Data la crescente difficoltà a contenere le numerose rivolte all’interno dell’impero, nel 293 d.C, l’Imperatore Diocleziano, al fine di facilitare le operazioni militari e proteggere l’immenso impero dalle continue e feroci incursioni barbariche, decise una divisione funzionale e territoriale in quattro vaste aree con rispettive capitali. Il potere non fu più in mano a un’unica persona, ma venne esercitato da un collegio composto da due Augusti e due Cesari (tetrarchia). Il territorio dell’impero fu diviso in due parti: Occidente e Oriente. Furono nominati un Augusto e un Cesare per l’Occidente e un Augusto e un Cesare per l’Oriente. Ciascun tetrarca scelse la propria residenza in una città diversa. Le due sedi imperiali in Occidente furono Treviri e Milano. Roma rimase la sede del solo Senato.

Tutto il territorio venne ridisegnato dal punto di vista amministrativo; vennero abolite le regioni augustee con la relativa divisione in “imperiali” e “senatoriali”, vennero create dodici circoscrizioni amministrative (le “diocesi“), rette da vicari e a loro volta suddivise in province.

A tale divisione dei poteri civili dell’Impero non corrispose una identica ripartizione dei poteri religiosi della Chiesa cristiana, assegnati a cinque vescovi, conosciuti come Patriarchi: i vescovi di Roma, di Alessandria, di Antiochia; di Costantinopoli e di Gerusalemme. I patriarchi avevano autorità e precedenza sugli altri vescovi della Chiesa.

Nel 306 il generale Massenzio grazie anche al vuoto lasciato dai due tetrarchi d’Occidente a Treviri e a Milano, pretese di ripristinare la sede imperiale romana e con il suo esercito si proclamò capo incontrastato dell’Urbe. Nella primavera del 312 Costantino tetrarca d’Occidente di recente nomina, affrontò Massenzio. Lo scontro decisivo avvenne nella Battaglia di Ponte Milvio. Costantino vinse. Entrato in Roma come unico Augusto d’Occidente, celebrò il Trionfo, ma ormai convertito al Cristianesimo grazie soprattutto alla azione di sua madre Elena (sant’Elena), non salì il colle del Campidoglio, sede del tempio più sacro ai romani, non rimase a lungo a Roma ma si recò a Milano (nel 313). A Milano firmò il famoso editto di tolleranza secondo cui ciascuno poteva praticare il proprio culto. I Cristiani fino ad allora perseguitati poterono così esprimersi e praticare il loro credo senza temere persecuzioni. L’editto di Costantino se liberò i cristiani dalla schiavitù delle catacombe, generò immensi problemi. Con esso si passava infatti da una sola religione politeistica, a due religioni diverse: politeistica quella pagana, monoteistica quella cristiana. Quest’ultima a sua volta imponeva per i cristiani una revisione degli stilemi di comportamento (atti, devozioni, riti, giorni sacri…). In più richiedeva che tutta la massa di documenti, di leggende, di credi, fosse resa uniforme in oriente e in occidente e fosse rigorosamente condivisa. Di qui la esigenza di un concilio ecumenico. Il concilio fu convocato nel 315 a Nicea, poco distante da Istanbul e fu l’importantissimo primo Concilio ecumenico del mondo cristiano. A presiederlo fu Costantino stesso, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute. L’intento tuttavia era anche politico, perché se tali dispute non fossero state risolte avrebbero dato un ulteriore impulso alla disgregazione dell’impero.

Con la fine del Concilio di Nicea il Cristianesimo aveva un suo Credo condiviso e irrefutabile e i cristiani potevano godere della piena libertà di culto e una unità di fede, di riti, di giorni sacri come la Pasqua decisa dovere essere celebrata la prima domenica dopo il plenilunio di primavera. La nuova religione fu uno stimolo al superamento della corruzione dei pagani, sì che quando l’imperatore volle cercare funzionari dello stato onesti e competenti li cercò e li trovò tra i cristiani.

