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L’ incantevole ALImento di Annunziata Sgura

A L I

di ANNUNZIATA SGURA

ali

Le Ali. Quale meraviglioso dono fu fatto agli uccelli che popolano il cielo per poter migrare e migrare, come le rondini a scrivere in cielo le storie dei ritorni, come i gabbiani infaticabili nell’adagiare nel seno delle madri i figli dell’amore. E poi le Ali del ricordo, le Ali del pensiero, le Ali del sogno, le Ali del cuore. Le Ali.
Questa soggiogante raccolta di liriche di Annunziata Sgura, poetessa dell’incanto, vola con  tutte le sue ali, annulla il tempo e disegna uno spazio denso di rimembranze, di gioie vissute, di antichi stupori fanciulleschi, ma poi anche di riflessioni sul dolore, di immagini palpitanti di amore per le tante miserie incontrate per le strade del mondo.

Le otto sezioni in cui le 153 liriche sono suddivise, sono come otto stanze di un museo nel quale il tema dominante è il tema della Maternità sacra custode delle radici/in cui si compie/il sogno e la via/e si svela/il mistero dell’amore, esplorato nelle sue infinite policromie: la Maternità vissuta di Annunziata Sgura: siete leggenda e storia/geografia e bussola/nel viaggio mio di madre/dalla Betlemme del grembo/ alla stella del vostro destino; la Maternità interrotta: la doglia della vita /aveva partorito la morte, la Maternità attesa invano: la chiamavano maga/la chiamavano strega/era invece una donna/che cercava il seme /per diventare madre; la Maternità subita: sogno un nuovo presepe/con la greppia piena/di un bambinello santo/partorito da una vergine/stuprata sul marciapiede dell’orrore. La Maternità sacramentale che scoppia nell’utero rosso del vergine cuore, come le gemme del pesco/quelle del mandorlo e del ciliegio; la Maternità violentata raccontata nello struggente suicidio di Maria, ventenne, che per cercare le braccia di sua madre/ e dormire con lei la testa poggiata sul suo seno, si lasciò cadere/in fondo al pozzo/colpevole d’essere stata concepita/ una notte d’incesto; la Maternità cercata in un grembo mercenario, in un nido in fitto;  la Maternità originaria da cui prese avvio il mistero del dolore universale. Una Maternità sulla quale Annunziata Sgura si sofferma con una plenitudine di sentimenti e di narrazioni. Dai ricordi dell’infanzia, dei suoi giochi, delle dolci fiabe sulle capienti ginocchia della nonna, al raggiante disegno dei paesaggi meravigliosi della amata terra di Puglia, flagrante nelle sue messi, esuberante nei suoi colori, maestosa nelle sue cattedrali, nuziale nell’abbraccio del suo mare con la terra, ancestrale nelle sue usanze nel continuo scorrere delle stagioni. Ma poi con le ali della mente e del cuore si immerge con una progressione prodigiosa nel tempo per giungere ai nostri amari tempi, e si libra nello spazio di galassie lontane, dove l’amore si racconta nel silenzio e dove la Maternità è offesa e martoriata. Ed ecco che assumono sbalzo vivo e coinvolgente le liriche in ricordo di Beslan tragedia immane della follia dell’uomo dove si rinnova la strage di Erode contro bambini colpevoli di essere innocenti; di Kabul ove ogni donna è inghiottita da burqa nel divieto di mostrarsi quasi che il corpo suo fosse peccato; o di Kabul piagata da altre stragi, abitata da madri ormai senza lacrime, capaci soltanto di struggenti cantilene e di silenziose preghiere: dormi e sogna figlio mio/tra le braccia del buon Dio; di Madrid nel 2004, quando il terrore omicida lasciava sgomento e annichilito Gesù stesso prima di reclinare il capo e chiudere gli occhi pesti di terrore. Gesù che dopo la Resurrezione cerca sua madre e con una dolcezza profonda di figlio la implora: madre mia corri a piangere con le altre madri che hanno il cuore trafitto come il tuo. Gesù che dopo l’Ascensione si rivolge al Padre e lo invoca di accogliere nel suo regno tutti i morti della mano sacrilega dell’uomo, anch’essi reduci dalla croce. E ancora in ricordo dell’Iran in cui la Neda dal volto bello, martoriata la verginità del grembo, è la fanciulla santa del nostro tempo e in ricordo delle tante mamme smarrite/ nel delirio del fuoco dell’orrore che ha trafitto Betlemme/ e l’innocenza di tanti bimbi con gli occhi vitrei /sbarrati dal terrore.
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L’uomo venuto dal mare – di Annunziata Sgura

Il percorso doloroso di una donna quale emblema

di un cammino di redenzione

uomo dal mareCon L’uomo venuto dal mare Annunziata Sgura prosegue il racconto iniziato nelle sue Storie di Donne, e illumina di luce livida la opprimente realtà della sua terra di Puglia attorno agli anni Venti del ‘900: realtà gonfia di pregiudizi, di falsi pudori, di miserie nel vivere e nel sentire, di vocazioni riparatrici, di istituti religiosi spesso scuole di malaffare. Realtà di padri padroni, e dottori altolocati che con protervia si accaniscono contro l’innocenza di fanciulle dolci, sognanti, innamorate. Innamorate pur ignorando l’amore e dell’amore le manifestazioni più esaltanti o violente della sessualità.

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STORIE di DONNE di Annunziata Sgura

Dolente percorso nei luoghi della coscienza dove si consumano le lotte interiori della donna tra pregiudizi e aneliti di riscatto

donneAnnunziata Sgura già affermata poetessa, e poetessa fino ai più intimi anfratti della ispirazione spirituale, abbandona la poesia in versi per consegnarci una poesia in prosa. Una transizione voluta per dare vita e luminescenza poetica alle tante storie della sua terra, necessitanti di un racconto compiuto, sequenziale, in cui i personaggi nascono, studiano, si incontrano, si innamorano, si amano, si tradiscono, si abbandonano, partono, muoiono. Storie di donne e dei loro calvari più idonee a una narrazione in prosa che non in versi. Eppure la intima natura di poetessa non l’abbandona in quest’opera, ritornando assai di frequente poesie autentiche nello stile delle meditazioni in versi: “Voglio volar lontano/almeno sulla luna/incendiarmi di luce/e cercare i nidi dell’anima, /all’unisono con la natura che cantava l’alleluja dell’estate”, e soprattutto in una prosa nuova.

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Affascinante mostra a Palazzo Venezia

Il POTERE e la GRAZIA

potere e grazia

Una mostra per tutti, credenti e non credenti che sentono il fascino della storia dei rapporti tra Cesare e Dio, Impero e Cristianesimo, tra Stato e Chiesa, nella raffigurazione narrativa di Maestri sommi. Opere immortali di Mantegna, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo, Van Eyck , Memmling, Altdorfer, Lorenzetti, Beccafumi, Luca Giordano, Guido Reni e pezzi non facilmente visibili, come il “San Nicola arcivescovo di Mira” proveniente dal museo Tret’jakov di Mosca, sono esposti con cura e analisi storica e stilistica da lasciare i visitatori assorbiti in rarefatte atmosfere meditative. Ma al di là della sommità degli autori e della qualità delle opere, la mostra è affascinante nella sua intenzione di ripercorrere sentieri di fede ignorati e trasmettere certezze non accolte da tutti.

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ROMA – Teatro “LO SPAZIO”

Ombre di guerra

di Fabrizio Bancale
Tragica e disperata meditazione sulla eterna condanna dell’uomo

“La Guerra ci sarà sempre, anche quando non ci saranno più nemici, perché allora i nemici si troveranno in casa”. 
“Gli uomini fanno le guerre per celebrare i propri eroi: i morti, i reduci, gli invalidi, gli orfani”.
ombreSono alcune delle riflessioni di Fabrizio Bancale sulla eterna, ineludibile condanna dell’uomo che è la Guerra. La Guerra come nel racconto poetico della caduta di Troia, o nella narrazione documentata e tragica della Guerra tra Atene e Sparta nel Peloponneso, la guerra nelle infinite forme registrate dalla Storia. La guerra condanna inesorabile dell’uomo perché espressione della sua stessa sostanza, effetto e causa del mistero della iniquità che lo pervade ineluttabilmente.

La guerra fredda nella sua durezza, sempre con effetti funesti ai quali non sfugge né colui che la usa, né colui che la soffre. La guerra che colpisce l’anima la cui umiliazione non è né mascherata né avvolta di pietà e che non offre all’ammirazione nessun essere ferito dalla degradazione della sventura. Il pensiero della giustizia non illumina la tragedia e mai interviene. E seppure il sentimento della miseria umana è una condizione della giustizia e dell’amore sotto l’imperio della guerra non è possibile né amare né essere giusti. Chi ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come se stesso quelli che la guerra con un abisso ha separato da lui. Sventura sovrana, la Guerra, ad esprimere la quale nessuna definizione potrà apparire adeguata. L’Autore ha la forza d’animo di proporre allo spettatore di non mentire a se stesso; riuscendo così a toccare un alto grado di lucidità, di purezza e di semplicità. L’uomo non protetto dalla corazza della menzogna, non può patire la guerra senza esserne colpito fino all’anima. Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla essendo al riparo dalla morte, arriveranno a non invocare mai la guerra, a non odiare i nemici e a non disprezzare gli sventurati. Ma è dubbio che ciò sia prossimo ad accadere.

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