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2018 – QUALI LE RAGIONI DELLA SCONFITTA DEL PD?

di-maioLa sconfitta del PD, inoppugnabile e pesante (40.8% alle europee del 2014, 19.0% alle politiche 2018), è diffusamente attribuita a Renzi, ai suoi errori, al suo proporsi come leader, al suo essere Renzi. Renzi ha sbagliato. Renzi ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla sua persona. Renzi ha governato senza essere eletto. Sono i rilievi più frequenti. Forse tutto questo è vero. O forse pur essendo tutto vero, non è sufficiente a spiegare come in meno di 4 anni, la sconfitta sia stata così perentoria. Una sconfitta molto più simile al crollo di un muro che non a una caduta di qualche masso. E se di crollo è lecito parlare, allora è lecito affermare che gli errori di Renzi, per quanto gravi, per quanto vistosi, hanno creato delle fessure nel muro, hanno procurato qualche infiltrazione corrosiva, ma non il crollo. Renzi ha rappresentato il momento apicale di un processo di deterioramento del PCI iniziato 30 anni fa a Berlino. E come durante la Rivoluzione Francese Luigi XVI pagò sotto la ghigliottina non i suoi errori, ma tutti gli errori e le deficienze dei monarchi assoluti suoi avi, allo stesso modo Renzi ha pagato per errori suoi ma soprattutto per gli errori di quello che fu il Partito Comunista Italiano.

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LA FARLOCCA RIVOLUZIONE COSTITUZIONALE E FINANZIARIA DEL M5S

di-maioAlla mia domanda che cosa siano la democrazia diretta e la moneta fiscale di cui il M5S si fa paladino, un grillino cortese mi ha risposto come segue:

La democrazia diretta è una forma di democrazia nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza parlamentare (democrazia rappresentativa), esercitare direttamente il potere legislativo.

Per moneta fiscale (chiamata anche certificato di credito fiscale, o titolo di sconto fiscale, oppure certificato di riduzione fiscale) s’intende un qualsiasi titolo di credito emesso da uno Stato, che dà diritto al possessore di usarlo per adempiere al pagamento delle tasse (utilizzabile solo dopo che sia trascorso un determinato periodo di tempo).

Riguardo la democrazia diretta appare inquietante che il M5S voglia eliminare ogni intermediazione e ogni rappresentanza parlamentare e voglia esercitare direttamente il potere legislativo. Trasformare la nostra democrazia rappresentativa in una democrazia diretta, imporrebbe la revisione della Costituzione, la quale (Art. 70), recita: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. Dal Parlamento dunque e non dai cittadini. Come pensare di dar vita a una democrazia diretta stando tale nostra Costituzione, è materia di pura speculazione costituzionale. A me pare che il M5S, bardo di tale esercizio diretto dei cittadini, faccia un uso truffaldino della scarsa preparazione civica degli elettori.

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L’ ONESTA ENCICLICA DELLA NULLITÀ DEL GRILLISMO

LA LETTERA DI DI MAIO A MACRONdi-maio
di-maiodi-maioChe Di Maio scrive a Macron ha l’amaro sapore di una beffa. Chi è Di Maio per scrivere a un Capo di Stato? È il capo di una formazione politica come in Italia ve ne sono a decine. Ma non tutti hanno l’ardente ardore di proporsi come il grillino quale nuova frontiera della Italia che viene e che sarà quella illuminata, equa, superba che fu secoli fa. In una smagliante accozzaglia di errori logici, di grammatica e lontanissimo dallo stile diplomatico imposto dai protocolli, il contenuto della missiva è la più esaltante ed eloquente enciclica sulla onesta nullità del candidato premier.
Scrive Di Maio: Egregio Signor Presidente! il Movimento 5 Stelle avrà modo di raccontarLe e spiegarLe cosa siamo davvero, cosa vogliamo e come vediamo il futuro dell’Europa e dell’Italia nello scenario internazionale. Probabilmente l’opinione che Lei si è venuto via via costruendo nei confronti della prima forza politica italiana è influenzata da una forte propaganda da parte di certo giornalismo e dalle cose che Le riferiscono i politici italiani che provengono dai partiti tradizionali, quegli stessi partiti che sono in crisi di rappresentanza in tutta Europa e che Lei ha sconfitto nettamente alle presidenziali del maggio scorso con una formazione giovanissima En Marche. Insomma se Macron si è fatta l’idea che il M5S è un movimento populista e sovranista è colpa dei cattivissimi giornalisti di regime. Aggiunge il delizioso candidato Il Movimento 5 Stelle è molto giovane, non ha gruppi di potere influenti alle spalle né rendite di posizione da proteggere. Ma solo pochi mesi fa, Grillo commentando la vittoria di Macron sul suo sacro blog, aveva regalato ai lettori questa meravigliosa profezia: L’Europa vedrà un altro governo delle banche“definendo Macron “manichino servente di una moneta impossibile”. Dopo la generosa retromarcia per convincere Macron del suo convinto europeismo, Di Maio affronta, con la prontezza e competenza che gli sono proprie, i temi delle politiche di bilancio. Scrive: Per quel che riguarda le politiche di bilancio, in particolare rispetto ai parametri di Maastricht e ai successivi regolamenti che caratterizzano la governance della moneta unica, il Movimento 5 Stelle ha una visione molto vicina a quella del Suo Paese. Con tale passaggio, la nullità del candidato premier raggiunge vertici mai esplorati. Come fa ad affermare quello che afferma se tutto il programma del M5S sull’Europa è farcito di antieuropeismo? Se Macron spinge per una maggiore integrazione, il M5S promette il referendum per smantellare l’euro, o in alternativa creare una seconda moneta. Eppure continua: Non abbiamo mai stigmatizzato, anzi abbiamo citato come buon esempio il persistente sforamento nel rapporto deficit/Pil che la Francia si è concessa negli anni per dare respiro a politiche di welfare e a investimenti produttivi. Due anni fa presentammo una legge di bilancio alternativa, la #finanziaria buona, che si basava sull’obiettivo di un rapporto tra disavanzo e ricchezza identico a quello francese del tempo. Che significa sforamento in italiano, lo sa Di Maio, in francese chi lo sa sarà sepolto nel Pantheon degli eroi della lingua francese. Sarà eterno anche per l’altra frase in cui si parla di rapporto tra disavanzo e ricchezza. Che cosa è questo rapporto? Se Di Maio pensa al limite del 3% di deficit sul PIL, ha aggiunto un’altra perla alla sua ignoranza. Infatti impegno di Macron è di scendere sotto la soglia del 3% per rispettare il patto di stabilità, dunque esattamente l’opposto di quello del M5S, entusiasta esultante per lo sforamento. Tutto questo basterebbe a catalogare il candidato premier come la forma degenerativa della intelligenza pensante. Ma non sazio di tante idiozie Di Maio aggiunge un’altra perla e afferma: L’Italia detiene almeno la metà del patrimonio culturale e artistico mondiale. Apprezziamo molto i nostri partner d’Oltralpe, popolo altrettanto ricco di tesori preziosi. Dunque se l’Italia detiene la metà del patrimonio artistico e altrettanto i partner francesi, la totalità del patrimonio mondiale è già il 100% in mano a due soli paesi. Ridere di tanta banalità sarebbe facile gioco se a pronunciare bestialità così evidenti in una forma così solenne, non fosse qualcuno che aspira a governare l’Italia non sapendo che i siti italiani inclusi dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’Umanità, sono 53 su circa 1000. Dunque il 5% e non il 50.
Passando a temi di politica industriale condivisibili Di Maio afferma di essere al lavoro per mettere a punto una politica economica e industriale “mission oriented”, mirante a proteggere gli asset, le imprese e le produzioni più importanti d’Italia. Al riguardo va ricordato che quando a luglio il governo italiano risolse la tensione dei cantieri di Saint Nazaire con un accordo ritenuto soddisfacente dalla Stx e Fincantieri, Di Maio sempre sul sacrissimo blog scrisse: bisogna reagire agli schiaffi dei francesi. Non ci restano più guance. Gentiloni, Padoan battete un colpo e fate rispettare il nostro Paese! Oppure fatevi da parte. E ancora a proposito del caso Telecom scriveva: come è possibile che Telecom non sia stata protetta ed eventualmente nazionalizzata? Per obbedire al mercato? La soluzione grillina era Non possiamo rinunciare a tutti gli specialisti del debito, ma a quelli francesi, sì. È sufficiente depennarli dalla lista. A quel punto i francesi potranno scegliere se il gioco vale la candela. Ecco, oggi invece di depennare le banche francesi Di Maio ispirato dalla divina provvidenza, questua un incontro, una indulgenza, sperando forse in un selfie da pubblicare sul sacrario del sacro blog.

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SOCIALISMO E COMUNISMO, MARX E LENIN

24 Ottobre 1917 – 24 Ottobre 2017

i-lavori-forzatiNell’ottobre di 100 anni fa, dalla Russia, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue conquiste: la proprietà privata, la libertà individuale, la democrazia parlamentare, la laicità dello Stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un bagno di sangue, una élite di asceti leninisti proclamava di aver trovato il metodo per rovesciare con la violenza il capitalismo profetato dai classici del socialismo scientifico. Iniziava così la tragica epopea della Rivoluzione Socialista mondiale la cui sfolgorante ambizione era “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”. L’annuncio era esaltante. Per generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea “che la dissoluzione della società capitalistica fosse ormai imminente” e che “la creazione di una nuova forma di società, centrata sull’unico piano di produzione e di distribuzione, fosse ormai inevitabile”; erano stati educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe conclusa comunque con l’abbattimento dello Stato borghese e il trionfo del proletariato rivoluzionario. Tuttavia la maggioranza di loro convinti che la democrazia inborghese fosse un valore da difendere, non si riconobbe nel nuovo regime che i bolscevichi leninisti avevano cominciato a costruire. L’idea fondamentale dei bolscevichi era infatti fondata sul convincimento che la costruzione del comunismo esigesse l’instaurazione di una dittatura terroristica. “Terrore contro i controrivoluzionari. Guerra e morte ai ricchi, agli intellettuali borghesi. E alla chiesa ortodossa, sostegno spirituale delle classi reazionarie, confisca dei tesori con l’energia più selvaggia e impietosa”. Neanche dopo la fine della guerra civile, Lenin rinunciò allo sterminio di classe. “Dobbiamo tornare al terrore. Al terrore economico”. E coerentemente con la sua concezione della rivoluzione come istaurazione del terrore, nel maggio del 1922 fece redigere il nuovo codice penale nel quale fosse illustrata l’essenza, giustificato il terrore, definiti la sua necessità e i suoi limiti. E al compagno Stalin scrisse: “Noi purificheremo la Russia attraverso la <purga permanente>”. Quella purga che sarà il Grande Terrore e che con tremenda furia omicida si abbatterà su milioni di innocenti. Sarà la Grande Menzogna nascosta dietro “la dittatura del proletariato” e resa possibile dall’illimitato potere del Partito bolscevico. Tragedia immane! Eppure mentre il sadismo dei gesuiti del terrore si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo descriveva orgogliosamente la “gigantesca macchina attraverso la quale la Storia stava trasformando l’umanità”.
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LA INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI BERSANI

bersani
In un bel giorno del 2013, proprio il giorno in cui Bersani descriveva il M5s come argine alla deriva populista e nazionalista, i grillini ponevano in atto l’assalto squadrista al Parlamento. Alla Camera i loro deputati irrompevano nell’Ufficio di presidenza, facevano sospendere la seduta per protestare contro i vitalizi, mentre fuori i militanti arringati dai casti Dibba e Di Maio partecipavano alla manifestazione contro i privilegi della casta. La insostenibile leggerezza di Bersani, fu la insipienza vanitosa e irresponsabile della sua analisi politica. Secondo la quale “i 5S tengono in stand-by il sistema. Ma se alle prossime elezioni s’indebolissero, arriverebbe una robaccia di destra”. In questo senso l’analisi del padre ignobile del partito nato dalla scissione del Pd, coincise perfettamente con quella di Beppe Grillo: il M5s fu un argine al populismo, un presidio contro quella destra che avanzava nel mondo e nelle democrazie occidentali e che Bersani aveva definito “la mucca nel corridoio”.

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