Il percorso doloroso di una donna quale emblema

di un cammino di redenzione

uomo dal mareCon L’uomo venuto dal mare Annunziata Sgura prosegue il racconto iniziato nelle sue Storie di Donne, e illumina di luce livida la opprimente realtà della sua terra di Puglia attorno agli anni Venti del ‘900: realtà gonfia di pregiudizi, di falsi pudori, di miserie nel vivere e nel sentire, di vocazioni riparatrici, di istituti religiosi spesso scuole di malaffare. Realtà di padri padroni, e dottori altolocati che con protervia si accaniscono contro l’innocenza di fanciulle dolci, sognanti, innamorate. Innamorate pur ignorando l’amore e dell’amore le manifestazioni più esaltanti o violente della sessualità.

La storia di Marietta, la protagonista, prende avvio dalla comparsa di quel sangue che Gesù ha trasferito nel suo corpo attraverso una ferita del Suo costato, a ricordo della condanna della donna a dover partorire nel dolore, e si conclude con l’addio al suo mondo d’origine varcando il mare per affrontare la infinita avventura degli oceani. Nella spiegazione che Marietta divenuta donna riceve dalla mamma quale testimone nella staffetta della vita, c’è la dottrina e la misura della consapevolezza del dove abbia origine il dolore secondo Annunziata Sgura. Un dolore che ne L’Uomo venuto dal mare si dilata oltre i confini della Puglia per avvolgere i continenti e divenire universale. Un dolore eterno quanto la vita, del quale si riconosce l’origine ma si ignora il perché. La prima notte d’amore di Marietta con l’uomo che il destino le ha donato, avviene infatti non in una alcova odorosa del pulito delle lenzuola fresche, preparate perché il sacrificio della fine della età casta sia testimoniata dal sangue sul loro bianco candore, ma è vissuta nel giardino di un istituto di suore, innamorati nascosti dai rami, in una alcova inghirlandata dai fiori rossi di croco. Un giardino che rinvia alla dolcezza dell’Eden di Eva e Adamo, in cui la bellezza della notte, il profumo dei fiori, il solenne silenzio della natura, sono i fondali del grande evento della vita, della pienezza del tempo di una donna: la prima volta, il primo sangue sparso per amore. Ma se è lì che Marietta assapora il miele del frutto proibito è di lì che una gravidanza non programmata e non desiderata dà inizio alla parte più impervia del suo calvario. Con un sotteso riferimento al Paradiso Terrestre, la divina foresta spessa e viva che lo sommo ben diede per arra[1] d’etterna pace, la Sgura individua in Eva l’origine del dolore, in Eva colei che per sua difalta lì dimorò poco;/ e che per sua difalta in pianto ed in affanno/ cambiò onesto riso e dolce gioco (Dante Pur. Canto XXVI).

Marietta nata nell’arretratezza di una cittadina pugliese d’inizio ’900, cerca nell’amore di Michel, un uomo venuto dal mare, il riscatto di se stessa e della propria misera condizione. Con Michel marinaio garbato e sensibile, lui stesso figlio di nessuno e alla ricerca della madre con la medesima intensità della ricerca della propria anima, Marietta instaura una relazione intensa, arricchita da una profonda e continua condivisione di idee e di visioni. E Michel diverrà il padre inconsapevole del suo figlio. Ma Michel si perderà nei sottofondi di Buenos Aires alla ricerca della madre che gli parrà di aver trovato tra i relitti umani di una città inumana e pagherà col sangue la breve gioia di averla trovata. Michel era morto per amore, e da quell’amore Marietta trae il coraggio per continuare a vivere per sé e per il suo bambino. Studia, viaggia alla ricerca delle origini del padre del suo bimbo, costantemente travolta dalla violenza della vita e dalla ineluttabilità del dolore sperimentato per essere donna. Tra i due poli di Marietta, creatura che brilla di quella luce affascinante ch’è propria di tutte le anime libere impegnate nella ricerca di una dignità che mai può dirsi compiuta, e di Michel, creatura venuta dal nulla e alla ricerca delle sue origini nella ricerca della madre e teso con dolcezza a costruire il suo futuro nell’amore santo e benedetto di Marietta, si avvicendano innumerevoli altre figure femminili, tutte dilaniate dagli affetti di quel peccato d’origine: madri-bambine costrette a vendere il frutto della colpa, fanciulle assediate dal potere ossessivo di uomini in cerca di giovani fragranze, donne costrette alla vita monastica senza gioia nè vocazione, perché reiette dalla società onorabile per relazioni d’amore inconfessabili o impossibili.

