no olimpiadiDopo il NO alle Olimpiadi di Roma, ultimo in ordine di tempo ma non di importanza, è legittimo domandarsi quale sia il prezzo che stia pagando l’Italia dei “NO”. I NO diventati uno stato d’animo, un modo di essere, un’abitudine, un paradigma, un comportamento obbligato, meccanico e automatico.

I 5 stelle sono solo una parte di questa Italia ghiacciata che ossequia le “cose come stanno”, che vegeta nella stasi, che ristagna nella illusione che se non cresce il PIL crescono i voti, che abbraccia il populismo come grammatica della stagnazione. I grillini coi loro no, rappresentano l’avanguardia di un esercito mesto, privo di coraggio e di iniziativa nel quale militano la quasi totalità dei sedicenti ambientalisti, una porzione consistente della sinistra paleolitica, burocratica e opportunista, e una destra populista e sfascista. E’ l’Italia paralizzata che confonde l’opposizione con il divieto di ogni cambiamento, di ogni opera, di ogni riforma, di ogni realizzazione. Nella concupiscenza e nella ostentazione del Potere, per dire no alle Olimpiadi i grillini hanno dismesso il mantra dell’antiausterity e rispolverato improbabili abiti di passati regimi con l’argomento “non vogliamo, con le Olimpiadi, aumentare i debiti”. È doloroso constatare tanta incompetenza economica, addobbata di rigore, parsimonia, saggezza nella gestione delle risorse pubbliche e onestà. Cosa è infatti un debito quando si parla di opere pubbliche? Per un liberale, nel bilancio pubblico, l’errore non è il debito, ma come esso può essere ripagato. Ripagato generando reddito che ne consente il servizio o ripagato attraverso spesa pubblica futura che invece lo innalzerebbe? Costruire una piscina che serve un pubblico che paga, genera reddito che ripaga il debito. All’opposto i debiti ripagati dalla spesa pubblica sono debiti sbagliati in quanto generano altro debito. Il demagogico “reddito di cittadinanza” proposto dal M5S, che studiato a fondo si rivela un sussidio a perdere, è un debito che non genera crescita, dilapida risorse e si fa perpetuo.

L’altro ritornello del no grillino alle Olimpiadi è il consueto “no alla colata di cemento”, un riflesso scontato, un motivo ostativo senza specificazioni e senza motivazioni. Il “no al cemento” è una forma gioconda ma immonda di autoassoluzione. Esso libera da ogni obbligo, da ogni responsabilità di informazione su elenco e natura delle opere, da qualunque valutazione costi-benefici, da ogni calcolo di conto economico. E’ il cemento in sé il mostro. Come lo è ogni cosa che scuota l’economia stagnante e alimenti la crescita. Appare verosimile invece che per i grillini e per una sinistra paleolitica, l’antiausterità serve a sproloquiare contro l’euro, contro Bruxelles, contro la Germania. Ma per questi antagonisti che come Edipo guardano all’indietro, l’austerità è lo stile della decrescita, è il modello di vita, è la sostanza dell’economia, l’apoteosi del sociale, l’orrore della ricchezza, la giusta via verso l’infelicità redentiva. Per i liberali l’austerità è al contrario solo un modo temporaneo e contingente per correggere i conti pubblici e liberare risorse per la crescita. Questa Italia del no ha scoperto l’antiausterità e se ne riempie la bocca. Ma è un abito sdrucito. Dell’antiausterità verace manca lo slancio, l’attivismo, l’operosità capitalistica, la intraprendenza imprenditoriale. L’antiausterità fatta ideologia si trasforma in stagnazione e mito di infelicità, contemplazione della povertà. Negare al paese, senza ragioni concrete e verificate come erano quelle di Monti nel 2012, lo spettacolo di un’Olimpiade è un pegno di povertà. Ma non basta. Col NO con un tratto di penna e un annuncio, viene derubricata una grande opera nazionale. Il NO senza dibattito pubblico ma solo dopo una telefonata del leader e l’annuncio con una conferenza stampa mentre i proponenti dell’opera, i dirigenti dello sport italiano, in vana attesa, nel salottino del sindaco. Vergine Virginia, generata ma non creata dalla surrealtà.

Questa vicenda risolleva uno dei temi referendari: come si decide su opere strategiche? Oggi esiste una disimmetria decisionale evidente: un autentico esproprio del potere centrale a vantaggio di elitismi locali. E’ l’enorme <non nel mio podere> nazionale, che ci sta stritolando. E’ il prezzo che si sta pagando non solo all’ambientalismo egoistico e conservatore ma a 15 anni di retorica federalista. È ammissibile che su un’opera della portata di una Olimpiade, vi sia una clamorosa espropriazione dell’interesse nazionale? Espropriazione aggravata, nel caso grillino, da un’evaporazione del Consiglio comunale, degli organismi regionali annientati dal potere, oscuro ed evanescente, della consultazione in rete? Davvero il conservatorismo costituzionale non abbia nulla da replicare di fronte a questo scempio del “dibattito pubblico”?

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