Skip to Content

blog post

LA DIVERSA ANTROPOLOGIA DEL MERIDIONE D’ITALIA

il meridioneSi va diffondendo nelle regioni meridionali una specie di ostilità nei confronti dell’innovazione, della industrializzazione, dell’approvvigionamento energetico. A Napoli in un contesto di confusa rivendicazione autonomistica, si proclama la rivolta contro il risanamento e la riconversione dell’area di Bagnoli. In Puglia ci si oppone alle trivellazioni in mare, in Basilicata a quelle sul terreno, in Sardegna si impedisce persino l’installazione delle pale eoliche. Purtroppo non trattasi di un movimento che riguarda solo strati marginali o di emarginati. I vescovi si sono espressi in modo categorico contro le trivellazioni e molti sindacalisti e intellettuali si esercitano nella descrizione di “modelli” alternativi. Il fenomeno non appare nuovo se si ripensa alle scellerate campagne contro i termovalorizzatori. Allora assessori della giunta napoletana guidata dalla illuminata Rosa Russo Iervolino vollero partecipare a proteste di piazza sfociate in violenze urbane, antesignane di quelle accadute nei giorni scorsi con assessori della irreprensibile giunta De Magistris. Continua a leggere »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

Gli anni ’70: il decennio delle culture perdenti

brigate rosseGli anni ’70 portarono a compimento le follie distruttive che avevano animato gli ultimi anni ’60 con lo sciagurato ’68 e la violenta esplosione di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 con cui si chiuse quel tragico decennio.

Quegli anni furono il decennio lungo del «secolo breve», gli anni tenebrosi in cui si cercò di asservire le istituzioni alle ideologie, gli anni tenebrosi del terrorismo elevato a sistema di lotta continua tra fazioni opposte, gli anni delle culture perdenti. Nella ricerca affannosa di un equilibrio sociale che aperto ai movimenti internazionali fosse capace di dare risposte alle tante istanze emerse nel decennio precedente, ogni gruppuscolo della estrazione più disparata, sentì l’impulso e ritenne sua missione suggerire politiche risolutive, proporre ideologie, presentare iniziative vincenti. Ne nacque una folta schiera di pensatori, ognuno portatore di verità ritenute inoppugnabili, inserite ciascuna in schemi culturali tra loro in conflitto, deboli sul piano della elaborazione concettuale e rivelatesi infine perdenti. Perdenti in un paese eternamente attraversato da insanabili divisioni di cui né i partiti politici né la grande stampa capirono la portata dirompente. L’azionismo, quel tenebroso passaggio dalla teoria alla azione, il progressismo, l’infausto pensiero che “non è con l’arma della critica e della chiarificazione che si intacca il potere capitalistico”, il giustizialismo, ovvero quel tragico convincimento che solo una organizzazione politica paramilitare e clandestina avrebbe potuto aver ragione del potere imperialista che dominava nelle fabbriche, il movimento legalitario mirante al riconoscimento giuridico anche di gruppi dichiaratamente eversivi e antisistema, il pacifismo ideologico richiesto dalle Brigate Rosse, bande di assassini, quale patto scellerato di reciproco riconoscimento con lo Stato democratico e antifascista, la ossessiva e maniacale riconferma della centralità degli aspetti sociali incurante di ogni etica, di ogni sana pulsione mistica o religiosa, furono tutte culture che ebbero momenti di gloria e che coinvolsero giovani energie e sacrificarono giovani vite, ma che presto si esaurirono e si inabissarono senza influire né sui costumi né sulle leggi. Furono culture universalistiche indifferenziate, farneticanti, tutte allucinate dal convincimento ormai obsoleto che la sola levatrice della Storia è la rivoluzione. Culture che si rivolgevano all’individuo e non all’uomo, all’individuo collocato in una dimensione astratta e amorfa, individuo denso di diritti e povero di doveri, che pareva inseguire il sogno di un altro mondo possibile. E in tale peregrinare onirico tanti nuovi profeti della rigenerazione non si accorgevano che in vigore v’erano invece una temporalità concreta e una spazialità determinata dove il conflitto ideologico diventava una autentica azione contro la storia e contro il futuro. Culture ottuse che pretendevano di aggregare gli atomi separati di una società del consumo, invece di generare un ordinamento giuridico e normativo idoneo a tradurre in iniziative concrete di elevazione del bene e benessere comuni, le esistenti forze creative di uno spirito nazionale geniale.

