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All’interno delle dinamiche politiche della Rivoluzione Francese è possibile scorgere non solo le radici del dibattito politico successivo, della dialettica tra democratici e liberali, ma anche molti meccanismi che con le loro giustificazioni teoriche rappresentano il modello più immediato per la successiva elaborazione delle procedure democratiche contemporanee. Tuttavia, proprio taluni eccessi presenti nella Rivoluzione hanno portato a ripensare quei presupposti teorici, opponendoli criticamente a modelli diversi di partecipazione politica. La Rivoluzione Francese fu dunque un tornante della Storia genitrice delle moderne democrazie con le loro virtù ma anche con le loro intrinseche infermità. 

Prima degli Stati Generali 

A motivo dell’impetuoso sviluppo economico favorito dalle scoperte scientifiche e che aveva permesso la formazione di ceti più esigenti e consapevoli, emersero la inadeguatezza dell’organizzazione dello Stato secondo i principi della monarchia assoluta e la necessità di adeguarlo alle nuove esigenze dei nuovi ceti. In aggiunta la situazione delle finanze a seguito del divario tecnologico della Francia con gli altri Paesi negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione era disastrosa. Tale situazione era caratterizzata da alto debito, bassa produttività, proprietà privata distribuita in maniera assai disomogenea tra il Clero che possedeva in misura dominante le ricchezze terriere, l’Aristocrazia improduttiva e assai costosa a ragione degli immensi privilegi di cui godeva e il cosiddetto Terzo Stato costituito da artigiani, piccoli proprietari terrieri e i nuovi ceti emergenti, su cui gravava la maggioranza del peso del debito e delle imposte. Si imponeva dunque l’esigenza di una riforma fiscale che intervenisse contro gli antichi privilegi detenuti dai primi due stati: l’Aristocrazia e il Clero.  

L’unico organo dotato di autorità legittima sufficiente alla promulgazione della riforma fiscale già tentata senza successo dai ministri delle finanze Turgot e Colbert erano gli Stati Generali. Mai più convocati dal 1614 gli Stati Generali venivano ora invocati come sede di confronto e di decisione. L’operazione era tuttavia portatrice di gravi implicazioni politiche, tali da generare il malcontento dell’aristocrazia, del re e soprattutto dei ministri delle finanze, i quali temevano il confronto politico con i propri oppositori appartenenti ai ceti privilegiati. 

Il conflitto tra ceti privilegiati e governo aveva origine in una esigenza più ampia, di natura costituzionale: i parlamenti locali si sentivano sempre più rappresentanti della nazione francese nel suo complesso e i sudditi rivendicavano per sé lo statuto di cittadini. Si percepiva insomma sempre più l’esigenza di un contratto che vincolasse il sovrano al paese e alle sue leggi, e sottraesse i Francesi all’arbitrio di un potere monarchico assoluto. Non più il popolo soggetto al sovrano ma il sovrano soggetto alle leggi emanate dal popolo. Si trattava evidentemente di rivendicazioni che si muovevano in certa misura in continuità della tradizione contrattualistica moderna, ma che avevano nella loro oggettivazione storica un carattere originale, dal momento che contemporaneamente alla loro espressione si assisteva a una crescita dell’importanza politica dei ceti non privilegiati, fino a quel momento esclusi dalla possibilità di partecipare al dibattito politico. In un contesto del genere la rivendicazione della cittadinanza si trasformava, nelle attese del Terzo Stato, in una prospettiva nella quale tutti avrebbero potuto rappresentare ed essere rappresentati nelle istituzioni politiche e condizionare le attività del governo. Va sottolineato che il coinvolgimento del Terzo Stato fosse assolutamente strumentale alla tutela degli interessi del governo o della Aristocrazia. All’interno degli Stati Generali il supporto dei rappresentanti dei ceti non privilegiati poteva essere vitale per far prevalere le istanze dell’una o dell’altra parte. Restava però il fatto indiscusso del nuovo modo con cui il Terzo Stato era chiamato in causa: per la prima volta si faceva riferimento ad esso come ad un soggetto politico autonomo e significativo, consapevole del proprio peso economico e della propria rilevanza nel computo delle entrate fiscali dello Stato. 

Gli Stati Generali: fase preparatoria 

Le aspettative del Terzo Stato erano testimoniate dalle due esplicite rivendicazioni relative alla composizione e alle modalità di lavoro dell’assemblea convocata per il maggio ’89: 

  • Raddoppio dei membri rappresentanti del Terzo Stato, nonostante l’opposizione dell’alto clero e della nobiltà, che vedevano così a rischio i propri privilegi a causa dell’inedita alleanza tra il re e i ceti non privilegiati; 
  • Carattere assembleare dei lavori e conseguente introduzione del voto per appello nominale. 

Si trattava di misure significative che introducevano nella prassi politica delle procedure squisitamente democratiche. Il primo punto sanciva infatti il principio della proporzionalità numerica tra rappresentanti e rappresentati. Il secondo rappresentava invece un precedente significativo per la successiva elaborazione teorica del suffragio universale.  

Furono quindi sostanzialmente due i successi degli Stati Generali nella loro fase preparatoria: l’esemplificazione involontaria di pratiche democratiche e la formazione politica del Terzo Stato.  

Gli Stati Generali e la costituzione della Assemblea Nazionale 

Sotto le pressioni avanzate dal Terzo Stato nei mesi antecedenti all’apertura dei lavori, gli Stati Generali si trovavano ad affrontare anzitutto la questione delle modalità con cui l’assemblea dovesse riunirsi e deliberare. Il Terzo Stato chiedeva infatti la riunione in seduta congiunta delle assemblee dei tre Stati con lo scopo di ottenere la concessione del voto nominale. Ovviamente i ceti privilegiati non accettarono la proposta, ma il basso clero si coalizzò in questa occasione con il Terzo Stato. Nonostante la bocciatura del provvedimento, i non privilegiati decisero comunque di riunirsi e abbandonando l’aula dove gli Stati Generali erano convocati, si riunirono separatamente in una palestra dove si esercitava il gioco della Pallacorda. Questa scissione equivaleva alla affermazione dell’irrinunciabilità di uno dei fondamenti del sistema democratico: il voto per appello nominale, percepito sempre più come un diritto fondamentale dell’individuo inserito nella comunità politica. 

A partire da questa scissione si costituì l’Assemblea Nazionale, cui aderirono tutti quanti i delegati del clero. Il re, tuttavia, sospese i lavori della neonata assemblea, affermando la propria sovranità assoluta. Sospensione che pose il problema di definire il limite alla sovranità della corona, in modo che essa non potesse ingerire nei lavori di rappresentanti eletti dal popolo. Era evidente come il problema squisitamente costituzionale di limitare l’arbitrio del sovrano, si saldasse con la questione del ruolo del popolo e dei suoi rappresentanti. Ma se nella teoria democratica la sovranità apparteneva al popolo, gli eventi dimostrarono il conflitto tra quest’ultimo e la sovranità del re. Naturalmente non era ancora possibile parlare di rivendicazioni democratiche in senso proprio, dal momento che la richiesta esplicitamente e consensualmente avanzata non era quella della sovranità popolare, bensì quella ridimensionata, di un controllo sul potere del re sul modello della monarchia costituzionale. Solo in seguito, gli eventi rivoluzionari riusciranno a premere nel senso di una democrazia sostanziale e radicale. Ma per allora il risultato fondamentale fu la fine dell’Assolutismo con l’avvento della Monarchia Costituzionale. 

L’Assemblea Nazionale Costituente 

Con il giuramento della Pallacorda del 20 giugno 1789, l’Assemblea Nazionale si riprometteva di non dividersi prima di aver dato una costituzione alla Francia. Di fronte alla caparbietà dei delegati, che non cedettero di fronte alle intimidazioni della corona, il re obbligò anche la nobiltà ad associarsi all’Assemblea, che restò Nazionale, ma divenne anche Costituente. Ciononostante rivolte popolari si moltiplicarono nelle città e soprattutto a Parigi dando origine a iniziative repressive ordinate dal re. L’ottusità del quale e l’inquieta domanda di una nuova costituzione furono le cause di rivolte di masse ormai allo stremo che culminarono nella presa della Bastiglia il 14 luglio del 1289. 

