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NORMA DI BELLINI TRA NEOCLASSICISMO E ROMANTICISMO

Norma 1

Norma è un’opera il cui cammino dall’esordio nel 1831 a oggi non ha conosciuto né soste né riletture miranti a renderla contemporanea e attuale. La sua ricchezza di melodie, di esplorazioni psicologiche, di ambientazioni, di temi strumentali, l’ha resa incorruttibile al tempo. Un tempo che più scorre più l’arricchisce di contenuti e di scoperte quale sola può una immensa riserva di poesia. Tale gloriosa longevità va ricercata nel suo rappresentare allo stesso tempo e con la stessa intensità il parimenti glorioso tramonto del melodramma neoclassico e la meravigliosa aurora del melodramma romantico.

Il Neoclassicismo fu la ineluttabile conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. Esso si connotò soprattutto come reazione allo stile barocco e alle sue frivolezze, ai cui soggetti piacevoli ed edonistici il neoclassicismo contrappose temi di maggiore impegno. Temi lontani ormai dai virtuosismi e dagli illusionismi orgiastici del barocco, lontani ancora dalle istanze popolari che domineranno i decenni successivi, temi ripresi invece dal mondo greco-romano intravisto come un mondo della perfezione ideale. Una perfezione confinata in una lontananza irrecuperabile eppure fonte di ispirazione capace di spingere pittori e scultori, poeti e musicisti, all’emulazione del repertorio iconografico degli antichi per farne rivivere lo spirito e con esso interpretare gli ideali e sogni del presente. Non è solo casualità che l’ambientazione storica di Norma è quella della guerra di Roma contro i Galli, e che la vendetta concepita da Norma con l’annientamento dei suoi figli, riprende la tentazione di Medea nella tragedia di Euripide.

Diversamente dal Neoclassicismo, il Romanticismo esalta la fantasia, esplora le complesse dinamiche del cuore, esaspera il sentimento, rifiuta l’onnipotenza della ragione, ridimensiona il razionalismo illuminista, torna perentoriamente a guardare alla natura e da essa trae ispirazione poetica. L’uomo romantico di essa si sente parte integrante, in essa si immerge profondamente, di essa ne percepisce la bellezza con un indefinito sentimento del sublime. L’uomo neoclassico, al contrario, si sforza di rimanerne estraneo, di indagarne razionalmente le caratteristiche al fine di padroneggiarla, ma negandole qualsiasi valore poetico ed espressivo.

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LA CHIESA ORTODOSSA RUSSA e IL REGIME COMUNISTA

chiesa russaParlare della chiesa ortodossa sotto il regime comunista è come parlare di una attraversata nel deserto durata 70 anni. Una attraversata ricca di eventi che prende avvio dai tentativi di scismi pilotati dal regime, dalle persecuzioni del primo periodo alle persecuzioni dell’epoca staliniana (1929-1939), alla ricostituzione della chiesa voluta da Stalin nel 1943, e dopo Stalin ancora in apparenza l’inspiegabile gelo sotto Kruscev. Una attraversata caratterizzata da ricatti e controlli continui della chiesa da parte della polizia, di quella ufficiale e di quella segreta, con lo strascico dei sospetti per la fedeltà di preti, metropoliti e patriarchi. Infine, la resurrezione e la lunga fila di martiri e santi canonizzati dal Sinodo ortodosso, che continuerà a lungo i suoi lavori.

Per paradosso nel pieno della Rivoluzione d’ottobre la chiesa ottenne ciò che Pietro il Grande le aveva negato due secoli prima, quando aveva abolito il patriarcato e lo aveva sostituito con un collegio per gli Affari spirituali. Il Concilio dell’Ortodossia, del 1917, proseguito mentre era in pieno svolgimento la rivoluzione bolscevica, elesse come Patriarca l’Arcivescovo Thicon, che si intronizzò solennemente nella cattedrale della Dormizione del Cremlino. Continua a leggere »

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L’ITALIA A TRENT’ANNI DAL DISASTRO DI CHERNOBYL

reattore_schemaDopo trent’anni dal disastro avvenuto in Ucraina il 26 aprile del 1986,  l’Italia condivide con Chernobyl una formidabile menomazione. L’Italia fu l’unico paese al mondo a decidere, causa quella tragedia, la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico! Una decisione miope, strategicamente catastrofica rafforzata da una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco, che compromise il futuro energetico di un paese che si collocava al terzo posto per potenza generata da centrali nucleari. Fu un referendum indetto nel pieno della dinamica di un incidente, falsato inevitabilmente dall’emotività e intenzionalmente da una stampa ostile e disinformata. Le tre domande del referendum riguardavano non il favore o l’avversità alla prosecuzione della costruzione di centrali nucleari, ma riguardavano soltanto la cancellazione di alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima domanda era stata posta per evitare che il sindaco di un piccolo paese selezionato per l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia nucleare o di altra fonte. La terza riguardava la politica di alleanze dell’ENEL con altre aziende estere produttrici di energia nucleare. Fu un referendum caratterizzato dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Nessun paese si comportò come l’Italia. Nessuno paese chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione i programmi, riesaminarono il futuro e il ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Anzi. Ne è prova che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Solo l’Italia dalla tragedia di Chernobyl apprese l’urgenza dell’uscita immediata dal nucleare. Nella vittoria degli antinuclearisti si miscelarono l’ignoranza della tecnologia nucleare utilizzata, la confusionaria esposizione dei quesiti referendari, legata alla natura solo abrogativa dell’istituto referendario, e ragioni ideologiche miranti a tenere lontane le politiche energetiche italiane da quelle perseguite dal sistema comunista russo, arretrato e alla ricerca di una impossibile supremazia tecnologica.

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LA DIVERSA ANTROPOLOGIA DEL MERIDIONE D’ITALIA

il meridioneSi va diffondendo nelle regioni meridionali una specie di ostilità nei confronti dell’innovazione, della industrializzazione, dell’approvvigionamento energetico. A Napoli in un contesto di confusa rivendicazione autonomistica, si proclama la rivolta contro il risanamento e la riconversione dell’area di Bagnoli. In Puglia ci si oppone alle trivellazioni in mare, in Basilicata a quelle sul terreno, in Sardegna si impedisce persino l’installazione delle pale eoliche. Purtroppo non trattasi di un movimento che riguarda solo strati marginali o di emarginati. I vescovi si sono espressi in modo categorico contro le trivellazioni e molti sindacalisti e intellettuali si esercitano nella descrizione di “modelli” alternativi. Il fenomeno non appare nuovo se si ripensa alle scellerate campagne contro i termovalorizzatori. Allora assessori della giunta napoletana guidata dalla illuminata Rosa Russo Iervolino vollero partecipare a proteste di piazza sfociate in violenze urbane, antesignane di quelle accadute nei giorni scorsi con assessori della irreprensibile giunta De Magistris. Continua a leggere »

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Gli anni ’70: il decennio delle culture perdenti

brigate rosseGli anni ’70 portarono a compimento le follie distruttive che avevano animato gli ultimi anni ’60 con lo sciagurato ’68 e la violenta esplosione di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 con cui si chiuse quel tragico decennio.

Quegli anni furono il decennio lungo del «secolo breve», gli anni tenebrosi in cui si cercò di asservire le istituzioni alle ideologie, gli anni tenebrosi del terrorismo elevato a sistema di lotta continua tra fazioni opposte, gli anni delle culture perdenti. Nella ricerca affannosa di un equilibrio sociale che aperto ai movimenti internazionali fosse capace di dare risposte alle tante istanze emerse nel decennio precedente, ogni gruppuscolo della estrazione più disparata, sentì l’impulso e ritenne sua missione suggerire politiche risolutive, proporre ideologie, presentare iniziative vincenti. Ne nacque una folta schiera di pensatori, ognuno portatore di verità ritenute inoppugnabili, inserite ciascuna in schemi culturali tra loro in conflitto, deboli sul piano della elaborazione concettuale e rivelatesi infine perdenti. Perdenti in un paese eternamente attraversato da insanabili divisioni di cui né i partiti politici né la grande stampa capirono la portata dirompente. L’azionismo, quel tenebroso passaggio dalla teoria alla azione, il progressismo, l’infausto pensiero che “non è con l’arma della critica e della chiarificazione che si intacca il potere capitalistico”, il giustizialismo, ovvero quel tragico convincimento che solo una organizzazione politica paramilitare e clandestina avrebbe potuto aver ragione del potere imperialista che dominava nelle fabbriche, il movimento legalitario mirante al riconoscimento giuridico anche di gruppi dichiaratamente eversivi e antisistema, il pacifismo ideologico richiesto dalle Brigate Rosse, bande di assassini, quale patto scellerato di reciproco riconoscimento con lo Stato democratico e antifascista, la ossessiva e maniacale riconferma della centralità degli aspetti sociali incurante di ogni etica, di ogni sana pulsione mistica o religiosa, furono tutte culture che ebbero momenti di gloria e che coinvolsero giovani energie e sacrificarono giovani vite, ma che presto si esaurirono e si inabissarono senza influire né sui costumi né sulle leggi. Furono culture universalistiche indifferenziate, farneticanti, tutte allucinate dal convincimento ormai obsoleto che la sola levatrice della Storia è la rivoluzione. Culture che si rivolgevano all’individuo e non all’uomo, all’individuo collocato in una dimensione astratta e amorfa, individuo denso di diritti e povero di doveri, che pareva inseguire il sogno di un altro mondo possibile. E in tale peregrinare onirico tanti nuovi profeti della rigenerazione non si accorgevano che in vigore v’erano invece una temporalità concreta e una spazialità determinata dove il conflitto ideologico diventava una autentica azione contro la storia e contro il futuro. Culture ottuse che pretendevano di aggregare gli atomi separati di una società del consumo, invece di generare un ordinamento giuridico e normativo idoneo a tradurre in iniziative concrete di elevazione del bene e benessere comuni, le esistenti forze creative di uno spirito nazionale geniale.

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