Continua a leggere »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

Gli anni ’50: gli anni della creatività italiana

Case-chiuseGli anni ’50 si aprivano con un avvenimento già programmato da tempo la cui realizzazione richiedeva il dispiego di risorse che secondo molti, all’interno e fuori della Chiesa, il Paese appena era nella condizione di permettersi: l’Anno Santo, annunciato nel consueto Radiomessaggio di Natale da Pio XII come momento di rappacificazione. Tornava alla Sua mente il fatale agosto del 1939, quando più minacciosi si facevano i tuoni di guerra, aveva elevato la Sua voce scongiurando nel nome di Dio governanti e popoli a risolvere i loro dissensi con comuni e leali intese. Aveva gridato “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!” E non era stato ascoltato. Ora, a guerra terminata ma in un mondo ancora straziato da contrastanti interessi e indescrivibili persecuzioni, ritenendo divina missione della Chiesa il perseguimento della Pace, Egli Vicario di Cristo non conosceva né dovere più santo né missione più grande che di essere instancabile propugnatore di pace. Eppure dopo tale messaggio di speranza e fratellanza il 1950 si aprì in modo disastroso. Poco dopo la Epifania in quel di Modena operai scesi in piazza contro la società che li aveva licenziati per fallimento, di fronte a poliziotti armati, furono causa e oggetto di violenti scontri. Sei di essi rimasero a terra per sempre generando il paese nel timore di un ritorno alla guerra civile. Così non fu. Anzi. Togliatti dimostrò grande moderazione e a testimonianza del suo sincero dolore volle adottare una delle figlie degli operai morti. Maria Malagoli divenne così la sua figlia adottiva, a torto ritenuta in seguito figlia adulterina avuta dalla sua compagna Nilde Jotti. Continua a leggere »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

La Rivoluzione Russa e il difficile cammino dalla arretratezza alla modernità

RIVOLUZIONE RUSSA

lenin repinLa Rivoluzione Russa fu uno degli eventi più densi di significato, più complessi e determinati del secolo XX a ragione delle cause che la determinarono e dell’impatto che ebbe sulla storia del mondo per oltre 70 anni. Fu un evento sociopolitico le cui radici erano state già poste dalla sciagurata politica del regime zarista, e il cui sviluppo fu condizionato non solo dalla situazione del paese, ma anche dalla partecipazione della Russia alla Grande Guerra del ’15-’18. Le alleanze, le attese e soprattutto le sconfitte che esasperarono le già fragili condizioni di vita di quell’oceano di genti ed etnie, fecero da amplificatore dei disagi e delle rivendicazioni. Fu un evento denso di avvenimenti che dal crollo del regime zarista dei Romanov, passando per una feroce guerra civile, si concluse con la formazione nel 1922 dell’Unione Sovietica, primo tentativo di applicazione delle teorie di Marx ed Engels.

Di questo evento di straordinaria importanza cercherò di riassumere le cause, lo sviluppo, i personaggi, gli effetti. E per comprendere la totalità degli eventi, i contrasti, le differenti finalità, la denominazione dei partiti conviene esordire con una premessa.

All’inizio del ‘900 in Russia esistevano tre partiti socialisti e un partito democratico.

Il partito Cadetto dei costituzionali democratici rappresentanti della borghesia.

I Socialisti Rivoluzionari, interessati al problema dei lavoratori rurali, miravano alla divisione del grande latifondo di proprietà della Chiesa e della Nobiltà, i due pilastri dell’autocrazia zarista.

I Socialisti Socialdemocratici, divisi in due correnti

- I Menscevichi riformisti disposti a collaborare con il Partito Cadetto dei borghesi poiché volevano realizzare una società progredita e industriale dalla quale fare emergere uno Stato socialista. Erano inoltre favorevoli alla continuazione della guera.

- I Bolscevichi, rivoluzionari, i quali ritenevano che la Russia potesse attuare una rivoluzione socialista anche partendo da condizioni arretrate quali erano quelle russe del 1917 e senza collaborare con i Partiti liberal democratici di matrice borghese. Erano favorevoli al porre termine alla guerra.