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino 

I principi elaborati dall’Assemblea Nazionale Costituente, modellati sulla falsariga della Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, affermavano l’esistenza di diritti inalienabili, naturali e sacri di cui gli uomini sono titolari dal momento della nascita e rispetto ai quali sono da ritenersi uguali. Di qui le conseguenze che se tutti hanno uguali diritti, analogamente a tutti appartiene la facoltà di partecipare alla gestione degli affari pubblici. Inoltre il diritto di fare le leggi appartiene al popolo in quanto nazione e le leggi che scaturiscono da simili principi non possono allora che essere espressione della volontà generale. 

E’ evidente che queste teorie erano quelle elaborate da Rousseau, in particolare quelle concernenti l’affermazione dell’eguaglianza a partire dai diritti inalienabili del singolo e la consacrazione della volontà generale: il potere legislativo non appartiene ai cittadini come individui isolati. Essi acquisiscono il diritto di fare le leggi solo come corpo unitario, dove l’individualità tende a dissolversi in quella che i redattori della Dichiarazione chiamarono la Nazione. Una conseguenza elementare dell’attribuzione della sovranità al popolo nel suo complesso, così come del riconoscimento al singolo individuo di diritti inalienabili, fu l’attribuzione di una funzione nuova allo Stato: esso, in quanto associazione umana, doveva conservare i diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo: l’eguaglianza, la libertà, la proprietà privata, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. 

La Costituzione del 1791 

Va sotto il nome di Costituzione del 1791 la legge fondamentale dello Stato francese i cui principi più significativi erano: 

  1. Permanenza della monarchia ereditaria ma costituzionale; 
  1. Separazione dei poteri; 
  1. Rappresentanza sulla base del censo.  
  1. Larga autonomia locale. 

E’ necessario interpretare questi sintetici punti prendendo in considerazione l’evoluzione del dibattito politico da cui scaturirono. In particolare occorre esaminare gli ultimi tre principi, i quali rivestiranno maggiore rilevanza e incideranno più profondamente sul cammino storico dell’idea di democrazia. 

La separazione dei poteri 

Nella Costituzione dei 1791 al re è assegnato il potere esecutivo. Il potere legislativo è invece assegnato a un organismo elettivo, composto da rappresentanti della cittadinanza eletti sulla base del censo. 

La rappresentanza sulla base del censo 

La scelta di estendere il diritto all’elettorato (attivo e passivo) solo a coloro che fossero in possesso di requisiti economici specifici, era la testimonianza da un lato della natura borghese di questa prima fase rivoluzionaria, dall’altro della non volontà, da parte dei Costituenti, di trascendere l’esperienza storica delle varie realtà politiche europee, se non altro per l’assoluta imprevedibilità delle conseguenze di un allargamento del suffragio. 

La fuga del re e l’intervento delle masse parigine 

Sorvolando sugli altri provvedimenti dell’Assemblea Costituente e sulla cronaca dei fatti accaduti nella capitale e nei distretti francesi, è necessario soffermarsi su un evento destinato ad avere un’amplissima risonanza sullo svolgimento successivo della Rivoluzione.  

Alla fine del giugno 1791 il re e la famiglia reale tentarono la fuga verso il Belgio, ma furono bloccati a Varennes. Le conseguenze del tentativo di fuga due: 

  • Gli uomini della Costituente si sentirono traditi dal comportamento del sovrano, cui comunque la nuova costituzione lasciava largo spazio.  
  • Nonostante la Costituente avesse deciso per il mantenimento del re sul trono, la folla parigina scese in piazza manifestando per la deposizione di Luigi XVI: fu praticamente la prima volta in cui si assisteva, nella Rivoluzione Francese, a un intervento tanto significativo e pressante delle masse popolari. Un ulteriore elemento di originalità fu dato dalla qualità e dalla amplissima partecipazione alla mobilitazione. Ormai non si trattava di una generica protesta, ma di una vera e propria presa di posizione politica con un obiettivo ben preciso. 

Il re tornato a Parigi decise di giurare fedeltà alla Costituzione , giuramento che permise all’Assemblea Nazionale Costituente di sciogliersi nel settembre 1791. 

