salvini

Nella complessa vicenda politica di questi giorni resi torridi dalle continue risse tra due piromani litigiosi, e orridi dalle tenebrose vicende riguardanti l’illecita gestione dei minori in affido a Bibbiano, c’è da chiedersi chi sia il vero perdente, chi sia colui che ha provato la totale incapacità di trasformare il consenso elettorale in un primato politico, in una visione idonea a cogliere i problemi del Paese e tentare di risolverli. È lui: Salvini. Salvini, il quale se non è riuscito a chiudere i porti, magicamente è riuscito a farsi chiudere la porte ovunque: in Italia e in Europa.

Ha chiuso i porti? No.

Ha respinto gli sciagurati scampati al mare? No.

Ha rimpatriato i 600 mila immigrati? No, perché la follia è una patologia non una terapia. Voleva uscire dall’euro. E’ uscito? Vi sono prospettive e condizioni che lo rendono probabile? No. Con sommo scherno della opinione pubblica, ha smesso di indossare la maglietta con la scritta BASTA EURO.

Voleva le autonomie regionali. Non voleva sconquassare le istituzioni italiane. E ora le autonomie attendono e le istituzioni vedono Salvini esultare alla proposta di sottrarre la indipendenza alla Banca d’Italia.

Situazione analoga in Europa. Ebbro di quella estasi generata dalla droga del consenso di una campagna elettorale perpetua, millantava una egemonia all’interno del nuovo Parlamento europeo. Lo ha irriso con vergognosa arroganza per essersi occupato delle sanzioni a Facebook, Amazon, ecc. Si è agitato molto sul ring europeo, ha mostrato i muscoli, ha insultato, ha oscurato il linguaggio con sconcezze irripetibili. Tanto rumore per prendere calci e pugni tanti da isolarlo dal circuito internazionale. Pure i suoi soci in Europa, quelli del gruppo Visegràd, i carissimi amici di nome Orbàn, Kazcinski, con cui pensava di rifare tutta l’architettura europea, lo hanno lasciato naufrago nel gran mare tempestoso delle alleanze e delle decisioni. E al momento di eleggere il nuovo Presidente della Commissione, quelli hanno votato assieme all’amato Di Maio a favore della candidata franco – prussiana Ulrike von der Leyen, lui ha votato e fatto votare contro.

Atto supremo di imbecillità politica!

Come può infatti la Presidente eletta scegliere ora come Commissario italiano, un candidato espressione di una formazione politica che non l’ha votata? Lo ha capito lo stesso commissario in pectore, Giorgetti, il quale ha rifiutato la candidatura con un atto insolito e solenne ad un tempo: annunciando la sua rinuncia direttamente al Capo dello Stato. Un atto non previsto da nessun protocollo istituzionale, ma dall’insolito valore di disconoscimento della lungimiranza politica del suo stesso capo Salvini, che aveva votato e fatto votare contro la nomina della von der Leyen a Presidente della Commissione.

Le nomine dei vertici comunitari hanno certificato l’isolamento totale in cui si trova il nostro Paese dalle elezioni europee. L’unica carica assegnata all’Italia, la presidenza del Parlamento UE, è stato il frutto di una logica esterna a quella delle altre nomine. Ed è stata assegnata a Sassoli, del PD.

Le nuove nomine devono molto alla sciagurata scelta di campo dell’esecutivo italiano, ormai appiattito sulle posizioni del gruppo di Visegrád e da questo, come prevedibile, tradito. É infatti noto come Conte abbia bloccato la nomina a capo della Commissione di Timmermans, candidato su cui Francia e Germania avevano trovato un compromesso, socialista olandese lontano dal rigore tedesco, forte sostenitore della redistribuzione dei migranti e grande amante dell’Italia. Una figura ottima per Roma, ma assai invisa alle capitali di Ungheria e Polonia. Oltre al totale rifiuto delle quote di migranti, Budapest e Varsavia non potevano tollerare a capo della Commissione una delle voci più critiche sullo stato di diritto in Ungheria e sui valori dell’Unione in Polonia. E così, dopo le parole di Salvini che hanno bocciato senza appello Timmermans, il Governo italiano ha contribuito ad affossarlo in nome dell’alleanza con l’ungherese Orbán e il polacco Kazcinski. Si è scelto il duo von der Leyen-Lagarde, espressione dell’asse franco-tedesco assai più del primo, con i voti decisivi del M5S, degli ungheresi e dei polacchi ma senza i voti dei leghisti.

Ma quale logica perversa ha spinto Salvini a cercare una alleanza col gruppo Visegràd? Cosa ci accomuna, cosa può l’Italia condividere con quei Paesi? Sui migranti la situazione italiana è diametralmente opposta a quella di Orbán, che di migranti non ne vuole, desiderando che se arrivano restino bloccati nella penisola.

Paesi che mai sono state sponde sulle questioni economiche, assai più importanti di quelle migratorie. Nessun membro Visegrád si è dimostrato disposto a concedere flessibilità all’Italia in materia di bilancio. Al contrario, hanno richiesto il massimo rigore, dichiarando che non avrebbero fatto sconti a Roma sul tema del deficit. Eppure al contrario dell’Italia al netto dei contributi europei, i membri Visegrád ricevono dal bilancio comunitario più di quando danno.

E questo è l’ennesimo tema su cui le distanze sono incolmabili. Per l’Italia assai arduo pensare che si possano trovare sponde con chi ha tutto l’interesse a continuare a ricevere, con chi vede sostanzialmente l’Unione come un salvadanaio da svuotare, rifiutandosi spesso e con orgoglio di conformarsi ai principi comuni.

L’alleanza col mondo di Visegrád sussiste solo sul piano interno perché serve alla propaganda e alla legittimazione politica della Lega e dei 5 Stelle, ma si tratta di un posizionamento estremamente dannoso per l’Italia perché sono Paesi con i quali non si possono avere interessi comuni. Il blocco dei Paesi centro-orientali vive infatti nell’ossessione della vicinanza russa, mentre mentre l’Italia vede il teatro mediterraneo come il teatro principale, con impalcature e scene enormemente distanti da quelle polacche, ceche o ungheresi. Eppure la sapienza di Salvini ha continuato a seguire a ruota questi Paesi. Fino a quando ha preso coscienza di essere stato tradito pur avendo corteggiato Putin, più abile, più truce, più potente, più navigato di lui, per trarne loschi vantaggi come sembrerebbe provare l’affare Savoini.

Ecco la strepitosa sconfitta di Salvini, il vincitore dei secoli, il dio del consenso, l’affabulatore di piazze, l’uomo funesto di questo tornante della Storia d’Italia.

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