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L’ITALIA DEI “NO” E LA CONTEMPLAZIONE DELLA POVERTÀ

no olimpiadiDopo il NO alle Olimpiadi di Roma, ultimo in ordine di tempo ma non di importanza, è legittimo domandarsi quale sia il prezzo che stia pagando l’Italia dei “NO”. I NO diventati uno stato d’animo, un modo di essere, un’abitudine, un paradigma, un comportamento obbligato, meccanico e automatico.

I 5 stelle sono solo una parte di questa Italia ghiacciata che ossequia le “cose come stanno”, che vegeta nella stasi, che ristagna nella illusione che se non cresce il PIL crescono i voti, che abbraccia il populismo come grammatica della stagnazione. I grillini coi loro no, rappresentano l’avanguardia di un esercito mesto, privo di coraggio e di iniziativa nel quale militano la quasi totalità dei sedicenti ambientalisti, una porzione consistente della sinistra paleolitica, burocratica e opportunista, e una destra populista e sfascista. E’ l’Italia paralizzata che confonde l’opposizione con il divieto di ogni cambiamento, di ogni opera, di ogni riforma, di ogni realizzazione. Nella concupiscenza e nella ostentazione del Potere, per dire no alle Olimpiadi i grillini hanno dismesso il mantra dell’antiausterity e rispolverato improbabili abiti di passati regimi con l’argomento “non vogliamo, con le Olimpiadi, aumentare i debiti”. È doloroso constatare tanta incompetenza economica, addobbata di rigore, parsimonia, saggezza nella gestione delle risorse pubbliche e onestà. Cosa è infatti un debito quando si parla di opere pubbliche? Per un liberale, nel bilancio pubblico, l’errore non è il debito, ma come esso può essere ripagato. Ripagato generando reddito che ne consente il servizio o ripagato attraverso spesa pubblica futura che invece lo innalzerebbe? Costruire una piscina che serve un pubblico che paga, genera reddito che ripaga il debito. All’opposto i debiti ripagati dalla spesa pubblica sono debiti sbagliati in quanto generano altro debito. Il demagogico “reddito di cittadinanza” proposto dal M5S, che studiato a fondo si rivela un sussidio a perdere, è un debito che non genera crescita, dilapida risorse e si fa perpetuo.

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Le Nozze di Figaro – IL MAGISTERO DI MOZART ALL’INSEGNA DEL PERDONO

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Travestimenti, mobilità sociale, amore come diritto e viceversa, ne “Le Nozze di Figaro”, questi capisaldi del costume socio-erotico sono sontuosamente disseminati. Era il 1786 quando Mozart e Da Ponte iniziarono a scrivere Le Nozze. V’erano ormai ed erano evidenti i prodromi della Rivoluzione che abbatterà la monarchia francese, cambiando i connotati al decrepito spirito del Vecchio continente. Tutta l’Europa era in tumulto e Mozart, per ottenere dall’imperatore Giuseppe II il permesso di rappresentare Le Nozze, dovette presentare un lavoro non roso nè da granelli di polvere da sparo, né da possibili fiammelle di riscatto di classe. Così, lui e il librettista Lorenzo  Da Ponte ispirati da Beaumarchais inventarono il racconto di una spassosa giornata, “La folle giornata”. Un racconto in cui smontano e rimontano, intrecciano coppie morganatiche, amore e interesse, servi e padroni, travestendo, irridendo, compatendo ciascun personaggio, senza nessuno escludere. Ma a Giuseppe II sfuggì che in quel racconto c’era ben nascosto ed era fumante il focolaio dell’eguaglianza.

Il Conte di Almaviva, uomo alle soglie di quella idiota età che è l’anzianità, non può più spassarsela con le fanciulle se non pagandole o abusando del suo ufficio. Invidioso del paggio Cherubino, che ha l’età e le risorse per fare il farfallone amoroso, vuole cacciarlo in modo che non possa più andare “notte e giorno girando, delle belle turbando il riposo”. In un impeto di dispotismo illuminato, aveva abolito lo ius primae noctis, ma ora che Susanna, da lui ambita in un miscuglio bavoso di amore e desiderio, sta per sposarsi, vorrebbe trovare un modo sottile per ristabilirlo e riprendersi ciò che gli sarebbe spettato di diritto. Sua moglie, la Contessa, informata del piano del consorte, e del come sia un traditore seriale, reagisce come tutte le donne del suo rango e pungolata dalla Terza Classe, nella persona di Susanna, ordisce un tranello ai danni del Conte. I suoi complici vogliono inchiodarlo per guadagnarsi il diritto ad amarsi, lei invece vuole solo tornare a sentire il suo calore, nel struggente ricordo dei bei momenti. Si traveste da Susanna e gli dà appuntamento in giardino, di notte. Il Conte giunge e forse per la prima volta le rivolge quelle dolci parole d’amore di cui la Contessa sente il bisogno. Per lei moglie, proprietà garantita, signora matura che ha nel viso l’agenda della vecchiaia di entrambi, il Conte aveva smesso di onorare le promesse matrimoniali più ovvie. Eppure in quel momento in cui lei è un’altra e lui è per un’altra, Mozart e Da Ponte inseriscono il primo, vero, assoluto momento di tenerezza di tutta l’opera e il segreto per svelarne il senso: il perdono. E’ così intenso quel loro sfiorarsi nella menzogna che le loro identità, vere e inventate, si annullano e forse entrambi si guardano in modo nuovo. E si ritrovano. Poi, quando l’inganno è svelato, la Contessa assolve il Conte e lui le prende la mano. A volte per ritrovarsi ci si deve mascherare. Ci si deve tradire. Per questo è importante che entrambe le cose restino proibite. È questo il messaggio di Figaro, la miccia dell’Europa moderna.

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DIRITTO A 5 STELLE

torre di babeleL’ultimo estromesso dall’amministrazione di Roma è l’ex consigliere della Corte dei Conti Angelo Raffaele De Dominicis. “Ho appreso che l’ex magistrato in base ai requisiti previsti dal M5s non può più assumere l’incarico di assessore al Bilancio della giunta capitolina”. Questo l’annuncio del sindaco Virginia Raggi, la quale non dice quali sono questi requisiti e in cosa sarebbe carente il neo-ex-assessore. Pare comunque che De Dominicis sia indagato, mentre una delle condizioni richieste dal Codice di comportamento per i candidati ed eletti del M5S alle elezioni di Roma è il non essere iscritti nel registro degli indagati. Il Codice è una forma di contratto con penali pesanti (min. 150 mila euro), che impone “di non essere a conoscenza di essere sottoposto a indagini o procedimenti penali”. Pertanto De Dominicis è fuori. Ma allora perché la Muraro, anch’essa indagata, resta al suo posto? E’ vero che, a differenza di De Dominicis, l’assessore all’Ambiente ha saputo di essere indagata dopo la firma del contratto, ma anche per questi casi è prevista una norma. All’art.9, lett. a), comma 2 il Codice recita: “Il sindaco, ciascun assessore e ciascun consigliere assume l’impegno di dimettersi laddove in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti mediante consultazione in rete decida per tale soluzione”. Perché quindi non c’è stata alcuna votazione sulla Muraro? Chi deve far rispettare le norme del Codice? E come? Per rispondere occorre ricostruire l’universo del diritto grillino, individuarne le fonti e capirne le connessioni e le prevalenze.

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A ROMA IL M5S, COME LE FOGLIE!

 

m5s raggiÈ settembre, il sole è ancora alto e cocente. Ma è già finita la favola bella della rivoluzione in Campidoglio, che ieri ci illuse, oggi ci delude. È finito il racconto M5S della Capitale che rinasce dalle sue ceneri come Araba Fenice. È finita la stagione del cambio-tutto, del Di Maio gladiatore del Colosseo. E’ arrivata la realtà: il capo di gabinetto del Comune di Roma Carla Raineri e l’assessore al Bilancio Marcello Minenna si sono dimessi. A Roma dominano Raggi calanti, la fuga dalla giunta è di massa, i contrasti tra le fazioni grilline hanno impantanato ancor più nel fango un’amministrazione già fangosa. L’addio di Minenna legato a Di Maio è ancora tutto da spiegare. Al buonuomo il comportamento ondivago della Raggi deve esser sembrato esoterico. Cosa ci fa un esperto di finanza, un pioniere dello studio della finanza quantistica in compagnia di becchini dell’economia? Come conciliare le riflessioni sul recente meeting dei banchieri centrali con le teorie stralunate del Dibba che con sprezzo del ridicolo propone nell’era del libero scambio la ricetta di una prosperità autarchica di triste memoria (“vogliamo mangiare quel che produciamo e produrre quel che si mangia”)? Come riorganizzare le partecipate del Comune quando il direttore generale di Atac, Marco Rettighieri, colui che ha provato a raddrizzare un’azienda con una marea di dipendenti imboscati e pronti a boicottare ogni tentativo di cambiamento, riconoscendo  impossibile la missione dice che è pronto a lasciare? Il caos dei trasporti è alle porte. Scendete, cittadini, amici, romani: la corsa della menzogna, della diffamazione di massa, del rancore sparso come manna, è finita. C’è altro, là fuori. Là, fuori, c’è la realtà. I grillini sono cantonizzati. Raffaele Cantone per il quale provano sentimenti miscelati, li ha messi di fronte alla realtà. Amministrare non è urlare “onestà onestà” ma conoscere, deliberare, studiare, essere responsabili. Fa piangere il comunicato della Raggi sulla sua pagina FB, un distillato dell’ipocrisia grillina, una prosa che prova l’incoscienza del contorcimento politico nel quale la sventurata afferma: “Trasparenza. E’ uno dei valori che ci contraddistingue e che perseguiamo. Per questo abbiamo deciso di chiedere un parere all’Anac, su tutte le nomine fatte finora dalla Giunta, al fine di garantire il massimo della trasparenza. Il “palazzo” deve essere di vetro e tutti i cittadini devono potervi vedere dentro. Questo è il M5S. L’Anac, esaminate le carte, ha dichiarato impropria la nomina di Carla Raineri. Ne prendiamo atto”. Nient’altro. Né scuse nè mai la parola “errore”. C’è tutta la melodia della retorica grillina. C’è tutto il ciarpame narrativo degli adepti del comico a fine corsa.

Poveri grillini! Sono rabdomanti che cercano l’acqua nel deserto con un pezzo di legno. In tanti avevano scritto che la giunta della Capitale avrebbe provato la (in)capacità di governo del grillismo. Ma si è già oltre l’immaginabile. Due mesi sono stati sufficienti per vedere i clan a 5Stelle dilaniarsi in lotte di potere e sottopotere, per constatare il familismo applicato all’amministrazione, lo scavalcamento delle regole, la propaganda becera, la spazzatura sparita nei giorni di Ferragosto con la città vuota, prontamente riapparsa con la città piena, il piano dei trasporti inesistente ma annunciato, l’arroganza e l’ambiguità messe in mostra sul dossier olimpico, la scelta strategica di una città nelle mani di una fazione di seguaci del clown che alla prova del governo si frantuma e perde consistenza. Si capisce, che questa sciagurata marmaglia possa ritrovarsi solo con il vaffa di massa, suo stile, suo ambiente naturale in cui grugnisce e si rotola. Grugnire e rotolarsi: unico programma per il futuro. E’ settembre. L’autunno dei pentastellati è già iniziato e loro cadranno. Come le foglie.

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VANITÀ E FALSITÀ ILLUMINANO IL M5S

grillo

Sobrietà, trasparenza, onestà, democrazia diretta, giustizia, centralità della rete, riduzione dei costi della politica, erano il verbo rigenerante promesso nel 2013 dal M5S con orgogliosa sicurezza e irreprensibile sicumera. Ma all’apparire della inoppugnabile verità dell’amministrare, il Movimento ha tradito se stesso, ha tradito gli elettori, è diventato simile ai “vecchi partiti”, virtuosamente occultando la viltà del tradimento.

“I nostri parlamentari prenderanno 2.500 euro al mese e restituiranno il resto”, lampeggiava Beppe Grillo dai palchi dello Tsunami tour nella campagna elettorale del 2013. È uno stipendio degno, diceva, e in tantissimi casi superiore a quello percepito da gran parte degli eletti del M5S prima di entrare in politica. Ma una volta entrati in Parlamento, gli iniziali propositi francescani si sono dolcemente assopiti. I 2.500 euro sono diventati 5 mila lordi, da aggiungere ai 3.500 euro di diaria e ai ca. 3.600 euro di spese per il mandato, spese da rendicontare e se del caso restituire nella parte eccedente.

Ma la trappola, quella trappola tremenda che muta il cittadino in “kasta!”, è scattata anche per il M5S e i grillini si sono romanizzati. Tenore di vita cambiato, spese aumentate del 25 per cento, affitti più cari, case più grandi, maggiori spese per il vitto, per collaboratori e per quelle attività di partito che non dovevano essere finanziate con risorse pubbliche. In due anni gli onorevoli-cittadini sono passati da circa 5.600 a 7.000 euro mensili da aggiungere ai 3.500 euro di diaria. Un ammontare totale di oltre 10.000 euro al mese, distantissimi dai 2.500 euro sbandierati in campagna elettorale.

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