Scorrono così immagini della storia della prima metà del ’900, impregnata di una cultura opprimente della sessualità, che ignorando la naturale pulsione di ogni fanciulla all’amore pieno e consumato senza condanne, le costringe a sotterfugi, inganni, abiure, fughe, aborti. Così la comunità di cui Marietta si circonda negli anni, fatta da uno stuolo di figli legittimi o comprati, di amici e corteggiatori di passaggio, di uomini sposati non per amore ma per opporre barriere apparenti di fatua onorabilità, acquista i connotati di un emblema di sofferenze, di speranze mai sopite e mai realizzate, una sorta di piccole particelle di una umanità travolta nella sua impotenza dal naufragio della vita.
In tale deserto di anime, di macerie vivide Marietta riesce a vivere, si muove con agilità. E nel modo con cui la fa vivere nella tormenta delle vicende del cuore, dei tanti interrogativi posti dalla coscienza religiosa, nella incompiuta battaglia tra libertà da ogni comandamento e rispetto dell’ordine sociale e morale, v’è tutta l’Arte della Fede che Annunziata Sgura riesce trasmettere al lettore affascinato. Nella traiettoria esistenziale di Marietta si colgono i segni della rivelazione redentiva. Rivelazione che è divenire, accrescimento, percorso di maturazione affidato alle donne. Le quali a partire dalla centralità di Maria, “vergine madre”, di speranza fontana vivace, e ricordando che furono donne le prime a conoscere la Resurrezione di Cristo, assurgono alla somma dignità a loro riconosciuta nella “Mulieris dignitatem” da Giovanni Paolo II, attraverso il riconoscimento della loro sensibile intelligenza e conoscenza di leggere e interpretare il quotidiano e il tempo disteso dell’esistenza.

Annunziata Sgura viene dalla Puglia e nella sua scrittura si avverte il ritmo fluente del mare che s’increspa e si acquieta. Una scrittura diretta, corporale perché vibra di tutte le impressioni di quella intelligenza dei sensi fisici pronta a cogliere ogni sfumatura, ogni trasformazione dentro quel compagno che è il corpo. Parla della sessualità, dell’amore fisico in modo libero, diretto, arioso, profondo mai volgare o gratuito. Nella tessitura del suo racconto colpisce la netta presenza della fisicità, della squillante bellezza e necessità dell’amore, stupisce la sua capacità non di descrivere ma di entrare nell’intimo di una situazione erotica svelandone la dolcezza, i trasalimenti, gli abbandoni. Gli occhi del libro sono quelli di una narratrice che si confonde con il suo personaggio, così che i passaggi dalla prima alla terza persona sono fluidi, senza alcuno stacco. I tempi dei verbi scorrono, a volte saltando in modo netto da un capitolo all’altro ma senza cesure, quasi a battere il tempo interiore ritmato dalla volontà di Marietta di comprendere tutto quello che le accade intorno senza farsene dominare. Sono le ore, gli anni, sono i tempi della propria storia. Lei, diventata ragazza madre nel giardino di un istituto di suore, ripudiata della famiglia gretta nella vigorosa difesa del proprio onore, resta in una comunità di figli naturali e acquisiti, di amiche che si perdono e si ritrovano, dove i personaggi crescono secondo la necessità del loro percorso interiore, senza vincoli od obblighi di sorta. Comunità che è luogo segnato dai ritmi delle stagioni, dalla presenza del mare, dalla vita che vi si svolge dentro e che appare scandalosa ad occhi estranei. Un libro cinematografico dunque fatto d’immagini che restano impresse per la loro vivacità e ricchezza, ma sopratutto per la capacità della Autrice di descriverle e farle vedere allo sguardo interiore. E’ un groviglio di sensazioni, di entusiasmi e umiliazioni, di estasi amorose e iniqui eventi, di dolori e gioie inaspettate, quello che attraversa la vita di Marietta e della sua comunità. Gioie vissute con totale dedizione perché danno ragione alla lucidità del pensiero che Marietta coltiva come sola possibilità di riscatto. Gioie vissute con lacrime che sgorgano da un cuore con le ali, al canto dei gabbiani, per volare verso il golfo mistico dell’amore. Quelle gioie che nascono dalla necessità e dalla bellezza che spingono a vivere. A tutti i costi.
[1] Arra, contrazione di caparra, anticipo.

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