lenin100 anni fa, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue istituzioni: dalla proprietà privata alla libertà individuale, dalla democrazia parlamentare alla laicità dello Stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un raccapricciante bagno di sangue, una élite di asceti della scuola leninista, proclamava alto e forte di aver trovato il metodo per il rovesciamento violento del capitalismo profetato dai classici del “socialismo scientifico”. L’Utopia collettivistica si era fatta Stato. Iniziava l’epoca del trionfo della rivoluzione socialista mondiale la cui conclusione sarebbe stata “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”.
L’annuncio era esaltante. Per generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea “che la dissoluzione della società capitalistica era ormai questione di tempo” e che “la creazione di una nuova forma di società”, centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione, “non era più solo desiderabile, ma ormai inevitabile”. I socialisti erano stati educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe conclusa con il trionfo del proletariato rivoluzionario e l’abbattimento dello Stato borghese.
E tuttavia la maggioranza di loro non si riconobbe nel nuovo regime che i bolscevichi avevano cominciato a costruire, perché ritenevano la democrazia borghese un valore comunque da difendere. Per contro, l’idea fondamentale dei bolscevichi era che la costruzione del comunismo esigeva l’instaurazione di una dittatura terroristica per eliminare “l’infezione borghese”. Su questo, Lenin era stato chiaro. Già pochi mesi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, egli aveva emanato alcune direttive: “Bisogna stimolare forme energiche e massicce del terrore contro i controrivoluzionari… Nessuna pietà per i nemici del popolo, nemici del socialismo, nemici dei lavoratori. Guerra e morte ai ricchi, agli intellettuali borghesi… Ripulire il suolo della Russia da qualsiasi insetto nocivo, ripulirla dalle pulci, dai furfanti, delle cimici. Dai ricchi”.
Un trattamento speciale era previsto per la chiesa ortodossa, stigmatizzata come il sostegno spirituale delle classi reazionarie e dunque da radere al suolo assieme alla religione, “oppio del popolo”. “Per noi, questa è l’ora in cui noi possiamo e dobbiamo realizzare la confisca dei tesori della Chiesa con l’energia più selvaggia e impietosa, mentre nelle regioni affamate le popolazioni si nutrono di carne umana e centinaia di cadaveri marciscono sulle strade”.
Neanche dopo la fine della guerra civile, Lenin rinunciò allo sterminio di classe. “Noi dobbiamo tornare al terrore. Al terrore economico”. E coerentemente con la sua concezione della rivoluzione come instaurazione del terrore catartico, il 7 maggio 1922 inviò istruzioni al Commissario alla Giustizia incaricato di redigere il nuovo codice penale:
“Porre in aperto risalto una tesi di principio motivante l’essenza e la giustificazione del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve eliminare il terrore; promettere di eliminarlo significherebbe ingannare se stessi e gli altri; occorre giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, senza falsità e senza abbellimenti”.
Più sintetico il suo messaggio di qualche mese più tardi a Stalin: “Noi purificheremo la Russia per molto tempo, attraverso la “purga permanente”. Quella purga che Stalin farà quando scatenerà il Grande Terrore e sterminerà milioni di esseri umani con tremenda furia omicida.
Avrà ragione Solženicyn quando denuncerà la Grande Menzogna nascosta dietro “la dittatura del proletariato”, illimitato potere del Partito bolscevico e della ideologia totalitaria che lo ispirava, perversa Gnosi che divideva l’umanità in tre grandi famiglie: gli eletti illuminati dalla dottrina del socialismo scientifico, i redimibili proletari e i borghesi corrotti destinati a essere sterminati quali non-uomini ma “insetti nocivi”. E infatti i metodi furono il guanto che ustionava le mani delle vittime con acqua bollente fino a che l’epidermide non si staccava da sola, il segare a metà le ossa delle vittime, denudare i detenuti e immergerli in barili irti di chiodi all’interno, usare una correggia provvista di un bullone che stringeva il cranio dei prigionieri fino a schiacciarlo. In molti comandi si preferiva la tortura psicologica. I prigionieri venivano costretti ad assistere alla tortura, allo stupro e all’uccisione dei congiunti. E mentre il sadismo di quelli che sono stati definiti “i gesuiti del terrore” si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo descriveva orgogliosamente la “macchina gigantesca attraverso la quale la Storia aveva trasformato l’umanità”. La macchina sterminatrice creata da Lenin fu l’applicazione burocratica dei suoi principi, fra i quali c’era il Terrore rosso così difeso da Engels: “Alle frasi sentimentali sulla fratellanza offerteci dalle nazioni più controrivoluzionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio per i Russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei Tedeschi; ma noi possiamo salvaguardare la rivoluzione soltanto con il Terrore più risoluto. Lotta, allora, lotta inesorabile per la vita e per la morte, lotta di annientamento e di terrorismo nel solo interesse della rivoluzione, tenendo presente che nella storia nulla può ottenersi senza violenza e senza una ferrea impietà”.
