napoleone 5Allo scoppio della rivoluzione nel 1789 Napoleone aveva 20 anni ed era già ufficiale di re Luigi XVI. Durante la guerra civile in Corsica scoppiata nel 1793, si distinse meravigliosamente nella liberazione del porto di Tolone dai monarchici e dalle truppe inglesi che li appoggiavano. La sua abilità e intelligenza attrassero l’attenzione di Paul Barras, potentissimo e scaltro membro del Direttorio che lo aiuterà nella successiva scalata al potere prima con la nomina a comandante della piazza di Parigi e poi con la nomina a generale di Corpo d’armata. 

La campagna d’Italia  

Il 12 aprile 1796 cominciava la prima campagna d’Italia che avrebbe portato alla luce il genio militare e politico del generale Bonaparte il quale, nonostante l’inferiorità numerica e logistica, nonostante fosse a capo di una “Armata di Cenciosi” riuscì a sconfiggere ripetutamente le forze austriache e piemontesi. Furono successi strepitosi che affascinarono anche Beethoven, che gli dedicò la immortale sinfonia n. 3, successivamente ribattezzata “Eroica” dallo stesso autore indignato dal fatto che Bonaparte si fosse proclamato imperatore. Dopo essere riuscito a sollevare il morale e lo spirito combattivo delle sue truppe, Bonaparte manovrò con rapidità per disgregare e sconfiggere separatamente i due eserciti avversari. Le forze austriache e piemontesi vennero battute ripetutamente. Il 10 maggio 1796 sbaragliò l’ultima difesa austriaca nella battaglia di Lodi, preludio stupendo della sua entrata a Milano. Con l’armistizio di Cherasco (in provincia di Cuneo), Bonaparte costrinse Vittorio Amedeo III di Savoia a pesanti concessioni, ratificate con la Pace di Parigi (15 maggio ‘96), che assegnava alla Francia sia la Savoia sia la contea di Nizza. Finiva così l’italianità di Nizza che tanto amara sarà in seguito per Giuseppe Garibaldi.  

Costretto il Piemonte all’armistizio e occupata Milano, Bonaparte ricevette dal Direttorio i pieni poteri sull’Armata d’Italia e si preparò al compito più difficile: sconfiggere l’esercito austriaco. La prima grande battaglia campale da lui diretta, e la prima che lo consacrò definitivamente anche agli occhi degli avversari, avvenne Rivoli, fulgido esempio di tattica e rapidità, di decisioni e movimenti. Dopo Rivoli nell’ottobre del 1796, si costituì la Legione Lombarda, prima forza armata composta da italiani che adottarono quale bandiera di guerra il Tricolore (verde, bianco e rosso). È definitivamente acclarato che l’ispirazione napoleonica venne dai moti di Reggio Emilia che a loro volta si ispirarono al canto XXX del Purgatorio, quando Virgilio affida Dante a Beatrice, e questa appare vestita con un velo candido, cinta di ulivo, il mantello verde e la veste rosso acceso. I tre colori simboleggiano dunque le virtù teologali cristiane: verde-speranza; bianco-fede; rosso-carità. Successivamente con la costituzione della Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797 il tricolore cessò di essere bandiera di guerra e divenne la bandiera nazionale. La nostra splendida bandiera!  

a folgorante avanzata di Napoleone intimorì l’Austria che dovette accettare la rinuncia ai territori fino ad allora occupati e inglobare soltanto i territori della Repubblica di Venezia col trattato di Campoformio, del 1797. A Campoformio non moriva solo la gloriosa patria dei Dogi, ma svanivano i sogni dei tanti patrioti italiani inermi spettatori del lurido baratto della loro terra, così amata e così tanto pianta da Ugo Foscolo che a quel tradimento di ideali e speranze attribuì il suicidio di Jacopo Ortis, l’eroe del suo Ultime lettere di Jacopo Ortis.  

