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LA RIVOLUZIONE FRANCESE: la madre delle rivoluzioni

trasferimentoLA RIVOLUZIONE FRANCESE: INSORGENZA E DISSOLUZIONE

All’interno delle dinamiche politiche della Rivoluzione Francese sono ritrovabili le radici della dialettica tra democratici e liberali, e i molti meccanismi che con le loro giustificazioni teoriche hanno rappresentato il modello più immediato per la successiva elaborazione delle procedure democratiche contemporanee. Tuttavia, proprio taluni eccessi presenti nella Rivoluzione hanno portato a ripensare quei presupposti teorici, opponendoli criticamente a modelli diversi di partecipazione politica. La Rivoluzione Francese fu un tornante della Storia genitrice delle moderne democrazie con le loro virtù ma anche con le loro intrinseche infermità.

Prima degli Stati Generali

A motivo dell’impetuoso sviluppo economico favorito dalle scoperte scientifiche e che aveva permesso la formazione di ceti più esigenti e consapevoli, emersero la inadeguatezza dell’organizzazione dello Stato secondo i principi della monarchia assoluta e la necessità di adeguarlo alle nuove esigenze dei nuovi ceti. In aggiunta la situazione delle finanze a seguito del divario tecnologico della Francia con gli altri Paesi negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione era disastrosa. Tale situazione era caratterizzata da alto debito, bassa produttività, proprietà privata distribuita in maniera assai disomogenea tra il Clero che possedeva in misura dominante le ricchezze terriere, l’Aristocrazia improduttiva e assai costosa a motivo degli immensi privilegi di cui godeva e il cosiddetto Terzo Stato costituito da artigiani, piccoli proprietari terrieri e i nuovi ceti emergenti, su cui gravava la maggioranza del peso del debito e delle imposte. Si imponeva dunque l’esigenza di una riforma fiscale che intervenisse contro gli antichi privilegi detenuti dai primi due stati: l’Aristocrazia e il Clero.

L’unico organo dotato di autorità legittima sufficiente alla promulgazione della riforma fiscale già tentata senza successo dai ministri delle finanze Turgot e Colbert erano gli Stati Generali. Mai più convocati dal 1614 gli Stati Generali venivano ora invocati come sede di confronto e di decisione. L’operazione era tuttavia portatrice di gravi implicazioni politiche, tali da generare il malcontento dell’aristocrazia, del re e soprattutto dei ministri delle finanze, i quali temevano il confronto politico con i propri oppositori appartenenti ai ceti privilegiati.

Il conflitto tra ceti privilegiati e governo aveva origine in una esigenza più ampia, di natura costituzionale: i parlamenti locali si sentivano sempre più rappresentanti della nazione francese nel suo complesso e i sudditi rivendicavano per sé lo statuto di cittadini. Si percepiva insomma sempre più l’esigenza di un contratto che vincolasse il sovrano al paese e alle sue leggi, e sottraesse i Francesi all’arbitrio di un potere monarchico assoluto.  Non più il popolo soggetto al sovrano ma il sovrano soggetto alle leggi emanate dal popolo. Si trattava evidentemente di rivendicazioni che si muovevano in certa misura in continuità della tradizione contrattualistica moderna, ma che avevano nella loro oggettivazione storica un carattere originale, dal momento che contemporaneamente alla loro espressione si assisteva a una crescita dell’importanza politica dei ceti non privilegiati, fino a quel momento esclusi dalla possibilità di partecipare al dibattito politico. In un contesto del genere la rivendicazione della cittadinanza si trasformava, nelle attese del Terzo Stato, in una prospettiva nella quale tutti avrebbero potuto rappresentare ed essere rappresentati nelle istituzioni politiche e condizionare le attività del governo. Va sottolineato che il coinvolgimento del Terzo Stato fosse assolutamente strumentale alla tutela degli interessi del governo o della Aristocrazia. All’interno degli Stati Generali il supporto dei rappresentanti dei ceti non privilegiati poteva essere vitale per far prevalere le istanze dell’una o dell’altra parte. Restava però il fatto indiscusso del nuovo modo con cui il Terzo Stato era chiamato in causa: per la prima volta si faceva riferimento ad esso come ad un soggetto politico autonomo e significativo, consapevole del proprio peso economico e della propria rilevanza nel computo delle entrate fiscali dello Stato.

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I DEMONI DEL MONDO ISLAMICO E I DEMONI DELL’OCCIDENTE

patria e onoreIl ragionamento riguarda lo stato di forma del nostro mondo e la sua intrinseca capacità di rispondere al terrore. Chi siano i terroristi è tragicamente chiaro. Ma noi, chi siamo? Quel cumulo stratificato di idee, tradizioni, concezioni di vita chiamato occidente, spazio imperfetto di convivenza di pretese assolute e pensieri relativi, si ritrova davanti a una domanda: abbiamo, noi, gli anticorpi idonei ad affrontare e sconfiggere l’ideologia di morte dello Stato islamico? Gli autori della strage di San Bernardino erano stranieri che avevano abbracciato i “nostri valori”. Ma se nel buio dell’interiorità avevano preferito al-Baghdadi al banchetto del Ringraziamento si pone la domanda se i “nostri valori” siano in grado di calarsi in quelle stanze interiori e offrire un’alternativa alle promesse apocalittiche del Califfato. Dalle reazioni registrate, dallo scrivere “non avrete il mio odio”, dal ricopiare “je suis Charlie”, si ha la percezione di una certa insufficienza di pensiero, un certo languore di fronte a un nemico che uccide e si uccide per realizzare il suo ideale totalizzante.

Non si tratta soltanto di aspettare che la storia faccia il suo corso, nella certezza che il Bene prevarrà sul Male. Si tratta di ricomprendere e riaffermare la natura dell’identità occidentale. Perché pur se non in pericolo di essere convertito all’islam, per resistere alla diffusione dell’ideologia dei terroristi, l’occidente deve riaffermare i suoi valori. Credo che la sfida più impegnativa e più vera stia nella capacità di affermare e difendere chi siamo.

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TERRORISMO ISLAMICO

isisGli avvenimenti di Parigi funesti e reiterati dal gennaio al tragico 13 novembre del 2015, le incursioni omicide nell’hotel Radisson a Mali, hanno reso attuali due domande: è possibile un dialogo con l’ISIS? E col dialogo è possibile una pace? La risposta è NO! La seconda domanda è come risolvere il problema dei terroristi islamici. Una risposta univoca e inoppugnabile non sembra esserci. Inoppugnabile è invece che la guerra di mare, di terra, di cielo non annienta il terrorismo. Uccide civili e militari, terroristi e uomini onesti, ma non annienta il terrorismo non eliminando le ragioni del suo insorgere e le mutazioni psicologiche che inducono diversi puri di spirito ad aderire a una dottrina di morte.

Due risposte che per essere comprese devono essere motivate e per motivarle occorre partire da un momento significativo della storia in Medio-Oriente. Lo farò cercando un linguaggio neutro ed evitando un taglio fazioso, seppure tutta la letteratura consultata, estesissima ma non convergente, non potrà che essere filtrata dalla mia sensibilità e dalla mia capacità di analisi.

La nascita di Israele e l’assassinio di al Sadat

La nascita di Israele nel 1948 quale attuazione della dichiarazione di Lord Balfour del 1917 e quale conseguenza della diaspora ebraica seguita all’Olocausto nazista, ebbe due effetti: la reazione dei palestinesi cui erano sottratti i territori destinati agli ebrei di nuovo insediamento e la formazione di gruppi islamici che temevano che quell’insediamento fosse l’inizio della de-islamizzazione dei territori occupati. Un processo che occorreva rendere impossibile. Ma le sconfitte subite dagli eserciti arabi nel 1967 nella Guerra dei Sei giorni tra Israele, Egitto, Giordania e Siria, avevano provato che la guerriglia e il terrorismo erano l’unica condotta di guerra che potesse rendere raggiungibile tale risultato. Gli attacchi terroristici dei palestinesi islamici contro Israele ebbero il loro momento di massima visibilità col massacro a Monaco di Baviera durante le olimpiadi del 1972. Un massacro che fece vittime, ma che non producendo alcuna vittoria contro Israele generò una crisi di fiducia nelle possibilità di sconfiggerlo. Una crisi solo in parte assorbita con la guerra del Kippur nel 1973 tra Egitto, Siria e Israele e con il successivo Trattato. Trattato con cui all’Egitto di Sadat Israele restituiva il Sinai occupato durante la Guerra dei Sei Giorni e permetteva la riapertura del canale di Suez, ottenendo in cambio la firma di una pace duratura. Per quel Trattato il prezzo pagato da Sadat fu altissimo: l’Egitto fu espulso dalla Conferenza Panislamica e lui stesso fu assassinato nel 1981 dalla jihad (guerra santa) islamica. Continua a leggere »

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PARIGI – 13-11-15

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I fondamentalisti islamici hanno portato la guerra in territorio europeo. Trattasi di una loro ulteriore vittoria e di una ulteriore sconfitta per l’Occidente. Non sono bastati l’11 settembre, gli attentati di Londra e di Madrid, non è bastato Charlie Hebdo, e mille altri massacri in tutto il mondo per svegliare l’Europa dal suo torpore.

E ora si è di fronte a questo terribile 13 novembre. Quali altre stragi occorre attendere perché l’imbelle Hollande cessi la sua miope politica estera, perché Obama e i governanti europei capiscano che all’Occidente è stata dichiarata Guerra? La sciagura di Parigi era drammaticamente prevedibile e forse anche annunciata. Così come drammaticamente prevedibile è che questo non sarà l’ultimo attacco islamico all’Europa.

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L’Italia: l’amara vicenda storica di una lingua e di una identità

italiaIl termine “Italia” evoca un Passato glorioso, ma anche una fioca, eroicizzata speranza in un glorioso Futuro. Gli italiani fuggono dal Presente mostrando di credere che esso rappresenti solo una parentesi di decadenza in un destino di trionfi. Trattasi dello stesso tema di cui impropriamente si abusò tra Umanesimo e Risorgimento. Machiavelli volle addirittura concludere il suo “Principe” con un brano della canzone di Petrarca dove alla mesta elegia di fondo subentrano improbabili accenti guerrieri. Schema che tendeva a istituire un mitico legame di continuità tra gli antichi latini e il frammentato atlante geopolitico dell’Italia preunitaria di allora. Uno schema trasportabile nell’Italia delle Regioni oggi. Era una fiaba fragile e tenace che illuse Petrarca e Cola di Rienzo; la fiaba che cinque secoli dopo nutrì le speranze della Repubblica romana e pervase le orazioni di Mazzini sulla Terza Roma. E’ ancora la stessa fiaba che nella seconda metà dell’Ottocento mostrò con Carducci il rovescio reazionario degli antichi aneliti utopistici. Carducci mise il classicismo alla portata delle nuove masse piccolo-borghesi, preparando con le aquile fasciste un’altra mitizzazione dell’eredità latina. Ma fino alla stagione del 1860-’61, la parola “Italia” indicava essenzialmente il Paesaggio del “giardino d’Europa” mera “espressione geografica” come la definì Metternich o la lingua della Poesia. Continua a leggere »

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