L’Assemblea Legislativa 

Nell’ottobre del 1791 si aprirono i lavori dell’Assemblea Legislativa, chiamata a tradurre in leggi le norme generali contenute nella Costituzione appena approvata. Il dibattito politico interno all’Assemblea si configurò acceso a causa della complessa geografia politica presente al suo interno. 

  • I cosiddetti foglianti di La Fayette ritenevano che il processo rivoluzionario si fosse già spinto abbastanza lontano. Loro principale interesse era la tutela dell’aristocrazia e il mantenimento della monarchia, per cui tendevano a pilotare l’Assemblea nel solco limitato dei principi costituzionali. 
  • Erano invece più o meno esplicitamente favorevoli a uno sbocco repubblicano e quindi al proseguimento della Rivoluzione gli esponenti del gruppo giacobino, all’interno del quale si distinguevano però tre correnti, destinate a separarsi nettamente in seguito: 
  1. I girondini, rappresentanti degli interessi della borghesia provinciale, in particolare dei ceti mercantili gravitanti attorno ai grandi porti atlantici, sostengono l’opzione repubblicana ma non trovano consenso nelle masse popolari. 
  1. I seguaci di Robespierre, che più accesamente criticano il potere monarchico. 
  1. La Società degli amici dei diritti dell’uomo, capeggiata da Danton Marat, sostenitori del suffragio universale e supportati dal movimento sanculotto parigino. 

Sembrerebbe a questo punto che i principi democratici fossero incarnati dal movimento giacobino e in particolare da Robespierre e da Danton. È da questa semplice equazione che, dal punto di vista storico, si svilupperà nel XIX secolo l’avversione per la democrazia, fatta coincidere con il giacobinismo. Si fanno invece portavoce della fedeltà alla Costituzione i girondini favorevoli a uno sbocco repubblicano della Rivoluzione, in nome dei diritti individuali e delle garanzie politiche affermati dalla Costituente. 

Il movimento sanculotto 

Il movimento sanculotto si caratterizzava come movimento di pressione politica in vista di innovazioni politiche di spicco, come il suffragio universale. 

I sanculotti erano lavoratori dipendenti e nella stragrande maggioranza piccoli borghesi, artigiani o bottegai parigini. E’ vero che essi si contrapponevano alla borghesia del Terzo Stato, ma il loro attacco era sostanzialmente rivolto alla rivendicazione del diritto di voto, di sicurezza sociale garantita dallo Stato. I sanculotti non attaccavano la borghesia in quanto tale né in quanto detentrice del potere economico, ma si scagliavano contro chi, pur affermando costituzionalmente che la sovranità appartiene alla Nazione, aveva poi escluso da quest’ultima il Quarto Stato, il nuovo stato cioè composto da coloro che non rientravano nei criteri di classificazione dei Tre Stati precedenti. 

La Seconda Rivoluzione 

Il movimento di pressione popolare e la polarità delle posizioni politiche interne all’Assemblea Legislativa divennero palesi a partire dalla primavera del 1792 a causa delle molteplici sconfitte francesi subite contro le potenze monarchiche europee: per la prima volta le vicende belliche influivano significativamente sulla politica interna. 

Furono soprattutto i movimenti popolari a essere permeabili alle notizie provenienti dal fronte e furono in particolare i sanculotti parigini a prendere l’iniziativa, in quanto era sulla capitale che ricadevano gli effetti economici più immediati della guerra. Il coinvolgimento delle masse comportava una fondamentale conseguenza: il processo rivoluzionario subiva brusche accelerazioni nella direzione democratica, per cui la classe politica si classificava non tanto in base ad astratti principi, quanto in base alla sua disponibilità ad assecondare o meno il popolo. Su questo terreno si consumarono la fine del patto di stabilità tra girondini e giacobini di Robespierre e tra Robespierre e Danton. 

Tale rottura diede origine alla cosiddetta seconda rivoluzione del mese di agosto 1792. La crisi politica si articolò a partire da un empasse costituzionale: il governo girondino e l’Assemblea Legislativa adottarono una serie di provvedimenti tesi a ostacolare le manovre dell’aristocrazia e del clero refrattario. Ma il re, tuttavia, rifiutò di firmare quelle leggi, ricorrendo al diritto di veto che gli spettava costituzionalmente, e revocò il governo girondino. I fatti precipitarono: il dissenso nei confronti della monarchia crebbe, come in a seguito dei fatti di Varennes, sia a livello popolare, sia all’interno del partito giacobino: si assistette a una vera e proprie propulsione delle istanze democratiche nel dibattito politico francese. I giacobini si mobilitarono a livello locale e nazionale per la modifica della costituzione in senso democratico, richiedendo la Riduzione del potere competente alla corona, mediante revoca del diritto di veto e l’introduzione del Suffragio universale. 

I sanculotti delle sezioni parigine da un lato accolsero le proposte giacobine, dall’altro si organizzarono autonomamente per manifestare contro il rifiuto del re di firmare le leggi contro i nemici interni. Fu proprio la manifestazione sanculotta a sconvolgere gli equilibri politici francesi: le sezioni parigine, affermando il principio del suffragio universale, misero in questione anche l’operato dell’Assemblea Legislativa, eletta su base censitaria. 

In corrispondenza dell’annuncio di un’ulteriore sconfitta della Francia contro la coalizione austro-prussiana, si radicò ancor di più nella classe politica e a livello popolare la convinzione che la responsabilità dell’andamento negativo della guerra fosse da imputare a intrighi tra il re Luigi XVI e le potenze reazionarie europee: fu questo il momento di più alto dissenso nei confronti della monarchia. Le sezioni e i federati, provenienti da tutta la Francia, anticiparono l’azione politica dell’Assemblea Legislativa, cosi che: Luigi XVI fu arrestato (agosto 1792) durante l’irruzione alla reggia di Versailles; fu proclamato il suffragio universale; fu istituito una nuova municipalità rivoluzionaria a Parigi, egemonizzata da Robespierre e concorrente alla più moderata Assemblea Legislativa. Il 21 gennaio del 1973 dopo un processo breve e farsesco Luigi XVI re dei francesi fu ghigliottinato in piazza della Concordia a Parigi. Stessa sorte toccò alla regina Maria Antonietta, donna vanitosa, di facili costumi, orgogliosa del suo casato, essendo figlia di Maria Teresa d’Austria e sorella di Giuseppe II imperatore d’Austria, grande pioniere dell’Illuminismo, mecenate di Mozart che per la sua incoronazione scrisse la sublime Messa della Incoronazione. Prima della decapitazione la regina fu sottoposta a vergognose umiliazioni pubbliche quali il taglio dei capelli, delle vesti fino alle ginocchia, la sciatteria con cui fu preparata al patibolo. La lama della ghigliottina infatti non le recise il collo ma parte della cranio, con dolorosissime conseguenze cui il popolino presente irrise sghignazzando. 

Nel periodo maggio – agosto 1792 si accrebbero le rivendicazioni tipicamente democratiche fino a raggiungere una insostenibile radicalizzazione. Dunque la seconda rivoluzione condusse  

  • Alla affermazione del suffragio universale 
  • Alla deposizione del monarca 
  • Al coinvolgimento dell’intera nazione francese nei fatti rivoluzionari parigini,  
  • Alla rivendicazione teorica della democrazia diretta  
  • Al Terrorismo volto all’eliminazione del dissenso 

Il primo terrore 

Il primo terrore rappresentò l’inizio di quello che è stato indicato come lo slittamento della Rivoluzione Francese. Esso si caratterizzò per  

  • Un uso repressivo e preventivo della violenza per bloccare l’azione dei nemici interni. 
  • Un progressivo allontanamento dalla lettera della Costituzione del 1791 e sostituzione del legittimo potere esecutivo alla Municipalità di Parigi, organo non investito di questa autorità sulla base delle leggi dello Stato, ma in virtù del suo carisma e della sua capacità di trascinamento delle masse. 

Proprio l’aspetto del carisma di cui erano rivestiti alcuni esponenti di questo organo straordinario consentì non solo di interpretare il successo da essi ottenuto presso le masse alla luce della teoria della democrazia carismatica, ma anche evidenziò come la Rivoluzione francese fosse, almeno in questa fase, interprete di rivendicazioni estremamente avanzate ma premature rispetto ai tempi in cui furono attuate e completamente viziate nei metodi con cui si applicarono. Nel Primo Terrore iniziò infatti a delinearsi chiaramente il conflitto tra la democrazia formale di stampo voltaireano sancita nella lettera della Costituzione e la democrazia sostanziale, ricercata animosamente dalle frange radicali del Terzo Stato (sanculotti), rimasti esclusi dalla spartizione del potere risultante dal suffragio limitato su base censitaria. 

