Il rabbioso rancore contro Renzi che infiamma D’Alema a sostenere il NO!

 dalema“Chiediamo scusa alle società di rating, a JP Morgan, se gli italiani vogliono scriversela loro la loro Costituzione. Siamo ancora un paese sovrano!”, spumeggiava così, mercoledì, Massimo D’Alema, applaudito da Fini, Dini, Pomicino e da tanti altri virgulti della “Casta”. Non c’era però Achille Occhetto. Quell’Achille che, nel 1994, “Baffino” rottamò, dopo la pesante sconfitta della “macchina da guerra” dei progressisti contro Berlusconi, bocciando l’allora segretario del Pds come “tecnicamente obsoleto”, e assestando all’eterno rivale, Veltroni, quello che Eugenio Scalfari definì il “pugno del partito”. Quel pugno che gli valse la successione alla segreteria del Pds. Quanto alla augusta denuncia di D’Alema lo stesso mercoledì sull’eccessiva influenza dei “poteri forti”, correva l’anno 1999 quando l’avv. Guido Rossi, presidente della Consob, commentò, con una velenosissima battuta la benedizione di D’Alema, premier, alla scalata a Telecom da parte di Colaninno, della razza padana di Gnutti, di Mps e delle coop rosse di Unipol. La battuta fu e rimase famosa “A Palazzo Chigi c’è l’unica merchant-bank dove non si parla inglese”. Alcuni commentatori, meno giovani di Renzi, ricordano il ruolo dell’augusto D’Alema in vicende, varie e non troppo felici, dell’economia e della finanza italiane degli scorsi anni. Eppure qualche mese fa, l’ex deputato di Gallipoli, grondante rancore e odio contro Renzi, ha voluto ricordargli che “il premier britannico Blair aveva preso il principale avversario, Gordon Brown, e lo aveva nominato cancelliere dello Scacchiere”. E il pensiero vola ora ai giorni in cui al leader Maximo, 67 anni, venne preferita da Renzi, per ben due volte, donna Federica Mogherini, 43 anni: prima a Roma al ministero degli Esteri, poi a Bruxelles quale Alto commissario per la politica estera e la sicurezza della UE. Forse Renzi volle eccedere nell’umiliare l’augusto D’Alema. Ma in fondo contro l’eccelso deputato di Gallipoli aveva usato le stesse armi, lo stesso cinismo, la stessa perfidia, il medesimo “pugno del partito”, da lui utilizzate nel 1994 contro Occhetto, e poi nel 2007 contro Prodi che dovette dimettersi da capo del governo, e poi nel 2013 contro Marini che gli era stato preferito quale candidato alla presidenza della Repubblica.

E ora, questo venerando virgulto, questa esperienza consumata in trame e tranelli, questo profeta dell’ovvio e veggente del nulla, si erge con il petto e con la fronte a ostentare disprezzo contro una riforma che lui stesso aveva tentato di varare nel febbraio 1997 dopo aver convinto l’allora capo dell’opposizione, Berlusconi, a sostenere la sua candidatura quale presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali.

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