A Milano, ancora sede di uno dei diarchi d’Occidente e residenza della corte imperiale, si pose in evidenza un avvocato e amministratore d’eccezione, politico di levatura che godeva di ottimi rapporti con gli ambienti della corte e dell’aristocrazia romana, chiamato per le sue straordinarie capacità diplomatiche a ricoprire specifici incarichi per conto degli imperatori verso cui dimostrò sempre schiettezza e lealtà. Le doti di Ambrogio furono tali da influire in modo determinante sulle decisioni dell’imperatore in materia religiosa. Dopo vicende alterne, nelle quali brillò per la sua imperizia, l’imperatore Teodosio il Grande nominò Ambrogio vescovo di Milano e con l’editto di Tessalonica nel 380 dichiarò la religione cristiana religione unica dello Stato. Apparve ormai chiaro che la Chiesa cristiana diveniva l’erede designata e naturale della religione dell’Impero Romano irreversibilmente avviato al collasso. A quella Chiesa gli ebrei avevano dato un’etica, la Grecia una filosofia, Roma le avrebbe dato il suo spirito organizzativo, la sua liturgia, la sua gerarchia, la sua lingua. Il latino resterà infatti la lingua ufficiale della Chiesa fino all’ultimo Concilio Ecumenico, il Concilio Ecumenico Vaticano II del 1965. Roma, dunque oltre che il centro del potere temporale si apprestava a divenire anche il centro della Cristianità, il polo ecumenico cui i cattolici d’Occidente guarderanno nei secoli venturi.

Pur contrastato da residui del paganesimo, Ambrogio venne a Roma e ne divenne il vescovo. Con lui ebbe inizio il periodo di maggior diffusione del Cristianesimo, con il definitivo superamento del monoteismo e con il trasloco a Roma di ogni reliquia della vita, morte e resurrezione di Cristo.

Seppure il Concilio di Nicea avesse dato una unità dogmatica alla nuova religione che veniva dall’Oriente, l’assetto dei poteri dei tetrarchi rimaneva indefinito. Fondamentale era il problema riguardante i poteri del Patriarca di Roma. Roma era la capitale dell’Impero, a Roma era venuto San Pietro e al vescovo di Roma non si poteva negare qualche forma di supremazia rispetto alle altre quattro sedi di Patriarcato. Per questo quando nel 330 Costantino il Grande spostò la capitale da Roma a Costantinopoli, il Papa, Patriarca di Roma, venne riconosciuto quale primus inter pares (primo fra pari), formula ribadita più solennemente nel 381 dal II Concilio ecumenico, sebbene questa non fosse accompagnata da alcuna facoltà di veto né da altri poteri monarchici sugli altri patriarchi. Ma nonostante il pronunciamento del II Concilio ecumenico riguardo al Patriarca di Roma, il Patriarca di Costantinopoli, ormai seconda capitale dell’impero, cominciò a esigere un riconoscimento di poteri seppure non al livello dei poteri del Papa. Con Costantinopoli capitale dell’attuale Impero e Roma capitale storica, Roma che aveva costruito la immensità dello stesso Impero, emerse la debolezza della tetrarchia sia riguardo ai poteri civili sia riguardo alle tematiche religiose. Tale debolezza aggravata dalla crescente disunione nell’ambito di quello che era ancora l’Impero Romano contribuì alle violenti diatribe nell’ambito della Chiesa, contenute tuttavia dalla presenza dell’Imperatore Teodosio il Grande. Ma alla morte di Teodosio nel 395, la esistenza di due capitali, di due Patriarchi, le controversie riguardanti i poteri e i titoli da riconoscere all’uno e all’altro,  portarono alla divisione in due parti dell’immenso Impero di Roma: l’Impero romano d’Occidente e l’Impero romano d’Oriente, ognuna con il suo Imperatore e Patriarca, distinti nelle funzioni e nei poteri ma identici nel Credo proclamato a Nicea e nella liturgia ecclesiale. Così si apriva il V secolo. Ormai separati i due imperi ebbero evoluzioni differenti per cause e aggressioni diverse. L’Impero romano d’Occidente fu invaso dai Germani, che non mutarono sostanzialmente nulla. Determinante e dagli effetti tuttora perduranti fu invece l’invasione musulmana.

