bersani
In un bel giorno del 2013, proprio il giorno in cui Bersani descriveva il M5s come argine alla deriva populista e nazionalista, i grillini ponevano in atto l’assalto squadrista al Parlamento. Alla Camera i loro deputati irrompevano nell’Ufficio di presidenza, facevano sospendere la seduta per protestare contro i vitalizi, mentre fuori i militanti arringati dai casti Dibba e Di Maio partecipavano alla manifestazione contro i privilegi della casta. La insostenibile leggerezza di Bersani, fu la insipienza vanitosa e irresponsabile della sua analisi politica. Secondo la quale “i 5S tengono in stand-by il sistema. Ma se alle prossime elezioni s’indebolissero, arriverebbe una robaccia di destra”. In questo senso l’analisi del padre ignobile del partito nato dalla scissione del Pd, coincise perfettamente con quella di Beppe Grillo: il M5s fu un argine al populismo, un presidio contro quella destra che avanzava nel mondo e nelle democrazie occidentali e che Bersani aveva definito “la mucca nel corridoio”.

grilloBersani diceva che senza Grillo e i suoi fantastici ragazzi l’Italia avrebbe corso il rischio di ritrovarsi come prima forza politica del paese un movimento anti europeista, alleato in Europa con la destra di Farage, contrario ai trattati internazionali di libero commercio, protezionista, sovranista, tronista, che occhieggiava a Putin senza disdegnare Trump. L’inetto Bersani sosteneva che il M5s impediva che ci fosse un altro partito populista e giungeva a concludere che per bloccare l’avanzata del populismo occorresse aprire con i populisti un dialogo fluido, trasparente, in streaming, e non ergere un fronte ampio forte nelle idee, coeso negli obiettivi, credibile nella azione. La opacità e l’inconsistenza logica del pensiero di Bersani apparivano nuove. Erano invece malformazioni congenite e coerenti con l’obiettivo perseguito da sempre con gioiosa infantilità: passare alla storia come il politico incapace di centrare un obiettivo. Arte in cui è insuperato maestro e che ambisce tuttora a disseminare con generosa profusione. Da segretario del Pd fu uno dei pilastri della sagace governance of Mr. Mario Monti e si presentò alle elezioni politiche del 2013 rivendicando quella stagione, demonizzando il centrodestra e proponendo per il futuro un governo di sinistra allargato ai centristi. Quella sciagurata strategia se soddisfece la sua ansia di non azzeccarne una, stancò gli italiani, rese possibile la “non vittoria” della sinistra e permise al M5S di conquistare consensi nel paese. L’inclito Bersani insoddisfatto di quell’insuccesso, ne cercò un altro cambiando strategia. Il pover’uomo pensò di arrivare a palazzo Chigi stringendo un patto di desistenza con Grillo il “fascista” “leninista”, che lo coccolava definendolo “zombie” e “morto che parla”. La trattativa per il “governo del cambiamento” morta in diretta streaming, con il rifiuto e il ghigno di Vito Crimi e Roberta Lombardi, fu l’apoteosi della imbecillità di Bersani. Eppure cercò ancora con lussuriosa libidine, altre figuracce. Infatti, dopo aver concluso il mandato esplorativo, constatata la impossibilità di formare un governo, Bersani condusse trattative per l’elezione del capo dello stato. Nuova svolta, un’altra volta. Questa volta non trattò con il M5s che proponeva Rodotà, ma strinse un accordo con Berlusconi, il demonio, per eleggere Marini. Ma Marini saltò. Allegro e giulivo per quell’ulteriore schiaffone, Bersani svoltò ancora: niente accordi con Berlusconi. Capo dello Stato doveva essere un padre nobile e prode della sinistra. Chi altro se non Romano Prodi? Saltò pure Prodi. A due mesi dalle elezioni il paese era senza governo e senza Capo dello Stato seppure avesse l’incanto di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Cosa fare? L’unica soluzione che riuscì a immaginare fu quella di stringere un nuovo accordo con Berlusconi per rieleggere Napolitano, pregato in ginocchio di salvare le istituzioni. Così accadde. E si giunse al governo Letta, la più evidente e naturale soluzione dopo il risultato elettorale, rifiutata da Bersani sempre in cerca di fiaschi. Sconfitto alle primarie da Renzi e dimessosi da segretario, forte della sua fatuità, lavorò contro Renzi e il suo governo. Si è battette per il NO a una riforma che aveva invece votato in Parlamento. E giulivo dopo la sconfitta di Renzi, dopo aver indebolito il Pd, dopo aver guidato la scissione della detta ditta, gli venne in mente un nuovo “governo del cambiamento” con le stelle, perchè, secondo la sua brillante intuizione, Grillo avrebbe potuto accettare da posizione di predominio quanto rifiutato in condizioni di parità. “Io ci sarei ancora”, disse Bersani di una diretta streaming con Dibba e Di Maio. Niente larghe intese contro l’animale in corridoio. E per non farsi travolgere dall’avanzata del populismo, la sua rinnovata e fatua strategia fu “cavalcare la mucca”. Non v’era dubbio. Sarebbe finito ancora per essere lui il giaguaro regolarmente smacchiato sotto le stelle.

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