La campagna d’Egitto e di Siria 

Per contrastare l’accesso inglese all’India e danneggiarla economicamente, nel 1798 il Direttorio affidò a Bonaparte l’incarico di occupare l’Egitto. Un indizio della sua devozione ai principi dell’Illuminismo fu la decisione di affiancare gli studiosi alla sua spedizione. Con il suo Esercito Scientifico, la spedizione d’Egitto fece riscoprire, dopo secoli, la grandezza di quella terra, e avviò la moderna egittologia. Dopo l’importante vittoria nella battaglia delle Piramidi, Bonaparte entrò a Il Cairo e ne divenne padrone. Tuttavia pochi giorni dopo, il 1º agosto 1798, la sua flotta scarsamente equipaggiata e poco addestrata agli scontri sul mare, fu completamente distrutta dall’ammiraglio Horatio Nelson, nella baia di Abukir. Pur senza flotta, Bonaparte riuscì a tornare Al Cairo. Preoccupato tuttavia delle terribili notizie che giungevano dalla Francia e consapevole che la campagna d’Egitto non aveva conseguito i fini sperati, s’imbarcò per rimpatriareA Toulouse vi giunse nell’ottobre del 1799 e la sua corsa verso Parigi fu accompagnata dall’entusiasmo dell’intera Francia, certa che il generale fosse tornato per assumere il controllo di un paese ormai allo sbando, deluso dal fallimento della rivoluzione e assai incerto su quello che avrebbe potuto essere il nuovo assetto costituzionale. Fu un momento terribile per la Francia combattuta tra l’esigenza di difendere la Repubblica e la visione del Bonaparte che mirava a ottenere pieni poteri. Si temeva un complotto, e si sperava in un compromesso. Un compromesso che fu mutuato dalla nomenclatura dell’antica Roma: il Consolato. Le Camere previste dalla Costituzione furono sciolte e fu votato il decreto che assegnava i pieni poteri a tre consoli tra i quali Napoleone, suo cognato il generale Leclerc e il futuro cognato Gioacchino Murat. 

Il Consolato 

Nominati consoli provvisori, i nuovi padroni della Francia redassero una nuova costituzione, la Costituzione dell’anno VIII, essendo il 1799 l’ottavo anno dopo la promulgazione della I Costituzione Repubblicana del 1791. L’evoluzione della rivoluzione si stava ormai riportando verso forme di governo più aristocratico, dimostrandosi non praticabili molte delle teorie rivoluzionarie emerse nella rivoluzione. In linea di principio, il Consolato avrebbe dovuto essere un governo capace di assicurare la democrazia attraverso un complesso equilibrio di poteri. Così non fu a motivo della imperfetta forma della Costituzione, la quale se riconosceva ai Consoli il potere esecutivo, frammentava quello legislativo in ben quattro Camere. Grazie a tale debolezza Bonaparte, fattosi nominare Primo Console, ricostruì la Francia con una struttura amministrativa fortemente accentrata ma così perfetta da rimanere intatta fino a oggi: la Francia veniva frazionata in dipartimenti, distretti e comuni, amministrati da prefetti, sottoprefetti e sindaci. Le casse dello Stato venivano risanate dalle conquiste di guerra e dalla fondazione della Banca di Francia, e dalla introduzione del franco d’argento che poneva fine all’era degli assegni e dell’inflazione. La lunga lotta contro il Cattolicesimo si concludeva poi con il Concordato del 1801, ratificato da papa Pio VII, che riconosceva il Cattolicesimo «religione della maggioranza dei francesi» ma non religione di Stato, e non riconsegnava al clero i beni espropriati durante la Rivoluzione. Nel campo dell’istruzione, Bonaparte istituì i licei e i politecnici, per formare una classe dirigente preparata e indottrinata. Il suo consolato divenne «a vita» con il plebiscito del 2 agosto 1802, che apriva la strada all’istituzione dell’Impero napoleonico.  

