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BERLUSCONISMO: PARTE II

berlusconismo

randbDopo le elezioni tonfo in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, è lecito chiedersi se quello che resta del berlusconismo siano solo il 4 per cento scarso, una Forza Italia in liquidazione coatta e una classe dirigente che non dirige, non inventa, non ha la calma, la sicurezza e l’intelligenza necessarie per affrontare le conseguenze di una vertiginosa perdita di credibilità. No. Del berlusconismo resta l’Italia che esso ha partorito. Resta un paese che ha praticato per la prima volta nella storia della Repubblica, l’alternanza di forze diverse alla guida del governo secondo un mandato democratico. Resta un paese liberato dal monopolio di stato attraverso la tv commerciale. Resta un paese sradicato dalla decrepita cultura della politica dei partiti. Resta un paese in cui le idee e le personalità contano più degli apparati. In cui un giovane che parte da sinistra e avvia il progetto di una sinistra di riforma e di modernizzazione, è in grado di competere da posizioni di comando democratico con le rancide burocrazie, i corpi intermedi immobilisti, i truci sindacati classisti o corporativi, i residuati postbellici delle ideologie diluiti nella forma di partitini, i tromboni di un establishment goloso e avido ma non produttivo. Il berlusconismo lascia una eredità di linguaggio, di stile, di tenuta politica e di sfida istituzionale. Perché le riforme di Renzi sono le stesse, stessa è l’ansia di crescita o di sviluppo, stessa è la sensibilità al tema delle libertà. Oppure è vero che si stava meglio quando si stava peggio? Quando il diritto al lavoro e allo studio mascherava con norme di apparente solidarietà la perdita di valore del lavoro e dello studio? Quando un regime bloccato bloccava tutto, quando da un regime si passava a un altro ignorando ogni consenso popolare? Continua a leggere »

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DA GUERRA A GUERRA: L’ECONOMIA ITALIANA DAL 1921 AL 1940

Nascita dell’IMI e dell’IRI

Lire_5_anno_1927L’attuale periodo di crisi economica, persistente nonostante i molteplici interventi della BCE, le manovre per favorire la svalutazione e la svalutazione dell’euro sul dollaro, le difficoltà di governance che la crisi pone con lo spettro della fine di quella splendida illusione che fu la CEE, pongono le domande di quale sia stata la politica economica italiana nel periodo tra le due guerre e del come fu governata. Fu una politica che permise una crescita del paese o fu una idolatria fasulla che aveva già in sé quei batteri malefici che resero economicamente insostenibile il peso della guerra?

Senza inutili nostalgie per irripetibili manovre, questo inserto intende esplorare quale fosse la situazione economica del paese dopo l’inutile strage della I Guerra Mondiale e quale invece era prima della catastrofe della II Guerra Mondiale; capire le due economie, confrontarle, illustrare le misure governative che pilotarono la transizione ed esplorare quali e quante furono le infrastrutture sociali, economiche e industriali sopravissute alla catastrofe finale di 70 anni fa.

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L’ANTIFASCISMO FASCISTA

bandiera rossa

antifascismoIl 25 aprile scorso l’Italia ha festeggiato i 70 anni dalla fine della guerra e ha celebrato la vittoria dell’Antifascismo. Un Antifascismo che tutto ha travolto, tutto ha mutato, tutto ha consegnato all’idea dell’essere Anti. Purtroppo per sua intrinseca natura l’Anti è allo stesso tempo reduce da immaginarie glorie passate e in transumanza verso altri orizzonti luminosi. Panato di buone intenzioni e sazio di stratosferico egocentrismo, marcia. Politicamente crede sempre di avanzare avendo come propria specifica vocazione la costante sua presenza su “un terreno più avanzato di lotta”. Orizzonti di gloria che di gloria, prima o poi pure rivestiranno lui. E’ in moto perenne, l’Anti italico. Perché l’Anti è di necessità scomodo e pericoloso per tutto il Sistema, che sta all’erta a contrastare il peso gravoso della sua opposizione. Infatti, tipico dell’ Anti è la lamentazione: crede il poveretto in buona fede che il mondo lo tema, quel mondo che soltanto lo ignora. Scomodo, pericoloso e largamente incompreso è per sua vocazione errante: come il pastore del Leopardi. Lui va, tirandosi dietro una comprensione approssimativa del mondo con la totale convinzione di averlo benissimo compreso. E passa da un antagonismo all’altro, da una lotta alla successiva, da un nemico all’altro. L’ Anti, nella sua testa, ha tutto chiaro. Lui sa: non ha le prove, non ha nemmeno indizi, ma sa. Adunato, twittato: lui sa. Vive in una sorta di comune rurale, convinto di spaziare per il mondo globale, legge roba che lo conferma nella sua certezza, parla con gente che pensa come lui, vive dentro la sfera di vetro dove si racconta l’eterno, eroico antagonismo contro il Sistema e il Potere. L’ Anti custodisce la sua memoria negli anni che verranno come nelle ultimissime manifestazioni nelle quali si mischiavano giovani virgulti e vecchie pantegane, quelli con il cancelletto di twitter, quelli col cappuccio nero, quelli con la bandiera del Che. L’ Anti sa. L’ Anti non dubita mai. L’ Anti ha una sua perennità, un suo posizionamento di principio, che verrà spacciato sempre e comunque, come perenne elemento della perenne sua bellissima utopia. Siamo tutti anti qualcosa. Ma in Italia c’era una decente posizione: il fascismo, e se c’era il fascismo era bene essere antifascisti. E ora l’antifascismo si è mutato in patologia fascista. Continua a leggere »

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TURANDOT- FIABA O PARABOLA?

