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IL NUOVO MONDO USA SENZA PACE E SENZA REGOLE

Pochi sono in grado di dar vita a una politica, ma tutti sono in grado di giudicarla

Gli-Inganni-del-Nuovo-Ordine-Mondiale-e-la-Strategia-della-Sommossa-per-Rovesciare-i-Governi-556x3601L’idea che il mondo stia cambiando vertiginosamente non è né nuova né infondata. Le trasformazioni planetarie nella politica, nell’economia, nella vita sociale, nelle tecnologie industriali, nell’etica, sono di una accecante evidenza. Ma per capire se trattasi di un nuovo mondo che attende nuove regole o di un nuovo mondo governabile con regole vecchie, occorre rileggere la storia.

Sempre il cambio dell’ordine mondiale è stato accompagnato da intensi conflitti che sempre hanno imposto di affrontare i temi della leadership economica, della pace, dei diritti dell’uomo. E anche le trasformazioni in atto che hanno reso il mondo un cumulo di acuti contrasti, impongono di affrontare gli stessi temi. Domina infatti la certezza che non vi sia un sistema di sicurezza globale capace di proteggere i popoli e le nazioni da possibili cataclismi. Ciò di cui si dispone è solo un insieme di accordi temporanei, di regole violate, di decisioni non concordate. Le istituzioni internazionali vivono una conflittualità permanente. Eppure i molti dei meccanismi atti ad assicurare l’ordine mondiale, formati in tempi ormai lontani e influenzati soprattutto dall’esito della Seconda Guerra Mondiale, avevano una loro solidità e sarebbero potuti divenire un sistema di sicurezza globale. Seppure difettosi, essi erano efficaci almeno per un contenimento dei problemi mondiali, per una regolazione dell’asprezza della concorrenza tra gli Stati. Invece sono stati distrutti, e distrutti senza che altri alternativi siano stati creati. Gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della Guerra fredda, hanno pensato che di questo non vi fosse alcun bisogno e invece di concepire una nuova forma di bilanciamento delle forze, hanno imboccato strade che hanno portato a un peggioramento repentino dello squilibrio mondiale.

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Il processo di costruzione dell’Unione Europea – Estratto dell’intervista a Europa News

Manlio Mirabile

 14 gennaio 2015

inno alla gioia 


ueD: Dr. Mirabile, nel mondo attuale profondamente mutato rispetto a 60 anni fa, quali prospettive intravede per l’Unione Europea e quali politiche auspicherebbe?

R: lo credo in un’Europa ricca ed orgogliosa della sua storia, la storia dell’Impero Romano e della progressiva affermazione delle nuove nazioni venute dall’Est che ne interpretarono e innovarono la grandezza.

L’Europa che ha trovato nel Cristianesimo lo straordinario e rivoluzionario vincolo unitario, fondamento di libertà e uguaglianza.

L’Europa che ha costruito straordinari sistemi di leggi e di governi.

L’Europa del Medioevo dalle cui meditazioni esplose l’età rinascimentale.

L’Europa dei comuni e delle città.

L’Europa dei santuari e delle rivoluzioni sociali.

L’Europa della democrazia e della dignità della persona.

Un’Europa che sia la patria di  quanti si rifanno alle sue radici e alla sua tradizione per costruire una realtà etica, economica e sociale capace di garantire sviluppo di cultura, progresso di valori e crescita nella eguaglianza dei doveri e dei diritti.

Un’Europa in cui la consapevolezza delle difficoltà di unificare storie e aspirazioni, sentimenti e convinzioni diverse, si sposi con la volontà e la determinazione di operare unitariamente per la realizzazione di un bene comune non ancora correttamente identificato. E per farlo occorre che siano risolti problemi di una portata immensa.

Il primo problema è la nostra identità culturale. Il Trattato Costituzionale, la sua revisione di Lisbona e la loro mancata ratifica, provano che un gran numero di europei e in particolare di coloro che ne hanno assunto la guida, non hanno alcuna autentica affezione per la cultura europea. Essi considerano frutto di una semplice casualità  il fatto di vivere sullo stesso continente in cui sono vissuti Dante, Shakespeare, Cervantes e Mozart, di abitare in città dominate da grandi cattedrali e di essere protetti da uno stato di diritto che deriva dal codice Giustiniano. Anziché considerare tutto questo come la chiave della nostra identità e del nostro destino comune, essi chiedono di diversificare, invocando su ogni questione un approccio multiculturale. Molti anzi hanno un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti dell’eredità europea, sono aggressivamente anticristiani e sostengono un approccio postmoderno che la rifiuta totalmente. Fenomeno non nuovo se si pensa alle guerre e ai conflitti del secolo scorso o a quella triste stagione che l’Italia visse attorno agli anni ’70. Anni in cui la cultura del rifiuto divenne furore e fervore rivoluzionario, con le Brigate Rosse scatenate in una fantasia primigenia di vendetta contro la società borghese. Da allora il rifiuto si è diffuso alle università e ha raggiunto le scuole, nessuna delle quali ha oggi un programma di studio dedicato alla cultura e alla eredità europee. Che esse vivano nei monasteri, nelle pinacoteche, nei conventi, negli spartiti musicali, nella letteratura, ma non nel cuore della gente è la ragione prima del fallimento delle politiche di integrazione.

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PUTIN E IL MIOPE OSCURANTISMO DELL’OCCIDENTE

 

papa-putin-500La crisi ucraina concentrando l’attenzione sul rapporto tra la Russia e l’occidente ha reso marginale il rapporto della Russia con se stessa. Eppure è sulla base del rapporto con l’occidente che l’opinione pubblica occidentale si è fatta della Russia una idea poco favorevole e forse assai distorta. Infatti ben prima del conflitto con Kiev, nel gran gioco delle parti, le parti erano state già distribuite: alla Russia era toccata la parte del cattivo, all’Europa e agli Stati Uniti quella dei buoni. Una evidente asimmetria morale che aveva un nome e una causa: Vladimir Putin. Da oltre un decennio, Putin gode in occidente di una pessima reputazione e una ancor più violenta letteratura lo descrive come un dittatore solitario, irrispettoso delle libertà e dei diritti umani, aggressivo. Ma forse le ragioni non sono dentro l’uomo, quanto dentro la storia recente del paese: la guerra per sconfiggere il separatismo ceceno è stata brutale; la politica estera è tornata a essere assertiva; lo stile di comando è apparso autocratico; il particolare riguardo rivolto alla chiesa ortodossa ha alienato le simpatie del mondo libertario dell’occidente. Tuttavia, questo giudizio negativo non è condiviso dalla grande maggioranza dei russi, che soddisfatti di averlo come presidente per tre volte lo hanno rieletto. Bisogna concluderne, che Putin è l’espressione più compiuta del proprio popolo. Che poi il giudizio dei russi sia così diverso da quelli prevalenti in occidente è un fatto rilevante, che dovrebbe stimolare rispetto e domande.

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BERLUSCONISMO: PARTE II

berlusconismo

randbDopo le elezioni tonfo in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, è lecito chiedersi se quello che resta del berlusconismo siano solo il 4 per cento scarso, una Forza Italia in liquidazione coatta e una classe dirigente che non dirige, non inventa, non ha la calma, la sicurezza e l’intelligenza necessarie per affrontare le conseguenze di una vertiginosa perdita di credibilità. No. Del berlusconismo resta l’Italia che esso ha partorito. Resta un paese che ha praticato per la prima volta nella storia della Repubblica, l’alternanza di forze diverse alla guida del governo secondo un mandato democratico. Resta un paese liberato dal monopolio di stato attraverso la tv commerciale. Resta un paese sradicato dalla decrepita cultura della politica dei partiti. Resta un paese in cui le idee e le personalità contano più degli apparati. In cui un giovane che parte da sinistra e avvia il progetto di una sinistra di riforma e di modernizzazione, è in grado di competere da posizioni di comando democratico con le rancide burocrazie, i corpi intermedi immobilisti, i truci sindacati classisti o corporativi, i residuati postbellici delle ideologie diluiti nella forma di partitini, i tromboni di un establishment goloso e avido ma non produttivo. Il berlusconismo lascia una eredità di linguaggio, di stile, di tenuta politica e di sfida istituzionale. Perché le riforme di Renzi sono le stesse, stessa è l’ansia di crescita o di sviluppo, stessa è la sensibilità al tema delle libertà. Oppure è vero che si stava meglio quando si stava peggio? Quando il diritto al lavoro e allo studio mascherava con norme di apparente solidarietà la perdita di valore del lavoro e dello studio? Quando un regime bloccato bloccava tutto, quando da un regime si passava a un altro ignorando ogni consenso popolare? Continua a leggere »

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DA GUERRA A GUERRA: L’ECONOMIA ITALIANA DAL 1921 AL 1940

Nascita dell’IMI e dell’IRI

Lire_5_anno_1927L’attuale periodo di crisi economica, persistente nonostante i molteplici interventi della BCE, le manovre per favorire la svalutazione e la svalutazione dell’euro sul dollaro, le difficoltà di governance che la crisi pone con lo spettro della fine di quella splendida illusione che fu la CEE, pongono le domande di quale sia stata la politica economica italiana nel periodo tra le due guerre e del come fu governata. Fu una politica che permise una crescita del paese o fu una idolatria fasulla che aveva già in sé quei batteri malefici che resero economicamente insostenibile il peso della guerra?

Senza inutili nostalgie per irripetibili manovre, questo inserto intende esplorare quale fosse la situazione economica del paese dopo l’inutile strage della I Guerra Mondiale e quale invece era prima della catastrofe della II Guerra Mondiale; capire le due economie, confrontarle, illustrare le misure governative che pilotarono la transizione ed esplorare quali e quante furono le infrastrutture sociali, economiche e industriali sopravissute alla catastrofe finale di 70 anni fa.

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