Il Codice napoleonico 

Il Codice napoleonico legittimò alcune delle idee illuministe, fu esportato in tutti i paesi dove giunsero le armate di Bonaparte, fu preso a modello da tutti gli Stati dell’Europa continentale e ancora oggi è la base del diritto italiano. Istituita nel 1799, la commissione incaricata di redigere il codice civile, fu presieduta dallo stesso Primo Console. Nel 1804 il codice civile divenne Codice Napoleonico ed entrò in vigore 5 anni dopo. Il Codice, splendido esempio di lungimiranza, sapienza governativa e autorevolezza giuridica, eliminava definitivamente i retaggi dell’Ancien Régime, del feudalesimo, dell’assolutismo monarchico, e creava una società prevalentemente borghese e liberale, di ispirazione laica, nella quale venivano consacrati i diritti di eguaglianza, sicurezza e proprietà. Tra i principi della Rivoluzione, venivano salvaguardati quelli della libertà personale, dell’uguaglianza davanti alla legge, della laicità dello Stato e della libertà di coscienza, della libertà del lavoro. La potenza di quel Codice e la perfetta concezione furono tali che l’Italia lo fece proprio nel codice civile italiano del 1865, assieme al codice di procedura civile, di procedura penale e al codice penale del 1810.  

La pacificazione dell’Europa 

Durante l’assenza di Bonaparte impegnato in Egitto, i francesi erano stati ripetutamente battuti in Italia e in Germania dagli austriaci e dai russi. La Seconda coalizione antifrancese aveva rovesciato la Repubblica Napoletana del 1799, fondata dai francesi, quella Romana e la Repubblica Cisalpina. Il 6 maggio 1800, Bonaparte assunse il comando della cosiddetta Armata di riserva, destinata a essere trasferita in Italia per rovesciare le sorti della guerra. Il Primo Console guidò con grande abilità strategica la marcia del suo esercito; valicò le Alpi e colse di sorpresa gli austriaci impegnati nell’assedio di Genova in una splendida azione di astuzia e successione di finti attacchi. La sorprendente velocità di movimento delle pur scarse truppe travolse gli austriaci il 14 giugno 1800 nella decisiva e battaglia di Marengo, fulgido esempio di sapienza militare, a ricordo della quale fu coniata una moneta, il marengo. A testimonianza dell’impatto sulle attese della opinione pubblica, lo scrittore Victorian Sardou scrisse Tosca, da cui Puccini trasse la trama della sua opera nella quale celebra con il celebre Te Deum la vittoria di Bonaparte a Marengo.  

Imperatore dei francesi e re d’Italia 

Ormai console a vita, Bonaparte era in pratica sovrano assoluto della Francia. Il 18 maggio 1804 il Senato lo proclamò Imperatore dei francesi e da allora non fu più Bonaparte ma soltanto NAPOLEONE. Il 2 dicembre del 1804, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, fu celebrata la cerimonia di incoronazione: dopo la benedizione delle insegne imperiali da parte di papa Pio VII, Napoleone incoronò prima sé stesso imperatore dei francesi, e quindi imperatrice sua moglie Giuseppina Beauharnais. Successivamente, il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano, fu incoronato Re d’Italia con la Corona Ferrea, da sempre custodita nel Duomo di Monza. L’incoronazione a Milano fu fastosa, e in tale occasione Napoleone, postosi la corona imperiale sul capo pronunciò le famose parole: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”. 

Rinasceva in Francia la monarchia, ma non era la stessa monarchia rovesciata nel 1792. Napoleone non era «re di Francia e di Navarra per grazia di Dio», come citavano le formule dell’Ancien Régime, ma «Imperatore dei francesi per volontà del popolo». Fu in sostanza un nuovo re dei francesi, di una monarchia che non si rifaceva alla nobiltà feudale dell’Ancien Régime, ma nella quale si attuavano i princìpi illuministici della borghesia e dunque una monarchia nuova: né assoluta né costituzionale. 

