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DAI PRIMI ANNI DEL CRISTIANESIMO  ALLA GUERRA DEI TRENT’ANNI 

contro gli ebrei

Alla fine del III secolo venne realizzata un’importante riforma della funzione imperiale. Il potere non fu più in mano a un’unica persona, ma venne esercitato da un collegio composto da due Augusti e due Cesari (tetrarchia). Il territorio dell’impero fu diviso in due parti: Occidente e Oriente. Furono nominati un Augusto e un Cesare per l’Occidente e un Augusto e un Cesare per l’Oriente. Ciascun tetrarca scelse la propria residenza in una città diversa. Le due sedi imperiali in Occidente furono Treviri e Milano. Roma rimase la sede del solo Senato.  

Nel 306 il generale Massenzio pretese di ripristinare la sede imperiale romana e con il suo esercito si proclamò capo incontrastato dell’Urbe, riempiendo il vuoto lasciato dai due tetrarchi d’Occidente ormai a Treviri e a Milano. 

Nella primavera del 312 Costantino uno dei tetrarchi d’Occidente, affrontò Massenzio. Lo scontro decisivo avvenne nel 312 con la Battaglia di Ponte Milvio.  

Costantino vinse. Entrato in Roma come unico Augusto d’Occidente, celebrò il Trionfo, ma ormai convertito al Cristianesimo grazie soprattutto alla azione di sua madre Elena (sant’Elena), non salì il colle del Campidoglio, sede del tempio più sacro ai romani.  

Costantino non rimase a lungo a Roma: nel gennaio 313 si recò a Milano. A Milano firmò il famoso editto (l’editto di tolleranza) secondo cui ciascuno poteva praticare il proprio culto. I Cristiani fino ad allora perseguitati poterono esprimersi e praticare il loro credo senza temere persecuzioni. L’editto di Costantino se liberò i cristiani dalla schiavitù delle catacombe, aprì immensi problemi. Con esso si passava infatti da una sola religione politeistica, a due religioni diverse: politeistica quella pagana, monoteistica quella cristiana. Questo a sua volta imponeva per i cristiani una revisione degli stilemi di comportamento (atti, devozioni, riti, giorni sacri ecc. ), di cui la Chiesa di San Clemente a Roma è densa di testimonianze. In più richiedeva che tutta la massa di documenti, di leggende, di credi ecc. fosse resa uniforme in oriente e in occidente e fosse rigorosamente condivisa. Di qui la esigenza di un concilio ecumenico. Il concilio si tenne nel 325 a Nicea, poco distante da Istanbul e fu l’importantissimo primo Concilio ecumenico del mondo cristiano. 

Il concilio fu convocato e presieduto da Costantino imperatore, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute. L’intento tuttavia era anche politico, perché se tali dispute non fossero state risolte avrebbero dato un ulteriore impulso alla disgregazione dell’impero.   Continua a leggere »

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NAPOLEONE  – RACCONTO DI UN GIGANTE DELLA STORIA 

 

napoleone 5Allo scoppio della rivoluzione nel 1789 Napoleone aveva 20 anni ed era già ufficiale di re Luigi XVI. Durante la guerra civile in Corsica scoppiata nel 1793, si distinse meravigliosamente nella liberazione del porto di Tolone dai monarchici e dalle truppe inglesi che li appoggiavano. La sua abilità e intelligenza attrassero l’attenzione di Paul Barras, potentissimo e scaltro membro del Direttorio che lo aiuterà nella successiva scalata al potere prima con la nomina a comandante della piazza di Parigi e poi con la nomina a generale di Corpo d’armata. 

La campagna d’Italia  

Il 12 aprile 1796 cominciava la prima campagna d’Italia che avrebbe portato alla luce il genio militare e politico del generale Bonaparte il quale, nonostante l’inferiorità numerica e logistica, nonostante fosse a capo di una “Armata di Cenciosi” riuscì a sconfiggere ripetutamente le forze austriache e piemontesi. Furono successi strepitosi che affascinarono anche Beethoven, che gli dedicò la immortale sinfonia n. 3, successivamente ribattezzata “Eroica” dallo stesso autore indignato dal fatto che Bonaparte si fosse proclamato imperatore. Dopo essere riuscito a sollevare il morale e lo spirito combattivo delle sue truppe, Bonaparte manovrò con rapidità per disgregare e sconfiggere separatamente i due eserciti avversari. Le forze austriache e piemontesi vennero battute ripetutamente. Il 10 maggio 1796 sbaragliò l’ultima difesa austriaca nella battaglia di Lodi, preludio stupendo della sua entrata a Milano. Con l’armistizio di Cherasco (in provincia di Cuneo), Bonaparte costrinse Vittorio Amedeo III di Savoia a pesanti concessioni, ratificate con la Pace di Parigi (15 maggio ‘96), che assegnava alla Francia sia la Savoia sia la contea di Nizza. Finiva così l’italianità di Nizza che tanto amara sarà in seguito per Giuseppe Garibaldi.  

Costretto il Piemonte all’armistizio e occupata Milano, Bonaparte ricevette dal Direttorio i pieni poteri sull’Armata d’Italia e si preparò al compito più difficile: sconfiggere l’esercito austriaco. La prima grande battaglia campale da lui diretta, e la prima che lo consacrò definitivamente anche agli occhi degli avversari, avvenne Rivoli, fulgido esempio di tattica e rapidità, di decisioni e movimenti. Dopo Rivoli nell’ottobre del 1796, si costituì la Legione Lombarda, prima forza armata composta da italiani che adottarono quale bandiera di guerra il Tricolore (verde, bianco e rosso). È definitivamente acclarato che l’ispirazione napoleonica venne dai moti di Reggio Emilia che a loro volta si ispirarono al canto XXX del Purgatorio, quando Virgilio affida Dante a Beatrice, e questa appare vestita con un velo candido, cinta di ulivo, il mantello verde e la veste rosso acceso. I tre colori simboleggiano dunque le virtù teologali cristiane: verde-speranza; bianco-fede; rosso-carità. Successivamente con la costituzione della Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797 il tricolore cessò di essere bandiera di guerra e divenne la bandiera nazionale. La nostra splendida bandiera!  

a folgorante avanzata di Napoleone intimorì l’Austria che dovette accettare la rinuncia ai territori fino ad allora occupati e inglobare soltanto i territori della Repubblica di Venezia col trattato di Campoformio, del 1797. A Campoformio non moriva solo la gloriosa patria dei Dogi, ma svanivano i sogni dei tanti patrioti italiani inermi spettatori del lurido baratto della loro terra, così amata e così tanto pianta da Ugo Foscolo che a quel tradimento di ideali e speranze attribuì il suicidio di Jacopo Ortis, l’eroe del suo Ultime lettere di Jacopo Ortis.   Continua a leggere »

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Nello sfolgorante scenario della partita politica attuale, si riconosce un solo perdente: SALVINI.

salvini

Nella complessa vicenda politica di questi giorni resi torridi dalle continue risse tra due piromani litigiosi, e orridi dalle tenebrose vicende riguardanti l’illecita gestione dei minori in affido a Bibbiano, c’è da chiedersi chi sia il vero perdente, chi sia colui che ha provato la totale incapacità di trasformare il consenso elettorale in un primato politico, in una visione idonea a cogliere i problemi del Paese e tentare di risolverli. È lui: Salvini. Salvini, il quale se non è riuscito a chiudere i porti, magicamente è riuscito a farsi chiudere la porte ovunque: in Italia e in Europa.

Ha chiuso i porti? No.

Ha respinto gli sciagurati scampati al mare? No.

Ha rimpatriato i 600 mila immigrati? No, perché la follia è una patologia non una terapia. Voleva uscire dall’euro. E’ uscito? Vi sono prospettive e condizioni che lo rendono probabile? No. Con sommo scherno della opinione pubblica, ha smesso di indossare la maglietta con la scritta BASTA EURO.

Voleva le autonomie regionali. Non voleva sconquassare le istituzioni italiane. E ora le autonomie attendono e le istituzioni vedono Salvini esultare alla proposta di sottrarre la indipendenza alla Banca d’Italia.

Situazione analoga in Europa. Ebbro di quella estasi generata dalla droga del consenso di una campagna elettorale perpetua, millantava una egemonia all’interno del nuovo Parlamento europeo. Lo ha irriso con vergognosa arroganza per essersi occupato delle sanzioni a Facebook, Amazon, ecc. Si è agitato molto sul ring europeo, ha mostrato i muscoli, ha insultato, ha oscurato il linguaggio con sconcezze irripetibili. Tanto rumore per prendere calci e pugni tanti da isolarlo dal circuito internazionale. Pure i suoi soci in Europa, quelli del gruppo Visegràd, i carissimi amici di nome Orbàn, Kazcinski, con cui pensava di rifare tutta l’architettura europea, lo hanno lasciato naufrago nel gran mare tempestoso delle alleanze e delle decisioni. E al momento di eleggere il nuovo Presidente della Commissione, quelli hanno votato assieme all’amato Di Maio a favore della candidata franco – prussiana Ulrike von der Leyen, lui ha votato e fatto votare contro.

Atto supremo di imbecillità politica!

Come può infatti la Presidente eletta scegliere ora come Commissario italiano, un candidato espressione di una formazione politica che non l’ha votata? Lo ha capito lo stesso commissario in pectore, Giorgetti, il quale ha rifiutato la candidatura con un atto insolito e solenne ad un tempo: annunciando la sua rinuncia direttamente al Capo dello Stato. Un atto non previsto da nessun protocollo istituzionale, ma dall’insolito valore di disconoscimento della lungimiranza politica del suo stesso capo Salvini, che aveva votato e fatto votare contro la nomina della von der Leyen a Presidente della Commissione.

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CONTE RISPONDE ALLA COMMISSIONE EUROPEA

Conte e la coraggiosa vocazione all’autodissolvimento in Europa

italia-vendesiL’Unione Europea chiede una risposta alla questione cruciale del debito italiano ormai oltre il livello di 1555,00 Mrd di euro, (gli zero virgola del sovrano Capitano valgono miliardi di euro: lo 0,1% vale 1,55 Mrd di euro, altro che i talleri o i fiorini di Salvini). La UE chiede dati e date, voci di costo da rivedere, promesse da rimodulare, inganni da svelare. E Conte, nostro avvocato del Popolo, con legulea maestria, risponde. Risponde non con precisi riferimenti alle voci di spesa da contenere, agli attuali valori del deficit, del debito, del PIL, della occupazione, del livello di tassazione, ma risponde con una analisi della situazione geopoltica del Mondo che è, e disegna il mondo che verrà. Le sei pagine della sua lettera sono pagine di somma letteratura, a leggere le quali ogni lettore sente la levità della ascensione verso regioni inesplorate della Storia e dello spirito, pur mancando nel testo la passione dottrinale delle lettere di San Paolo, l’inesausto scandaglio delle lettere di Seneca a Lucilio, il senso tragico e avvolgente delle lettere di Kafka al Padre. Ma dominano concetti di una bellezza recondita e affascinante.

Dice Conte:

lo scenario geostrategico appare mutato…..si prospettano nuove traiettorie demografiche, suscettibili di indirizzare il continente europeo verso una stagnazione secolare” E ancora “purtroppo è amaro constatare che l’uso spregiudicato del ruling, del patent boxes (1), e del “treaty shopping” (2) costituisce, ormai, pratica diffusa tra alcuni Stati membri dell’Unione.

L’Italia avverte invece con ferma determinazione, l’urgenza e la necessità di stimolare una discussione che miri a ridefinire la governance economica dell’Eurozona e dell’Unione dimostratasi inadeguata ad assolvere i compiti per i quali era stata pensata. È necessaria una profonda revisione, forse anche è necessara un’autentica conversione, delle regole euro-unitarie per pervenire a un sistema integrato di governo che possa perseguire effettivamente, in modo stabile e duraturo, il benessere economico e sociale dei popoli.

La scelta di limitare l’azione di governance all’esclusivo e rigoroso rispetto delle regole di bilancio, senza tenere conto dell’impatto sociale che tali determinazioni possono produrre sui cittadini degli Stati membri, si rivela drammaticamente controproducente, alimentando rancore e contribuendo, in misura significativa, ad allontanare le Istituzioni europee dalle tante periferie, non solo geografiche, del Continente”.

Bello. Bellissimo testo, da riportare nei libri di Storia se fosse il testo di un discorso di insediamento del Presidente della Commissione. Continua a leggere »

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TIFARE O SCHIVARE I “MINIBOT”?

TIFARE O SCHIVARE I MINIBOT?

minibotTutto il frastuono in Parlamento e fuori sulla strepitosa invenzione del leghista Borghi sulla emissione di “miniBoT”, ha delle motivazioni condivisibili e richiama alla responsabilità di tutti averne scienza e conoscenza. Motivazioni condivisibili che sono da ricercare nei ritardi della Pubblica Amministrazione nel saldare i debiti nei confronti delle imprese, delle famiglie, dei liberi professionisti. Ritardi che raggiungono tempi geologici e che per chi attende i pagamenti diventano anche origine di fallimenti. Una impresa sollecitata a pagare i propri fornitori, ma priva della liquidità dei crediti vantati presso la PA e da questa non pagati, potrebbe imboccare l’iniquo sentiero del fallimento. La PA italiana è stata a più riprese, ripresa e sanzionata dalla CE per pagamenti dovuti e non effettuati nel termine massimo di 90 gg. Le ragioni sono diverse, alcune dovute alla infima produttività del personale addetto, altre alla selva di procedure da seguire, altre sono invece strutturali e legate alla differenza tra Bilancio dello Stato e Bilancio di una Impresa.

Il Bilancio dello Stato è di Cassa.

Il Bilancio di una Impresa o di un libero professionista è di Competenza.

Secondo il Bilancio di cassa il calcolo del reddito include solo la contabilizzazione delle entrate e delle uscite. Diversamente il principio di competenza impone di registrare costi e ricavi, nel periodo di imposta a cui si riferiscono, indipendentemente dal momento in cui i pagamenti sono effettuati.

I ritardi dei pagamenti della PA, sono dunque effetto non irrilevante della struttura del Bilancio di Cassa dello Stato, i cui debiti non rientrano nel conteggio del debito pubblico. Ritardare i pagamenti ritardando le uscite di cassa diventa pertanto la forma subdola per occultare debiti.

I “miniBoT” parrebbero essere una soluzione al gravissimo problema della insolvenza della PA. Ma cosa sarebbero i miniBoT, secondo la proposta avanzata dal leghosta Borghi?? Sarebbero moneta o titoli di credito, e dunque debito dell Stato, analoghi ai CCT, certificati di credito del tesoro (CCT) o analoghi ai Buoni del Tesoro Pluriennali (BTP)?

È noto che una moneta per essere tale deve:

  • essere circolante e trasferibile senza vincoli,

  • non avere scadenze,

  • essere un mezzo di pagamento al portatore,

  • essere una unità di conto, ovvero avere un valore,

  • essere coperta da riserve auree.

È anche noto che i BOT (Buoni Ordinari del Tesoro), sono titoli di debito pubblico con termine max di 12 mesi. Chi li acquista presta soldi allo Stato per un periodo di tempo definito, avendone in cambio interessi seppure diversi e inferiori, ad esempio, a quelli concessi ai BTP con scadenze pluriennali. A differenza della moneta, i titoli hanno dunque una scadenza, sono nominativi, e non sempre possono essere circolante. E i miniBoT cosa sarebbero?

  • I miniBoT sarebbero BOTdi piccolo taglio emessi per pagare i debiti contratti dalla PA con imprenditori, famiglie e altre categorie professionali;

  • a differenza dei BOT, che hanno un valore minimo di 1.000 euro i miniBoT avrebbero valore tra 5 e 100 euro;

  • non garantirebbero interessi ai possessori e non avrebbero una scadenza

  • sarebbero cartacei e non digitali

Così concepiti i miniBoT potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo a quello attuale con banconote. Il loro vantaggio sarebbe la loro creazione e diffusione totalmente controllate dallo Stato senza rischio di blocco esterno. Inoltre verrebbero assegnati senza alcuna formalità a tutti i creditori dello Stato disposti ad accettarli e permetterebbero di risarcire i risparmiatori colpiti dai crac delle banche e di pagare i crediti Iva a PMI e professionisti.

Se tali sono i miniBoT, sono essi titoli o una forma subdola di moneta parallela?

Purtroppo definire i “miniBoT” moneta oppure debito, sarebbe come chiedersi se una donna incinta sia donna o sia gravida. Secondo le definizioni della BCE, infatti, ogni moneta è contestualmente debito e titolo. Tuttavia se ogni moneta è un titolo non tutti i titoli sono moneta. Analogo paradigma della paternità: tutti i papà sono maschi ma non tutti i maschi sono papà.

Può quindi affermars che se non si possono considerare i miniBoT propriamente una moneta, non avendo scadenza, non essendo trasferibili ed essendo validi verso quanti li accettano, la loro emissione deve essere contabilizzata come debito.

Dunque i miniBoT sono nuovo debito pubblico, emesso in piccoli tagli cartacei, dati in pagamento definitivo dei debiti della PA ad attori economici privati che poi dovrebbero farne uso per pagarsi fra di loro.

Ma pagandosi come? Se essi fossero a corso legale e non si potesse rifiutarli in pagamento, sarebbero una riedizione dei biglietti di Stato e dunque illegali nel contesto dei Trattati.

Se fossero invece a corso volontario, utilizzati e accettati come strumento di pagamento solo da chi volesse, c’è da chiedersi chi li accetterebbe. Li accetterebbero coloro che li utilizzerebbero solo per pagare le tasse.

Dunque se i miniBoT avessero un corso legale, pur nominalmente uguali all’euro, varrebbero meno e darebbero luogo necessariamente a un mercato secondario in cui sarebbero venduti a sconto. Le monete parallele, soprattutto nella forma di contante, generano inesorabilmente mercati secondari. I debiti sarebbero pagati sì, ma con uno sconto ben più selvaggio di quello già pesante che viene offerto dal sistema bancario.

Se invece essendo a corso volontario, fossero accettati e utilizzati solo per pagare le tasse, si realizzerebbe una compensazione del tutto apprezzabile dal punto di vista dell’equità fiscale, ma a debito. Essa potrebbe essere invece realizzata direttamente senza bisogno di ricorrere a un circolante cartaceo, mediante compensazione diretta di debiti e crediti. Ciò che non aumenterebbe il debito pubblico, senza peraltro nemmeno diminuire il gettito fiscale.

Sarebbe molto più semplice immaginare uno strumento (controllato) di conversione in crediti fiscali dei crediti comerciali vantati nei confronti della PA, consentendo la circolazione degli stessi e la possibilità di compensarli con imposte e contributi correnti. Si tratterebbe di una sorta di “credito d’imposta PA”, che con una procedura guidata e controllata di affrancamento, attraverso cui le imprese potessero certificare i propri crediti verso la PA e, a precise condizioni, usufruirne come credito d’imposta. Stampare un titolo per effettuare una compensazione, rappresenterebbe una inutile e pericolosa macchinazione, specchio di un sistema viscido, più attento agli effetti mediatici e quindi politici, ma incapace perfino di immaginare la complicazione e i rischi che si celano dietro di essa per mirare a un obiettivo parimenti raggiungibile in modo più immediato e meno pomposo.

Dunque i miniBoT sarebbero moneta e sarebbero titoli. Nel primo caso sarebbero illegali stando i Trattati europei. Nel secondo caso sarebbero inutili e peggiorativi. Inutili, potendosi ricorrere alla compensazione per pagare le tasse, peggiorativi in quanto, contabilizzati come debito pubblico, porterebbero a un aumento del debito e non a una sua riduzione.

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