salviniMA IL POPOLO SOVRANO HA SEMPRE RAGIONE?

L’art.1 della Costituzione sancisce che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Nella tragicommedia messa in scena da oltre due mesi, con l’incalzante richiamo agli 11 milioni di elettori che hanno votato M5S, a fronte del tripudio di veti conseguenti a tali voti, alla stanchezza di un paese che chiede un governo, a un Presidente della Repubblica che ricorda le prerogative riconosciutegli dalla stessa Costituzione, al grido di dolore di chi sente nelle parole di Mattarella tristi rintocchi di una democrazia agonizzante, è lecito chiedersi se un popolo sovrano ha sempre ragione nel modo con cui esercita tale sua sovranità. Nella recente Storia d’Italia, vi è un tetro e tragico esempio del come la sovranità del Popolo possa essere esercitata in modo da generare involuzioni nefaste e dolorosamente distruttive.

Nel 1924, dopo le inutili elezioni del ’21 che non avevano permesso di individuare né vincitori né vinti, furono tenute nuove elezioni con una nuova legge elettorale: la legge Acerbo. Legge che modificava il sistema proporzionale in vigore, riconoscendo un premio di maggioranza al partito che risultasse avere la maggioranza relativa oltre la soglia del 25%. La formazione politica che si aggiudicò il premio di maggioranza, fu il Listone nel quale erano confluiti oltre al PNF guidato da Mussolini, esponenti liberali e democratici tra cui Orlando Salandra, De Nicola. Furono queste le elezioni dell’aprile 1924, contro cui Giacomo Matteotti, petulante militante socialista, già espulso nel 1922 dal PSI con Filippo Turati, e segretario del nuovo Partito Socialista Unitario da lui fondato, si scagliò con un veemente discorso il 30 maggio, denunciando violenze e brogli, complice involontario il partito comunista.

Renzo De Felice che ha definito “assurda” l’interpretazione di questo discorso. Matteotti non mirava a invalidare il voto, ma a costruire una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo. Una opposizione intransigente che aveva per altro già espresso in una lettera a Turati prima delle elezioni.

Il popolo, nella sua sovranità e nella sua ignoranza, si era dunque espresso a favore del fascismo. Di Mussolini, dei suoi propositi, ignorava tutto. Era stanco e deluso. Stanco delle sommosse, dei tumulti inconcludenti, delle risse interne al Partito Socialista dalle cui viscere nel 1921 a Livorno era venuto alla luce il Partito Comunista Italiano e che nel ’22 aveva anche espulso Matteotti. Quel popolo di reduci, di operai mandati nella fornace della “inutile strage” della I Guerra Mondiale, attendeva solo il riconoscimento del proprio sacrificio e il ritorno alla situazione economica e sociale, che aveva dominato il periodo prebellico. Ma fu tradito. Non colse il progetto di Mussolini, non ebbe alcun sentore della imminente dittatura, e nella sua sovranità indiscussa si gettò nelle braccia nefaste del fascismo.

Una situazione assai simile si è verificata con le elezioni del 4 marzo 2018. Il Popolo sovrano si è espresso, dimenticando che la sua sovranità deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione. La quale prevede (art. 92) che il Presidente del Consiglio sia di nomina presidenziale, quali che siano i risultati elettorali. E aggiunge che è prerogativa del Presidente della Repubblica nominare anche i ministri, su proposta (non vincolante) del premier. Pare che Di Maio e Salvini ignorino queste prerogative del Capo dello Stato. Di Di Maio non sorprende, il ragazzo è aggredito da una ambizione galoppante, a ragione della quale prima delle elezioni inviava al Capo dello Stato la lista dei ministri del “suo Governo”. Ma Salvini? Salvini si capisce. Lui si sente e sarà il Salvatore della Patria, uno dei Padri che sopravvivrà alla sua sbornia di giungere almeno al Viminale. Ma ai tanti che in quella immensa piazza che è FB, si stracciano le vesti per l’intervento di Mattarella, a Dogliani in Piemonte, conviene ricordare quanto da lui detto.

Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario.

La presidenza di Einaudi fu “tutt’altro che ‘notarile”. “Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art. 81 della Costituzione”. Spettava a Luigi Einaudi essere il moderatore dell’avvio della vita dell’Italia democratica e repubblicana. Per questo, con discrezione e fermezza diede vita a un dialogo di permanente leale collaborazione istituzionale.

“Rendere omaggio oggi al primo presidente ‘costituzionale’ della Repubblica significa riflettere sui caratteri della democrazia di allora. Una democrazia in bilico, incerta, perché mai conosciuta dal popolo italiano e mai sperimentata. Ma con i risultati delle elezioni del 18 aprile 1948, la divaricazione tra le forze politiche legittimate a guidare il Paese e quelle a cui era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia conflittuale e dissociativa”. Oggi, i populisti dell’uno e dell’altro schieramento, si danno coraggio ricordando i voti ricevuti dal Popolo e che la sovranità è del Popolo. Continuano a baloccarsi in quella quadratura del cerchio che è l’abbinare il consenso ottenuto alle promesse fatte. E questo è l’assurdo. Le promesse sono incompatibili con il consenso. Occorre scegliere. Perché se le promesse creano il consenso, il consenso non basta a mantenerle. E i fatti pietosi lo testimoniano. Forti nel consenso, i populisti appaiono impotenti ad avviare un governo che mantenga le promesse. Ma il Popolo, il Popolo sovrano di questo non ne ha colto il pericolo e l’inganno, come fu nel ’22. Ancora una volta, sbagliando nell’esercizio della sua sovranità!

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