cultura “Europa, forza gentile” è il titolo di un libro coetaneo dell’euro. Sulla copertina, la ninfa che secondo il mito domava la violenza del toro, a simboleggiare il ruolo dell’Europa che limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la “forza gentile” del diritto e della cultura. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità pensando alla commissaria europea alla pesca che intima ad Andrea Camilleri di “non permettere” al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine “inaccettabile nel Mediterraneo” di mangiare i pescetti neonati. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, costretta da un egualitarismo a ogni costo ha preso le forme scellerate del “politicamente corretto”.

Certo, quando il libro uscì essendo i primi giorni in cui circolava l’euro, su tale forza gentile si potevano ancora nutrire illusioni. Eppure, già si coglieva la differenza di stile tra la moneta italiana, impregnata di spirito umanistico e quella francese intrisa di nazionalismo fuori tempo. Una situazione analoga era possibile coglierla dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. Tale constatazione non stimolava solo considerazioni ovvie sulla persistente vitalità del senso artistico italiano, a fronte del nazionalismo becero di Francia e Germania, ma anche riflessioni sugli ostacoli da superare per costruire una unificazione culturale e politica, di cui la moneta unica poteva essere soltanto una espressione tangibile. Invero, non v’era da inventare nulla, essendo stati gli scambi culturali un aspetto distintivo della civiltà europea.

La rivoluzione scentifica in Europa

Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, circolavano come un patrimonio di tutto il continente e così fu nei secoli successivi. Occorre riconoscere che tale comunanza culturale al di sopra delle nazioni e delle lingue, fu un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione culturale che coinvolga non élites ma popoli è ben più complessa e difficile. Ma furono proprio le difficoltà intrinseche a tale realizzazione all’origine del “programma Erasmus (EuRopean common Action Scheme for Mobility of University Students)”, nel 1987, volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, per farle loro apprendere e amarle come la propria, a considerarle come la propria. Ma il realismo non è stato, e non è, l’anima della costruzione europea. La quale è stata dominata dalla ideologia del “politicamente corretto” che ha dato origine a un equivoco deleterio. Nei biglietti della carta moneta europea è condensata l’immagine di tale equivoco, della detestabile ipocrisia di cui oggi si coglie la manifestazione nella insolenza dei paesi europei secondo inveterati vizi nazionalisti. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. E il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di artisti sommi: ma ciascuno di essi doveva essere bilanciato da un ugual numero di artisti maltesi o finlandesi. Il superamento delle divisioni nazionalistiche avrebbe dovuto manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali sono un patrimonio comune seppure diversamente ricche e diversamente influenti. Ma così non è stato. I biglietti di carta sono l’immagine della miseria morale e culturale con cui si è inteso costruire l’unificazione e sono la testimonianza del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali.

Le cause degli egoismi nazionali 

Le cause di tali effetti degeneri sono da rintracciare nella sintesi del politicamente corretto e dei suoi scellerati attrezzi: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali. Nel migliore dei casi, è stata consentita quella limitata scelta che le immagini delle monete metalliche evocano; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dallo squallido vuoto della carta moneta, metafora del metodologismo puro, con cui la tecnocrazia giustifica il suo vuoto e la sua pretesa di procedere in modo scientifico.

Si consideri il programma Erasmus. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Misurando il successo del programma con i numeri, ogni paese si è affannato a salire nelle classifiche di chi avesse accolto più studenti, senza preoccuparsi di cosa fanno e di cosa apprendono. Un fallimento. Ma l’Erasmus è soltanto uno degli esempi. Il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente è rappresentato in modo perfetto dalle famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo.

1.    Comunicazione nella madrelingua;

2.    Comunicazione nelle lingue straniere;

3.    Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia;

4.    Competenza digitale;

5.    Imparare ad imparare

6.    Competenze sociali e civiche;

7.    Spirito di iniziativa e imprenditorialità;

8.    Consapevolezza ed espressione culturale.

Nel 2006 fu detto che la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi. Era un percorso lungo e faticoso, ma l’unico realistico e concreto. L’alternativa era la tecnocrazia dettata dalle esigenze economiche: ignorare la cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e conseguire la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia nel delirio di un vuoto concettuale. E come sempre accade, il vuoto concettuale mobilita chi sguazza nella metodologia. E’ proliferato così un esercito di specialisti del nulla, solerti e implacabili nell’applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. È così avvenuto che l’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della autentica cultura europea, il quale va progressivamente divorando persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere immortali. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale europea.

Si resta inorriditi di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un moloch buro-tecnocratico che divora la parte più alta e nobile della civiltà europea.

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