Il superamento del politeismo e la definitiva affermazione del monoteismo erano stati due eventi di una importanza immensa, resi più rapidi dalla predicazione in oriente di Maometto tra il 570 e il 630 d.C. Maometto, nato a La Mecca in Arabia Saudita appena cinque anni dopo la morte dell’Imperatore Giustiniano, credeva nella unicità del dio creatore, ma era avversario mortale del duplice potere, temporale dell’Imperatore e spirituale della Chiesa. Soprattutto contrastava la politica di dominio dei romani sui luoghi sacri dei cristiani. Dopo aver scritto il Corano nel quale volle replicare l’Antico Testamento, proclamò il primo stato islamico, monoteista e teocratico nel quale i due poteri, temporale e spirituale, erano ricondotti nelle mani di un solo uomo: il Califfo (in arabo successore). Con la costituzione del primo califfato, la dottrina di Maometto divenne religione, la religione islamica in evidente e radicale contrapposizione alla religione cristiana. L’avvento della religione islamica rappresentò la fine definitiva del politeismo e del paganesimo. Le dispute da allora riguarderanno solo quale delle due religioni monoteistiche fosse la vera e rivelata religione. Tuttavia, quello che all’inizio fu uno scontro teologico divenne uno scontro militare e in seguito scontro economico e territoriale. I luoghi santi di Gerusalemme avevano infatti attirato pellegrini da tutto l’Oriente e dall’Europa, avevano permesso il trasferimento in Palestina di notevoli risorse economiche e di ricchezze, che attiravano il Califfato il quale si organizzò per averne il possesso totale. Vi riuscì il Califfo Omar che nel 638 conquistò Gerusalemme e a testimonianza della religione di cui era portatore fece costruire la prima moschea: la Moschea di Omar. Quella moschea ancora oggi luogo sacro per i musulmani e di attrazione per i turisti soprattutto per la sontuosa cupola dorata e l’immensa spianata antistante.

 Con la conquista di Gerusalemme del 638 ebbe inizio la lunghissima stagione delle conquiste arabe anche in Europa. Perso il Regno Franco nella celeberrima battaglia di Poitiers del 732 vinta da Carlo Martello, nonno di Carlo Magno, gli arabi si rivolsero verso la Sicilia, verso il Meridione d’Italia e soprattutto verso la Spagna. Tuttavia, la poderosa avanzata in occidente degli arabi islamici, le angherie e le violenze cui sottoponevano le popolazioni indisponibili ad accettare il nuovo credo, cominciarono a preoccupare la Chiesa di Roma, che in quelle conquiste vedeva il progressivo affermarsi di una potenza militare e di un credo che non era il Credo del Concilio di Nicea. Fu per tale ragione che il papa cercò alleanze nelle potenze dell’epoca per tentare di arginare l’invasione araba. Le argomentazioni non poterono essere però solo religiose, molte essendo le riserve nei confronti della Chiesa di potenze come la Spagna, e in Italia delle potenze marinare di Genova, Amalfi e soprattutto Venezia. Occorsero altri argomenti come il commercio con il medio-oriente, le ricchezze dei paesi arabi, il dominio del Mediterraneo orientale riconosciuto a Venezia, il cui arcivescovo conserva ancora il nome di storico di Patriarca) e occidentale (la Spagna), perché queste potenze aderissero alla iniziativa del papa.

A fronte della invasione musulmana la Chiesa d’Occidente fu costretta a salvaguardare la sua organizzazione, la sua gerarchia, subendo la tragica influenza dei barbari: il pensiero teologico e filosofico germinato a Nicea cessò, e la fonte dei Padri della Chiesa non riuscì a dare nuovi spunti di ricerca. Rimasero soltanto pochi ecclesiastici a interessarsi di teologia o di morale. Tuttavia, fu grazie alla Chiesa d’Occidente che la memoria romana si tramandò. Fu la Chiesa d’Occidente ad amministrare la cosa pubblica, con il suo personale, i suoi canonici e i suoi vescovi. Fu essa che curò gli affari secolari e fu grazie a tali capacità di organizzazione e di governo che riuscì a sopravvivere al disfacimento quasi totale del mondo antico che ebbe luogo nella parte occidentale. E pur subendo gli effetti degeneri dei barbari, la Chiesa cattolica d’Occidente riuscì a emanciparsi rispetto alla Chiesa cattolica ortodossa d’Oriente da cui si allontanò progressivamente ma inesorabilmente.

Altri fattori contribuirono al progressivo allontanamento e alla progressiva diversificazione dell’Oriente dall’Occidente. La lingua dominante dell’Occidente era il latino, mentre in Oriente era più diffuso il greco. Il bilinguismo latino/greco benché frequente e assai diffuso presso i ceti sociali più elevati e gli uomini di cultura, iniziò a declinare, rendendo difficile la comunicazione fra Oriente e Occidente. Con il venir meno dell’unità linguistica, anche l’unità culturale iniziò a dare segni di cedimento: la cultura occidentale si trasformò sensibilmente per influenza dei popoli germanici, mentre l’Oriente continuava ad essere legato alla tradizione della cristianità ellenistica, rafforzando la tradizione e il rito greco in cui si espresse la Chiesa delle origini. Le quali usavano ormai riti differenti e preservavano differenti dottrine religiose. Sebbene al Grande Scisma tra le due parti della cristianità si sarebbe giunti solo cinque secoli più tardi, le cause che l’avrebbero determinato apparivano chiaramente percettibili fin dall’epoca che seguì la scomparsa nel 565 dell’ultimo imperatore romano orientale di lingua e cultura latine: Giustiniano I.