La conquista dell’Europa 

Nel 1805 si formò in Europa la terza coalizione contro Napoleone, il quale aveva trascorso l’ultimo anno sulle coste della Manica a preparare una vasta operazione militare contro la Gran Bretagna. Ma comprendendo le difficoltà di una operazione di sbarco nelle Isole, decise di rinunciare ai suoi piani di invasione e di organizzare un rapido trasferimento della Grande Armata dalle coste della Manica fino al Reno e al Danubio per sconfiggere le forze nemiche sul continente. Aveva avuto il fiuto di sempre: il 21 ottobre (del 1805, s’intende), infatti, a largo di Trafalgar la flotta francese comandata da un inesperto ammiraglio veniva completamente annientata dagli inglesi al comando dell’espertissimo ammiraglio Horatio Nelson, che morì durante lo scontro, lasciando però della sua perizia memoria immortale. Le forze della terza coalizione prevalentemente austriache e russe sotto il nuovo zar Alessandro I, erano soverchianti ma divise. Due i fronti principali: quello germanico, dove Napoleone in persona aveva assunto il comando della Grande Armata e quello italiano dove il generale Andrea Massena guidava l’Armata d’Italia. Con una abile manovra strategica Napoleone accerchiò e costrinse alla resa l’esercito austriaco a Ulm (20 ottobre). Tuttavia gli eserciti coalizzati austro_russi erano ancora in campo e la situazione di Napoleone appariva difficile. Il 2 dicembre 1805, anniversario della sua incoronazione, l’imperatore combatté e vinse la battaglia di Austerlitz, la battaglia dei Tre Imperatori, russo, austriaco e francese. Fu la più gloriosa e stupefacente battaglia, grandiosa e originale come fu la battaglia di Canne di Annibale contro Roma, e che annientò la terza coalizione. Rimasta nella storia come il suo capolavoro tattico, la battaglia di Austerlitz permise a Napoleone di ottenere una posizione di predominio in Europa. Il giorno dopo i sovrani chiesero la pace. All’Austria fu imposto di rinunciare a Venezia, che venne unita al Regno d’Italia, ma soprattutto fu imposto all’imperatore Francesco I di rinunciare alla natura Sacra del suo Romano Impero. Così con la umiliante sconfitta di Austerlitz l’impero austroungarico, in vita dall’epoca di Carlo V nel 1500, transitava dalla Storia ai libri di Storia. Quel passaggio del potere indiscusso dall’Austria alla Francia, fu un tornante della Storia europea la cui importanza fu colta solo da pochi tanto immensa fu la sua influenza sugli eventi successivi fino alla I Guerra Mondiale, da rendere i rapporti fra Germania e Francia conflittuali in modo irreversibile.  

La nuova Europa di Napoleone 

Nel 1810, l’Europa era definitivamente ridisegnata secondo il volere napoleonico. I territori sotto il diretto controllo francese si erano espansi ben oltre i tradizionali confini pre - 1789; il resto degli Stati europei era o suo satellite o suo alleato. Il regno d’Italia era nominalmente governato da Napoleone, ma retto dal viceré Eugenio di Beauharnais; il generale Gioacchino Murat, ebbe il regno di Napoli, dopo aver sposato la sorella di Napoleone, Carolina; il maresciallo Bernadotte ebbe il trono di Svezia, ma ben presto tradì il suo ex capo entrando nella coalizione che lo avrebbe detronizzato.  

Dopo la pace di Schönbrunn, Napoleone e l’austriaco Metternich si erano accordati per un matrimonio di Stato. Nel dicembre 1809, Napoleone divorziò da Giuseppina Beauharnais, per sposare Maria Luisa la figlia di Francesco I imperatore d’Austria e nipote di Maria Antonietta, la regina decapitata durante la Rivoluzione. Con questo matrimonio l’Austria si era legata a Napoleone, credendo di portare alla creazione di un’alleanza indissolubile. Napoleone ebbe un erede legittimo da Maria Luisa, Napoleone Francesco, detto il  re di Roma  e per genealogia Napoleone II. Erede che morto appena ventenne non salì mai al trono. Grazie a lui il Napoleone che gli successe, fu Napoleone III, il famigerato imperatore che concesse all’Italia di Cavour benefici in cambio di amplessi con la sontuosa Contessa di Castiglione.  

La campagna di Russia 

Nonostante gli accordi stabiliti a Tilsit del 1803, lo zar Alessandro I di Russia temeva l’egemonia napoleonica e rifiutò di collaborare con lui riguardo al Blocco Continentale. Napoleone decise di cominciare una campagna decisiva contro la Russia per sottomettere lo zar al suo sistema di potere in Europa, costringerlo ad aderire al Blocco, privarlo delle sue influenze in Europa. L’imperatore disponeva di circa 700 mila uomini di varie nazionalità. I russi del generale Mikhail Kutuzovtimorosi di affrontare il preponderante esercito nemico e intimiditi dalla reputazione militare di Napoleone, decisero inizialmente di ritirarsi nel cuore della Russia. Una serie di vaste manovre strategiche, ideate da Napoleone per sconfiggere l’esercito nemico e concludere rapidamente la guerra, fallì a causa di errori dei suoi luogotenenti, delle difficoltà del terreno e delle tattiche prudenti dei suoi avversari. Nella sciagurata battaglia di Smolensk i russi, battuti ma non distrutti, riuscirono a evitare uno scontro decisivo. Finalmente il 7 settembre, dopo la decisione del generale Kutuzov di combattere per difendere Mosca, ebbe luogo la grande battaglia di Borodino, a ovest della città. Dopo uno scontro cruento e ferocemente combattuto, i russi, sconfitti, ripiegarono e Napoleone entrò a Mosca, convinto che lo zar Alessandro I avrebbe negoziato la pace. Ma così non fu. Dal Cremlino dove si era stabilito Napoleone nella notte vide Mosca bruciare. Le fiamme erano state appiccate da alcuni russi nascosti nelle case, per volere dello stesso zar, che volle fare terra bruciata. Colse la beffa tesagli da Alessandro I che aveva sempre rifiutato di ricevere i suoi messi. L’approssimarsi dell’inverno e la situazione di stallo politico e militare imposero la ritirata. Era rimasto a Mosca solo trentacinque giorni. Fu l’inizio del suo definitivo declino. La Russia esultò per tale vittoria in memoria della quale Tchaikowski scrisse la più potente e splendida ouverture patriottica: l’ouverture 1812. Intanto, Napoleone era stato raggiunto dalla notizia che a Parigi si era diffuso il convincimento della sua morte e che fosse stato tentato un colpo di Stato. Angosciato delle notizie di tradimento abbandonò precipitosamente la Russia lasciando il comando a Gioacchino Murat e a Eugenio di Beauharnais. Ma le potenze europee, consce dell’atroce disfatta in Russia, decisero di formare una nuova coalizione. 

La sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba 

Era la sesta coalizione. Napoleone dopo essere rientrato a Parigi organizzò un nuovo esercito e sconfisse i prussiani due volte. L’insidia più grande rimaneva tuttavia l’Austria, la quale era pronta anche ignorare il matrimonio di stato di Napoleone con Maria Luisa pur di eliminare l’ingombrante imperatore. Ma nel corso di un memorabile e burrascoso incontro bilaterale a Dresda, Napoleone e Metternich non riuscirono a giungere a un accordo, e il 12 agosto l’Austria si univa alla coalizione antifrancese. Dopo un’ultima importante vittoria francese nella battaglia di Dresda, le forze napoleoniche furono costrette lentamente a ripiegare sotto la pressione congiunta degli eserciti di Austria, Russia, Prussia e Svezia. Nella decisiva battaglia di Lipsia, detta Battaglia delle Nazioni perché vi parteciparono eserciti di tutta Europa, la superiorità numerica delle forze nemiche determinò la prima, vera sconfitta di Napoleone in campo. Rientrato precipitosamente a Parigi, dovette subire l’insubordinazione di tutti i corpi politici: le Camere denunciarono la sua tirannia, la nuova nobiltà da lui creata gli volse le spalle, il popolo ormai stanco della guerra rimase freddo, i marescialli dell’Impero cominciarono a defezionare: tra i principali, Gioacchino Murat che passò al nemico per conservare il regno di Napoli. Abbandonato quasi da tutti, malato e decisamente stanco, l’abdicazione sembrava la soluzione più saggia. E abdicazione vi fu. All’isola d’Elba.  

I «cento giorni» 

Anche se impegnato nei lavori all’Elba, Napoleone continuava a ricevere segretamente notizie della situazione francese tramite alcuni telegrafi ottici dislocati sulle alture dell’isola. Il nuovo sovrano, Luigi XVIII Borbone, era inviso alla popolazione: nel solco della Restaurazione, Luigi stava lentamente smantellando tutte le conquiste della Rivoluzione legittimate da Napoleone. Queste notizie, aggiunte alla voce ormai certa che i nemici fossero prossimi a trasferirlo lontano dall’Europa, portarono Napoleone ad agire. Il 26 febbraio 1815 lasciò l’Elba con una piccola flotta. Con essa il 1º marzo 1815 sbarcò in Francia. Cominciavano i leggendari «Cento giorni». La popolazione lo accolse con un entusiasmo sorprendente e gli eserciti inviatigli contro da Luigi, invece di fermarlo, si unirono a lui. Il 20 marzo Napoleone entrò trionfalmente a Parigi, mentre Luigi era fuggito.  

Waterloo 

Riorganizzato rapidamente l’esercito, Napoleone chiese ai nemici nuovamente coalizzati la pace alla sola condizione di mantenere il trono di Francia: non venne ascoltato.  Per evitare una nuova invasione del suolo patrio, fece la prima mossa entrando di sorpresa in Belgio, dove erano schierati l’esercito britannico e l’esercito prussiano. Il suo piano prevedeva una manovra su due ali che avrebbero diviso e facilitato la sconfitta separata dei prussiani e dei britannici prima che potessero congiungersi. L’ala destra da lui comandata impegnò e sconfisse i prussiani del generale Blüchermentre un suo maresciallo attaccò i britannici del duca di Wellington, ma nessuno dei due combattimenti ebbe esito determinante. Tra tali inutili piccole scaramucce si giunse al 18 giugno 1815, la giornata della battaglia di Waterloo. Il piano strategico generale di Napoleone venne vanificato da alcuni errori dei suoi marescialli. Le forze britanniche e quelle prussiane che sarebbero dovuto rimanere distanti ed essere combattute separatamente, si ricongiunsero e riuscirono a sconfiggere i francesi.  

Fu la fine. 

Napoleone si rifugiò nella vecchia casa dove aveva abitato con la moglie Giuseppina, morta da poco. Era sua intenzione fuggire in America, ma rifiutò di travestirsi come sarebbe stato necessario per sfuggire alla cattura, perché ciò avrebbe infamato il suo onore. Invece, con un gesto storico, il 15 luglio 1815 si arrese agli inglesi. Condizione della consegna era la deportazione in Inghilterra. Ma il capitano rappresentante del principe reggente, venne meno alla parola data e Napoleone in arresto fu condotto a Sant’Elena. Nella piccola isola vi rimase fino al decesso avvenuto il 5 maggio 1821, a seguito di un tumore allo stomaco. Finiva così nella solitudine delle rimembranze e nel dolore della progressiva malattia la strepitosa esperienza esistenziale del terzo dei grandi condottieri di tutti i tempi. Del quale conviene ora esplorare le tante influenze sul futuro dell’Europa. 

Epilogo 

Napoleone fu figlio dell’Illuminismo e assai meno della Rivoluzione Francese. Ma fu certamente il genitore di tutti i Risorgimenti che si svilupperanno nell’800. Se eccelso fu come condottiero, grandissimo fu come uomo di governo. Alla cultura maturata sui testi di Voltaire aggiungeva una fantasia straripante sulle forme con cui quelle idee dovevano realizzarsi. Napoleone fu grande nella strategia, nella tattica, nelle intuizioni, nella visione del futuro. Fu uomo del suo tempo cui non poteva sottrarsi, ma lo plasmò a sua immagine e lo rese maturo per le grandi restaurazioni che illumineranno l’800 e il secolo successivo. Fu Napoleone ad avere per primo l’idea di una Europa Unita, unita sotto lo scettro francese, ma unita. E a tale visione si ispirerà Churchill alla fine della II Guerra nel suo discorso sull’Europa tenuto a Zurigo e dal quale prenderà avvio la riflessione di Schumann nella proposta della CECA nata a Parigi nel 1951. Fu Napoleone che ebbe per primo l’idea, e la promosse, di un mercato unico, nella visione che opportunamente resa attuale è la stessa che regola oggi gli scambi commerciali. Fu Napoleone a cogliere nella Chiesa non un avversario da combattere e sottomettere, ma una forza con la quale convivere perché in essa convergeva la fede dei tanti che lui avrebbe voluti fedeli al trono e all’altare. Fu Napoleone che capì la potenza costruttiva della finanza di stato, stupenda intuizione che portò alla istituzione della Banca di Francia, la prima banca nazionale europea. Fu Napoleone che colse la immensità del patrimonio culturale dell’Italia, che saccheggiò non per farne scempio con vendite improprie, ma perché riconosceva che solo in Francia, una Francia unita e non aggregato di staterelli, ne avrebbe potuto garantire la salvaguardia e la conoscenza universale. Fu Napoleone a capire la importanza delle infrastrutture civili, delle strade, dei mezzi di comunicazione, che divennero le strade su cui viaggeranno le informazioni, le regole di comportamento, il senso civico, la nuova forma di organizzazione dello Stato, in cui i cittadini da sudditi di Sua Maestà divenivano attivi interpreti ed esecutori di leggi che spiegate finivano per essere condivise e rispettate. Fu Napoleone a cogliere l’importanza della formazione scolastica avanzata, convinto che la perennità di uno Stato sta nella sapienza di chi lo governa e che chi lo governa non essendo immortale deve provvedere alla formazione delle generazioni future. Non da ultimo fu Napoleone a cogliere la esigenza di un ammodernamento delle dotazioni dell’esercito e delle scuole militari. Uno stato vive se ha buone leggi con cui acquisire il consenso dei cittadini. Ma vive nella sicurezza dagli assalti avversari se ha una scuola di difesa e strutture armate capaci di garantirla. Rinnovò per questo tutta l’architrave statutaria dell’apparato difensivo francese. Un’opera immensa e immensamente attuale, cui si ispireranno i futuri grandi Generali: non solo Kutusov che lo ebbe come avversario, ma il grande von Moltke, il generale prussiano che sconfisse Napoleone III a Sedan nel 1870 rendendo possibile la Breccia di Porta Pia a Roma il 20 settembre del 1870. von Moltke fu docente di alta scuola militare e maestro di altri generali tra cui il grandissimo e sfortunato generale hitleriano Gen. Rommel, la Volpe del Deserto e il più modesto generale italiano Raffaele Cadorna.  

Non basta conoscere Napoleone per divenire grande condottiero e grande statista. Ma nessuno che lo voglia, può prescindere dall’apprendere l’arte militare e di governo da lui introdotte 

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook