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La BREXIT e la falsa  ineluttabilità della Storia  

 Brexit on brandGli inglesi hanno votato contro la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e hanno decretato una svolta decisiva per la storia del continente. Forse hanno regalato a tutti l’opportunità di ripensare l’Europa alla luce dei tanti fallimenti registrati.
Gli inglesi hanno dimostrato con il loro voto l’insofferenza verso le élite, verso le oligarchie, verso gli striscianti monopoli finanziari ed economici. A costoro occorre essere grati per aver provato come la Storia non sia un processo ineluttabile cui adeguarsi, convinti e non convinti. Questa distorta visione serve solo a giustificare i piani di alcuni e a svilire la libertà di tutti. Non a caso alcuni ottimati come Napolitano, Monti, Prodi, hanno affermato che è privo di senso che le persone comuni, poco istruite, poco informate, possano decidere di temi tanto decisivi. Ma al di là di personaggi del genere, invasi dal narcisismo, dalla ipertrofia del loro sapere e della loro storia, la Brexit suona solenne come un rintocco a segnare che è giunta l’ora per ripensare l’Europa. Da cima a fondo. La considerazione più banale è che si è fatta l’Europa dell’economia, l’Europa della finanza, l’Europa del centralismo burocratico, ma non si è fatta l’Europa della politica estera, della difesa, della cultura. Non si è realizzata una Europa madre e maestra di Libertà. Quella Libertà di ogni singolo e di ogni popolo di fare della propria vita l’affresco che desidera. Sono venuti a crearsi invece circoli truffaldini i quali si sono resi conto di poter raggiungere i propri interessi minoritari convincendo la maggioranza dei cittadini che le loro libertà fossero in gioco, quando invece non lo erano.
Il risultato è stato lo scatenarsi di una forza altamente distruttiva della politica.
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A PALMIRA IL CONCERTO DI VALERIJ GERGIEV: LA VITTORIA DELL’ARTE SULLA BARBARIA

palmiraLA RUSSIA RICONQUISTA PALMIRA E LA OFFRE AL MONDO QUALE VITTORIA DELL’ARTE SULLA BARBARIE

Nel febbraio 2012, quando la guerra civile in Siria era ancora agli inizi, la Russia propose a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di cooperare per cercare una soluzione negoziata della crisi. Mosca avrebbe favorito le dimissioni del presidente siriano Bashar el Assad, in cambio del riconoscimento da parte americana del ruolo della Russia nel futuro assetto del paese. Ma i tre paesi occidentali lasciarono cadere l’offerta. La ragione fu che gli americani volevano la Siria gratis, mentre la Francia e la Gran Bretagna erano convinti che quelle dimissioni fossero imminenti. Purtroppo così non avvenne e quel convincimento fu uno dei tanti errori della miope visione di Obama. Il suo calcolo si rivelò sbagliato e fu la causa delle tante vittime, delle tante distruzioni, della destabilizzazione del Medio oriente! Obama ottusamente continuò l’approccio oltranzista inaugurato da George Bush jr. dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Dichiaratamente mirante a combattere il terrorismo di matrice islamica e i suoi protettori, la politica estera americana era stata ipocritamente motivata dalla necessità di “esportare la democrazia”. Infelice e surreale dizione per indicare il rovesciamento dei governi che non soddisfacessero gli standard di rispetto dei diritti umani. Purtroppo quella svolta destabilizzò gran parte degli stati del Medio oriente ma senza che alcuna democrazia fosse esportata. Continua a leggere »

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NORMA DI BELLINI TRA NEOCLASSICISMO E ROMANTICISMO

Norma 1

Norma è un’opera il cui cammino dall’esordio nel 1831 a oggi non ha conosciuto né soste né riletture miranti a renderla contemporanea e attuale. La sua ricchezza di melodie, di esplorazioni psicologiche, di ambientazioni, di temi strumentali, l’ha resa incorruttibile al tempo. Un tempo che più scorre più l’arricchisce di contenuti e di scoperte quale sola può una immensa riserva di poesia. Tale gloriosa longevità va ricercata nel suo rappresentare allo stesso tempo e con la stessa intensità il parimenti glorioso tramonto del melodramma neoclassico e la meravigliosa aurora del melodramma romantico.

Il Neoclassicismo fu la ineluttabile conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. Esso si connotò soprattutto come reazione allo stile barocco e alle sue frivolezze, ai cui soggetti piacevoli ed edonistici il neoclassicismo contrappose temi di maggiore impegno. Temi lontani ormai dai virtuosismi e dagli illusionismi orgiastici del barocco, lontani ancora dalle istanze popolari che domineranno i decenni successivi, temi ripresi invece dal mondo greco-romano intravisto come un mondo della perfezione ideale. Una perfezione confinata in una lontananza irrecuperabile eppure fonte di ispirazione capace di spingere pittori e scultori, poeti e musicisti, all’emulazione del repertorio iconografico degli antichi per farne rivivere lo spirito e con esso interpretare gli ideali e sogni del presente. Non è solo casualità che l’ambientazione storica di Norma è quella della guerra di Roma contro i Galli, e che la vendetta concepita da Norma con l’annientamento dei suoi figli, riprende la tentazione di Medea nella tragedia di Euripide.

Diversamente dal Neoclassicismo, il Romanticismo esalta la fantasia, esplora le complesse dinamiche del cuore, esaspera il sentimento, rifiuta l’onnipotenza della ragione, ridimensiona il razionalismo illuminista, torna perentoriamente a guardare alla natura e da essa trae ispirazione poetica. L’uomo romantico di essa si sente parte integrante, in essa si immerge profondamente, di essa ne percepisce la bellezza con un indefinito sentimento del sublime. L’uomo neoclassico, al contrario, si sforza di rimanerne estraneo, di indagarne razionalmente le caratteristiche al fine di padroneggiarla, ma negandole qualsiasi valore poetico ed espressivo.

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LA CHIESA ORTODOSSA RUSSA e IL REGIME COMUNISTA

chiesa russaParlare della chiesa ortodossa sotto il regime comunista è come parlare di una attraversata nel deserto durata 70 anni. Una attraversata ricca di eventi che prende avvio dai tentativi di scismi pilotati dal regime, dalle persecuzioni del primo periodo alle persecuzioni dell’epoca staliniana (1929-1939), alla ricostituzione della chiesa voluta da Stalin nel 1943, e dopo Stalin ancora in apparenza l’inspiegabile gelo sotto Kruscev. Una attraversata caratterizzata da ricatti e controlli continui della chiesa da parte della polizia, di quella ufficiale e di quella segreta, con lo strascico dei sospetti per la fedeltà di preti, metropoliti e patriarchi. Infine, la resurrezione e la lunga fila di martiri e santi canonizzati dal Sinodo ortodosso, che continuerà a lungo i suoi lavori.

Per paradosso nel pieno della Rivoluzione d’ottobre la chiesa ottenne ciò che Pietro il Grande le aveva negato due secoli prima, quando aveva abolito il patriarcato e lo aveva sostituito con un collegio per gli Affari spirituali. Il Concilio dell’Ortodossia, del 1917, proseguito mentre era in pieno svolgimento la rivoluzione bolscevica, elesse come Patriarca l’Arcivescovo Thicon, che si intronizzò solennemente nella cattedrale della Dormizione del Cremlino. Continua a leggere »

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L’ITALIA A TRENT’ANNI DAL DISASTRO DI CHERNOBYL

reattore_schemaDopo trent’anni dal disastro avvenuto in Ucraina il 26 aprile del 1986,  l’Italia condivide con Chernobyl una formidabile menomazione. L’Italia fu l’unico paese al mondo a decidere, causa quella tragedia, la chiusura e lo smantellamento delle proprie centrali nucleari. L’unico! Una decisione miope, strategicamente catastrofica rafforzata da una procedura bizzarra: un referendum, frettoloso e pilatesco, che compromise il futuro energetico di un paese che si collocava al terzo posto per potenza generata da centrali nucleari. Fu un referendum indetto nel pieno della dinamica di un incidente, falsato inevitabilmente dall’emotività e intenzionalmente da una stampa ostile e disinformata. Le tre domande del referendum riguardavano non il favore o l’avversità alla prosecuzione della costruzione di centrali nucleari, ma riguardavano soltanto la cancellazione di alcune disposizioni di legge concepite per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima domanda era stata posta per evitare che il sindaco di un piccolo paese selezionato per l’insediamento di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta “monetizzazione del rischio” per i comuni che ospitavano impianti di produzione di energia nucleare o di altra fonte. La terza riguardava la politica di alleanze dell’ENEL con altre aziende estere produttrici di energia nucleare. Fu un referendum caratterizzato dalla più scorretta delle asimmetrie tra le parti in campo: con i favorevoli alle tecnologie nucleari costretti a confrontare le proprie ragioni, tecniche e razionali, con le esagerazioni mediatiche di una minacciata “apocalisse atomica”. Nessun paese si comportò come l’Italia. Nessuno paese chiuse gli impianti operativi. Molti misero in discussione i programmi, riesaminarono il futuro e il ruolo delle tecnologie nucleari. Ma nessuno chiuse gli impianti. Anzi. Ne è prova che nel mondo la quota di contributo del nucleare civile non si è mai ridotta. Nemmeno Fukushima ha intaccato questo dato. Solo l’Italia dalla tragedia di Chernobyl apprese l’urgenza dell’uscita immediata dal nucleare. Nella vittoria degli antinuclearisti si miscelarono l’ignoranza della tecnologia nucleare utilizzata, la confusionaria esposizione dei quesiti referendari, legata alla natura solo abrogativa dell’istituto referendario, e ragioni ideologiche miranti a tenere lontane le politiche energetiche italiane da quelle perseguite dal sistema comunista russo, arretrato e alla ricerca di una impossibile supremazia tecnologica.

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