Di fronte alla palese inadeguatezza della Costituzione del 1791 gli interrogativi erano se la costituzione andasse mantenuta ad ogni costo o se situazioni di particolare emergenza avrebbero potuto comportare la sua modifica. 

E ancora. All’interno del nuovo assetto di cui lo Stato francese intendeva dotarsi, qual’era il peso delle masse popolari? Era sufficiente avvalersi dei metodi di consultazione elettorale periodica, o era necessario concedere l’accesso al potere mediante forme di democrazia diretta anche a chi ne fosse stato fino a quel momento escluso? 

Senza dubbio la spinta a favore della concessione del suffragio universale e la rivendicazione di uno Stato democratico rappresentarono dei grossi passi nello sviluppo del concetto di democrazia presente nell’Europa contemporanea. 

La Convenzione girondina (settembre 1792 -giugno 1793) 

All’inizio dell’autunno 1792 si aprirono i lavori della Convenzione, eletta con allargamento del suffragio in una situazione molto particolare, in cui erano presenti spinte opposte: 

  • La Francia era politicamente spaccata: le campagne e la provincia erano per lo più favorevoli a un rallentamento del processo rivoluzionario; 
  • Il mito rivoluzionario della nazione in armi comportò un forte stimolo ideologico a favore della prosecuzione della Rivoluzione; il militarismo, in particolare, rappresentò un fattore coesivo nettamente favorevole all’avvento della democrazia e alimentò la consapevolezza ideologica dei Francesi di essere investiti di una missione di liberazione dei popoli europei dallo spettro dell’oppressione verso il radioso sole democratico. 

Il primo provvedimento della Convenzione consistette nell’abolizione della monarchia e nella proclamazione della Repubblica; la nuova Assemblea, che formalmente sostituiva la Legislativa, si assunse infatti l’onere di redigere una nuova Costituzione. 

Nonostante queste prese di posizione, non è tuttavia corretto affermare la democraticità della Convenzione: nella stragrande maggioranza essa era composta da borghesi del tutto simili a quelli eletti per gli Stati Generali del 1789, mentre solo un paio di delegati erano di provenienza operaia. 

La Convenzione si configurò inoltre come un organo estremamente variegato al suo interno: 

  1. La maggioranza girondina ostile all’eccessiva pressione popolare; 
  1. La Palude composta da conservatori, favorevoli al proseguimento della Rivoluzione esclusivamente nell’alveo delle istituzioni e delle linee-guida già tracciate nella Costituzione del 1791;  
  1. La Montagna, composta da giacobini, è vicina alle masse popolari sia per quanto riguarda le rivendicazioni politiche, sia in merito ai provvedimenti di limitazione del libero mercato per limitare l’inflazione; 
  1. Il movimento sanculotto, forse il più avanzato laboratorio politico della Rivoluzione, promotore di azioni di base a Parigi e sporadicamente anche nelle campagne aventi per obiettivi l’eguaglianza sostanziale (economica) e l’istituzione di forme di democrazia diretta per facilitare la partecipazione alla politica da parte delle masse. 

Se il successo della Gironda nella prima fase di vita della Convenzione può essere letto nel senso di una svolta in senso moderato quale reazione al Primo Terrore, è altrettanto vero che in breve la pressione della Montagna e, in maniera mediata, del movimento popolare radicale comportò una svolta della direzione politica della Rivoluzione: al cospetto di eventi sconcertanti come l’aumento del dissenso interno nei dipartimenti a causa della crisi economica, la conclusione della parabola positiva dell’offensiva francese sul fronte nord-occidentale, riacutizzò quella fobia nei confronti dei nemici interni della Rivoluzione già incontrata al tempo del Primo Terrore. 