Il Mistero della tensione eroica verso la Verità

turandotturandot

Le difficoltà di mettere in scena e di interpretare correttamente quella luminosa meraviglia che è la Turandot, sono legate non solo alla impervia partitura dell’opera, ma alla necessità di dare secondo le intenzioni del librettista Simoni credibilità umana, seppure nella cornice di una fiaba, a un dramma dell’esistenza eterno e misterioso: la ricerca della Verità, intima, individuale, indefinita. È la forza che spinge ciascuno a tentare l’impossibile pur di poter scoprire il mistero racchiuso in sé. È la forza dirompente che spinge verso l’ardito tentativo di superare se stessi e indovinare impossibili enigmi. È la tragedia immanente dell’uomo che lascia i suoi affetti, le sue certezze, il suo mondo per inseguire la Verità, la divina bellezza, il sogno, la meraviglia come Turandot viene descritta dal Principe Ignoto, e per gli spiriti immortali, per quanti sono capaci di “sciogliere enigmi” è la legge dell’Essere. “Popolo di Pekino, la legge è questa”: chi “di sangue regio”, chi nobile di spirito e di intelligenza, intende avere come sposa Turandot, deve sciogliere degli enigmi. È la legge del destino che premia con il possesso della Verità chi non teme di affrontarla. Solo in pochi sono capaci di ignorare la saggezza popolare, sono capaci di non adagiarsi sulle consuetudini di un mondo senza avversità e senza sfide, di rinunciare agli affetti e all’amore domestico, di affidare ad altri le cure del vecchio padre, per dedicarsi a una sfida della quale l’alternativa alla sconfitta è la morte. Da tale assai probabile destino il popolo cerca di distogliere l’ardente Principe “Pazzo, la porta è questa della gran beccheria”, “Qui tutti i cimiteri sono occupati”. Si esprime così la coscienza del fallimento cosmico come vissuto dai poveri di spirito arresi di fronte all’ardire sovrumano di uno Ignoto che chiede soltanto di scoprire la Verità e il mistero di se stesso. Un Ignoto che non arretra di fronte al dolore del vecchio genitore che lo interroga “Figlio, che fai?” “Ti perdi?”, “Vuoi morire così?” e al quale con coraggiosa rassegnazione risponde: “Questa è la vita, padre!” “Vincere padre, gloriosamente nella sua bellezza!” Un Ignoto che rinuncia all’amore terreno di una fanciulla, e che al suo richiamo: “Signore, ascolta” risponde: “Nessuno più io ascolto, io vedo il suo fulgido volto! La vedo. Mi chiama! Essa è là.” La Verità. “Forza umana non c’è che mi trattenga. Io seguo la mia sorte”. Non è la Morte a scoraggiarlo, ma è la Vita dal fulgido volto, ad attrarlo. La Vita che è Verità dell’Essere maestosamente ma gelidamente e crudelmente simboleggiata da Turandot: “No la vita. Ogni fibra dell’anima ha una voce che grida:Turandot.” 

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ROMA – TEATRO COSTANZI

AIDA

di Giuseppe Verdi

La guerra, metastasi della Storia

aida marcia trionfale e ballabile

aidaTutta la sublime narrazione musicale dell’Aida ha come sudario soffocante la potenza distruttiva della Guerra e delle sue inique metastasi. La Guerra che trasfigura gli spiriti e travolge le anime in umiliazioni non mascherate né avvolte di pietà. La Guerra sotto il cui imperio è impossibile amare ed essere giusti. La Guerra che annienta ogni percezione della miseria umana necessitante giustizia e amore. La Guerra che nell’ardore della vittoria e nell’ansia del trionfo genera una forma di voluttà massiva nella quale la preghiera diventa blasfema e ogni barlume di pietà perde di significato.

L’Aida è la narrazione ricca e struggente di quante falsità e quanta distruzione la Guerra possa generare. E’ nella prospettiva della guerra che trova giustificazione il tramare di Amneris, potente e astuta figlia del Faraone. E’ nella attesa della vittoria in guerra che si colloca il sogno di Radamés, condottiero anonimo, senza lignaggio né storia, di conquistare Aida, fanciulla schiava, vittima innocente di altri furori di guerra. A Radamés nominato condottiero, la casta dei nobili, la schiera dei sacerdoti e il popolo, invocando i sacri Numi in una blasfema invocazione della Guerra, augurano di tornare vincitore. Nella follia disumana che pervade tutti nel grido atroce di Guerra e Morte allo stranier, v’è sola una luce di umanità che si accende tremolante nella sontuosità dell’augurio Ritorna vincitor. E’ la voce della fanciulla più pura, più incontaminata, più sofferente, più presente a se stessa nel pronunciare e udire l’empia parola. E’ la voce di Aida. Alla opulenza orgogliosa delle casti dominanti, avide di vittoria e assetate di sterminio, si contrappongono il suo canto e la sua meditazione. Una meditazione sommessa e intima sul destino della sua patria, dei suoi fratelli, di suo padre in catene, una meditazione su se stessa, sull’amore per Radamés suo unico raggio di sole, sul suo destino di schiava rivale in amore di Amneris. Nel contrasto tra l’amore nobile e alto per la patria e l’amore umanissimo per il suo uomo, avverte l’insostenibile oppressione di un mondo che rende blasfema la sua preghiera, delitto il suo pianto e colpa i suoi sospiri. In tanta cupa oppressione si fa viva per la prima volta un desiderio, presagio di liberazione eterna: la Morte. Continua a leggere »

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