di-maiodi-maioRibadire quanto di immensa ambizione, smoderata vanità, povertà di intelletto, scellerato esibizionismo, si è detto di Di Maio, non ha ormai alcun senso. Quanti lo hanno bocciato alle elezioni politiche, e ne hanno ribadito il declino in Molise e Friuli, hanno ampiamente colto la dimensione della tempestosa tragicommedia che si è abbattuta sull’Italia e che passerà come è passata la sciagurata IdV, passerà come ogni tempesta. Passerà dopo aver creato danni immensi, ma passerà. Ciò che invece è necessario esplorare e capire sono i fondamenti giuridici, la validità nell’ambito delle norme e forme della nostra democrazia rappresentativa, del conclamato “contratto di programma” con cui Di Maio si ostina a invitare forse politiche avverse per dare inizio a quella che con immutato orgoglio chiama Terza Repubblica. Tale contratto di programma, redatto dal comitato scientifico presieduto da Giacinto della Cananea, è costituito dai seguenti 10 punti: 1) Costruire un futuro per i giovani e le famiglie 2) Contrastare la povertà e la disoccupazione; 3) Ridurre gli squilibri territoriali; 4) Sicurezza e giustizia per tutti; 5) Difendere e rafforzare il SSN; 6) Proteggere le imprese, incoraggiare l’innovazione; 7) Per un nuovo rapporto tra cittadini e fisco; 8) Un paese da ricostruire: investire nelle infrastrutture; 9) Proteggere dai rischi, salvaguardare l’ambiente; 10) Per una amministrazione efficiente e trasparente: tagli agli sprechi.

Questi punti sono corredati da capoversi che non spiegano le soluzioni ipotizzate per attuarli ma spiegano solo i perché delle loro scelte. Come ognuno può constatare trattasi di una successione di ovvietà e banalità, cui nessuno potrebbe dire di no. I no derivando eventualmente non dagli obiettivi ma dai mezzi ipotizzati per raggiungerli, e dalla compagine governativa responsabile del loro raggiungimento. Ma né degli uni né dell’altra si fa riferimento. Rimanendo oscuri i mezzi, si può comunque abbozzare una riflessione sulla compagine governativa. Compagine la quale dovrebbe essere in ogni caso presieduta da Di Maio quale Presidente del Consiglio, così imponendo lui stesso sulla base di un ragionamento costituzionalmente insensato. Insensato in quanto secondo l’Art. 92 della Costituzione è il Capo dello Stato che “nomina” il Presidente del Consiglio e su proposta di questi, nomina i ministri. Stando il successivo Art. 94 secondo cui il governo deve avere la fiducia del Parlamento, prassi vuole che la nomina del Presidente del Consiglio avvenga tra le personalità di spicco delle forze che possono garantire una maggioranza assoluta tale da permettere di ottenere la fiducia. Si dà il caso che il M5S non abbia né la maggioranza assoluta né quella relativa. Dunque, rimane incognito a quale titolo Di Maio esige per sé la nomina a capo del governo. Con ingenue argomentazioni sostiene che la coalizione avversaria guidata da Salvini e che ha in Parlamento 63 parlamentari in più, è una accozzaglia di partiti, divisi da programmi diversi, da diverse organizzazioni interne, diverse visioni in politica estera, diversi approcci al drammatico problema della immigrazione. Dunque, è una coalizione cui non può essere affidata la premiership. È bene osservare che la legge elettorale ammetteva la formazione di coalizioni prima delle elezioni, senza vincolo alcuno, in particolare senza vincoli di programmi comuni. Per tale ragione la coalizione è stata ammessa alla competizione elettorale ed è risultata quella avente il maggior numero di parlamentari. Dunque, stando lo spirito della Costituzione la nomina a presidente del Consiglio spetterebbe a Salvini, capo della coalizione di cdx e non a Di Maio. Il quale invece, o perché guidato male, o perché sicuro di poter raggiungere da solo la maggioranza assoluta, prima delle elezioni non ha voluto allearsi con nessuno. E ha fallito. Ora vittima della sua traboccante fatuità questua a dx o a sx un alleato a sostegno della sua immotivata autocandidatura, in cambio del millantato contratto di programma. Il quale, in aggiunta, per essere posto in essere avrebbe bisogno anche di una compagine governativa, della quale tuttavia nessun documento, nessun sermone televisivo, nessuna esternazione ne fa cenno. Eppure, dei ministri sono necessari e dovranno essere proposti. Ma da chi e appartenenti a quale formazione politica? Di Maio su questo punto tace! Medita forse che siano gli stessi che con improvvida protervia volle sottoporre alla attenzione del capo dello Stato che stizzito nemmeno volle sapere chi fossero? E se questo è il suo pensiero, è forse convinto che un qualunque alleato sarebbe disposto a tanto, per nulla? E se invece oltre al contratto di programma, che Renzi ha ragione di non voler nemmeno leggere, disseminato com’è di banalità, fosse aperta alla discussione anche sui ministri? Non sarebbe forse questo un inciucio, un balletto di poltrone, un accordo, contro cui Giggino aveva tuonato durante la campagna elettorale? Non sarebbe questo il fallimento della democrazia diretta, artatamente inserita in forme e norme di democrazia rappresentativa con essa non compatibile? Come si vede si è di fronte a un “prodigio di agilità dorsale”, seppure contrario a ogni disponibilità al compromesso, pur di salire a Palazzo Chigi. Ma per gli altri perché mutarsi in pagliacci, sperando di vedere, sul labbro di un ministro, lo spasmo di un sorriso? Perché banchettare ogni giorno e raccogliere gli avanzi di un bifolco? Perché plasmarsi pronti a ogni critica insozzante sui giornali? Perché arrovellarsi per stendere delle suppliche e farsi raccomandare, da un dipendente di una società privata?

No, grazie, Di Maio. Grazie, no!

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