Si
Il modello italiano di democrazia rappresentativa nato con la Costituzione del 1947 è stato il parto della paura. La paura del tiranno, la paura dell’uomo solo al comando, la paura di un ritorno alla scellerata esperienza del fascismo. Paura inabilitante che ha generato un bicameralismo paritario nei poteri ma differente per rappresentatività dei partiti e dei cittadini; paura la quale ha dato vita a un sistema elettorale proporzionale che consente a nessuno di vincere e a tutti di conquistare infime porzioni del mercato elettorale; paura, che occultata nella esaltazione di un sistema dotato di pesi e contrappesi, ha germinato la paralizzante forma di dispersione del potere tra Magistratura, Corte Costituzionale, Consulta, Presidente della Repubblica con conseguenti instabilità di governo. Il modello alternativo proposto da Renzi con la riforma costituzionale mira alla stabilità degli esecutivi. La stabilità non come valore accessorio, ma come condizione necessaria seppure non sufficiente, per liberare il Paese dai mali che lo affliggono e che hanno nome evasione fiscale, corruzione, disoccupazione, debito pubblico, disuguaglianze sociali, povertà di infrastrutture, sovrapposizione e conflittualità di poteri, politiche inique e rapaci rivolte alla acquisizione del consenso e solo di rado miranti al bene dei cittadini.
Ma come favorire la creazione di governi stabili?
Certamente è necessaria una riforma elettorale che consenta la vittoria certa di una formazione partitica e la ripartizione dei seggi rimanenti tra i partiti che abbiano superato una ragionevole soglia di consensi. Riforma che però non è oggetto del referendum. Sono tuttavia necessarie altre riforme sulle quali invece il 4 dicembre si voterà. La più importante è il superamento del bicameralismo paritario. Il governo che Parlamento saprà esprimere, nella maggioranza dei casi dovrà interagire con una camera sola. Si sostiene che questo lungi dal semplificare il processo legislativo, lo complicherà, a motivo che il Senato manterrà comunque importanti competenze. È certamente vero che la differenziazione delle funzioni delle due camere comporterà la differenziazione degli iter legislativi, ma da porre in risalto è che la maggioranza delle leggi sarà approvata solo dalla Camera. Pensioni, fisco, sanità, scuola, lavoro, sistema bancario a differenza delle competenze attuali saranno di competenza dello Stato. Differenza non marginale ma cruciale perché si accorcerà il tempo medio di approvazione delle leggi, il processo legislativo avrà una maggiore trasparenza e il governo sarà maggiormente responsabilizzato nei confronti degli elettori. E con una camera sola cui spetterà l’approvazione definitiva della quasi totalità delle leggi si ridurranno drasticamente le incursioni dei partiti e si potrà porre argine alla loro infida occupazione dello Stato. Perché lo Stato è dei cittadini e va sottratto ai partiti. Ecco il perché della inesistenza del vincolo di mandato, coerente col principio che l’eletto risponde delle sue scelte agli elettori e non al partito che lo ha candidato o al movimento con cui ha sottoscritto un contratto.
Oltre al superamento del bicameralismo paritario la riforma prevede il ‘voto a data certa’. Con esso il governo avrà la possibilità di chiedere alla Camera di deliberare entro un massimo di 70 giorni su disegni di legge ritenuti urgenti e importanti. Il “voto a data certa” servirà non solo a rafforzare la capacità di decisione dell’esecutivo ma anche a evitare lo scempio degli emendamenti sciorinati a milioni e lo squallore delle maratone oratorie.
Eppure un governo espresso dai cittadini, fiduciato da una sola camera, che può incidere sull’agenda dei lavori parlamentari, è un governo che spaventa gli ancorati al vecchio modello di democrazia. I quali per insufficiente conoscenza o per timori vari e talvolta egoistici, temono che in esso si celi l’ombra del tiranno, in esso intravedono il rischio di una deriva autoritaria, in esso vedono l’uomo solo al comando. In realtà ciò cui il paese deve dire SI o NO è il tentativo generoso e lungimirante di creare un modello di democrazia in cui i poteri sono meno dispersi e più centralizzati. Un modello in cui la maggiore capacità decisionale del governo sarà collegata a una sua maggiore responsabilizzazione. Se la dispersione dei poteri è servita in passato a consolidare le istituzioni democratiche, oggi servirebbe solo a perpetuare inconfessabili rendite di posizione che alimentano immobilismo e irresponsabilità. E’ giunto il tempo, è maturata la consapevolezza che occorre traghettarsi dalla democrazia degli alibi alla democrazia della responsabilità. Ed è questa forma di democrazia che, senza intaccare i contrappesi presenti nella Costituzione, cerca di realizzare la riforma. Riforma che in aggiunta elimina la categoria della inestricabile legislazione concorrente. Molte competenze saranno infatti trasferite allo Stato. Non sarà ruolo delle Regioni occuparsi di porti e aeroporti, di infrastrutture strategiche, di energia, di assistenza sanitaria, di sistemi di autotrasporto e di navigazione. Sono materie per cui le Regioni, anche a ragione di una perniciosa contrapposizione, hanno ampiamente fallito e dissipato impunemente risorse. Che se ne siano occupate esse, ha creato disfunzioni, incertezze, contenziosi eterni, disuguaglianze insostenibili nella assistenza sanitaria, nel turismo, nella cura e difesa dell’ambiente. Ma a fronte del riequilibrio di competenze a favore dello Stato, l’art.116 della riforma rafforza il principio del regionalismo differenziato, grazie al quale una Regione ha la facoltà di chiedere allo Stato la devoluzione di ulteriori competenze, in caso di equilibrio di bilancio. E’ un incentivo per le Regioni meglio gestite. Avrà più poteri chi dimostrerà di saper governare meglio.
Forse tutto questo non basta a rendere la riforma perfetta. Persistono temi quali la non cancellazione delle Regioni a statuto speciale, la riforma della magistratura autoreferenziale e sindacalizzata, degli ordinamenti giudiziari assai carenti, la indeterminazione della durata della Nuova Costituzione prima di una sua ulteriore revisione. Purtroppo il processo politico è un processo costantemente in divenire, assai complesso, che richiede lungimiranza, flessibilità, sagacia. Richiede soprattutto disponibilità al compromesso. Forse il testo soggetto a referendum, risultato esso stesso di compromessi, è carente in taluni punti, perfettibile nella sostanza, correggibile nella forma, semplificabile nelle diverse articolazioni. Tuttavia alla domanda se esso vada verso un modello di democrazia rappresentativa più consono ai tempi che l’Italia vivrà, se il governo sarà più rapido nelle decisioni, più trasparente nelle scelte, meno succube della voracità dei partiti, meno costretto alla distruttiva ricerca del consenso, la mia risposta è priva di dubbi.
Ed è SI.

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook