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“Haec Est Civitas Mea”

La Chiesa ai tempi delle purghe staliniane

glazunov-le-purgheChiusa a Roma la rassegna storica dell’Accademia di pittura russa “Haec Est Civitas Mea”, ecco uno dei quadri in esposizione di I.S. Glazunov, somma sintesi della dolente situazione della Chiesa russa durante le purghe staliniane.

Il complesso dipinto è la sofferente ironia di quel tetro periodo in cui Stalin dal 1934 al 1938, impose la vasta repressione per “purgare” il PCUS da presunti cospiratori. Stalin è la figura centrale, quasi immagine sacra su di una edicola di immagini sacre. La blasfema sacralità è ripresa dalla struttura a tempio con timpano e colonne della edicola, dal campanile e dalla cupola in secondo piano. Stalin è rappresentato quale divinità che si eleva sulle sofferenze del popolo, di cui si occupa la tetra figura in nero al centro del quadro. In quel periodo la Chiesa fu umiliata come mostrato dal vecchio caduto col volto sulle icone, fondamento di vita e di fede. I conventi furono violati come esemplificato nella suora scarmigliata con in petto ancora un crocifisso. I credenti agiati, evidenti nella parte destra del dipinto, furono costretti alla povertà e vessati, mentre i poveri sulla sinistra furono perseguitati fino alla disperazione. E nella disperazione ostentano solo una ricchezza: il Crocifisso sul petto. Quel periodo tragico condannò a morte milioni di russi, ma non poté privarli dei sentimenti sacri e intimi come il senso di maternità splendidamente esemplificato dalla mamma col bimbo in braccio e l’affetto per gli animali espresso dal vecchio col bastone e il suo cane. Le sacre immagini delle icone vengono sostituite da torvi volti di aguzzini che incorniciano essi stessi il loro volto, quali nuove divinità del potere. Ma tra tanta miseria e morte, si elevano in primo piano due alberi. Gli alberi nel rinnovellarsi delle radici e delle foglie ingiallite esprimono la speranza della rigenerazione. Della rinascita. Tutto il quadro è la splendida esaltazione della certezza della vittoria della Speranza sulla tetra realtà del socialismo sovietico. Su quel socialismo che avrebbe dovuto abbattere ogni totalitarismo, che avrebbe dovuto assicurare uguaglianza, prosperità e benessere, e che invece generò terrore e morti.

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LO SCONSOLATO SERMONE DI DI MAIO

di-maiodi-maioRibadire quanto di immensa ambizione, smoderata vanità, povertà di intelletto, scellerato esibizionismo, si è detto di Di Maio, non ha ormai alcun senso. Quanti lo hanno bocciato alle elezioni politiche, e ne hanno ribadito il declino in Molise e Friuli, hanno ampiamente colto la dimensione della tempestosa tragicommedia che si è abbattuta sull’Italia e che passerà come è passata la sciagurata IdV, passerà come ogni tempesta. Passerà dopo aver creato danni immensi, ma passerà. Ciò che invece è necessario esplorare e capire sono i fondamenti giuridici, la validità nell’ambito delle norme e forme della nostra democrazia rappresentativa, del conclamato “contratto di programma” con cui Di Maio si ostina a invitare forse politiche avverse per dare inizio a quella che con immutato orgoglio chiama Terza Repubblica. Tale contratto di programma, redatto dal comitato scientifico presieduto da Giacinto della Cananea, è costituito dai seguenti 10 punti: 1) Costruire un futuro per i giovani e le famiglie 2) Contrastare la povertà e la disoccupazione; 3) Ridurre gli squilibri territoriali; 4) Sicurezza e giustizia per tutti; 5) Difendere e rafforzare il SSN; 6) Proteggere le imprese, incoraggiare l’innovazione; 7) Per un nuovo rapporto tra cittadini e fisco; 8) Un paese da ricostruire: investire nelle infrastrutture; 9) Proteggere dai rischi, salvaguardare l’ambiente; 10) Per una amministrazione efficiente e trasparente: tagli agli sprechi. Continua a leggere »

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Di Maio: il Prometeo incatenato dalle sue contraddizioni

prometeo1Seguire minuto per minuto l’evolversi della crisi politica, serve a chiarire i termini del confronto e a cogliere le stupende metamorfosi di Di Maio, colpito da una perniciosa smania di governo. Una smania così acuta, che governerebbe con chiunque pur senza avere personalità adatte, pur senza un retroterra di movimento e di storia, oltre il VAFFA da cui emerse quale bruco dal suo bozzolo. Di Maio vuole governare a ogni costo e mirando a tale obiettivo dimentica tutti gli insulti riversati sui suoi avversari. Dimentica l’altezzosa arroganza con cui nella campagna elettorale predicava che mai il suo movimento avrebbe accettato intrighi, inciuci, compromessi, scambio di favori e di poltrone, che avrebbero contaminato la incorruttibile purezza del suo movimento. Nessuna coalizione, nessuna alleanza, nessuna convergenza con nessuno, sicuro che la sua sarebbe stata una vittoria certa, netta e indiscussa.

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MARIA CALLAS LA DIVINA

MONOLOGO SCRITTO E RECITATO da DANIELA MUSINI

danielaChi scrive, si accinge recensire questo incantevole spettacolo con tremore e timore, colpito dalla complessità di qualcosa che nella sintesi di musica e parola, raggiunge i vertici di una soggiogante bellezza. Bellezza del testo recitato, bellezza dei passi originali cantati dalla Divina per farne stupenda colonna sonora, bellezza del monologo raffinato e ricchissimo di sfumature, bellezza nella illuminante recitazione che la stessa Autrice ne fa, sola per oltre un’ora.

Spettacolo affascinante, giustamente apprezzato e premiato, e che ora chi scrive vuole commentare nelle sue doviziose articolazioni: la concezione stessa di uno spettacolo tanto complesso, il testo del monologo, la recitazione, la sintesi tra parola e musica, la scansione temporale degli eventi della esistenza della Divina, le arie da Lei stessa cantate.
L’idea di portare in scena un monologo è già una idea ardita e a conoscenza di chi scrive ha un solo precedente nella celeberrima interpretazione che Pamela Villoresi fece della infelice storia di Ninì tratta dal Romanzo “Lo Scialo” di Vasco Pratolini.
In quel monologo c’era già il testo di un grande scrittore, qui invece il testo era da inventare e scrivere per essere letto e poi interpretato.

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2018 – QUALI LE RAGIONI DELLA SCONFITTA DEL PD?

di-maioLa sconfitta del PD, inoppugnabile e pesante (40.8% alle europee del 2014, 19.0% alle politiche 2018), è diffusamente attribuita a Renzi, ai suoi errori, al suo proporsi come leader, al suo essere Renzi. Renzi ha sbagliato. Renzi ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla sua persona. Renzi ha governato senza essere eletto. Sono i rilievi più frequenti. Forse tutto questo è vero. O forse pur essendo tutto vero, non è sufficiente a spiegare come in meno di 4 anni, la sconfitta sia stata così perentoria. Una sconfitta molto più simile al crollo di un muro che non a una caduta di qualche masso. E se di crollo è lecito parlare, allora è lecito affermare che gli errori di Renzi, per quanto gravi, per quanto vistosi, hanno creato delle fessure nel muro, hanno procurato qualche infiltrazione corrosiva, ma non il crollo. Renzi ha rappresentato il momento apicale di un processo di deterioramento del PCI iniziato 30 anni fa a Berlino. E come durante la Rivoluzione Francese Luigi XVI pagò sotto la ghigliottina non i suoi errori, ma tutti gli errori e le deficienze dei monarchi assoluti suoi avi, allo stesso modo Renzi ha pagato per errori suoi ma soprattutto per gli errori di quello che fu il Partito Comunista Italiano.

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