MONOLOGO SCRITTO E RECITATO da DANIELA MUSINI

danielaChi scrive, si accinge recensire questo incantevole spettacolo con tremore e timore, colpito dalla complessità di qualcosa che nella sintesi di musica e parola, raggiunge i vertici di una soggiogante bellezza. Bellezza del testo recitato, bellezza dei passi originali cantati dalla Divina per farne stupenda colonna sonora, bellezza del monologo raffinato e ricchissimo di sfumature, bellezza nella illuminante recitazione che la stessa Autrice ne fa, sola per oltre un’ora.

Spettacolo affascinante, giustamente apprezzato e premiato, e che ora chi scrive vuole commentare nelle sue doviziose articolazioni: la concezione stessa di uno spettacolo tanto complesso, il testo del monologo, la recitazione, la sintesi tra parola e musica, la scansione temporale degli eventi della esistenza della Divina, le arie da Lei stessa cantate.
L’idea di portare in scena un monologo è già una idea ardita e a conoscenza di chi scrive ha un solo precedente nella celeberrima interpretazione che Pamela Villoresi fece della infelice storia di Ninì tratta dal Romanzo “Lo Scialo” di Vasco Pratolini.
In quel monologo c’era già il testo di un grande scrittore, qui invece il testo era da inventare e scrivere per essere letto e poi interpretato.

Daniela Musini ha saputo farne un capolavoro di un genere nuovo e appassionante. E nel ripercorrere la esistenza della Divina, dai suoi primi vagiti, fino agli ultimi sospiri, ha usato un linguaggio elegante, pittorico, ricchissimo di aggettivazioni che oltre a illuminare le personalità dei vari personaggi, era in sintonia con il testo delle arie cantate.
Un testo in cui la parola stessa si faceva canto e dava al canto della Divina una verità, una tangibilità che toccava gli animi e li elevava in inesplorati anfratti della sensibilità individuale. Testo dunque che da solo potrebbe commuovere e purificare.

A tanto fulgore di letteratura, si è aggiunta una recitazione perfetta. Il dominio del fiato così a lungo, la sapienza nell’occultare lo sforzo e la fatica, il fraseggio sempre aderente al testo, il cambio di fonazione al cambiare del personaggio, dalla mamma della Divina, al suo stesso linguaggio, al linguaggio della voce narrante, tutto è risolto in una meravigliosa antologia di tonalità vocali assai simili alle diverse tonalità di una orchestra completa.

E allo splendore del fraseggio la recitazione si è arricchita di una gestualità eloquente, ridente, sorridente, sensuale, tragica secondo i momenti. Irreprensibile e di purissima fattura la gestualità nella narrazione dell’amore della Divina per Aristotile Onassis. Un amore selvaggio, inebriante, totalizzante privo di ogni etica e legge, come sottolineato dal canto della Habanera della Carmen,
L‘amour est enfant de Bohême,​​​
Il n’a jamais connu de loi;
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime;
Si je t’aime, prends garde à toi!
L’amore figlio di zingari,
non ha mai conosciuto alcuna legge.
Se tu non m’ami, io t’amo;
e se io t’amo, abbi cura di te!

Versi recitati sulle movenze di un flamenco e concluso con un incantevole ed elegante intreccio delle mani che rimandavano alla Primavera di Botticelli.
Ancora più commovente e coinvolgente la scena dello strazio della Divina alla notizia della morte del suo bimbo Omero. Una scena dallo spasimo dolente, incontenibile, sottolineata dall’aria della Wally, “Ebben ne andrò lontana” fatta ascoltare fino al termine sulla frase là dove la speranza è rimpianto, è dolore, con un acuto ampio, maestoso e lungo della Divina che esprime l’infinita tristezza, l’immenso dolore per la perdita della sua unica speranza.

Oltre alla bellezza del testo, all’incanto della recitazione, lo spettacolo ha stupito per l’adesione quasi perfetta delle arie selezionate come colonna sonora, con i momenti della narrazione. Semplicemente sublime far ascoltare l’aria O mio babbino caro”, dal Gianni Schicchi, mentre la voce narrante rievoca confrontandolo con la dolcezza del padre l’iniquo rifiuto della mamma che vedeva in lei e nella sua voce solo una fonte di guadagno.

callasE poi i trionfi alla Scala scanditi da arie celestiali tratte dalla Sonnambula, “Ah! Non credea mirarti”, dal Trovatore “D’amor sull’ali rosee”, dalla Lucia di Lammermoor “Spargi d’amaro pianto il mio terrestre velo”, dalla Tosca “Vissi d’arte, vissi d’amore”, conclusa con la stupita invocazione Perché, Signore, perché me ne rimuneri così!
I trionfi ma anche i tonfi. Clamoroso, chiacchierato e ingiustamente insultato fu il tonfo al Teatro dell’Opera di Roma ai primi di gennaio del 1958. Per un malore improvviso, dopo il primo atto la voce le sembrò non più rispondere e per non cadere più in basso di come era caduta nella sublime invocazione della Casta diva, abbandonò lo spettacolo e si rifugiò sola nel suo albergo. Esterrefatto e rabbioso il pubblico, tra cui il Presidente Gronchi, reagì con imprecazioni e insulti, che allontanarono per sempre la Callas da Roma.

Ma alla fastosa luminosità della voce della Divina e delle sue memorabili interpretazioni, Daniela Musini aggiunge anche quella polvere di umanità che anima anche gli spiriti più nobili.
Il bisogno di affetto, l’intima gioia per sguardi desiderosi e sensuali che ogni donna assapora, la gioia di una maternità sperimentarla nel proprio grembo, ma presto frantumata dalla morte del neonato, il tradimento subito dall’uomo che aveva amato, che le aveva dato l’illusione della maternità, e che invece la lasciò per sposare una vedova di alto lignaggio, senza nemmeno informarla, la triste fine di quell’amore apparente che l’aveva legata a Pippo Di Stefano e l’altro con Pier Paolo Pasolini, fradicio di omosessualità, l’inesorabile decadimento della voce, il mancato successo come attrice nel film Medea di Pasolini, furono i primi mesti rintocchi di una mesta campana.

Una esperienza umana cosparsa di fiori e applausi scroscianti, pareva concludersi nel buio del silenzio e dell’oblio. Daniela Musini racconta questo trapasso con una recitazione sommessa, quasi a fior di labbra, accompagnata dal canto dell’”Addio del passato” dalla Traviata, sublime meditazione sulla caducità della vita e dei suoi fulgori.
La vita della Divina, sola senza un figlio, senza famiglia, senza un compagno, si spegneva nell’affanno di una invocazione somma: “Amami Alfredo”, di Violetta.
Nell’ascolto di tali struggenti note cade il sipario sull’immaginario memoriale dettato a una ipotetica giornalista, da Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos, soprano statunitense di origine greca, ormai per sempre Maria Callas la DIVINA. 
Divina donna baciata dagli dei. Tradita dagli uomini.

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