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Affascinante mostra a Palazzo Venezia

Il POTERE e la GRAZIA

potere e grazia

Una mostra per tutti, credenti e non credenti che sentono il fascino della storia dei rapporti tra Cesare e Dio, Impero e Cristianesimo, tra Stato e Chiesa, nella raffigurazione narrativa di Maestri sommi. Opere immortali di Mantegna, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo, Van Eyck , Memmling, Altdorfer, Lorenzetti, Beccafumi, Luca Giordano, Guido Reni e pezzi non facilmente visibili, come il “San Nicola arcivescovo di Mira” proveniente dal museo Tret’jakov di Mosca, sono esposti con cura e analisi storica e stilistica da lasciare i visitatori assorbiti in rarefatte atmosfere meditative. Ma al di là della sommità degli autori e della qualità delle opere, la mostra è affascinante nella sua intenzione di ripercorrere sentieri di fede ignorati e trasmettere certezze non accolte da tutti.

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ROMA – Teatro “LO SPAZIO”

Ombre di guerra

di Fabrizio Bancale
Tragica e disperata meditazione sulla eterna condanna dell’uomo

“La Guerra ci sarà sempre, anche quando non ci saranno più nemici, perché allora i nemici si troveranno in casa”. 
“Gli uomini fanno le guerre per celebrare i propri eroi: i morti, i reduci, gli invalidi, gli orfani”.
ombreSono alcune delle riflessioni di Fabrizio Bancale sulla eterna, ineludibile condanna dell’uomo che è la Guerra. La Guerra come nel racconto poetico della caduta di Troia, o nella narrazione documentata e tragica della Guerra tra Atene e Sparta nel Peloponneso, la guerra nelle infinite forme registrate dalla Storia. La guerra condanna inesorabile dell’uomo perché espressione della sua stessa sostanza, effetto e causa del mistero della iniquità che lo pervade ineluttabilmente.

La guerra fredda nella sua durezza, sempre con effetti funesti ai quali non sfugge né colui che la usa, né colui che la soffre. La guerra che colpisce l’anima la cui umiliazione non è né mascherata né avvolta di pietà e che non offre all’ammirazione nessun essere ferito dalla degradazione della sventura. Il pensiero della giustizia non illumina la tragedia e mai interviene. E seppure il sentimento della miseria umana è una condizione della giustizia e dell’amore sotto l’imperio della guerra non è possibile né amare né essere giusti. Chi ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come se stesso quelli che la guerra con un abisso ha separato da lui. Sventura sovrana, la Guerra, ad esprimere la quale nessuna definizione potrà apparire adeguata. L’Autore ha la forza d’animo di proporre allo spettatore di non mentire a se stesso; riuscendo così a toccare un alto grado di lucidità, di purezza e di semplicità. L’uomo non protetto dalla corazza della menzogna, non può patire la guerra senza esserne colpito fino all’anima. Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla essendo al riparo dalla morte, arriveranno a non invocare mai la guerra, a non odiare i nemici e a non disprezzare gli sventurati. Ma è dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.

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ROMA – Teatro GHIONE

collodelLa Santa sulla scopa 

Amara e sorridente riflessione sugli eterni dilemmi delle donne
La storia delle donne è la storia del loro sangue, è la storia di coscienze e delle loro lotte interiori, e soprattutto è la storia di una utopia. Così la narrazione di Luigi Magni dell’incontro di una presunta strega e di una suora malgrado se stessa, si snoda come un viaggio verso la culla delle pulsioni profonde. E’ la narrazione di una avventura dell’anima, intessuta di luci e ombre, di cielo e terra, di estasi e pulsioni erotiche, avvolta da atmosfere che sanno ora di incanto e malia ora di incredulità e dolore. Magni esprime al meglio la propria visione della dimensione della salvezza, rifugge da ogni retorica e da ogni infingimento. E riesce così a rappresentare la realtà, dura e scabrosa, in tutta la sua nudità, velata sempre dal fascino del sogno che la riscatta e la redime. Gli stati d’animo delle protagoniste, in un gioco sottile che affascina i sensi e soggioga l’emozione, si incontrano e si confrontano, si intrecciano e si sciolgono, si infiammano e si placano, dipingendo uno stupefatto affresco dalle infinite sfaccettature della donna.

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CALLE GOYA – TERME di CARACALLA – Carmen

Superba messa in scena del capolavoro di Bizet

carmen

carmenMettere in scena la Carmen, una storia d’amore e morte, che tocca i vertici più alti della drammaticità, è operazione assai complessa. L’opera è un tsunami di musica trascinante e avvincente che attraversa villaggi, paesaggi soleggiati, gole montagnose appena illuminate dalla luce dell’alba, atmosfere di festa e quotidianità scontate, uomini e donne nelle abitudini e nei sentimenti più alti e più protervi, più miti e più ribelli. E in tale attraversamento porta con sé tutto in un fluire continuo di melodie, ricco di colore nei motivi pittoreschi e folkloristici, nelle danze popolari e nelle canzoni, traboccante di impeto, di ardore, di contrasto fra le esotiche danze zingaresche e l’incalzare drammatico dell’azione. Per descrivere tale universo animato e non, Bizet si avvale di una tavolozza di colori orchestrali stupefacente, già impiegata nel fastoso preludio per introdurre i temi fondamentali dell’opera: la corrida ”la “fête du courage, la fête des gens de coeur”, il torero “celui qui vien terminer tout” celui qui frappe le dernier coup!, e quello tragico del destino della protagonista annunciato da clarinetto, fagotto e corno sul tremulo acuto degli archi.

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TURANDOT

Il Mistero della tensione eroica verso la Verità
Le difficoltà di una messa in scena e di una interpretazione vocale e musicale di quella luminosa meraviglia che è la Turandot, sono legate non solo alla impervia partitura dell’opera, ma alla necessità di sviluppare secondo le intenzioni del librettista Simoni un’opera capace di dare credibilità umana seppure nella cornice di una fiaba a un dramma dell’esistenza eterno e misterioso: la ricerca della Verità, intima, individuale, indefinita. E’ la forza che spinge ciascuno a tentare l’impossibile pur di poter scoprire il mistero racchiuso in sè, pur consapevole della probabile sconfitta e della conseguente morte certa. E’ la forza dirompente che tutti spinge verso l’ardito tentativo di superare se stessi e indovinare impossibili enigmi. E’ la tragedia immanente dell’uomo che lascia i suoi affetti, le sue certezze, il suo mondo per inseguire la Verità, la divina bellezza, il sogno, la meraviglia come Turandot viene descritta dal Principe Ignoto.

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