Quando infatti nel 1043 Michele I Cerulario divenne patriarca di Costantinopoli, diede inizio a una campagna contro quelle che riteneva le innovazioni della Chiesa Latina che a suo parere deviavano dalla “retta fede”, quali la natura dello Spirito Santo, che il Credo niceno aveva ritenuto “Procedere dal Padre e dal Figlio”. L’inserimento del Filioque nel Credo niceno fu definito atto non canonico dalla Chiesa orientale, ma violazione del comando del Concilio di Efeso nel 431, secondo cui la prima e la seconda persona della Trinità non potevano essere coeterne ed uguali. In aggiunta la introduzione del Filioque nel Credo niceno, all’Oriente parve alterare non solo il Credo universale, ma anche la dottrina ufficiale della Trinità, con ciò creando una irrazionale “doppia paternità” dello Spirito Santo.

Quella del Filioque, per quanto la più rilevante e discriminante, fu solo una delle ragioni della disputa teologica ricca invece di altre argomentazioni e divergenze. Tra queste v’era la non definizione del primato di giurisdizione universale del papa, che poneva il quesito se il Vescovo di Roma dovesse essere considerato un’autorità superiore a quella degli altri patriarchi. Tutti i cinque patriarchi della Chiesa concordavano sul fatto che il Vescovo di Roma dovesse ricevere onori più elevati degli altri ma non era chiaro se e in che modo gli spettasse una indiscussa autorità di giurisdizione sugli altri quattro e quanto ampia potesse essere tale autorità. La prassi precedente aveva riconosciuto al papa un primato d’onore ma non di vera e propria giurisdizione. Inoltre tale primato d’onore era accettato, ma semplicemente perché era il vescovo della capitale dell’Impero romano e non per divina disposizione sulla base della dottrina tradizionale occidentale, che vedeva il papa legittimo successore di san Pietro e, pertanto, investito di autorità su tutta la Chiesa.

V’era poi la designazione del Patriarca di Costantinopoli come “ecumenico”, cioè “universale”, attributo che Roma riconosceva solo ai patriarcati fondati da uno degli apostoli. E ancora il concetto di cesaropapismo, un modo per mantenere unite le autorità politiche e religiose, che si erano separate molto tempo prima, quando la capitale dell’Impero venne spostata da Roma a Costantinopoli. Ed infine la relativa perdita di influenza dei patriarchi di Antiochia, di Gerusalemme e di Alessandria conseguente alla crescita dell’Islam, che portò le politiche interne alla Chiesa ad essere viste sempre più come un rapporto “Roma contro Costantinopoli”.

Dunque, all’inizio del XI secolo, esistevano due Chiese, quella cattolica di rito latino in Occidente e quella ortodossa di rito greco in Oriente. Due Chiese, due Patriarchi, due visioni diverse della teologia della Trinità, dei poteri dei Patriarchi, due Chiese, distanti rese ancora più distanti dalla minaccia dell’Islam, due Chiese coinvolte in dispute perpetue e per nulla edificanti. Quel periodo di dispute ebbe l’ambizione di chiarire per tutti e per sempre la teologia universale. Ma di tale ambizione spartì solo in piccola parte i connotati nobili, l’ardore della verità, la genuinità delle convinzioni, la speranza del futuro mentre in larga parte espresse al meglio i connotati deteriori: il possesso delle ricchezze e la supremazia del potere. Occorreva porvi rimedio.

Allo scopo nel 1054 papa Leone IX inviò a Costantinopoli delegati per tentare di rimediare a tanto disputare. Ma fu un disastro. Il 16 luglio 1054, uno dei cardinali depositò sull’altare di Santa Sofia una bolla di scomunica contro il patriarca di Costantinopoli e i suoi sostenitori, atto che venne inteso come scomunica di tutta la Chiesa bizantina. La risposta di Costantinopoli fu non la conciliazione ma la scomunica dei legati papali. Questi anatemi reciproci, corredate dalle reciproche rivendicazioni di possedere l’una e non l’altra il titolo di “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica” e di essere custode dell’Ortodossia cristiana, sancirono la definitiva separazione della Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa. E fu Scisma. Le Chiese si separarono, divise in tutto tranne nel rivendicare ciascuna per sé il titolo “Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica”.

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