migranti-2Vorrei tentare una lettura non polemica né politica e nemmeno storica della vicenda degli emigranti che divide gli italiani e inquina potentemente l’azione di altri governi interessati. Forse riusciremmo a superare il carico di odio in tema di politica delle navi ferme in mare aperto, e porti e frontiere chiusi, se riuscissimo a vedere quegli eventi con gli occhi della tragedia, nel senso di lamentazioni funeree sul destino di genti senza colpa né difese. Si è, infatti, di fronte a una tragedia che valica le volontà umane, le usa, le conduce a comportamenti dimentichi di ogni aspetto che possa dirsi umano. Una tragedia che non travolge solo i protagonisti ma investe i popoli, perché è la causa scatenante di una lotta fratricida, di vicini contro vicini, di amici di ieri che si scoprono oggi delatori, nemici mortali. Eppure, da bambini si viveva da fratelli, si giocava assieme. Spegniamo il sonoro delle passioni e delle ragioni, cerchiamo di scorgere nel silenzio quel cambio di scena che è la nascita della tragedia su ignare teste di uomini, donne e bimbi, che indossano salvagenti, si imbarcano su scialuppe e vanno incontro alla sorte o alla morte. Quando si sarà in grado di tradurre questa tragedia in un rito d’espiazione, si sarà forse vicini alla catarsi.

migrantiOltre le cause e le passioni ci sono un filo e una concatenazione che ci legano, ci coinvolgono, ci travolgono tutti, e che si abbatteranno ancora sui nostri figli, per generazioni e generazioni. Si è di fronte a qualcosa che nelle sue ragioni e perversioni sovrasta tutti; qualcosa in cui la volontà come il dolore, di singoli o di gruppo, vengono trafugate dalle loro teche naturali, per divenire motivi di scontro tra chi ha potere o arroganza di potere. Di fronte a tanto dolore dovrebbero sorgere invece la pietas, la consapevolezza di una comune appartenenza che travalica la giustizia e la storia, la politica e le ideologie, perchè in tanta tragedia non vi sono né vinti nè vincitori, non vi sono verdetti, ogni vittima e ogni carnefice essendo a suo modo burattino mosso dai fili imponderabili della sorte, vittima del destino al cui cospetto ciascuno è reso inerme. Questa tragedia non può essere lasciata ai livori e ai lazzi, non essendo preda per belve nè biada per idioti. È qualcosa che grandeggia oltre le scelte e le convinzioni, è qualcosa di religioso, di enorme, di fatale. È energia poderosa che esplosa sta divorando i suoi figli, coinvolgendo tutti in quanto mortali.

Ormai accettare le tragedie non ci riesce più. Ogni tragedia che avviene, anche se naturale, è sempre qualcosa che non doveva accadere, che ha dei colpevoli o delle disfunzioni, quasi fossimo destinati all’immortalità e solo per colpa o per errore destinati a morte. C’è un fattore imponderabile, sorte o fato, che supera le intenzioni umane o le stravolge. Un qualcosa di indefinibile non pianificato né desiderato che trascina per mano e costringe a esiti impensati. Così la comprensione degli eventi supera la ricostruzione storica dei fatti, in un intreccio inestricabile di fattori naturali e soprannaturali.

Forse riusciremo a digerire nella mente e nel cuore, nella carne e nello spirito, questa nostra storia atroce e divisiva, quando avremo colto il senso sovrumano, soprannaturale, metastorico, della tragedia, quando l’avremo rappresentata adeguatamente, caricandoci sulle spalle la croce di tanto presente, come una ferita o un peso per tutti. Poi ci divideremo sui giudizi storici, sui fatti, le idee, le colpe, nel ricostruire le storie, sul bene e sul male. E sarà giusto se resteranno le divergenze, nel rispetto della verità e di ciascuno. Ma questo fondo umano e cosmico di tragedia ci avrà reso più umili e consorti, capaci non di maledire e inveire ma di tacere e raccogliersi davanti alla sacra rappresentazione del dramma che è la tragedia del vivere umano.

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