Continua a leggere »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook
blog post

NAPOLEONE – UN GIGANTE DELLA STORIA

napoleone 5Genitore di tutti i Risorgimenti del XIX secolo

Allo scoppio della rivoluzione nel 1789 Napoleone aveva 20 anni ed era già ufficiale di re Luigi XVI. Durante la guerra civile in Corsica scoppiata nel 1793, si distinse meravigliosamente nella liberazione del porto di Tolone dai monarchici e dalle truppe inglesi che li appoggiavano. La sua abilità e intelligenza attrassero l’attenzione di Paul Barras, potentissimo e scaltro membro del Direttorio che lo aiuterà nella successiva scalata al potere prima con la nomina a comandante della piazza di Parigi e poi con la nomina a generale di Corpo d’armata.

La campagna d’Italia

Il 12 aprile 1796 cominciava la prima campagna d’Italia che avrebbe portato alla luce il genio militare e politico del generale Bonaparte il quale, nonostante l’inferiorità numerica e logistica, nonostante fosse a capo di una “Armata di Cenciosi” riuscì a sconfiggere ripetutamente le forze austriache e piemontesi. Furono successi strepitosi che affascinarono anche Beethoven, che gli dedicò la immortale sinfonia n.3, successivamente ribattezzata “Eroica” dallo stesso autore indignato dal fatto che Bonaparte si fosse proclamato imperatore. Dopo essere riuscito a sollevare il morale e lo spirito combattivo delle sue truppe, Bonaparte manovrò con rapidità per disgregare e sconfiggere separatamente i due eserciti avversari. Le forze austriache e piemontesi vennero battute ripetutamente. Il 10 maggio 1796 sbaragliò l’ultima difesa austriaca nella battaglia di Lodi, preludio stupendo della sua entrata a Milano. Con l’armistizio di Cherasco (in provincia di Cuneo), Bonaparte costrinse Vittorio Amedeo III di Savoia a pesanti concessioni, ratificate con la Pace di Parigi (15 maggio ‘96), che assegnava alla Francia sia la Savoia sia la contea di Nizza. Finiva così l’italianità di Nizza che tanto amara sarà in seguito per Giuseppe Garibaldi.

Costretto il Piemonte all’armistizio e occupata Milano, Bonaparte ricevette dal Direttorio i pieni poteri sull’Armata d’Italia e si preparò al compito più difficile: sconfiggere l’esercito austriaco. La prima grande battaglia campale da lui diretta, e la prima che lo consacrò definitivamente anche agli occhi degli avversari, avvenne a Rivoli, fulgido esempio di tattica e rapidità, di decisioni e movimenti. Dopo Rivoli nell’ottobre del 1796, si costituì la Legione Lombarda, prima forza armata composta da italiani che adottarono quale bandiera di guerra il Tricolore (verde, bianco e rosso). E’ definitivamente acclarato che l’ispirazione napoleonica venne dai moti di Reggio Emilia che a loro volta si ispirarono al Canto XXX del Purgatorio, quando Virgilio affida Dante a Beatrice, e questa appare vestita con un velo candido, cinta di ulivo, il mantello verde e la veste rosso acceso. I tre colori simboleggiano dunque le virtù teologali cristiane: verde, la speranza; bianco, la fede; rosso, la carità. Successivamente con la costituzione della Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797 il tricolore cessò di essere bandiera di guerra e divenne la bandiera nazionale. La nostra splendida bandiera!

La folgorante avanzata di Napoleone intimorì l’Austria che dovette accettare la rinuncia ai territori fino ad allora occupati e inglobare soltanto i territori della Repubblica di Venezia col Trattato di Campoformio, del 1797. A Campoformio non moriva solo la gloriosa patria dei dogi, ma svanivano i sogni dei tanti patrioti italiani inermi spettatori del lurido baratto della loro terra, così amata e così tanto pianta da Ugo Foscolo che a quel tradimento di ideali e speranze attribuì il suicidio di Jacopo Ortis, l’eroe del suo Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Continua a leggere »

Condividi con...Share on LinkedInTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook