priva di autorevolezza, scarsa di iniziative, eticamente insussistente, soverchiata dalle politiche nazionali degli Stati membri, espressione di un ingorgo di cariche duplicate e perciò stesso poco rappresentative e ancor meno efficienti in ogni azione di governo e di controllo.

 

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