Esiste però una differenza sostanziale tra questo e ciò che accade dal 1793 in poi: nel primo caso la repressione si orientò verso categorie piuttosto precise della popolazione (clero, aristocrazia, alta borghesia…), viceversa nel secondo si assistette alla sistematica epurazione di intere fette del panorama politico: prima toccò ai moderati, poi ai radicali di Danton. Proprio quest’ultimo fatto è illuminante: la democrazia di massa divenne alla lunga lo strumento ideale mediante il quale una èlite politica altamente carismatica fu in grado di tenere il potere. Quando il carisma non fu più sufficiente, il dissenso fu cancellato con il sangue e con l’allontanamento dalle garanzie costituzionali. Il tribunale rivoluzionario con giuria popolare e il Comitato di Salute Pubblica incaricato di smaltire i provvedimenti urgenti relativi alla salvezza dello Stato di fronte agli attacchi di nemici interni ed esterni furono gli strumenti istituiti allo scopo. Era di fatto la fine e il fallimento della Rivoluzione. Con tali istituti infatti si sancivano: 

  • La fine dello Stato di diritto per quel che concerne le libertà personali e le garanzie giuridiche elementari, come quella di un processo in cui le parti inquirente e giudicante non coincidevano. 
  • L’avvento di una vera e propria dittatura rivoluzionaria da parte del Comitato, che deteneva il potere esecutivo e quello legislativo, senza peraltro essere controbilanciato da alcun altro organo, data la sospensione della Costituzione. 

La Convenzione montagnarda (giugno 1793-luglio 1794) 

In seguito all’aumento delle difficoltà sui fronti esterno ed interno, la maggioranza girondina fu esautorata dalla Convenzione: il controllo dell’assemblea fu assunto dai Montagnardi, favorevoli al mantenimento della legislazione eccezionale. Tra le varie misure che la nuova maggioranza mise in atto allo scopo di guadagnare il consenso di un Paese sempre più sfiduciato sugli esiti della Rivoluzione e soprattutto della guerra contro le potenze monarchiche europee, tre sono significative. I beni dello Stato furono venduti a piccoli lotti per creare un ceto di piccoli proprietari terrieri. Si moltiplicarono i provvedimenti terroristici e di restrizione delle libertà personali; tra questi anche la legge sui sospetti, mediante la quale si potevano processare con procedura sommaria, tutti i sospettati di intralciare l’operato del Comitato di Salute pubblica. 

Conseguenza primaria della legge sui sospetti fu la radicale eliminazione del dissenso rappresentato dai girondini prima e dai radicali di Danton poi a favore di Robespierre e dei suoi. 

Indipendentemente dalle spiegazioni che si possono addurre per interpretare l’avvento del Terrore, resta opportuno evidenziare come proprio queste degenerazioni della Rivoluzione comportarono per circa mezzo secolo un vero e proprio pregiudizio ideologico nei confronti di qualsiasi forma di democrazia, sempre più assimilata nella sua realizzazione più compiuta e più controversa, a quanto si ebbe nella seconda fase della Rivoluzione Francese. 

L’ultima fase della Convenzione e la Costituzione dell’anno III 

L’esasperazione della politica terroristica montagnarda ebbe come conseguenza, nel luglio 1794, l’eliminazione della maggioranza guidata da Robespierre. Il potere restò in mano ai cosiddetti “termidoriani”, per lo più esponenti di quella borghesia arricchitasi con le speculazioni monetarie e fondiarie. 

Ma gli stessi termidoriani si macchiarono di una colpa gravissima di fronte all’ideale democratico contemporaneo: una volta ottenuto il consenso, annientarono gli oppositori politici con una dose più o meno intensa di violenza, secondo una logica da guerra civile. 

Venne inoltre promulgata la Costituzione dell’anno III, ispirata a quella del 1791: anche a livello formale sembrò di assistere alla restaurazione del regime borghese precedente alla Convenzione, ma l’esperienza del Terrore aveva lasciato i suoi segni: gli estensori del testo costituzionale cercavano di limitare al massimo il rischio del coinvolgimento delle masse in politica. Dunque si limitò il suffragio sulla base del censo, ma si instaurò un regime bicamerale e il potere esecutivo fu assunto da un collegio di cinque membri, il cosiddetto Direttorio, controllati dagli altri due poteri dello Stato.  

Prese così avvio un regime semi autoritario che preludeva al decisivo colpo di Stato napoleonico, che chiuse definitivamente la travolgente epopea della Rivoluzione Francese. 

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