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VANITÀ E FALSITÀ ILLUMINANO IL M5S

grillo

Sobrietà, trasparenza, onestà, democrazia diretta, giustizia, centralità della rete, riduzione dei costi della politica, erano il verbo rigenerante promesso nel 2013 dal M5S con orgogliosa sicurezza e irreprensibile sicumera. Ma all’apparire della inoppugnabile verità dell’amministrare, il Movimento ha tradito se stesso, ha tradito gli elettori, è diventato simile ai “vecchi partiti”, virtuosamente occultando la viltà del tradimento.

“I nostri parlamentari prenderanno 2.500 euro al mese e restituiranno il resto”, lampeggiava Beppe Grillo dai palchi dello Tsunami tour nella campagna elettorale del 2013. È uno stipendio degno, diceva, e in tantissimi casi superiore a quello percepito da gran parte degli eletti del M5S prima di entrare in politica. Ma una volta entrati in Parlamento, gli iniziali propositi francescani si sono dolcemente assopiti. I 2.500 euro sono diventati 5 mila lordi, da aggiungere ai 3.500 euro di diaria e ai ca. 3.600 euro di spese per il mandato, spese da rendicontare e se del caso restituire nella parte eccedente.

Ma la trappola, quella trappola tremenda che muta il cittadino in “kasta!”, è scattata anche per il M5S e i grillini si sono romanizzati. Tenore di vita cambiato, spese aumentate del 25 per cento, affitti più cari, case più grandi, maggiori spese per il vitto, per collaboratori e per quelle attività di partito che non dovevano essere finanziate con risorse pubbliche. In due anni gli onorevoli-cittadini sono passati da circa 5.600 a 7.000 euro mensili da aggiungere ai 3.500 euro di diaria. Un ammontare totale di oltre 10.000 euro al mese, distantissimi dai 2.500 euro sbandierati in campagna elettorale.

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CULTURA E FEDE NELLA RUSSIA DI PUTIN

ilya-glazunov-the-market-of-our-democracy-1999La politica estera di un paese è fortemente influenzata dalla propria storia, dalla propria cultura, dalle tradizioni, dagli usi, dalla psicologia prevalente nella nazione.

A Mosca, è troppo recente il ricordo della contrapposizione tra la quella che allora era l’Unione sovietica e l’occidente che significava, soprattutto, la Nato. Come vi furono forti timori nei paesi europei per la minaccia costituita dal Patto di Varsavia, così vi furono gravi preoccupazioni nel popolo russo che temeva l’attacco dell’Alleanza atlantica per distruggere la patria del socialismo. L’adesione alla Nato di paesi in passato alleati della Russia ha significato per Mosca e per il popolo russo l’irruzione occidentale nella sua area di influenza, l’avanzata dell’Alleanza atlantica verso est, il ridimensionamento in senso punitivo dell’ex grande potenza sovietica, l’erosione progressiva dei suoi domini. Una sorta di tardiva punizione per non aver combattuto la Guerra fredda ma esserne stata sconfitta. Una sconfitta che l’orgoglio russo che aveva vinto l’armata di Napoleone e annientato le divisioni di Hitler non ha mai accettato.

La perdita di un impero rappresenta un forte trauma nella coscienza di ogni popolo, ma specialmente nella coscienza dei russi, che hanno un senso di patriottismo radicato, profondo, eroico, in misura sconosciuta ai paesi europei. Gli allargamenti a est della Nato e dell’Unione europea hanno creato disagio, disorientamento, frustrazione che Putin incarna ed esprime con un senso insolito di umanità, consapevole che il suo popolo gli chiede di riscattare l’orgoglio perduto. Tutti gli studiosi della recente storia russa concordano nel ritenere che i russi riconoscono a Putin il suo impegno per preservare l’identità culturale della Russia. Il popolo russo ha uno straordinario legame con la propria terra che chiamano Santa Madre Russia. E al legame con la terra fanno riferimento con le icone delle Madonne Nere, il colore della fertile terra. Perchè nella nazione russa il sentimento religioso ha una straordinaria rilevanza.

La religione ortodossa è uno dei fattori fondamentali su cui si è edificata la storia russa negli ultimi mille anni, pur se 70 anni, dalla Rivoluzione bolscevica del 1917 all’avvento di Mikhail Gorbachev, nel 1985, i governi di Stalin, di Chruscev, di Breznev hanno fortemente combattuto la fede cattolico-ortodossa. In quei 70 anni il Patriarcato ha rappresentato la continuità della storia russa ed è stato il custode della identità nazionale. Il Patriarca è da molti visto quale rappresentante della vita nazionale e dell’idea dell’unità nazionale e religiosa. La chiesa ortodossa è molto sensibile a tutto ciò che può disgregare l’unità russa e l’Ucraina, culla della religiosità russa, che aspira a europeizzarsi confluendo nell’Unione europea e nella Nato, è considerata una dolorosa minaccia, che disperde le origini della fede ortodossa. La chiesa ortodossa ebbe un ruolo di straordinaria rilevanza durante la II Guerra Mondiale. Quando ormai le divisioni tedesche erano a pochi chilometri da Mosca, Stalin comprese che per ottenere la vittoria doveva riuscire a coinvolgere totalmente il popolo in un immane sforzo: la guerra patriottica. Quanto forte sia tuttora il ruolo della Chiesa lo si può anche evincere dal discorso tenuto nel gennaio 2015 dal Patriarca di Mosca, Kirill, che, per la prima volta parlando davanti alla Duma, ha tenuto uno storico, splendido, luminoso discorso sull’importanza dei valori cristiani. Ha esortato a non farsi affascinare dai falsi miti, attrarre dai modelli edonistici delle società occidentali, perseverare invece nella difesa della Patria e della sua identità nazionale, pilastri fondamentali del paese, che unico in Europa tende invece a non rifuggire dalla idea dello stato-nazione. Patriottismo e religione sono così fortemente legati da creare nei russi quella particolare consapevolezza della propria unicità pur nella propria diversità. Il patriottismo russo è una sorta di misterioso principio religioso nel quale i russi credono e che costituisce la profonda realtà della loro psicologia nazionale. Una realtà non recente ma che ha radici nella storia del paese che seppe rendere Mosca la terza città sede del cristianesimo, la Terza Roma. Terza dopo la seconda quale nel 330 d.C. l’imperatore Costantino volle Costantinopoli. L’idea di Mosca come Terza Roma ebbe fortuna sin dall’antica Russia zarista. Dopo pochi anni dalla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II (sovrano dell’Impero Ottomano) nel 1453, Mosca fu denominata Terza Roma. L’idea si sviluppò durante il regno di Ivan III, Gran Duca di Mosca, che sposato alla nipote dell’ultimo imperatore di Costantinopoli ne reclamò l’eredità storica, religiosa e imperiale della città. Idea rimasta nel tempo, avallata anche dalla presenza a Mosca di patriarchi della religione ortodossa, presenza cui devesi l’ostilità storica tra russi e turchi da cui ebbero origine tante guerre. Una lambì anche l’Italia con la partecipazione voluta da Cavour alla guerra in Crimea nel 1853, resa celebre dalla battaglia della Cernaia in cui si distinse il Gen. Alfonso La Marmora.

russia eternaPutin non può permettere il suo indebolimento. La sua eventuale inerzia dinanzi alle decisioni di Kiev di occidentalizzarsi avrebbe rappresentato un vulnus al grande sforzo che ha avviato su due fronti: la ricostruzione della nazione russa e il riappropriarsi di un ruolo primario nel sistema internazionale. Le grandi tensioni che attraversano la società russa sono iconograficamente rappresentate da due grandi dipinti di un pittore contemporaneo, Ilya Glazunov. Il primo dipinto, “Il mercato della nostra democrazia”, è l’iconografia della Russia di oggi: oligarchi, prostitute, poveri senza tetto, la Nato, la violenta criminalità, la droga, i traffici illeciti, la svendita del paese. Nel secondo dipinto, “La Russia eterna”, appaiono scrittori, santi, patriarchi, zar, eroi del lavoro, scienziati e una grande icona della Vergine. Sono la rappresentazione più efficace e commovente del lacerante contrasto tra la società odierna e i sentimenti atavici dell’animo russo. Putin ha un forte senso della Russia, esprime il nazionalismo patriottico profondamente ferito dalla perdita della grandezza dell’ex Unione sovietica e mira a ricompattarne il popolo intorno a una ridefinita identità della nazione, nella quale il senso della religione è valorizzato e non ostacolato. In tale sforzo andrebbe favorito e non sanzionato. 

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AIDA al SAN CARLO di NAPOLI

  Il trionfo dell’Amor patrio sull’Amore terreno

aida2_napoli_2016Al San Carlo di Napoli è andata in scena una rappresentazione di AIDA che lontana dagli stereotipi tradizionali dell’opera ne legittima una interpretazione inedita e forse più densa di significati. La scena scarna appena occupata da resti penzolanti di colonne di indefinita derivazione, il dominio assoluto di colori grigi, tetri fino al nero completo di Amneris, l’assenza dei colori solari e sgargianti di altre rappresentazioni, la mancanza di sedie gestatorie, di sontuose vesti regali o sacerdotali, di qualunque orpello che riporti alla memoria i segni del potere, una scena del trionfo nella quale il trionfatore non è né visto né intuito, prigionieri etiopi in gran parte fanciulli immaturi per la guerra, che emergono dal pubblico coperti da stracci più idonei a dei poveri che a dei vinti, tutto lascia immaginare che la guerra non sia una guerra tra popoli, né una guerra calda, ma un conflitto assai diverso nella genesi seppure identico negli effetti. Il conflitto tra due diversi sentimenti di amore: l’amore umano, carnale, bruciante per un uomo e l’amore sacro, incontaminato e puro per la patria. Sentimenti d’amore diversi che generano tuttavia patimenti non in personaggi diversi, ma nella stessa fanciulla: Aida. È lei il baricentro di tutta la tormentosa vicenda dell’opera, presente pur se non canta, presente pur se non è  in scena, punto di fuga quando è in scena.

È lei che soffre per tutta la durata dell’opera. È lei l’eroina immolata per aver amato. È lei che dopo aver ascoltato la blasfema invocazione alla guerra contro il suo popolo, e l’augurio che vincitore sia  l‘uomo di cui è innamorata,  subisce la beffa della sua rivale con la falsa notizia che costui è morto. È lei che subisce l’ancor più amara e feroce invettiva del padre che la offende e la rinnega, Non sei mia figlia! Dei Faraoni tu sei la schiava. È lei che si offre alla morte tante volte invocata quale ristoro al suo soffrir per un amore tremendo e fatal. È infine lei che entrata furtiva nella tomba che si apriva per Radamés, nel momento del trapasso e tra il triste tripudio dei sacerdoti, vede il ciel dischiudersi, il cielo nel quale ogni affanno cessa e comincia l’estasi di un immortale amor.

La Morte desiderata per l’impossibilità di amare la Patria e il suo vincitore, la Morte affrontata con l’uomo amato seppure disonorato e condannato per alto tradimento, sancisce il trionfo di Aida.

È la vittoria dell’Amor patrio sull’Amore terreno il vero trionfo dell’AIDA.

Gli altri personaggi pur protagonisti, divengono soggetti necessari a dar maggior risalto al personaggio in cui il conflitto si fa pianto, dolore, nostalgia, ansia di eterno e invocazione della morte.

Se tale lettura è legittima, il ruolo di Aida esige una interprete di consumata esperienza, nel fulgore dei suoi mezzi vocali, inoppugnabile su tutti i registri, perfetta nella complessa azione scenica che la coinvolge nei rapporti col padre, con la rivale in amore, con l’uomo amato, con tutto il mondo intimo in cui si accavallano nostalgie di fanciulla, tremori di catastrofi e sogni di estasi beate. E se questa è la sovrana poesia di AIDA, la splendida personificazione di Amarilli Nizza la rende viva e straordinariamente attuale. Il suo canto non è una successione di aree, concertati, duetti, forme musicali chiuse e senza alcuna concatenazione. La sua interpretazione è un insieme di rifiniture, che scolpiscono progressivamente a tutto tondo una figura di donna costretta a scelte in bilico tra l’inganno e il tradimento, la fedeltà e la rinuncia, sempre risolte con una sapienza vocale di eterea bellezza. L’acuto non è mai ostentazione o soltanto adesione alla partitura, ma elevazione verso mondi sospirati o sogni impossibili. I suoi piano sono la esplorazione delle infinite modulazioni dell’animo al mutare degli eventi esterni. Il suo respiro è l’angosciosa scoperta della iniquità degli uomini e degli eventi, è il modo con cui trasmette l’intima sofferenza al pensiero di dare l’addio ai cieli azzurri della sua terra o l’infinita amarezza per la resa di fronte alla invettiva del padre. Immensamente grande il soprano raggiunge vertici di soggiogante bellezza nell’esprimere con le tante modulazioni timbriche la intensità del dolore provato per tale invettiva e nel saper tramutare in viva risonanza col padre – Ah! Pietà, pietà, pietà. Padre, a costoro schiava io non sono…-  il dolore di un amore da dimenticare per l’amore più grande e solenne per la patria. Si irradia da quella invocazione di pietà, ripetuta tre volte e con tre distinte intense espressioni del volto e singhiozzi del canto, una forma di dolore pacato e profondo che attesta un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Maestoso magistero educativo alla difficilissima arte del vivere quale alme erranti e all’arte più impervia del saper morire nell’estasi di un immortale amor.

Nino Surguladze scolpisce una Amneris di alto livello. È innamorata di Radamès come Aida, ma al contrario di Aida non è una schiava, è la figlia del faraone. Un privilegio su cui fonda la totale e talvolta perversa sua personalità. Tutto il suo mondo è l’amore per Radamés, mentre la guerra con tutto il suo bagaglio di dolore le è estranea. Per esso è subdola e sottilmente bugiarda nella esplorazione dei sentimenti di Aida quando le fa credere che Radamès sia morto in battaglia. È violenta e crudele nel minacciarla di morte dopo aver scoperto che è sua rivale. È oltraggiosa e impietosa nel ricordarle che sarà prostata nella polvere mentre lei, sarà sul trono accanto al re. L’immenso egoismo eccentrico nell’implorazione dei Numi non per il popolo ma per il suo straziato cuore, la insana indifferenza di fronte alle sofferenze dei vinti, l’empietà con cui stigmatizza i sacerdoti riuniti nella condanna di Radamès, chiamandoli infami, tigri infami giammai paghi di sangue,  l’anatema con cui invoca sovra essi la vendetta del ciel, la sua finale delusione di fronte al rifiuto sprezzante di costui cui promette salvezza purché dimentichi Aida, s’io ti salvo, giurami che più non la vedrai!! sono espressi dalla Surguladze con un senso di profonda solitudine e nella triste consapevolezza della sua sconfitta e del suo fallimento di donna. L’abito nero che l’avvolge nell’ultimo atto, sancisce in forma mesta un’auto sepoltura.

Radamès era Stefano La Colla. Anche l’intera vicenda del condottiero legittima l’idea che il vero conflitto è quello tra l’Amor patrio e l’Amore carnale. Radamès innamorato di Aida forma divina, regina del suo pensiero, splendore di sua vita, non la incontra mai in un duetto d’amore. Vive nell’attesa che si avveri il suo sogno di vittoria da dedicare a lei. Ma non l’incontra mai. Il primo incontro avviene dopo quello doloroso di Aida col padre cui promette di essere degna della sua patria scoprendo attraverso Radamés il sentiero che il nemico etiope seguirà. In quell’incontro Radamés cede alle sollecitazioni di Aida, rivela il passaggio segreto, si scopre disonorato. Immensamente dolente il grido Io son disonorato! …/ Per te tradii la patria! È l’affermazione inoppugnabile che tradir l’amor patrio per un amore terreno, è disonore. Un disonore così umiliante da imporre il rifiuto della fuga liberatrice con Aida per consegnarsi alla giustizia: Sacerdote, io resto a te.

La performance vocale di Stefano La Colla è di rilievo, grande ma non eccelsa.  La sua voce è bella, dotata di acuti brillanti e penetranti prodotti con naturalezza e senza apparente fatica. Tuttavia non è apparsa perfetta nell’emissione, non chiara nella dizione, spoggiata nelle note acute, priva di nobiltà, di eleganza ed espressività nel fraseggio. Ad ascoltarlo nel finale, sotto la fatal pietra, v’è da chiedersi dove siano la voce morbida, il timbro caldo e ricco, il modo interpretativo accattivante, la squisita levità dei pianissimi e delle sfumature? Dov’è il canto generoso e istintivamente comunicativo, denso di fascinosa musicalità, che fanno di Radamès uno dei personaggi più ardui della letteratura operistica?

Amonasro era Giovanni Meoni, voce da baritono nobile, con un fraseggio raffinato ma scarsamente mobile scenicamente. Tuttavia nella doppia figura di condottiero e di padre, ha saputo dosare la voce, docile e implorante clemenza al re Oggi percossi da fato, / Doman voi il fato potria colpir, con quella mesta e dolente nel racconto delle distruzioni della Guerra e infine con quella poderosa e imperiosa nel rinnegare Aida, Non sei mia figlia, dei Faraoni tu sei la schiava! Frase con la quale rammenta alla figlia che prima d’ogni altro amore c’è l’amore per la Patria.

Ramfis, il sommo sacerdote, era Marco Spotti. In possesso di una imponente voce di basso, assieme alla Sacerdotessa Rossella Locatelli alle tre invocazioni al Nume, figlio e genitore del suo stesso spirito conferisce una sacralità biblica, mentre  con perentoria saggezza e preveggenza sa consigliare al re trattenere in ostaggio con Aida anche il padre al fine di garantire pace e sicurezza. Sontuoso e aristocratico dalla voce maestosa, piena, avvolgente, il suo Guerra nella scena in cui la guerra è deliberata, ha la potenza di un colpo di cannone che ne anticipa lo scoppio.

Il re era Dario Russo. Il suo canto non raggiunge la maestosità del sommo sacerdote nel mostrare pietà e clemenza nei confronti dei vinti. Il Re e il sommo sacerdote rappresentano anche in AIDA il potere temporale e quello spirituale, in qualche forma contrapposti. Poteri troppo lontani dal cogliere il conflitto intimo delle due rivali in amore per Radamés.

Antonello Ceron, era il messaggero, personaggio la cui apparente marginalità quasi motiva un canto senza una espressività che ne illustri il ruolo. E così è stato di Ceron, dal cui messaggio dell’invasione dell’Egitto da parte degli Etiopi, delle loro predatorie azioni e devastazioni, ha inizio invece l’invocazione alla guerra e poi la Guerra.

Nella messa in scena seppure dimessa, l’orchestrazione del M° Pinchas Steinberg è stata luminosa e illuminante. Sotto la sua consumata e veneranda direzione tutta l’orchestra vibrante e densa di impasti strumentali ha ricreato le infinite atmosfere e i complessi conflitti dell’opera. Non musica di accompagnamento dunque, ma autentica creazione di ambienti naturali come il tranquillo ruscellare del Nilo, o di stati d’animo come l’esultanza del popolo nella Stretta Finale del II Atto o la cupa atmosfera del duetto finale nella fatal tomba. L’energica incisività e la sapienza con cui tutta l’orchestra è messa al servizio di tali tratti dominanti dell’opera, rinviano a un magistero capace di descrivere ambienti esotici lontani nel tempo, così come affetti e invocazioni, dolori e disonori, trionfi, esultanze e addii, che appartengono invece a ogni tempo. Basti citare per tutti il Ballabile che segue la marcia del trionfo, un ballabile in cui lo squillo maestoso, i guizzi repentini e acrobatici dell’ottavino, descrivono con una pittorica calligrafia l’esultanza che accompagna ogni  vittoria.

Pasticciata nel suo minimalismo e di difficile lettura la regia di Franco Dragone, l’unico cui merito è l’aver sottratto l’opera agli stilemi tradizionali, fuori dal tempo dei Faraoni, fuori dalla inopportuna sontuosità dei vincitori, e averla concentrata nella intimità dei protagonisti combattuti tra la dedizione e l’amore per la Patria e l’Amore terreno. Così il vero trionfo è nel raffinato finale dell’opera, nel quale i lugubri tocchi delle casse annunciano la morte e il lento tremolio dei violini il volo verso l’etern0 delle due anime ormai congiunte per sempre!

Coerente con la impostazione registica la prestazione del coro diretto da Marco Faelli. Nell’Aida il coro è di volta in volta, il popolo che inneggia all’Egitto, è la casta impietosa dei sacerdoti che invoca morte per le ciurme feroci dei nemici della patria, è la voce delle schiave e dei prigionieri che implorano pietà e clemenza. Il coro è l’esemplificazione delle tante sfumature dello spirito umano che si manifesta nelle forme più diverse e con le invocazioni più blasfeme ma sempre con la intensità di un sentimento unico e condiviso. Il M° Faelli fa cantare ogni momento, l’esultanza per la vittoria, la pietà nella implorazione o la forma ieratica dei sacerdoti del potere, con una adesione rigorosa alla parola e al ruolo di sovrana bellezza. Coinvolgente infine nella Stretta finale dell’atto II Gloria all’Egitto, ad Iside/Che il sacro suol difende.

 

 

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LA FANCIULLA DEL WEST – AMARILLI NIZZA VOCE DI REDENZIONE

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Come correttamente rilevato da LIRICAMENTE a proposito della Tosca al Carlo Felice di Genova, Amarilli Nizza è una di quelle cantanti le quali cercando il personaggio negli anfratti della propria spiritualità, riescono a trasformare ogni interpretazione nella trasmigrazione del proprio essere nell’essere del personaggio. Di tanta meravigliosa capacità ne è stata testimonianza la monumentale interpretazione di Minnie data da Amarilli Nizza nella Fanciulla del West ad Amburgo. Interpretazione che come luce all’infrarosso nel buio, ha reso visibile ciò che solitamente rimane invisibile e ignorato. Lo sfondo fosco e grandioso di anime senza nome, di una natura selvaggia e inospitale, di climi inclementi, entro cui si muove la Fanciulla, assurge a una simbologia e acquista un contenuto etico, grazie al candore, al senso lirico del pudore e dell’amore espressi dal soprano.

I minatori senza nome e senza identità, massa di diseredati, sono i cercatori d’oro in quella lontana landa che è la California. Sono in cerca di una ricchezza che allevi le sofferenze della esistenza, disposti a una vita grama, in una comunità priva di ogni legge, attorno alla quale si aggirano bande di rapinatori e assassini alla ricerca della medesima ricchezza.  Vivono allo stato brado come esseri senz’anima, tra i quali qua e là traluce una umanità espressa dalla intensa nostalgia per la Mal terra natia, per la madre lontana che l’aspetta. Vivono di conflitti regolati da una giustizia primitiva fatta di crudeltà e di linciaggio. Non hanno casa, non hanno rifugi, non hanno luoghi in cui vivere alcuna intimità. L’unico punto di incontro è la Polka, un baracca bar, dove bevono, ridono, scherzano, giocano, schiamazzano, bestemmiano. Dove vivono il loro bizzarro destino in attesa di trovare e raccogliere un po’ di polvere d’oro.

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La BREXIT e la falsa  ineluttabilità della Storia  

 Brexit on brandGli inglesi hanno votato contro la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e hanno decretato una svolta decisiva per la storia del continente. Forse hanno regalato a tutti l’opportunità di ripensare l’Europa alla luce dei tanti fallimenti registrati.
Gli inglesi hanno dimostrato con il loro voto l’insofferenza verso le élite, verso le oligarchie, verso gli striscianti monopoli finanziari ed economici. A costoro occorre essere grati per aver provato come la Storia non sia un processo ineluttabile cui adeguarsi, convinti e non convinti. Questa distorta visione serve solo a giustificare i piani di alcuni e a svilire la libertà di tutti. Non a caso alcuni ottimati come Napolitano, Monti, Prodi, hanno affermato che è privo di senso che le persone comuni, poco istruite, poco informate, possano decidere di temi tanto decisivi. Ma al di là di personaggi del genere, invasi dal narcisismo, dalla ipertrofia del loro sapere e della loro storia, la Brexit suona solenne come un rintocco a segnare che è giunta l’ora per ripensare l’Europa. Da cima a fondo. La considerazione più banale è che si è fatta l’Europa dell’economia, l’Europa della finanza, l’Europa del centralismo burocratico, ma non si è fatta l’Europa della politica estera, della difesa, della cultura. Non si è realizzata una Europa madre e maestra di Libertà. Quella Libertà di ogni singolo e di ogni popolo di fare della propria vita l’affresco che desidera. Sono venuti a crearsi invece circoli truffaldini i quali si sono resi conto di poter raggiungere i propri interessi minoritari convincendo la maggioranza dei cittadini che le loro libertà fossero in gioco, quando invece non lo erano.
Il risultato è stato lo scatenarsi di una forza altamente distruttiva della politica.
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