Questi esiti nichilistici della Rivoluzione bolscevica non sono da imputare a un processo degenerativo. Essi erano iscritti nella dottrina marxista, secondo cui “il capitalismo doveva essere eliminato e il socialismo avrebbe dovuto significare null’altro che anticapitalismo”. Ora, fino a quando i partiti socialisti erano all’opposizione, il carattere negativo del marxismo poteva essere mascherato dalla quotidiana reiterazione dell’idea che “la fine della proprietà borghese era imminente e inevitabile”. Ma, quando i bolscevichi si impossessarono del potere, l’assenza di un programma emerse con lucida chiarezza da indurre Lenin ad ammettere: “Tutto quello che sapevamo era che la trasformazione era storicamente inevitabile, che la proprietà dei mezzi di produzione era condannata dalla storia e sarebbe andata a pezzi. Questo era stabilito. E noi lo sapevamo quando abbiamo preso la bandiera del socialismo, quando abbiamo iniziato la trasformazione della società e preso il potere per accingersi alla riorganizzazione socialista. Ma ciò che non potevamo sapere erano le forme della trasformazione e le concrete difficoltà di fronte alle quali la classe operaia si sarebbe trovata dopo aver preso il potere”.
Marx ed Engels non erano stati in grado di indicare un’idea delle istituzioni politiche ed economiche che avrebbero dovuto sostituire quelle della società borghese, sì che la rivoluzione comunista appariva un salto nel buio. Solo una cosa era certa: radere al suolo il capitalismo e tutto ciò ad esso connesso. Nacque così una società tutta centrata su uno Stato onnipotente poiché detentore unico ed esclusivo delle sorgenti della vita; e tutta dominata da una “nuova classe” che, in nome del proletariato, esercitava la dittatura sul e contro il proletariato.
E anche su questo specifico punto, i legami fra il bolscevismo e il marxismo erano chiari e inequivocabili. Nel su Manifesto Marx affermava che la rivoluzione comunista doveva abolire “la personalità, l’indipendenza e la libertà borghese”, “distruggendo tutte le sicurezze private e tutte le guarentigie private” e instaurando “una decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato”. Doveva radere al suolo lo Stato di diritto bollato quale “comitato che amministrava gli affari di tutta quanta la borghesia” e doveva “accentrare tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato”, premessa essenziale della costruzione della “società collettivista fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione”. Nella quale non vi doveva essere spazio alcuno per i diritti dell’uomo e del cittadino poiché essi altro non erano che “i diritti del membro della società civile, cioè dell’uomo egoista, dell’uomo separato dalla comunità”. Di qui la condanna “della libertà dell’uomo in quanto monade isolata, piegata su se stessa”. Di qui, la separazione fra Stato e società civile che Marx bollando come “separazione dell’uomo dalla sua natura comunitaria”, bollava come un fenomeno perverso. Così sotto la mannaia dell’ideale comunitario di Marx, cadeva l’economia di mercato. Quella economia centrata sulla proprietà privata e sulla concorrenza che per Marx aveva una natura diabolica, poiché aveva scatenato la guerra di tutti contro tutti, col risultato di lacerare ciò che in origine era armonioso e compatto: la società primitiva senza né classi nè Stato. Era così iniziato “il tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato inalienabile, poteva essere alienato: il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate tutto divenne commercio: il tempo della corruzione generale e della venalità universale o il tempo in cui ogni realtà morale o fisica, divenuta valore di scambio, veniva portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”.
Alla luce di questa lettura della società centrata sul mercato, di questa forma di vita collettiva la cui “inumanità aveva raggiunto il suo vertice nel sistema del denaro” si capisce perché i bolscevichi scatenarono una guerra permanente contro la “libertà borghese”, demonizzata come un privilegio corrotto e corruttore che produceva uomini spiritualmente rovinati dal capitalismo, e perché rasero al suolo la società civile sopprimendo il mercato e instaurando il monopolio statale delle “sorgenti della vita”.
