LAURA GIORDANO MERAVIGLIOSA ADINA IN UNA EDIZIONE DELL’OPERA

MACCHIATA DA UNA REGIA SPIAGGIATA

Sul luminoso ponte che collega i perfetti modelli del Barbiere di Siviglia, opera buffa, e di Falstaff, commedia in musica, L’Elisir d’Amore, capolavoro di ironia, eleganza e leggerezza, si colloca quale virata fondamentale del “melodramma giocoso”. Non più trame derivate dalla Storia o dalla letteratura, ambientate in mondi spesso immaginati sul crinale dell’ignoto e del mistero, ma trame derivate dalla osservazione del mondo campestre, dal mondo di mietitori e mietitrici, ricco di personaggi autentici, ripresi dalla vita reale che acquistano dignità di uomini capaci di amare e soffrire, gioire e ingannare, sperare e disperarsi. Allo stesso modo non più musica occasione di virtuosismi vocali, ma musica che descrive ambienti e stati d’animo, ansie e pene d’amore, corteggiamenti vanitosi e furbeschi espedienti per sopravvivere. Una musica eterna come eterno è l’amore, eterne le pene nel vederlo non corrisposto, eterna la gioia di ritrovarlo e ritrovarsi nell’elegia della reciproca dichiarazione di dedizione senza fine. Una musica che illumina le sfumature di una variopinta umanità di personaggi grotteschi, ciarlatani, istrioni nel linguaggio e nell’inganno, e personaggi di una semplicità illetterata e tonta ma ricchi di umanità sognante e sofferente per una passione frustrata. Personaggi furbescamente civettuoli ma intimamente vulnerabili alla gelosia, vibranti al nostalgico richiamo del suono di fanfare, degli affetti domestici, del suolo natio, ove non v’ha destin sì rio che cangiar non si possa un dì. Una musica che dà vita al luminoso paesaggio campestre ove allegre villanelle vivono segretamente le loro tenui pulsioni nell’ascolto del mito di Tristano e Isotta: mito che dà sostanza e speranza alle loro attese di improbabili affetti.

In tale paesaggio campestre si srotola la storia di Nemorino, contadinotto ingenuo, “ragazzo mezzo pazzo, buffone, babbuino, semplicione”, posseduto da un sincero, casto amore per Adina, bella e ricca fittavola “vecchia volpe, capricciosa, schizzinosa, bricconcella”. A tanto amore di Nemorino non corrisponde il desiderio voluttuoso della bella fittavola, quanto il suo cinismo nel vederlo tormentarsi, nel vederlo ai suoi piedi. Adina è più colta, più esperta del mondo, più cosciente della sua avvenenza, avversaria dell’amor costante, gaudente nel cambiar d’amante ogni dì, è affascinata dal ruolo, dalla eleganza del portamento, dalla galanteria dei suoi spasimanti. Due mondi immensamente differenti e immensamente distanti. Eppure, l’eterno disegno delle Forze che creano l’uomo e gli assegnano un compito nella esistenza, si rivela nella sua potenza che rende possibile l’impossibile, avvicina l’inavvicinabile, realizza l’irrealizzabile. L’Elisir d’Amore nella sua freschezza, nei percorsi lungo i quali si sviluppa la trama, è il dono d’Amore che l’Eterno offre ai poveri di spirto e di ricchezza. E gli strumenti in questa gioiosa storia sono due personaggi: Belcore, sergente benestante che diventa la prima fonte di ricchezza e Dulcamara, ciarlatano, imbonitore di rustici personaggi, che millanta il possesso di un liquore magico, miracoloso con poteri sorprendenti, che guarisce gli ammalati e fa innamorare. È quel liquore che Nemorino vorrebbe comprare, se avesse denaro. Denaro che non ha e che cerca di avere firmando una carta con cui accetta di farsi soldato come suggerito da Belcore, desideroso di liberarsi del suo rivale in amore. Ma il vero capovolgimento degli eventi e delle psicologie dei personaggi, non ha luogo con le false promesse del liquore di Dulcamara, né con le false verità di Belcore che esalta “la vera gioia, (che) accompagna il militar”. Una forza ancora più in alto muta fatalmente il corso degli eventi. Un merciaiolo confida a Giannetta, una delle contadinotte, che lo zio di Nemorino è morto lasciandogli una immensa eredità. Non è la furbizia di Belcore, non è l’inganno di Dulcamara, non è la falsa illusione del portento di un sorso di vino che danno alla storia d’Amore di Nemorino la svolta decisiva. È ancora un poter più in alto che coinvolge e sconvolge lui e ogni piano di povere mietitrici. Le quali informate della ricchezza da lui ereditata, lo cercano, lo corteggiano, lo servono umilmente. Tutto il sesso femminino è ai suoi piedi! Dulcamara pensa che sia l’effetto del suo liquor, Adina nota il rapido cambiamento e pur non conoscendone la vera ragione, sente di dover disprezzare la sua propria freddezza e di dover invece amare. Amare e competere con le altre contadinotte, a differenza delle quali non crede che sia l’effetto del liquore di Dulcamara che non beve, ma che la vera ricetta sia il suo visino e l’elisir sia nei suoi occhi, nelle sue tenere lacrime. Su quelle lacrime Nemorino si sofferma cantando la più bella e ispirata aria dell’opera. La solitaria malinconia del fagotto che annuncia il superbo volo della “Furtiva lacrima” esprime la infinita solitudine dei poveri di spirito e di ricchezza che nello scorgere di una lacrima furtiva intravedono il riscatto della speranza tradita. Nella successiva vibrante preghiera di Adina il comico, il caricaturale, il grottesco si dissolvono per svelare l’improvviso slancio d’amore, con cui la fanciulla avvolge Nemorino di lirico calore e gli restituisce la gioia di vivere. Due momenti musicali sommi, struggenti, seppure così diversi da risultare quasi inimmaginabili nella stessa opera.

Adina ormai innamorata, per non vederlo partire e perderlo, ha ricomprato il fatale contratto da Belcore. Con la sua consegna dolce e commovente nell’aria “Prendi sei libero”, l’opera si avvia al suo felice finale con la definitiva sua dichiarazione d’amore: “ti giuro eterno amor. Farti felice or bramo”

Ad Adina dava voce e verità Laura Giordano, sovrana assoluta della scena. Tutto il suo canto, pur nell’alternanza di sentimenti e situazioni, sfogliava una antologia di capacità tecnica, agilità vocale, virtuosismo ornamentale, purezza nel fraseggio, svettanti passaggi tra registri. Nell’ascolto a occhi chiusi si era come rapiti in atmosfere in cui lo spirito si librava leggero, liberato dalla zavorra del proprio corpo. Si ascolti il duetto del I Atto “Chiedi all’aura lusinghiera perché vola senza posa”, e il duetto del II Atto “Prendi, per me sei libero”, ricchissimo di ascensioni, di note lunghe, di gorgheggi e mirabilmente concluso con lo sfavillante acuto sulla frase “il mio rigor dimentica, ti giuro eterno amor”. Se questo era il canto di Adina, non da meno era Laura Giordano nel conferire al personaggio tutta la fragranza della giovane età, saltellando tra furbizia, gelosia, accoramenti, lirismo puro di fanciulla innamorata.

Nemorino era il tenore messicano Arturo Chacón-Cruz. Ad ascoltarlo, v’era da chiedersi ove fossero la voce morbida, il timbro caldo e ricco, la dizione chiara, il modo interpretativo accattivante, la squisita levità dei pianissimi e delle sfumature? Dove fosse il canto generoso e istintivamente comunicativo, denso di fascinosa musicalità? Si era invece di fronte a un giovane tenore dotato di una voce valida ma non eccezionale, con un volume limitato negli acuti e del tutto assente nel registro greve, con un timbro privo di attrattive, di bruniture e rotondità, dalla sonorità metallica, inespressivo nel descrivere il candore, la innocenza, la ingenuità di un ragazzo, un po’ pazzo ma follemente innamorato come Nemorino. Nel suo canto la più alta e ispirata aria dell’opera, “Una furtiva lacrima” è apparsa perfino incompresa nelle tre parti in cui può immaginarsi divisa: la prima nella quale Nemorino coglie l’amore di Adina dalla lacrima che le vede scorrere sul viso. La seconda è il sogno di poter congiungere i suoi sospiri, i suoi palpiti con quelli di lei. La terza, lo stupore elevato al cielo di fronte alla potenza dell’amore, di cui si può anche morire. Tre parti che richiedono modulazioni di voce diverse e diversamente espressive.

Belcore era il baritono Giuseppe Altomare, cantante dalla voce densa e ben impiegata, convincente interprete nel ruolo del bellimbusto e sbruffone sergente.

Giovanni Romeo era il dottor Dulcamara, nominalmente basso-baritono, in realtà basso buffo in possesso di una voce non ricca di particolari doti, seppure ben educata ed esercitata nel canto in apnea. Pregevole invece la sua ricca gestualità, il linguaggio corporeo, la disinvoltura con cui coinvolge e convince i rustici del villaggio, dei poteri magici del suo liquore. La sua è una interpretazione gradevole, ma non indimenticabile.

Maria Francesca Mazzara era Giannetta. Spigliata e assolutamente naturale e spontanea nel rivelare alle amiche l’eredità lasciata a Nemorino dallo zio, sollecitandone silenzio e discrezione.

Il coro diretto dal M° Piero Monti è stato sempre superlativo nei momenti diversi della lunga storia. Sotto la direzione del M° Monti, diventava un interprete ulteriore degli stati d’ansia, delle attese, dello stupore, generati dai due protagonisti ma soprattutto da Belcore e Dulcamara. Esso dava così vita a quella folla anonima che anima la piccola comunità di un villaggio di campagna più attratta dagli eventi del luogo che dal proprio lavoro, ma densa di sentimenti, di attese, di invidie e perennemente sognando un avvenire migliore.

L’orchestra era diretta da Alessandro d’Agostini, il quale più in sintonia con la regia che con la partitura, ha accelerato i tempi anche quando l’azione si fermava e iniziava la meditazione come nella sublime aria di Nemorino. Nondimeno la sua direzione grazie anche alla valentia dei maestri d’orchestra, ha saputo trasmettere tutta la ricchezza melodica, la vivacità, la freschezza, la nobiltà del sentire e la fatuità dei ciarlatani, di cui abbonda la partitura.

Tanta dovizia di musica, tanta compiuta armonia, universale e immortale, perdevano molto della loro fragranza nella regia spiaggiata di Victor García Sierra ispirata al ciclo pittorico El Circo di Fernando Botero. Regia la quale più che un soccorso a comprendere la sommità del testo e della musica, si è rivelata ostacolo alla loro comprensione. Nemorino e Adina non sono due personaggi da circo, acrobati dei sentimenti, nomadi del mondo, dalle vite spese in carrozzoni e nello scenario permanente del circo. Sono personaggi vividi immersi nel gaudio o nella malinconia, ma mai maschere da circo. Far credere che Dulcamara fosse un domatore di leoni, mestiere di notevole impegno, e confonderlo con un ciarlatano ingannatore, appariva una commistione indebita e fuorviante. Come fuorviante e irritante, appariva la presenza tra le villanelle di suorine, vescovi con piviale, pettorale e mitra, clown forse anche loro. Tanta infelice ispirazione della regia viene attenuata dai vivaci costumi di Marco Guyon, e dalle luci di Bruno Ciulli con cui una fervida fantasia potrebbe costruire metafore dell’infanzia dell’età anagrafica con l’infanzia della povertà di spirito e di cultura di una comunità di contadinotte, sulle quali scendeva e ridava gioia la sublime musica del Donizetti buffo e spensierato.

Teatro Massimo di Palermo- 15 giugno 2018

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