La Rivoluzione bolscevica dunque ha rappresentato il più rigoroso, coerente e spietato tentativo di cancellare la spontaneità sociale per poter creare un sistema regolato esclusivamente dalla logica totalitaria dell’ordine descritto da Trockij: “come una lampada prima di rompersi brilla di luce intensa, così lo Stato, prima di scomparire, assume la forma della dittatura del proletariato, la più dura forma di Stato, che organizza con autorità tutta la vita dei cittadini”. Sicché la Guerra Fredda fu lo scontro fra due modelli di organizzazione sociale: quello americano difensore della libertà individuale e quello sovietico che ne fu la negazione. Del resto, come avrebbe potuto essere diversamente? Dal momento che chi controlla i mezzi controlla automaticamente i fini, la statizzazione integrale delle sorgenti della vita non poteva non sfociare nel potere totale di quella che Bakunin aveva chiamato “la burocrazia rossa”. Accadde così che la doppiezza divenne un diffuso modo di vita dal momento che mentre gli operai erano al potere, di fatto erano privati di ogni diritto. Giustamente Russell avrebbe descritto l’Unione sovietica come “un immenso Collegio di Gesuiti, nel quale ogni libertà era bandita perché borghese”. Dunque la Rivoluzione d’Ottobre non fu affatto una rivoluzione modernizzante, bensì una  reazione “zelota” contro i valori e le istituzioni della civiltà moderna. I bolscevichi somministrarono al popolo russo massicce dosi di un tossico terribile: l’odio e la sfiducia per tutto ciò che sapeva di Occidente”. Così, nelle mani dei bolscevichi, il marxismo diventò un’arma anti-occidentale. Grazie ad essa, Lenin e i suoi diadochi non solo riuscirono ad arrestare la potente emigrazione delle idee occidentali, bollate come manifestazioni della “ideologia borghese”, corrotta e corruttrice, ma riuscirono anche a convertire la loro impresa rivoluzionaria nell’annientamento dell’Occidente. La natura profondamente anti-moderna della Rivoluzione d’Ottobre è stata oscurata dal fatto che non pochi studiosi hanno identificato il processo di modernizzazione con l’industrializzazione. Certamente, Lenin desiderava ardentemente industrializzare la Russia; ma, altrettanto certamente, non intendeva affatto adottare le istituzioni occidentali. Al contrario: tutta la sua azione politica fu dominata dal potente desiderio di impedire che i Russi fossero contagiati dal valore cardinale della Modernità: l’individualismo. Un fenomeno che risulterà chiaro quando si terrà presente la natura della civiltà nata dal processo di modernizzazione: un assetto istituzionale centrato sulla fruizione dei diritti e delle libertà fondamentali, l’autonomia della società civile, il pluralismo politico-culturale, l’uso pubblico della ragione, lo Stato laico. Valori tutti che i comunisti hanno cancellato nel modo più brutale. In aggiunta, avendo anche cancellato il mercato per sostituirlo con il piano unico di produzione e di distribuzione, hanno violentemente spinto la Russia verso il pantano della stagnazione. Un esito che costringe a giungere alla conclusione che sopprimere il mercato significa sopprimere la razionalità e la possibilità dello sviluppo delle forze produttive in cui Marx vedeva la base materiale della emancipazione dei lavoratori. Di qui il fatto “che la contro-modernizzazione sovietica fornisce il primo esempio dell’era industriale moderna di un progresso tecnologico che ha generato un feedback negativo che ha indebolito e alla fine distrutto gli impulsi iniziali”. E fornisce altresì l’irrefutabile prova che cancellare completamente il mercato, luogo istituzionale della libertà di scelta, significa instaurare “una dittatura sui bisogni”.
In definitiva, se la rivoluzione comunista non ha prodotto altro che una impressionante scia di cadaveri e uno smisurato cumulo di macerie materiali e morali, è perché nel suo codice genetico mancava del tutto un programma positivo di ricostruzione sociale. Al suo posto, c’era una rivoluzione centrata sulla “satanica” idea che, per accedere al “millenario Regno della libertà”, era imperativo “fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” appiccando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee”. Di qui il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre abbia chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma abbia liquidato da sola tutto ciò che era stato fatto in suo nome. Nel momento della sua disgregazione, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo tetro di una superpotenza priva di una civiltà, in quanto la sua dissoluzione non ha lasciato che il Nulla: nei principi, nei codici, nelle istituzioni.
Come i Tedeschi, i Russi sono stati incapaci di dare un senso al loro XX secolo.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook